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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

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DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  AI  NOSTRI  GIORNI 

SPECIALMENTE      INTORNO 

AI  PRINCIPALI  SANTI,  BEATI,  MARTIRI,  PADRI,  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDINALI 
E  PIÙ  CELEBRI  SCRITTORI  ECCLESIASTICI,  AI  VARII  GRADI  DELLA  GERARCHIA 
DELLA  CHIESA  CATTOLICA  ,  ALLE  CITTA  PATRIARCALI  ,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  AI  CONCILII  ,  ALLE  FESTE  PIÙ  SOLENNI, 
AI  RITI,  ALLE  CEREMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  PAPALI  ,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  NON 
CHE    ALLA    CORTE  E  CURIA  ROMANA    ED  ALLA  FAMIGLIA    PONTIFICIA,  EC.    EC.    EC. 

COMPILAZIONE 

DEL  CAVALIERE  GAETANO  MORONI  ROMANO 

PRIMO  AIUTANTE  DI  CAMERA  DI  SUA  SANTITÀ 

GREGORIO      XVI. 


VOL.  XXIV. 


IN    VENEZIA 

DALLA     TIPOGRAFIA     EMILIANA 
MDCCCXL1V. 


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DIZIONARIO 


DI  ERUDIZIONE 


STORICO-ECCLESIASTICA 


F 


r  ERMO  (Firmali).  Città  con  re- 
sidenza arcivescovile,  capoluogo  del- 
la delegazione  apostolica  del  suo  no- 
me nello  stato  pontificio,  già  capi- 
tale d'  uno  stato,  e  della  Marca  Fer- 
mana,  della  quale  premetteremo  un 
cenno  isterico.,  coli'  autorità  del  eh. 
Pietro  Castellano,  Lo  stato  pontificio, 
pag.  4^8.  La  Marca  Fermana,  os- 
sia quel  tratto  di  paese  che  ne  co- 
stituisce oggi  la  provincia,  viene  li- 
mitata al  nord  dal  governo  Macera- 
tese di  Montolmo,  all'ovest  dagli 
altri  del  Sanginnesio  e  di  Sarnano, 
al  sud  dal  distretto  ascolano  di 
Montalto,  ed  all'est  dall'Adriatico, 
ove  mettono  foce  il  Tenna,  il  Le  fa- 
vi vo,  l'Aso,  il  Manocchia,  ed  il  Te- 
sino. Nella  estremità  boreale  scorre 
il  torrente  Leta- morto,  che  è  un 
notevole  influente  del  Chienti.  Lun- 
go questa  spiaggia  è  la  via  che  man- 
tiene la  comunicazione  col  regno 
delle  due  Sicilie,  entrando  per  mez- 
zo della  delegazione  Ascolana  negli 
Abruzzi.  Tra  gli  sbocchi  de'menzio- 
nati  fiumi  graduatamente  s'innal- 
zano le    colline   in   liuea    parallela, 


ascendendo  sino  alla  falda  degli  ele- 
vati A  pennini.  Esse  sono  feraci ,  e 
dalla  parte  della  marina  salubre  è 
il  clima,  come  è  dolce  la  tempera- 
tura. I  popoli  compresi  in  questa 
parte  della  regione  picena,  dopo  la 
decadenza  del  romano  impero  fu- 
rono talvolta  compresi  nel  ducato 
di  Spoleto ,  e  talvolta  ebbero  dei 
particolari  conti ,  signori  e  duchi , 
poiché  nel  770  Fermo  ebbe  un  suo 
duca  particolare  in  Tarbuno.  Quan- 
do poi  nell'Italia  meridionale  inco- 
minciò a  farsi  rispettare  il  nome 
normanno,  si  vide  separata  dal  ri- 
manente della  provincia ,  e  sotto 
quella  straniera  influenza  prese  la 
denominazione  di  Marca  di  Fer- 
mo, nome  che  vuoisi  incominciato 
nel  910. 

Il  p.  Brandimarte,  nel  suo  Pice- 
no annonario  ossia  Gallia  Senonia , 
a  pag.  14  dice  che  la  voce  Marca 
non  altro  denota  che  termine  o 
confine  ;  e  che  tutti  coloro  i  quali 
furono  destinati  al  governo  di  qual- 
che provincia  posta  nel  confine  del 
reguo ,    cominciarono    a   chiamarsi 


6  FER 

marchesi;  uso  che  risale  al  IX  se- 
colo, siccome  afferma  il  Muratori. 
Quindi  il  medesimo  p.  Brandimar- 
te  asserisce  che  la  prima  Marca  co- 
stituita nella  provincia  del  Piceno, 
fu  la  Marca  Fermana,  di  cui  a  lun- 
go tratta  il  p.  Barretti  nell'illustra- 
zione alla  tavola  corografica  dell'I- 
talia del  medio  evo,  e  ne  misura 
l' estensione  dagli  Apennini  al  ma- 
re ,  dal  fiume  Musone  a  Pescara, 
ed  abbracciava  quasi  tutto  il  Piceno 
suburbicario.  In  prova  si  cita  un 
diploma  del  967,  riportato  dal  Ba- 
luzio  nell'  appendice  al  tomo  II  dei 
Capitolari  dei  re  di  Francia,  pag. 
i55o,  in  cui  si  legge:  «  Villa  Ma- 
»  riani  campo  jure  proprietatis  san- 
»  ctae  Firmanae  Ecclesiae  residen- 
>»  te  Pandulfo  duce  et  marcinone". 
Altro  diploma  è  del  io44>  i°  CU| 
si  legge:  «  infra  territorium  Pin- 
«  nense  in  loco  qui  nominatili-  Sa- 
»  lajano,  aut  infra  istam  Marchiam 
*  Firmanara,  aut  infra  totum  re- 
«  gnum  longobardorum  ".  Evvi  il 
passo  di  Leone  ostiense ,  il  quale 
scrisse  che  «  tempore  Benedicti 
*>  Papae  anno  III  (978) . . .  quae 
»  Lambertus  dux,  et  marchio  pos- 
ili sedisse  visus  est  in  co  in  ita  tu  Mar- 
»  sicano,  et  Balva,  Furarne,  Ami- 
»  terno,  nec  non  et  Marchia  Fir- 
*>  mana,  et  ducato  Spoletino  ..." 
Nella  cronaca  Farfense  ,  all'anno 
94o,  si  riferisce  «  per  idem  tempus 
*>  bellum  magnum  co  in  mi  ss  uni  es- 
»  se  prò  contentione  Marchiae  Fir- 
»  manae  inter  Ascherium,  et  Sari- 
»  lionem,  in  qua  praevalens  Sarilio 
«  interfecit  Ascherium  ,  et  obtinuit 
»  Marchiam".  Nell'anno  1078  giu- 
sta gli  atti  del  concilio  Romano  fu- 
rono scomunicati  tutti  i  normanni 
«  qui  invadere  terram  s.  Petri  la- 
»  borant,  videlicit  Marchiam  Fir- 
*>  manam,  etducatum  Spoletanum", 


FER 

Roberto  Guiscardo  duca  de'norman- 
ni  essendosi  portato  in  quell'anno  a 
Roma,  gettandosi  ai  piedi  di  s.  Gre- 
gorio VII  gli  prestò  giuramento  di 
fedeltà,  e  si  riservò  quella  parte  già 
occupata  della  Marca  Fermana,  con 
Salerno  ed  Amalfi  ;  ed  il  Papa  as- 
solvendolo dalle  censure,  e  dando- 
gli l' investitura  della  Puglia,  della 
Calabria,  e  della  Sicilia,  come  l'a- 
veva ricevuta  dai  di  lui  predecesso- 
ri Nicolò  II  ed  Alessandro  II  ,  gli 
soggiunse  :  de  Ma  autem  terra , 
quam  in/uste  tenes  sicut  est  Saler- 
nus ,  et  Amalphia ,  et  pars  Mar~ 
chiae  Firmanae,  mine  te  patienter 
sustineo.  Ecco  l' epoca ,  in  cui  gli 
agri  Adriano  e  Pretuziano ,  cioè 
quel  tratto  di  paese  che  comincian- 
do dal  fiume  Pescara  giungeva  si- 
no al  Ponto,  perdette  il  nome  di 
Piceno  e  di  Marca,  ed  assunse  quel- 
lo di  Abruzzo  ultra,  che  tuttora 
ritiene.  In  questa  epoca  stessa  si 
trova  nelle  carte  antiche  la  Marca 
Camerinese,  ed  i  suoi  marchesi  so- 
no i  duchi  di  Spoleto ,  eh'  erano 
ancora  marchesi  della  Marca  Fer- 
mana. E  comune  parere,  come  del 
Muratori,  del  Berretti  e  di  altri,  che 
la  Marca  di  Fermo ,  e  quella  di 
Camerino  fosse  la  stessa,  e  differis- 
se pel  solo  nome,  dappoiché  il  duca 
di  Spoleto  era  marchese  di  Came- 
rino e  di  Fermo  ;  e  que'  marchesi 
eh'  egli  destinava  al  governo  di  Ca- 
merino e  di  Fermo ,  erano  da  lui 
dipendenti.  Al  dire  del  p.  Brandi- 
marte,  la  contessa  Matilde  trasferì 
il  pieno  dominio  del  ducato  di  Spo- 
leto, quanto  della  Marca  Camerine- 
se e  Fermana  alla  santa  Sede,  ed  a 
s.  Gregorio  VII,  ovvero  a  Pasqua- 
le li. 

Verso  la  fine  del  secolo  XI  i  no- 
minati paesi  costituenti  la  Marca 
Fermana  rimasero  compenetrali  nel- 


FER 
la  Marca  Anconitana,  al  dire  del 
citato  Castellano,  ed  al  marchese 
Guarnieri  interamente  soggetti  ,  e 
gli  furono  poi  comuni  le  varie  vi- 
cende della  medesima.  Nota  però  il 
p.  Brandimarte,  che  la  Marca  An- 
conitana incominciò  nel  1 198,  e  che 
la  Marca  Fermana,  secondo  che 
ne  afferma  il  Muratori,  fu  chiamata 
anche  Marca  di  Guarnieri  j  anzi  per 
prova  riporta  il  seguente  documen- 
to, tratto  da  quelli  stampati  dal 
Colucci  nelle  Memorie  di  Pierosa- 
ra.  «  Anno  Dominice  incarnationis 
»  mille  cxxm  mense  junius  indi- 
"  ctione  prima  regnante  Enrigo  im- 
•'  peratore  et  Guarnerius  ruarchio- 

»  ne damus,  tradimus,  atque 

»  transactavimus  in  servo  servorum 
«  Dei  in  ipso  monasterio  beato  san- 
»  cto  Victore,  quod  est  positum  et 
»  est  edificatus  in  fundo  Victoriano 
«  territorio  Camerino  ".  Ottone  da 
Sanbiagio  narrando  l'assedio  che 
Federico  I  pose  a  Milano  nel  1 1 58, 
ci  fa  sapere  che  in  una  sortita  i 
milanesi  «  Wernherum  italicum 
»  marchionem  praestantissimum  cura 
>.-  multis  aliis  occiderunt,  de  cujus 
»  nomine  dicitur  adhuc  Werneri 
«  Marchia  ".  Nel  governo  italico  la 
regione  Fermana,  cioè  nel  1808,  for- 
mò gran  parte  del  dipartimento  del 
Tronto,  e  la  odierna  delegazione  a- 
postolica  racchiude  neh'  unico  di- 
stretto i  sette  governi  di  Fermo,  di 
Ripatransone, di  Grottamare  [Vedi), 
di  santo  Elpidio,  di  Montegiorgio, 
di  Monterubbiano,  e  di  santa  Vit- 
toria :  dei  quattro  ultimi  ci  permet- 
teremo qui  un  brevissimo  cenuo. 
Vedi  Marca. 

Sani'  Elpidio  a  mare,  elevato  al 
grado  di  città  da  Leone  XII,  è  po- 
sto in  deliziosa  collina  sulla  destra 
riva  del  Leta- morto.  La  chiesa  col- 
legiata è  dedicata  al  patrono  s.  El- 


FER  7 

pidio.  abbate  dell'  ordine  basiliano  ; 
e  molti  sono  gli  edifizi  pubblici  e 
privati  che  ne  rendono  grato  l'a- 
spetto; a  ciò  si  aggiunga  le  ame- 
nissime  campagne,  popolate  da  gra- 
ziosi casini,  la  marina,  ed  un  cli- 
ma salubre.  Presso  la  spiaggia  ev- 
vi  il  Porto  di  s.  Elpidio.  Sembra 
che  la  città  occupi  le  vicinanze  di 
Cluanaj  e  nel  luogo  dell'  antica 
abbazia  di  s.  Croce,  si  crede  che 
ivi  Carlo  Magno  riportasse  glorio- 
so trionfo  de'  saraceni,  né  deve  ta- 
cersi che  presso  la  chiesa  di  s. 
Maria  a  pie  di  Chienti,  vi  sono 
ruderi  dell'  antico  palazzo  del  re 
Carlo.  Altri  dicono  Potenza,  in 
vece  di  Cluana,  città  vescovile  di 
cui  fu  primo  vescovo  Faustino  nel 
4 18.  L'origine  di  s.  Elpidio  si  fa 
rimontare  al  quinto  secolo.  La  fe- 
deltà degli  abitanti  alla  santa  Se- 
de, maggiormente  si  distinse  sotto 
Giovanni  XXII,  contro  Lodovico 
il  Bavaro,  che  in  vendetta  fece  at- 
terrarne le  mura,  e  saccheggiar  il 
paese:  gl'invasori  francesi,  nelle  ul- 
time note  vicende ,  gli  recarono 
gravi  danni.  Comprendesi  in  questo 
governo  le  comuni  di  Montegra- 
naro,  e  di  Monturano.  Di  questo 
luogo  scrissero:  Andrea  Bacci,  No- 
tizie dell'antica  Cluana,  ec.  Ma- 
cerata 17 16;  Fioravanti,  Dissert. 
sopra  la  basilica  eretta  nel  terri- 
torio di  s.  Elpidio  ec.  dedicata  al 
ss.  Salvatore  t  anno  886,  colfin- 
tervento  di  Carlo  III  imperatore 
e  re  di  Francia,  e  di  diciannove 
vescovi,  Loreto  1770;  Vecchietti, 
Lettera  sulla  dissert.  che  in  difesa 
di  un  diploma  di  Teodosio  vesco- 
vo firmano  pubblicò  nel  1770  in 
Loreto  il  Fioravanti,  Osimo  17  75; 
Natale  Medaglia,  Memorie  istori- 
che  della  città  di  Cluana  detta 
oggi  terra  di  s.  Elpidio  ec,  colla 


8  FÉ  11 

vita  di  s.  Elpidio  e  Sìsinnio;  col- 
V aggiunta  delle  memorie  delVistes- 
sa  città  lasciale  dal  Dacci,  e  da 
Camillo  Medaglia,  Macerata  1692; 
Colucci,  Dell'antica  città  di  Chia- 
na, exst.  nel  tom.  Vili  delle  Ant. 
Picea. 

Monte.  Giorgio  (  Mons  s.  Ma- 
ria in  Giorgio),  borgo  posto  nella 
sinistra  riva  del  Tenna,  su  d'alta 
collina ,  e  cinto  di  muraglie  con 
esterno  sobborgo;  nel  i3og  fu  te- 
nace partigiano  de'  ghibellini ,  e 
perciò  da  Clemente  V  minacciato 
di  punizione.  Il  paese  ha  la  colle- 
giata de'  ss.  Giovanni  e  Benedetto, 
la  cui  chiesa  è  bella  ed  ampia  ; 
e  nel  suo  governo  sono  comprese 
le  comuni  di  Falerona,  V.  Fale- 
sia, di  Monte- Vidon-Gorrado  ,  di 
Francavilla,  di  Atleta  coll'appodia- 
to  Cerreto,  di  Magliano,  di  Mon- 
te Appone,  e  di  Massa  ,  riunendo 
alla  sua  amministrazione  comunale 
l'appodiato  di  Monte  Verde.  Abbia- 
mo da  Giacinto  Alaleona ,  Disser- 
tatio  de  Tigno  Piceno  mine  Mons 
s.  Mariae  in  Giorgio,  exst.  in  sta- 
tu  Montis  Georgi,  Firmi  1730; 
Giuseppe  Colucci,  Sulle  antiche  cit- 
tà Picene  Falera  e  Tigno,  disser- 
tazione epistolare,  Fermo  1777; 
più  ci  diede  un'  Appendice,  Mace- 
rata 1778.  Deve  notarsi  che  la  cit- 
tà di  Tigno  non  ha  mai  esistito, 
essendosi  preso  abbaglio  da  Ti- 
gnium,  Tenna  fiume.  V.  il  detto 
Colucci ,  Diss.  sulle  antiche  città 
Falera  e  Tigno.  Dopo  però  le  la- 
pidi scoperte  col  teatro  di  Falero- 
ne  si  è  fatti  certi  che  i  ruderi  esi- 
stenti nelle  vicinanze  di  Monte 
Giorgio  appartenevano  alla  colonia 
Faleria  assai  vicina  ai  serbatoi,  o 
conserve  di  acque,  che  si  osserva- 
no in  Monte  Giorgio. 

Monte  Ruhbiano,  borgo  che  gia- 


FER 
ce  con  gradevole  aspetto  in  cima 
ad  un  colle,  di  cui  si  fa  menzione 
in  principio  del  secolo  XIV,  ad- 
detto ai  ghibellini  e  perciò  di  par- 
te imperiale,  con  molli  buoni  e 
comodi  fabbricati,  colla  collegiata 
di  s.  Maria  de'  letterati,  il  tempio 
della  quale  è  rimarchevole.  Com- 
prende il  suo  governo  le  comuni 
di  Petritoli,  di  Monte  Giberto,  di 
Ponzano  che  ha  la  collegiata  de- 
dicata a  s  Nicola  da  Tolentino , 
cui  è  appodiato  Torchiaro,  di  Mo- 
regnano,  di  Monte-Vidon-Combat- 
te,  cui  è  appodiato  Collina,  di  Mon- 
tefiore,  paese  edificato  dai  recana- 
tesi con  collegiata  dedicata  a  s.  Lu- 
cia, e  di  Moresco. 

Santa  Vittoria,  borgo  posto  nel- 
la vetta  tufacea,  che  chiamossi 
Monte  Nano.  Dal  suo  territorio  sca- 
turisce il  Leta-vivo,  che  i  fiumi 
Tenna  ed  Aso  ne'  due  lati  circo- 
scrivono. L' assenzio  cresce  quasi 
spontaneo  ne'  suoi  campi.  Nume- 
roso è  il  capitolo  della  collegiata 
dedicata  a  s.  Vittoria,  e  bella  si  è 
la  chiesa  :  vi  sono  delle  case  reli- 
giose d'ambo  i  sessi,  ed  un  elegan- 
te teatro.  A  questo  paese  diedero 
origine  nel  IX  secolo  i  monaci  far- 
fensi,  che  in  tali  loro  possedimenti 
si  portarono  ,  quando  i  saraceni 
discesi  nell'Italia  meridionale  spar- 
gevano anche  nella  Sabina  il  ter- 
rore delle  loro  conquiste.  In  quella 
occasione  molte  famiglie  sabine  se- 
guirono i  monaci,  e  furono  le  pri- 
me abitatrici  del  colle,  che  più 
non  abbandonarono.  La  contrada 
rimase  per  lungo  tempo  soggetta 
all'abbate  commendatario  di  Far- 
fa  [Vedi),  ma  per  V incorreggibilità 
di  gran  parte  del  clero,  che  a  tan- 
ta distanza  mal  potevasi  tenere  iti 
disciplina,  il  Papa  Gregorio  XÌII 
l'assoggettò  all'arcivescovato  di  Fer- 


P  B  l\ 

mo.  Soggiacciono  al  suo  governo 
le  comuni  di  Monte  Falcone,  di 
Smerillo,  di  Monte  Leone,  di  Mon- 
te s.  Pietro-Morico,  di  s.  Elpidio 
Mori  co  ,  di  Montelpare  ,  del  quale 
fu  Gregorio  Petrocchini ,  creato 
cardinale  da  Sisto  V  nel  i58q; 
di  Monte  Rinaldo,  di  Ortezzano , 
e  di  Castel-Clementino:  questo  bor- 
go fu  così  chiamato  dopo  che  Cle- 
mente XIV  l'edificò  nel  1772  per 
ricoverarvi  gli  abitanti  di  Serviglia- 
no,  giacché  atterrarono  le  acque 
il  loro  paese,  cioè  le  acque  di  cui 
era  ripieno  il  colle,  che  cagiona- 
rono le  dilamazioni,  e  forse  non 
più  raccolte  dall'abbandonato  acqui- 
dotto.  Trovasi  alla  destra  riva  di 
detto  fiume,  in  agiata  pianura,  e 
facendo  di  sé  graziosa  mostra.  La 
collegiata  è  dedicata  a  s.  Marco. 
Si  vedono  gli  avanzi  di  un  antico 
e  lungo  acquidotto  che  prima  re- 
golava il  corso  delle  acque;  ripe- 
tendosi forse  dal  suo  abbandono 
la  rovina  del   preesistente  paese. 

Fermo  (Firmimi),  talora  ebbe 
l'aggiunto  di  Picenum,  forse  a  di- 
stinguerla da  un'altra  città  omoni- 
ma, non  di  molto  lontana,  come 
si  esprimono  alcuni  ;  ma  il  chiaris- 
simo De  Minicis  prova  ne*  suoi 
Cenni  storici,  a  pag.  i5,  che  l'al- 
tra città  omonima  era  di  molto 
assai  lontana  dalla  prima,  perchè 
situata  in  Ispagna,  e  detta  Colonia 
Angusta  Firma.  La  città  di  Fermo 
è  fabbricata  intorno  ad  un  monte, 
che  sorge  quasi  isolato  ad  una  le- 
ga e  mezza  incirca  dall'  <\driatico. 
11  fiume  Tenna  al  nord,  il  Leta-vivo 
al  sud  passano  alla  distanza  di  Fer- 
mo, il  primo  di  due  miglia  e  il 
secondo  circa  di  uno.  La  città  è 
molto  scoscesa  ;  e  le  strade  interne 
nella  maggior  parte  sono  irregola- 
ri ed  anguste  :  circondata  di  mura, 


FER  9 

ha  un  bel    prospetto  teatrale.  Nella 
cima  è  l'ampia  piazza,  con  doppio 
portico   laterale,    decorata    da  ma- 
gnifici edilìzi,  dal  palazzo  governati- 
vo, residenza  del  delegato,  da  quello 
di  giustizia,  e  dal  municipale,  il  cui 
prospetto    esterno    è  decorato    dal- 
la statua  colossale  di  bronzo,   rap- 
presentante il  magnanimo  Sisto  V. 
L'episcopio,  l'università  degli    stu- 
di,   e    il    teatro    dell'  Aquila,     uno 
de' più    belli    e   grandi  d'Italia,  si 
distinguono  tra  i  principali    edilizi, 
che  nobilitano  questa  piazza    mag- 
giore.   La  piazza  a    spese    del    co- 
mune   fu    resa    spaziosa    ed   ornata 
alia    metà  del  secolo  decimoquinto  ; 
il  palazzo  governativo  fu    incomin- 
ciato nel    1D02  da  Oliverotto   Eu- 
freducci,    e   venne    compito  passati 
trenta    anni,  indi    nel    18 16   innal- 
zato   di  Bri   piano,    ed  accresciuto; 
il  palazzo    municipale  vuoisi    prin- 
cipiato   nel    i3o8,  terminato    negli 
ultimi    anni   del    secolo  XV  o   nei 
primi    del     seguente,     al    declinare 
del  quale  la  gratitudine    de'  ferma- 
ni    eresse  a  Sisto  V,  coli'  opera  di 
Accursio  Baldi   Sansovino,  la  men- 
tovata statua,  che  sedente,  e  in  atto 
di    benedire,    magistralmente    rap- 
presentò il  gran  Pontefice:  nell'e- 
poca    repubblicana     la    statua    fu 
tramutata    in    s.     Savino     patrono 
della   città,  indi    venne  trasportata 
nella   parte  interna    del  palazzo,    e 
poscia    fu  restituita  al  luogo    dove 
si  ammira.   11   palazzo   arcivescovile 
fu  edificato  da  Antonio  de  Vecchi 
o  de  Vetulis  vescovo  di   Fermo,  e 
rettore    della  Marca  per    Bonifacio 
IX;   ebbe    compimento  nel    i3qi, 
e    successivi    ristauri,  massime    dai 
vescovi  Capranica.  Nei  primi   tempi 
i  vescovi   risiedevano  nel   monte  del 
Girofalco,  presso  la  cattedrale,  e  la 
canonica,    ma    perì    tal     residenza, 


io  FER 

ovvero  fu  pressoché  rovinata  nel 
1176  dall'incendio  di  quasi  tutta 
la  città,  appiccato  dal  gran  cancel- 
liere dell'  imperatore  Federico  I. 
Nell'episcopio  vi  è  l'archivio  arci- 
vescovile, le  cancellerie  de' tribu- 
nali dell'  arcivescovo,  e  le  carceri 
ove  si  custodiscono  i  rei  che  pen- 
dono dal  di  lui  giudizio.  Il  palaz- 
zo dell'università  degli  studi  è  un 
edifizio  che  congiunge  alla  gravità 
la  semplicità:  ristorossi  per  ordine 
di  Sisto  V,  col  l'opera  dell'architetto 
Domenico  Fontana  di  Meli,  prin- 
cipalmente nel  prospetto  esterno. 
La  gran  sala  detta  dell'aquila  o 
dell'università  serve  per  le  adu- 
nanze accademiche,  pe'pubblici  con- 
sigli, ed  anche  talvolta  pei  pub- 
blici divertimenti.  Pio  Panfili  fer- 
mano nelle  pitture  della  volta  rap- 
presentò nel  1762  le  glorie  de'fer- 
mani  di  ogni  genere.  La  bibliote- 
ca che  ivi  esiste  è  composta  di  più 
di  tredici  mila  volumi,  fra'  quali 
sonovi  opere  rare  e  pregiate,  co- 
dici ec,  e  i  libri  di  Romolo  Spe- 
zioli  fermano,  medico  della  regina 
Cristina  di  Svezia,  ed  archiatro 
di  Papa  Alessandro  Vili;  quelli 
della  famosa  biblioteca  del  cardi- 
nal Ricci;  e  quelli  di  benemeriti 
cittadini ,  come  del  canonico  Mi- 
chele Catalani.  Dell'erezione  del 
teatro  dell'Aquila,  che  appartiene 
al  secolo  decorso,  come  del  risto- 
ramento  nel  corrente,  della  sua  am- 
piezza, forma  a  ferro  di  cavallo,  non 
che  degli  splendidi  ornati,  ne  tratta 
il  detto  celebre  letterato  avv.  Gae- 
tano de  Minicis,  nell'opuscolo  intitola- 
to :  Eletta  dei  monumenti  più  illustri 
archetlonici,  sepolcrali,  ed  onorari 
di  Fermo  e  suoi  dintorni,  con  stam- 
pe, Roma  1 84 1  -  In  essa  precipua- 
mente sono  illustrati,  il  castello  di 
Ferino,    la    chiesa  callcdrale,    e    la 


FER 

piazza  maggiore  e  suoi  edifìzi.  Fra 
questi  vanno  rammentati  inoltre, 
la  chiesa  di  s.  Rocco,  eretta  nel- 
l'anno r5o3  dal  comune  pel  flagello 
della  peste,  uffiziata  da  vari  sodali- 
zi e  pie  congregazioni;  e  l'ospeda- 
le degl'infermi,  ch'ebbe  origine  nel 
1373,  poscia  dato  in  cura  ai  reli- 
giosi benfratelli,  i  quali  essendone 
partiti  per  mancanza  delle  oppor- 
tune comodità,  nel  i838  tornaro- 
no a  reggerlo.  La  menzionata  sta- 
tua di  Sisto  V,  fu  illustrata  dal 
lodato  De  Minicis,  con  articolo  che  si 
legge  néV  Album,  giornale  letterario 
di  Roma,  distribuzione  ^5,  anno 
VII,  pag.  3^7,  quindi  stampato  in 
separato  opuscolo. 

Dalla  piazza  maggiore  volgen- 
do a  destra  si  ascende  per  magnifi- 
co ed  agiato  sentiere  alla  sommi- 
tà estrema  della  collina,  sovrapposta 
al  ripiano  della  piazza,  la  quale 
dicesi  il  Girone,  o  Girofalco,  ove 
si  vuole,  che  nella  remota  età  fos- 
se il  paese  circoscritto,  essendovisi 
di  poi  fabbricato  il  forte,  o  castel- 
lo, del  quale  coli' autorità  del  ci- 
tato opuscolo,  Eletta  dei  monumenti 
ec,  passiamo  a  darne  un  cenno. 
Sopra  un  colle  quasi  isolato,  e  nel 
centro  della  città,  sorgeva  una  vol- 
ta questo  castello,  col  più.  deli- 
zioso prospetto  all'  intorno,  rimi- 
randosi di  colassù  le  feracissime 
valli,  irrigate  da  fiumi  e  torren- 
ti, le  amene  alture,  i  ragguarde- 
voli paesi,  il  mare  Adriatico,  e  la 
catena  degli  Apennini .  Ma  di 
questo  famoso  edifizio ,  non  ne 
rimane  vestigio ,  restandoci  solo 
la  ricordanza  dei  più  famigerati  uo- 
mini, e  de'  più  gravi  avvenimenti 
della  ferma na  istoria.  Fu  appunto 
in  questo  luogo,  ove  molti  assedi 
si  sostennero,  molte  fazioni  e,  guer- 
re si  guerreggiarono,    e    v'ebbero 


FER 
parte  tutte  le  pompe  de'  tempi  ca- 
vallereschi: quivi  risuonò  Io  strepi- 
to delle   feste ,    e    de'  torneamenti, 
che    sotto  i  diversi  reggitori    della 
città  praticaronsi.  Ma  le  guerre,  e 
le  gelosie  de'  domimi,  prima  della 
metà   del   secolo   XV    ridussero  il 
castello  demolito    e  guasto.  Fermo, 
come    si  dirà  meglio,    innanzi  alla 
romana  dominazione,  teneva   luogo 
fra    le    città    ricche    e    potenti  del 
Piceno,  laonde  è  probabile  che  sin 
da  quei  tempi  nel  colle,  per  natura 
forte,  e  pressoché  inespugnabile,  fos- 
se un  castello,   in  cui  i  cittadini  po- 
tessero nelle  continue  guerre  ripa- 
rarsi   e  difendersi.  Elevata  poi  Fer- 
mo   al    grado    di  colonia  romana, 
sembra  che  dovesse  anch'  essa  ave- 
re un  Campidoglio ,    un  tempio  a 
Giove,  e  un  fortilizio,  siccome  edifizi 
comuni  alle  colonie  romane.  Il  pri- 
mo fatto  storico  che  si  conosca,  ri- 
guardante   la    fortezza    fermana,  è 
l' asilo    che    vi    prese    il    debellato 
Gneo  Pompeo  Strabone,  dai  ferma- 
ni  ancor  difeso,  per  cui  potè  riaver- 
si, e  poscia  per  gratitudine  sì  egli, 
che    il    suo  figlio  Pompeo  Magno, 
si  recavano    per  diporto  a  Fermo, 
ove    possedevano     ricchi    poderi     e 
palazzi.  Caduto  l' impero  d'  occiden- 
te, la  rocca  fu  assediata  da  Ataulfo 
re  de'  goti ,    e    da  Attila    re  degli 
unni ,    senza    che    fosse  espugnata  ; 
ma  poco  di    poi   Odoacre  re  degli 
eruli    la  conquistò ,    in  un  a  tutto 
il  Piceno,  cui  tolse  colla  vita  il  goto 
Teodorico.    Belisario    con    Narsete 
capitani  di  Giustiniano  I,  nella  roc- 
ca fermana    stabilirono    il  modo  di 
cacciare  dall'  Italia  i  goti.  JNell'anno 
896  essendosi  riparata  nel  castello 
Ageltrude    moglie    di    Guido  duca 
di   Spokti,   vi  sostenne  il  memora- 
bile assedio  postovi  dall'  imperatore 
Arnolfo  ,    usaudo   ancora    dell'  arte 


FER  11 

della  nota   sonnifera   bevanda  .  Nel- 
l'anno  1  176  la  rocca  come  la   città 
furono  prese,  e  rovinate  dalle  gen- 
ti  di  Federico  I;  nel  1  192  l'invase 
il  di  lui   figlio  Enrico  VI;  e  poscia 
Marcualdo  siniscalco  dell'  impero  le 
signoreggiò.  Dopo  altre  vicende,  la 
rocca  era  pressoché  sparita,  quau- 
do  il  Papa  Onorio   III    ordinò  for- 
tificazioni per  le  città  del  Piceno, 
delle  quali  anche  pegli  invasori  sara- 
ceni ed  ungari  esse  abbisognavano. 
Sotto  il  successore  immediato  Gre- 
gorio   IX,    nel     1236,    s'incomin- 
ciò   l' erezione    del    nuovo  castello, 
con  magnifiche  torri,  bastioni,  mura, 
merli,  bertesche,  ed  ogni  genere  di 
opere  offensive    e  difensive;  e  riu- 
scì  uno  de'  più  forti  propugnacoli, 
e  per   l'architettura   il  principal  or- 
namento della  provincia.  ÌNella  par- 
te occidentale    fu  posta  la  rocca  o 
cittadella,  nell'orientale  il   palazzo 
priorale,  ove  i  pretori  e  rettori  del- 
la città    e    provincia   avevano  resi- 
lienza;   e  il  maggior    tempio,  ossia 
la  cattedrale ,    era    alle    radici  del 
clivo.  Il  castello    prese  il   nome  di 
Girone,  Gì/falco,  o  Girofalco,  pro- 
pugnacolo, e  definizione  che  il  chia- 
rissimo De  Miuicis  discorre  a  p.  36 
de' suoi  Cenni  storici  ec.  Tuttavolta 
il  Girone  fu  successivamente  occu- 
pato dalle  forze  di  Federico  li  ,  di 
Manfredi  ,    di     Ruggero  Luppi ,  di 
Mercenario  di  Monte  \  erde,  di  Gen- 
tile da  Mogliano,  di  Giovanni  Ozieg- 
gio,  di  Riualdo    da  Monte   \  erde, 
di  Antonio  Aceti,  di  Lodovico  Mi- 
gliorati ec,    alternandone  il  domi- 
nio co' fermani.  Il  Colucci  nella  sua 
Tre/a    Picena    oggi   Montecchio,  a 
pag.   1 39,  nota  che  i  montecchiesi 
per  ordine  del  rettore  della    Marca 
Adamantino   di  Agrifoglio,  nell'an- 
no 1 368    furono    obbligati    a  con- 
correre alla  fortificazione   e    uiuu- 


i2  FER 

lenimento  del  Girone  di  Fermo  ;  e 
ciò  forse  perchè  allora  in  Fermo 
•vi  risiedeva  la  curia  generale,  ri- 
dotta poi  a  Macerata,  siccome  in 
sitò  più  comodo,  e  di  più  facile 
accesso  alla  provincia ,  e  ciò  ad 
istanza  de'  luoghi  di  essa.  France- 
sco Sforza  nel  i433  lo  ebhe  colla 
città,  cui  fece  solenne  ingresso  nel- 
l'anno appresso;  poscia  vi  celebrò 
sontuosamente  gli  sponsali  di  Polis- 
sena sua  figlia ,  con  Sigismondo 
Pandolfo  Malatesta  signore  di  Ri- 
mini; indi  ristorò  ed  ingrandì  il 
Girone  rendendolo  più  forte.  Vi 
mandò  Bianca  Maria  Visconti  sua 
seconda  moglie,  che  nel  i444  *' 
die  alla  luce  Galeazzo  Maria,  che 
fu  poscia  duca  di  Milano.  Fu  allo- 
ra che  si  rinnovarono  splendidissi- 
mi tornei,  per  la  gioia  da  cui  fu 
compreso  Francesco,  distinguendosi 
ne'  cavallereschi  esercizi  Giovanni 
di  Angelo  Sabbioni,  nobile  ferma- 
no, il  perchè  fu  regalato  ed  auto- 
rizzato d'inquartare  nel  suo  stemma 
il  leone  sforzesco.  Non  andò  guari, 
che  rivoltatisi  i  fermani  agli  sforze- 
schi, dopo  accanito  assedio,  ritira- 
tisi i  dominatori,  Eugenio  IV  per 
compensar  i  fermani  di  averli  cac- 
ciali dal  dominio  della  città  e  dal 
propugnacolo,  permise  loro  di  fare 
d'esso  ciò  che  avessero  stimato  me- 
glio; laonde  il  devastarono ,  e  ro- 
vinarono per  forma ,  che  non  ri- 
mase pietra  sopra  pietra.  Di  ciò 
diedesi  l' incarico  ad  Antonio  di  Ri- 
do ,  di  cui  parlammo  agli  articoli 
Castel  s.  angelo  e  Castellano  (  Vedi), 
mandatovi  dal  Pontefice,  il  quale  ai 
32  febbraio  i44^>  m  cu'  dovea 
effettuarsi  il  diroccamento,  concesse 
indulgenza  a  tutti  quelli  che  vi  des- 
sero opera.  Dalle  quali  rovine  nac- 
que la  costruzione  delle  mura  della 
città  con  bastioni  e  terrapieni,  che 


FER 

anco  di  presente  si  veggono;  es- 
sendosi innanzi  stabilito  in  consiglio 
che  i  materiali  ed  altro,  a  tal  uopo 
si  rivolgessero;  dappoiché  si  voleva 
un  presidio  al  di  fuori  dagli  esterni 
nemici ,  non  già  una  fortezza  nel- 
l' interno  a  danno  della  città.  E 
fuvvi  chi  propose  spianare  anche 
tutto  il  colle,  acciocché  niuno  po- 
tesse erigervi  nuova  rocca ,  e  rin- 
novare i  mali  che  avea  prodotto 
la  precedente  ai  fermani.  Così  fu 
disfatto  un  insigne  monumento,  an- 
temurale della  marchiana  provin- 
cia, restando  il  solo  nome  di  Gi- 
rone al  luogo. 

In  fondo  al  Girone,  precedendo 
i  viali  praticati  nell'estesa  prateria, 
s'  innalza  la  superba  chiesa  metro- 
politana, edificio  di  rara  bellezza, 
chiamato  già  di  s.  Maria  in  Ca- 
stello dalla  prossimità  del  Girofal- 
co.  Non  sugli  avanzi  del  tempio 
di  Giove,  nel  fine  del  VII  o  ne'pri- 
rni  dell' Vili  secolo  sembra  risalire 
l'erezione  della  chiesa,  a'tempi  dei 
longobardi.,  i  quali  come  divoti  di 
s.  Savino,  da  Spoleto  inviarono  al 
vescovo  di  Fermo  il  capo  di  tal 
santo ,  che  ancora  si  venera  nel 
tempio  metropolitano.  La  chiesa  fu 
distrutta  a'21  settembre  1 176,  pel 
fuoco  appiccatovi  dall'  esercito  di 
Federico  I  ;  indi  la  pietà,  de'  fer- 
mani la  fece  risorgere  più  magni- 
fica e  grandiosa  ,  fornita  di  nuovi 
e  ricchi  ornamenti.  Avanzi  dell'in- 
cendiato tempio  voglionsi  i  pilastri, 
le  colonne  ed  alcuni  fregi,  descritti 
dal  eh.  De  Minicis  in  un  ai  sim- 
boli che  contengono.  Della  riedifi- 
cazione ne  fu  promotore  Bartolo- 
meo Mansionari,  che  il  fece  ese- 
guire dal  valente  architetto  Gior- 
gio da  Como  detto  di  Jesi  ;  ed  eb- 
be compimento  nel  12-27.  Ma  del- 
la parte  interna  poco  abbiamo  del- 


FER 

l' antico  j  perchè  fu  rinnovato,  re- 
standoci nell'esterno  la  facciata  e 
il  campanile.  Ha  tre  navate  soste- 
nute da  colonne,  e  nel  decorso  se- 
colo dal  benemerito  arcivescovo 
Alessandro  Borgia  fu  grandemente 
ristorato,  finché  nel  declinar  di  esso 
dall'  altro  arcivescovo  Minucci,  con 
architettura  del  cav.  Cosimo  Morel- 
li (autore  del  teatro  dell'Aquila), 
venne  rinnovato  alla  moderna  fog- 
gia ,  con  detrimento  delle  patrie 
memorie.  Vi  sono  pregevoli  pit- 
ture, stucchi,  e  chiaroscuri,  mae- 
stose cappelle,  un  sotterraneo  tem- 
pietto, e  fra  gli  antichi  sepolcri 
sono  rimarchevoli  quelli  di  Giovan- 
ni Visconti  Oleggio,  di  Orazio  Bran- 
cadoro,  e  di  Saporoso  Matteucci. 
Quello  del  primo  venne  illustrato 
dal  De  Minicis,  nella  seconda  di- 
stribuzione dell'  Album,  anno  VII, 
pag.  i3,  mentre  in  varie  distribu- 
zioni del  seguente  anno,  cioè  nelle 
46,  5i  e  5a,  è  riportata  la  descri- 
zione del  tempio  del  medesimo 
scrittore.  Nel  1843  in  Sanseverino, 
coi  tipi  dell' Ercolani,  il  conte  Se- 
verino Servanzi  Collio  ha  pubbli- 
cato l'erudita  Lettera  intorno  ad 
alcuni  militi  della  famiglia  Mat- 
teucci, la  quale  sino  dal  i65i  ri- 
cevette dal  duca  di  Mantova  il  gra- 
do di  marchese.  Distingue  due  Vin- 
cenzi Saporoso  egualmente  di  tal 
famiglia,  ed  ambedue  prodi  capi- 
tani. Il  primo  fiorito  nel  XVI  se- 
colo, l'altro  nel  XVIII;  il  primo 
fu  chiamato  Saporoso  per  l'affabi- 
lità colla  quale  trattava  tutti,  e  pel- 
le sovvenzioni  di  cui  era  largo  coi 
soldati.  Dice  inoltre  de'  pregi  di  al- 
tri personaggi  della  medesima  fa- 
miglia, rammentando  che  ad  un 
Alfonso  si  attribuisce  di  avere  re- 
sa libera  la  città  di  Fermo  dal- 
la tirannia  eh  Desiderio  re  de'  lon- 


FER  i3 

gobardi.  La  lettera  del  conte  è  in- 
dirizzata al  marchese  Pacifico  Mat- 
teucci, il  quale  è  fratello  al  rispet- 
tabile prelato  di  cui  faremo  men- 
zione in  fine  di  questo  articolo.  Il 
medesimo  De  Minicis  inoltre  nel 
detto  anno  ha  pubblicato  in  Roma 
il  Sarcofago  cristiano  nel  tempio  me- 
tropolitano di  Fermo  illustrato.  Tra 
le  altre  chiese  di  Fermo,  sono  a 
rammentarsi  la  collegiata  dedicata 
a  s.  Michele  Arcangelo  in  Prato, 
eretta  nel  i632  da  Urbano  Vili; 
s.  Agostino;  s.  Domenico;  s.  Fran- 
cesco, eretta  nel  secolo  XIII,  forse 
la  più  bella  di  Fermo,  di  gotico 
diseguo  ossia  archi-acuta,  ed  ivi  è 
il  deposito  di  Lodovico  Freducci, 
Eufreducci  o  Uffreducci ,  creduto 
scoltura  del  summentovato  Accur- 
sio, sebbene  sembra  aver  dimostra- 
to il  De  Minicis  che  piuttosto  sia 
dello  scultore  Andrea  Contucci  com- 
munemeute  detto  Sansovino  ;  e  s. 
Filippo  della  congregazione  dell'O- 
ratorio, con  stupendi  quadri. 

Non  mancano  in  Fermo  palazzi 
vasti  e  bene  architettati.  11  eh.  Castel- 
lano celebra  la  copiosa  raccolta  ar- 
cheologica e  numismatica  de'  fra- 
telli De  Minicis,  l'abitazione  de'qua- 
Ii  in  prossimità  del  Girone,  dice 
che  non  lascia  di  visitarsi  da  ogni 
cultore  de  buoni  studi  ;  ne  accresce 
il  pregio  la  collezione  compiuta  di 
tutte  le  monete  fermane  del  me- 
dio evo,  e  la  ricca  e  scelta  biblio- 
tecn,  sia  per  opere  legali,  sia  per 
amena  letteratura,  sia  per  le  rare 
edizioni.  A  prendere  una  giusta 
idea  della  biblioteca  e  museo  De 
Minicis,  va  letto  l'opuscolo  erudito 
intitolato  :  Una  visita  al  museo  pri- 
vato de' fratelli  De  Minicis  in  Fer- 
mo, ivi  1842.  Questo  opuscolo 
contiene  de' versi  sciolti  sull'argo- 
mento, con  dotte  note  del  eh.  con- 


14  FER 

te  d.  Serafino  d'Altemps,  intitolati 
a  monsignore  Carlo  Emmanuele 
Muzzarelli  uditore  della  romana 
rota,  porche  dall'autore  recitati  nel- 
l' accademia  tenuta  nella  casa  De 
Minicis  onde  onorare  il  dottissimo 
ospite  prelato.  Degli  avanzi  de'  mo- 
numenti antichi  di  Fermo  ne  trat- 
ta pure  il  eh.  avv.  Giuseppe  Fra- 
cassetti  nelle  dotte  Notizie  storiche 
della  città  di  Fermo  ridotte  in  com- 
pendio, con  una  appendice  delle 
notizie  topografico  -  statistiche  della 
città  e  suo  territorio.  Fermo  1 84 1 , 
tipografia  de' fratelli  Paccasassi,  che 
le  dedicarono  al  cardinal  Gabriele 
Ferretti  allora  arcivescovo  e  prin- 
cipe di  Fermo.  Della  zecca  fer- 
mana  da  ultimo  copiosamente  ne 
ha  trattato  l'infaticabile  avv.  Gae- 
tano de  Minicis,  ne' suoi  Cenni 
storici  e  numismatici  di  Fermo,  con 
la  dichiarazione  di  alcune  monete 
inedite  pertinenti  ad  essa  città  ec. , 
Roma  i83g.  Del  medesimo  abbia- 
mo pure:  Lettera  al  signor  Achille 
Gennarelli  sopra  due  monete  gravi 
di  Fermo  (estratta  dal  foglio  let- 
terario di  Roma  il  Tiberino,  anno 
sesto,  num,  34),  Roma  1 84 1-  II 
diritto  della  zecca  fu  conceduto  la 
prima  volta  alla  città  di  Fermo 
nel  121 1,  come  provò  monsignor 
Borgia  nel  tom.  II,  pag.  288,  not. 
1,  dicendoci  che  in  quell'anno  l'im- 
peratore Ottone  IV  concesse  alla 
città  il  gius  della  zecca,  mentre 
tenevala  occupata  insieme  con  altre 
terre  tolte  al  dominio  della  santa 
Sede,  con  diritto  di  battere  mone- 
ta, in  un  al  libero  corso  di  essa  ; 
e  fra  gli  altri  privilegi  di  cui  quel 
principe  fu  largo  co'fermani,  nomi- 
neremo la  giurisdizione  della  spiag- 
gia marittima  dal  Tronto  al  Po- 
tenza. Indi  nel  12  14  confermò  tal 
privilegio     Aldovrandino    marchese 


FER 
d'Este,  signore  della  Marca.  Ma  il 
Papa  Onorio  III,  geloso  della  sua 
suprema  sovranità  sul  Piceno,  nel 
1220  corroborò  tali  concessioni 
colla  sua  approvazione,  conferen- 
dole il  privilegio,  e  libera  facoltà 
»  habendi  proprium  cuneum  ad 
»  cudendam  monetanti  citra  valo- 
w  rem  imperialium  ",  e  parlando 
come  nuova  e  speciale  sua  conces- 
sione. La  zecca  fermana  continuò 
la  battitura  delle  monete  ne'seguen- 
ti  secoli,  al  modo  che  narrano  e 
il  più  volte  lodato  scrittore,  e  il 
Catalani  erudito  e  dotto  illustrato- 
re delle  medesime,  nelle  sue  me- 
morie della  zecca  fermana,  Bolo- 
gna 1782;  mentre  fra  gli  altri 
trattarono  eziandio  1'  argomento 
quelli  che  scrissero  sulle  zecche 
d'Italia,  come  Vincenzo  Bellini,  De 
monetis  Firmi,  exst.  in  oper.  De 
monet.  Italiae  medi  aevi3  ec.  Il 
Vettori,  nel  suo  Fiorino  d'oro  il- 
lustrato, a  pag.  229  racconta  che 
nel  i4^5  era  scarsezza  grande  di 
argento  per  l'Italia,  onde  Lodovi- 
co de  Migliorati  signore  di  Fermo, 
volendo  far  coniare  monete  di  ar- 
gento, fu  forzato  a  cercarne  in  Epi- 
dauro,  città  rinomata  del  Pelopon- 
neso pel  famoso  tempio  di  Escula- 
pio,  perlochè  spedì  in  quella  parte 
certo  Cristino  a  comprar  dell'  ar- 
gento. Nel  i5i3  Leone  X  fece  ria- 
prire la  zecca  di  Fermo,  che  da 
molti  anni  era  stata  soppressa,  ma 
nel  i5i8  tornò  a  sospenderla,  mi- 
sura che  fu  presa  con  altre  zecche; 
quindi  sino  al  1796  non  si  riaprì, 
dando  Pio  VI  facoltà  al  conte  Lo- 
renzo Grassi  Fonseca  patrizio  fer- 
mano di  batter  cinque  specie  di  mo- 
nete, e  si  continuò  la  coniazione  nel 

1799  so**0  il  governo  straniero. 
In  quanto  alla  fiera  di  Fermo , 

ecco  quanto   si   legge  nel  libro  del 


FER 
cav.  Gioacchino  Monti,  intitolato 
Notìzie  istoriche  sull'  origine  (itile 
fiere  dello  stato  ecclesiastico,  a  pag. 
4^  e  seg.  L'istituzione  di  questa 
fiera  risale  ali'agosto  i355  nel  pon- 
tificato di  Innocenzo  VI,  accordata 
dal  cardinal  Aldobrandini  (  cogno- 
me che  a  quell'  epoca  non  trovo 
né  nel  Cardella,  ne  nelNovaes), 
vicario  generale,  e  legato  dello  sta- 
to della  romana  Chiesa.  Aggiunge 
che  Antonio  di  Nicolò  nella  sua 
Cronica  fermana  riferisce,  che  Lo- 
dovico Migliorati  signore  di  Fermo 
nel  i4^5  fece  bandire  nel  io  ago- 
sto la  fiera  per  l' anno  venturo 
i4^6;  e  che  l'abbate  Giordani  de- 
gli Olivieri,  nella  Vita  di  Alessan- 
dro Sforza,  fa  conoscere  che  que- 
sto guerriero  fu  spedito  da  Fran- 
cesco suo  fratello  marchese  della 
Marca,  e  gonfaloniere  di  s.  Chiesa 
sotto  Eugenio  IV,  come  suo  luo- 
gotenente generale,  per  presiedere 
nella  città  colla  truppa  a  tutela 
della  fiera  di  agosto,  risultando  ciò 
da  un  suo  ordine  dato  da  Rocca 
Contrada  a'3  agosto  1 435  alla  con- 
gregazione provinciale  sedente  al- 
lora in  Macerata.  Sisto  IV,  nel 
1472,  per  garantire  sì  fatto  privi- 
legio, proibì  agli  anconitani  di  far 
la  fiera  in  agosto,  perchè  ricorre- 
vano in  quel  mese  le  fiere  di  Fer- 
mo e  di  Recanati.  Nello  statuto 
Fermano  poi,  approvato  da  Euge- 
nio IV,  da  Paolo  IV,  e  da  Sisto 
V,  nella  rub.  91  è  scritto.  «  Cum 
«  non  parvus  fructus  honoris,  et 
»  commodi  habeatur  ex  foro  rerum 
»  venalium,  seu  Nundinis  solemni- 
»  ter  conslituimus,  quod  mercalo- 
»  res  externi,  seu  forenses  possint 
«  medio  mense  julii  circa  prò  Nun- 
»»  dinis  immittere  mercantias  absque 
■  ullo  datio,  et  si  non  vendideiint 
*»  non    teneantur    solvere    aliqucd 


FÉ  B  1 5 

»  datium,  sed  illas  libere  intra  con- 
»  stitutum  terminimi  possint  extra- 
»  here  ".  Da  tuttociò  rilevasi  che 
in  addietro  con  diverse  discipline 
questa  fiera  era  regolata,  ed  aveva 
l'esenzione  de'dazi.  Nel  1786  fu  la 
fiera  stabilita  con  leggi  di  assegna; 
nella  dogana  del  porto  di  Fermo 
si  conducono  le  merci  provenienti 
per  la  via  di  mare  e  di  terra  ; 
la  fiera  si  celebra  ogni  anno  pei 
ì5  agosto,  ed  ha  termine  a'  5  set- 
tembre ;  ed  infinito  è  il  concorso 
delle  circostanti  città,  terre,  e  ca- 
stelli, rallegrato  dagli  spettacoli  tea- 
trali che  il  civico  magistrato  fa 
celebrare. 

Passiamo  ora  a  dire  degli  isti- 
tuti di  pubblica  educazione,  istru- 
zione, e  beneficenza,  e  pel  primo 
dell'università.  Nell'anno  824  o 
826  in  Fermo  furono  aperte  pub- 
bliche scuole  dal  vescovo  Lupo  ; 
quindi  l' imperatore  Lottano  I,  col- 
lega di  suo  padre  Lodovico  I,  nel- 
1'  829  si  portò  in  Italia,  e  volen- 
dovi fare  rifiorire  le  cadute  lettere, 
destinò  un  maestro  ad  inseguare 
l'arte  a  nove  città,  fra  le  quali 
Fermo,  ordinando  che  i  giovani 
studenti  dell'ampio  ducato  Spoeti- 
no ivi  si  dovessero  portare  allo 
studio.  Il  citato  Borgia  nel  tom.  I, 
pag.  96  ci  spiega  1'  arte  eh'  erano 
tenuti  que'maestri  d'insegnare,  con- 
sistente nella  grammatica,  nome  che 
in  que'  tempi  abbracciava  oltre  la 
lingua  latina,  anche  le  lettere  u- 
mane,  la  spiegazione  degli  antichi 
scrittori,  i  poeti  latini,  una  qual- 
che tintura  delle  sagre  scritture,  e 
di  più  la  cognizione  artis  compii- 
tatoriae  per  intendere  le  lunazioni, 
e  simile  cose.  Gli  scrittori  dicono  che 
Lottano  I  elevò  al  grado  di  pub- 
bliche scuole  quelle  apertevi  dal 
vescovo,    o  da   lui   istituite,   cui  al- 


io  FER 

tri   danno    la    qualifica  e    il  grado 
di  università.  Questo  sembra  piut- 
tosto doversi    attribuire  al  magna- 
nimo   e    ciotto    Bonifacio    Vili,    il 
quale  considerando  che  la  città  di 
Fermo  per    la  positura  del    luogo, 
amenità  del  clima,    abbondanza  di 
tutte  le    cose  al   vivere   necessarie, 
era  la  più  acconcia  alla  tranquillità 
degli   studi,    con   bolla  de'  16  gen- 
naio dell'anno    i3o3,  costit.  XVI, 
Bull.  Rom.  tom.  Ili,  par.  II,  p.  95, 
ornò  dette  scuole  con  nuovi  favori 
e  privilegi,  elevandole  al  rango  di 
studio  generale,  e  che  vi  fosse  eret- 
ta una  nuova  università,  del  tutto 
conforme  a  quella  tanto  celebre  di 
Bologna.    Eugenio  IV   e    Nicolò  V 
confermando  i  privilegi  della   città 
di  Fermo,  v'inclusero  quelli  riguar- 
danti l'università,    che  Calisto  IH 
colla  bolla    Tanta   est  vestra,  data 
a' 26  giugno    i455,    confermò  più. 
specialmente  per  1'  università.  Per  le 
vicende  de' tempi,  siccome  avviene 
alle  umane  cose,  questo   scientifico 
stabilimento  essendo  scaduto  dal  suo 
splendore,  Sisto  V  col  disposto  della 
bolla  Muneris    nostris,  die    i3  se- 
ptembris    i585,    Bull.    Rom.    tom. 
IV,  part.  IV,  pag.     i43,  l'arricchì 
di  privilegi    e   distinte  prerogative, 
fece    ristorare    l'edifìcio    al    modo 
detto,  ne  accrebbe  le  rendite,  e  vol- 
le che  ivi  si    chiamassero   all'  inse- 
gnamento  ottimi   istitutori  in  ogni 
facoltà,  volendo  altresì  che  godesse 
delle  onorificenze  comuni  alle  uni- 
versità di    Bologna,   di   Padova,  di 
Perugia,  e  delle  altre  più  illustri  sì 
italiane,  che  straniere;  ond' è    che 
per  lungo  spazio  di  tempo  essa  fiorì 
fra  le  più  nobili  d' Italia,  tanto  per 
eccellenza  di  professori,  che  per  fre- 
quenza di  studenti  toscani,  lombardi, 
napolitani,  ed  eziandio  d'oltremare  e 
d'oltrcmonti.  I  fermarli  lieti  del  gran 


FER 

benefizio  decretarono  a  Sisto  V  la 
statua  di  bronzo    di    cui    facemmo 
cenno ,  e  collocarono  nel  prospetto 
esterno    dell'università  i    semibusti 
di  Bonifacio  Vili,  di    Eugenio  IV, 
di  Calisto  III,  e  di  Sisto    V,    fatti 
da  Gio.  Antonio  Procacchi  di  Val- 
solda,  sotto  i   quali  leggonsi  le  ana- 
loghe epigrafi  :  Bonifazio  FUI  Jn- 
stilutori.    Eugenio   IV   Benefactori. 
Calisto  IH  Confirmatori.  Xysto  V 
Restitutori.  Sul  cominciar  del  secolo 
XVII  venne  stimato  opportuno  affi- 
dare l' insegainento    della    teologia, 
filosofia  ,  eloquenza  ,  e  grammatica 
ai  religiosi  della   compagnia  di  Ge- 
sù, tra  i  quali   fiorirono  Lagomar- 
sini,  Cordara,  Morcelli,  ed  altri  uo- 
mini di  celebrata   dottrina.    Che  il 
Morcelli  ideò  in  Fermo  la  sua  gran- 
de opera  De  stilo  inscriptionum  la- 
tin, lo    si    apprende    dalla    Lettera 
intorno  ad  alcune  iscrizioni ,  e  ad 
una  poesia  inedita  del  Morcelli  di 
Gaetano   De  Minicis ,  a  monsignor 
C.    Emmanuele    Muzzarelli,    Roma 
i84i>  Nove  cattedre  occuparono  i 
gesuiti,  e  quelle  delle  facoltà  medi- 
che e  legali  furono  coperte  dai  pro- 
fessori nominati  dal  comune,  e  scelti 
per  lo  più  nel  numero  de'  suoi  gen- 
tiluomini. Abolita  nel    1773  la  be- 
nemerita   compagnia  di    Gesù,  de- 
cadde   ognor    più     1'  università    di 
Fermo,  e  le  successive  politiche  vi- 
cende deJ  tempi  resero  vani  gli  sfor- 
zi, che  sul  cominciare  di  questo  se- 
colo si  fecero  dal  comune    per  re- 
staurarla. Sotto  il  regno  italico  di- 
venuta   Fermo    capo  -  luogo    della 
prefettura   del   Tronto   vi    fu    isti- 
tuito un  liceo,  che  fu  chiuso  allor- 
ché  nel    181 5   le    Marche    furono 
restituite    al    soave    dominio    della 
santa    Sede.  Allora   vennero    ripri- 
stinate le  scuole  a  spese  del  comu- 
ne, ma  sempre  in   via   provvisoria, 


FER  FER                      17 
poiché  mai  i  fermarli  cessarono  dal-  secolo  XVI.    L' istruzione    ed  edu- 
Ja  speranza  di  veder  riaperta   l'an-  cazione  delle  fanciulle   è   affidata  a 
tica  università.    Erane    riservata  la  diversi  monasteri,  massime  alle   si- 
gloria  a  Leone  XII,  che  colla  bolla  gnore  convittrici    del   Bambin    Ge- 
Quod  divina  sapientia,  emanata  nel  sii  ;  non  che  le  scuole  delle  maestre 
settembre     1824,     interamente    la  pie.  Avvi  l'ospizio  degli  esposti  di 
ripristinò.    Finalmente    per    cura  e  ambo  i  sessi,    che    si    mantengono 
zelo  del  cardinal    arcivescovo    Fer-  sino  a  ohe    i  maschi   siensi  procac- 
retti  arcicancelliere  della  medesima,  ciati  un  mezzo  di  sussistenza,  e  le 
nel  i83g  richiamò  a  diriger  le  scuo-  femmine    un    onesto    collocamento, 
le  i  ripristinati  gesuiti,  i  quali  nel  L'istituto  ebbe  origine   prima  della 
novembre  di  quell'  anno    vi  riapri-  metà  del  secolo  XIV  sotto  il  titolo 
rono  il  loro  collegio,  ed  ebbero  in  di   Maria  ss.  della    Carità,  piimeg- 
dolazione  le  somme  che   preceden-  giando  tra  i  suoi  benefattori  Mat- 
temente  il  comune  impiegava  nella  teo  di  Bonconte  de'  signori  di  Mas- 
pubblica  istruzione,  ed  altresì  i  fon-  sa,  ed  è  possessore  del    feudo  giu- 
di  del    soppreso   collegio    Marziali,  risdizionale  di  Monte  Varmine,  ove 
_\el  primo  e  secondo  anno,  dopo  la  tuttora  esiste  ben  conservata  la  roc- 
venuta  de'  gesuiti    alle  loro   scuole,  ca  dell'  antico  barone.  Dell'  amplia- 
accorsero  più  che  cinquecento  stu-  zione  del  locale,  e  dell'erezione  di 
denti,  come  nota  il  Fracassetti,  ed  una    fabbrica    separata ,    e  distinta 
.ivi ebbe  un  maggior  prosperamento  per  la  educazione  de'  trovatelli  ma- 
l'università  ,    se  non    avesse    vicine  schi  già  adulti,  se  ne  deve  la  rico- 
■  (nelle  di    Camerino ,    e    Macerata,  noscenza  alla    carità    straordinaria , 
Neil'  opera     intitolata  :     Prefazione  eroica,  ed  esemplare  di  Luigi   An- 
(Icli'anno   1777,    ove   espongonsi  i  tomai    nativo   di    Monte    Rinaldo, 
principii  delle  più  antiche  universi-  campanaro  del    duomo  di    Fermo. 
là  d'Italia ,  e  di  quelle  di  Macerata  Meritano  pure  ricordo  l'ospizio  di 
e  di  Fermo  ec,  si  tratta    di    que-  educazione  delle  povere  orfane,  di 
st' ultima.  giuspatronato  del    comune;    quello 
Il    seminario    arcivescovile    acco-  per  gli  orfanelli  fondato  dalla  pie- 
glie    un     centinaio    di     alunni ,     e  tà  dell'  arcivescovo   cardinal    Bran- 
n'  è  rettore  un  canonico  della  me-  cadoro  ;    il    monte    di    pietà  ;     tre 
tropolitana.  Oltre  la  biblioteca  del-  monti    frumentari  ;    gì'  istituti    be- 
l' università,  e  l'archivio  municipale  uefici    dei    sodalizi,    ed    altri.    Qui 
ricco    di     preziosi    documenti     dal  noteremo  che    al    voi.    XIV,    pag. 
1  199  in  poi,  sono  a  rammentarsi  02  e   1 53  del  Dizionario  abbiamo 
la  libreria  de'  gesuiti,  i  quali  inol-  detto  che  per  pia    disposizione   del 
tre  hanno    un    buon    gabinetto  di  cardinal    Domenico    Capranica    ve- 
macchine  per  le    scuole    di    fisica ,  scovo  di  Fermo,  e    fondatore    dei- 
fornito  dalla    generosità  del    cardi-  l' almo   Collegio   Capranica  di  Ro- 
ual  Ferretti  ;  e  le  private  bibliote-  ma,  il  vescovo  prx>  tempore  di  Fer- 
che    de'  minori    osservanti ,    cui    si  ino  gode  la  nomina  di  un   alunno 
riunì  quella  del    canonico    Michele  fermano  per  detto  collegio. 
Catalani,  e  l'altra  de' signori  della  In  Fermo  fiorirono  molti  gran- 
missione.  L' arte  tipografica   fu  in-  di   uomini   per  santità  di  vita,  per 
tradotta  '"  Fermo   sulla   metà  .del  doitriua,  per  arte,  per  dignità,  ed 

>OL.     XXIV.         S*\  L 


($Db#mo*vb>  H». 


i8  FER 

nitro ,  ragguardevoli  ed  illustri  , 
laonde  ci  limiteremo  a  nominare 
i  principali,  servendoci  delle  Noti- 
zie storiche  dell'  avv.  Fracassetti. 
Neil'  epoca  della  romana  repubbli- 
ca fiorirono  Lucio  Equizio  che  me- 
ritò il  tribunato  in  Roma,  e  Lu- 
cio Tarunzio  dottissimo  matemati- 
co. Nell'era  cristiana  poi,  dal  pri- 
mo a  lutto  il  decimo  secolo,  van- 
no ricordati  :  Sabino  amicissimo  di 
Plinio  il  giuniore,  L.  Celio  Lat- 
tanzio, parecchi  magistrati  e  guer- 
rieri, ed  i  santi  Vissia,  Sofia,  set- 
tanta martiri,  e  Fermano  abbate, 
oltre  i  vescovi  martiri,  che  nomi- 
neremo in  questo  articolo  per  ul- 
timo. Tra  gli  uomini  illustri  nati 
a  Fermo  dal  secolo  XIII  a  lutto 
il  secolo  XIV,  rammenteremo  s. 
Adamo,  il  b.  Adamo,  Paccarone 
guerriero  normanno  fondatore  della 
famiglia  di  tal  nome;  Giovanni 
Albertone  compagno  ed  amico  di 
s.  Domenico  ;  s.  Liberato  di  Brun- 
forte  ;  s.  Francesco  da  Fermo  ;  il 
b.  Giacomo  da  Falerone  ;  il  b. 
Giovanni  Elisei  detto  dell'Alvernia; 
il  b.  Nicolò  ;  Stefano  Paccaroni 
priore  di  s.  Pietro  in  Vaticano;  il 
b.  Pellegrino  Uffreducci;  il  b.  Gio- 
vanni Vinci  domenicano,  tutti  ap- 
partenenti al  secolo  XIII.  Quindi 
al  XIV  appartengono  i  seguenti  : 
Antonio  Aceti  dotto  e  valoroso  ;  il 
b.  Bartolomeo  apostolita;  Villanuc- 
cio  di  Brunforte  guerriero;  il  b. 
Filippo  da  Fermo;  fr.  Lodovico 
vescovo  Castinense  ;  la  b.  Lodovi- 
ca Paccaroni  ;  il  medico  Tomma- 
so Uffreducci,  oltre  un  copioso  nu- 
mero di  famosi  giureconsulti  e 
guerrieri.  Del  secolo  XV  abbiamo 
gli  ultimi  nominati  nel  precedente 
in  gran  numero  ;  Girolamo  Azzo- 
lino,  il  primo  fermano  creato  car- 
dinale da  Sisto  IV,  come  si  ha  dal- 


FER 

l'Eggs  nella  sua  Purpura  tlocta  ;  il 
giureconsulto  famoso  Giovanni  Ber- 
tacchini;  Giovanni  de  Firmonibus 
vescovo  di  sua  patria;  il  b.  Pirro 
Morici;  Pellegrino  Morroni  dottissi- 
mo in  legge  ;  il  b.  Pietro  da  Fer- 
mo minore  osservante;  Giovanni 
Battista  Ponti  vescovo;  e  il  cronista 
Anton  di  Nicola.  Sul  cardinalato 
di  Girolamo  Azzolini  noteremo,  che 
riportando  noi  le  biografie  de' car- 
dinali secondo  quelle  di  Novacs  t 
di  Cardella,  e  non  facendola  essi  di 
Girolamo,  non  gli  demmo  luogo  al- 
l'articolo di  questo  Dizionario,  ri- 
portando solo  i  due  che  risguarda- 
no  Decio  seniore,  e  Decio  giuniore. 
Qui  però  avvertiremo  che  il  Car- 
della nella  biografia  del  primo  , 
Meni,  storiche  tom.  V,  pag.  2  44» 
dicendo  che  Sisto  V  nel  promo vel- 
lo alla  dignità  cardinalizia  gl'indi- 
rizzo un  breve  onorifico,  soggiun- 
ge: «E  cosa  notabile,  che  in  quel 
breve  si  fa  menzione  di  un  altro 
cardinale  Azzolini  che  ne' diari  di 
Sisto  V  viene  chiamato  Girolamo, 
e  per  quanta  diligenza  siasi  da  noi 
e  da  altri  ancora  usata,  non  ci  è 
sin  qui  riuscito,  non  che  trovarne 
notizie  ma  neppure  rinvenirne  il 
nome  nella  serie  de'  cardinali .  E 
certo,  son  parole  degli  autori  del 
Ciacconio  nel  fine  della  vita  del 
cardinal  Azzolini  (da  me  riscontra- 
to nel  tom.  IV,  pag.  160  Vilae  res 
gestas  Pontif.  et  cardinalium,  in  vi- 
ta Decius  Azzolinus  senior,  ove  ciò 
riportasi,  avendovi  premesso  il  det- 
to breve,  e  il  brano  de' citati  diari 
conforme  a  quanto  -lice  il  Cardella), 
è  certo  che  il  mentovato  cardinal 
Girolamo  Azzolini  fiori  nel  ponti- 
ficato di  Sisto  IV  (che  durò  dal- 
l'anno i47'  all'anno  1 4^4  )•  l,n" 
perocché  Giovanni  Bertacchini  da 
Fermo,  insigne  giureconsulto,    nella 


FER 
prima  parte  del  suo  Repertorio  che 
iutitulo  a  Sisto  IV,  cosi  scrive:  Et 
ita  eonsultus  respondi  domino  car- 
dinali Azzolino  de  Firmo,  doclori 
clarissimo,  qui  acquievit  et  laelatus 
est  de  ilio  texlu  ,    parole    che    per 
intelligenza    di    tutti    voltate    nella 
italiana    favella    suonano  così  :  Es- 
sendo io  stato  consultato  dal  siguor 
cardinale  Azzolino  di   Fermo  chia- 
rissimo dottore  risposi  in  questa  for- 
ma :  il  cardinale  rimase  soddisfatto 
della  mia  risposta,  e  prese  gran  pia- 
cere del  testo  da  me  allegato  ".  Così 
il  Cardella.ch'è  il  più  completo  biogra- 
fo de' cardinali.  Nel  secolo  XVI  fiori- 
rono molli  prodi   guerrieri   giacché 
quasi  ogni  famiglia  ne  diede,  ma  Ora- 
zio Biancadoro, e  Saporoso  Matteuc- 
ci  celebri  condottieri,  vanno  fra  essi 
principalmente   ricordati.   Grande  è 
pure  il  numero  de'  letterati  e  di  autori 
di  opere,  come  Serafino  Aceti;  il  ca- 
nonico Francesco  Adami  ;  Giovanni 
Battista  Evangelista  ;  Pierio  Fonta- 
ni; Giovanni    Paolo    Montani:  due 
Morici  ;  Nicola  Morroni;  Cesare  Ot- 
tinelli  ;  e  \  incenzo  Terminio.  Fra  i 
più  illustri    per  dignità  sono  Decio 
Azzolino  seniore  creato  cardinale  nel 
i585   da  Sisto  V;  Nicolò  Bonafede 
vescovo  di  Chiusi;  Sulpizio  Costan- 
tini vescovo  di   Nocera  ;     Girolamo 
Matteucci  prima  arcivéscovo  di  Ra- 
gusi ,    poi    vescovo   di  Viterbo    (di 
questo  insigne  prelato,  e  delle  im- 
portanti cariche  e  commissioni  ese- 
guite per  la  Santa  Sede,  ne  tratta  il 
lodato  conte  Collio  nella  sua  Lette- 
ra ec);  Benedetto  Savini  vescovo  di 
Vereli;  Eugenio  Savini  vescovo    di 
Telesia,  e  Francesco  Princivalli  Spe- 
ra   arcivescovo    di    Nazaret  :    dalla 
famiglia  Ricci  uscirono  Ostilio  mae- 
stro di  matematica  del  sommo  Ga- 
lileo, e  Flaminio    compagno   di    s. 
Filippo  Neri,   morto    con    fama  di 


FER  io 

santo.  Tra  i  moltissimi  fermati i  del 
secolo  decimosettimo,  abbiamo  De- 
cio Azzolino  il  giuniore,  nel   i654 
annoverato  al  sagro  collegio  da  In- 
nocenzo  X,  confidente  ed  erede  di 
Cristina  regina  di  Svezia  ;  Carlo  Az- 
zolino vescovo  di  Bagnorea  ;  France- 
sco Azzolino  vescovo  di  Ripatranso- 
ne  ;  Lorenzo    Azzolino   vescovo    di 
Ripatransone  e  di  Narni,  segretario 
di  stato  di  Urbano  Vili,  il    quale 
lo  avea  creato   cardinale    riservan- 
dolo   in    petto  ;    Giacinto  Cordella 
vescovo  di  Venafro,  poi  di  Recanati 
e  Loreto;  e  Stefano  Ricciardi  vesco- 
vo  di    Sutri    e    Nepi.    Celebri    per 
erudizione ,   e  per  merito  di  opere 
pubblicate,  furono  il  nominato  Lo- 
renzo Azzolino  elegantissimo  poeta  : 
Giuseppe  Bertacchini  giureconsulto  : 
il  p.   Lodovico   Bertone;  il  p.  Giu- 
sto Bonafede  ;  Bartolomeo    Cordel- 
la   giureconsulto  ;  il    p.    Baldassare 
Francolini  ;  Antonio  Lelii  ;  Filippo 
Munti;    Gio.    Battista  Morici;    Be- 
nedetto   Moro  ;    Nicolò    Paccaroni  , 
ed    il    p.    Giulio    Solimani.    Tra   i 
moltissimi    guerrieri    primeggiarono 
due    Ottavi ,    un  Lorenzo  ed    altri 
della  famiglia  Adami,  un    Branca- 
doro,    un    Costantini,    un    Claudio 
Martello  ,   Marchetta  Morroni,  due 
Paccaroni  ;  e  per  santità  di  vita  il 
ven.   Antonio  Grassi  dell'Oratorio, 
e  il  p.  Giusto  Bonafede  cappuccino. 
Appartengono  in  fine  alla  serie  dei 
fermani  illustri  del  secolo    XVIII, 
il   dotto  gesuita  p.   Antonio    Bene- 
detti; il  can.   Michele    Catalani;   il 
gesuita    p.  Camillo    Garulli   autore 
di  elegantissime  prose  e   poesie  la- 
tine ;    monsignor     Gio.     Francesco 
Guerrieri  arcivescovo  d'Atene,  e  il 
di   lui    fratello  can.   Ignazio  dottis- 
simo   latinista  ;   l'  abbate  Domenico 
Maggiori  ;  gli  avv.  Pier    Francesco 
Martello,  e  Cesare  Erioni  lumi  del- 


io  FER 

la  curia  romana  ;  l' avv.  Teofilo 
Baltirelli  elegantissimo  poeta;  gli 
illustri  prelati  romani  i  monsignori 
Andrea  Caccili ,  Concetto,  Giusep- 
pe Vinci  maggiordomo  di  Pio  VI, 
Giovanni  Pelagallo  ,  Carlo  Trevisa- 
ni ,  e  Augusto  Brancadoro  ,  nonché 
Francesco  Saverio  Passeri  vicege- 
rente di  Roma.  Quindi  Chiara  Spi- 
nucci  maritata  al  principe  Saverio 
di  Sassonia,  per  tacere  di  molti  al- 
tri del  corrente  secolo  distinti  e 
chiari,  come  dei  cardinali  Cesare 
Brancadoro,  Carlo  Andrea  Pelagal- 
lo, e  Domenico  Spinucci  creati  da 
Pio  VII,  il  primo  nel  i8or,  gli 
altri  nel  1816.  Leone  XII  nel 
1826  fece  cardinale  il  vivente  Tom- 
maso Bernetti  segretario  di  stato  sì 
di  lui  che  del  Papa  regnante,  e  di 
questi  nei  primi  anni  del  pontificato. 

Delle  diverse  forme  del  governo 
o  magistrature  di  Fermo,  e  della  sua 
giurisdizione,  ne  parleremo  in  pro- 
gresso dell'  articolo,  sol  qui  breve- 
mente noteremo  le  principali  cose 
de'  luoghi  dipendenti  immediata- 
mente dal  suo  governo,  nelle  se- 
guenti   comuni. 

Porto  s.  Giorgio,  detto  Porlo  di 
Fermo.  Cospicuo  borgo  edificato  sulla 
riva  dell'Adriatico,  a  sinistra  della  fo- 
ce del  Leta.  Esso  nella  stagione  esti- 
va è  frequentato  pei  bagni  marini. 
Vi  sono  alcune  chiese,  ed  una  in  co- 
struzione, con  case  religiose  d'am- 
bo i  sessi,  e  pie  corporazioni  di 
sodalizi.  Nel  11 64  1' aggregato  del- 
le sue  case  divenne  proprietà  del 
capitolo  di  Fermo,  che  nel  1267 
lo  cedette  alla  fermana  comunità, 
epoca  in  cui  prese  il  nome  di  Porto 
di  Fermo  ;  poscia  la  città  di  Fer- 
mo nel  i362  lo  fece  circondare  di 
mura.  Ha  alcuni  convenienti  fab- 
bricati, ed  in  vicinanza  la  graziosa 
chiesa   di    s.    Maria   a   mare.    La 


FER 

chiesa  di  s.  Maria  a  mare  è  un 
santuario  descritto  dal  proposto  d. 
Antonio  Riccardi ,  nell'  interessante 
Storia  de'  santuari  di  Maria  san- 
tissima, nel  voi.  II,  pag.  349.  11 
capitolo  vaticano  ammise  l' imma- 
gine che  ivi  si  venera  tra  le  più 
celebri  della  Beata  Vergine,  ed  ai 
28  ottobre  i663  fu  incoronata  con 
diadema  d'oro  mandato  da  Roma 
dal  detto  capitolo.  Il  Catalani  pone 
il  castello  o  navale  di  Fermo  in 
questo  luogo,  ma  il  Colucci  di  là  dal 
Leta,  e  presso  il  fosso  Cognolo. 

Torre  di  Palma.  Borgo  posto  in 
cima  ad  una  collina,  che  sovrasta 
alla  spiaggia  marittima,  cui  l'eleva- 
to campanile  della  chiesa  maggio- 
re, il  quale  si  vede  da  lontano,  gli 
ha  dato  il  moderno  nome.  Era  qui 
la  città  di  Palma,  una  delle  capi- 
tali del  Piceno,  colonia  romana, 
culla  di  Fermo,  capo-luogo  del  ter- 
ritorio Palmense ,  assai  celebrata 
negli  annali  piceni.  Trovasi  fra  le 
due  foci  dell'  Età  o  Leta,  e  dell'  Aso. 

Monsampierangelì ,  o  Monsarn- 
putrangeli.  Terra  che  giace  su  di 
un  colle,  con  molti  e  belli  fabbri- 
cali, colla  collegiata  dedicala  ai  ss. 
Lorenzo  e  Biagio. 

Torre  s.  Patrizio,  il  cui  territo- 
rio è  collivo. 

Allidona.  Terra  in  cui  si  forti- 
ficò Federico  II  imperatore:  ha  la 
collegiata  de'ss.  Antonio  abbate,  e 
Ciriaco. 

Lapcdona.  Terra  che  sta  su  di 
un  colle,  avente  la  collegiata  sagra 
ai  ss.  Lorenzo  e  Quirico. 

Grotlazzolina  ,  o  Grolt'  Azzoli- 
na,  il  suo  territorio  è  collivo. 

Behnonte.  Terra  con  borgo  gia- 
cente su  colle. 

Rapagnano,  o  Ripagnano.  Patria 
di  Giovanni  XFII  dello  XI  IH 
(Vedi),  della  illustre  famiglia  Sic- 


FFR  FER                     ir 

cone  non  Secchi  :  altri   la    chiama-  hio  la  distinzione  di  Fermo  città, 
no   Rampognano.   Il  territorio  è  in  dal   Casteihan   Firmanorum  ,    Fer- 
colle:  ha  comodi  fabbricati,  circoli-  mo  l'antica,   al  dire  del  Fracasset- 
dati  di   mura,  con   borgo.   Vi  è  la  ti,  era  per  cerio  nell'agro  Palmen- 
collegiata  di  s.  Maria,  e  s.  Giovan-  se,  come    rilevasi    dai    pochi    suoi 
ni   Battista.  avanzi.    Verso  l'anno    271    avanti 
Monte  Ottone.  Situato  su  di  un  Gesù    Cristo,    sconfitti  i  piceni  dal 
colle,  ha  la  collegiata  sagra  ai  ss.  cousole   Sempronio ,  Fermo    fu  ri- 
Pietro e  Paolo  apostoli.  dotta    prefettura    de'  romani ,    indi 
Passiamo  ora  ai  cenni  storici  di  divenne  prima    colonia    di  essi  nel 
Fermo  :  prima  riporteremo  i  civili,  Piceno,     con    jus    civium    romano- 
poi  gli  ecclesiastici    in   un  a  quelli  rum,  il  diritto    del    voto,    e  1'  ag- 
della    arcidiocesi ,  servendoci   prin-  gregazione  alla  tribù  Velina;  prero- 
cipalmente  de' lodati  storici.  gative  che   più  tardi   alle  altre  co- 
Fermo   da    alcuni   si  crede    fab-  Ionie   furono    accordate    dalla  leg- 
hi icata  dagli  antichi  sabini,  e  però  gè    Giulia .    JVella    seconda   guerra 
prima    di    Roma;    altri    la  dicono  punica     fu     tra     le    diciotto    colo- 
costrutta    dopo    l'atterramento    di  nie  che  prestarono  aiuto  a  Roma; 
Palma,  o  almeno  che  dagli  abitanti  e  in    quella  contro    Antioco  re  di 
di  questa  fosse  notabilmente  ingran-  Siria,  i  fermani  già  piovati  da  Ca- 
dila, mentre  dalla  sua  munita  pò-  tone  per  la  loro  bravura    e  fedel- 
sizione  prese    il  nome  di   Firmimi,  tà  vennero  inviati  alla  scoperta  del 
Veramente  non  può  affermarsi  con  campo    nemico ,  e    penetrativi    con 
sicurezza    se    Fermo  fosse  edificata  sommo    ardire    ne  riportarono    un 
dai  sabini;    sappiamo    soltanto  da  prigioniero,  per  le  cui    rivelazioni 
Plinio,  che  Piceni  orti  sunt  a  Sa-  poterono  i  romani  trionfare;  aiutò 
bìnis  volo  vere  sacro  j  e  nettampo-  i  romani  anche  nella  guerra  contro 
co  ci  è  noto    se   Fermo  fosse  fab-  Perseo,    e  per  la    loro    condotta    i 
bricata  prima  di  Roma.  Certa  cosa  fermani   meritarono    alla  loro    cit- 
è  al  presente,  dopo  lo  scoprimento  tà  il    titolo    di  Firmimi  firma  fi- 
d' una  officina   monetale  di   questa  des.    Successivamente    Fermo  ebbe 
città,    e    dei  due  nummi    triobolo  i  suoi  magistrati  duumviri,  i  qua- 
e    diobolo,  ossia  triunce   e    biunce  tuorviri    quinquennali,    i    seviri,    i 
(aes  grave)    con  chiara  la  epigrafe  questori  dell'erario]  il  collegio  de- 
FIR,  che  Fermo  fosse  città  florida  gli  ottoviri,  de'seviri  augustali,  dei 
e  ricca ,  e  godesse  della  sua  auto-  flamini,   de'  fabri,  de'  centonari ,  i 
mia  innanzi  all'anno  ^S5  di  Roma,  patroni,  e  le  patrone  delle  colonie, 
in  cui  il  Piceno  fu  soggettato  alla  ro-  Vi    stanziava  la    vigesima    legione 
ìnana  dominazione. Ciò  fu  dimostra-  quasi  intieramente  composta  di  fer- 
to  dal  De  Minicis    nella    pubblica-  mani;    verso  l'anno    1 33    avanti  la 
rione  che  fece  pel  primo  delle  due  detta  era  fu  misurato  e  diviso  l'a- 
gravi    monete  suddette  con  lettera  grò  Fermano.  Nella  guerra  sociale 
al  eh.    Gennarelli,  il    quale    la    ri-  Gneo    Pompeo  Strabone    vinto  ed 
produsse    nella     sua     dissertazione  inseguito     si    rifugiò    in   Fermo,  e 
sulla  Moneta    primitiva  e  i  inonu-  vi  sostenne  1'  assedio,  e    poscia,  co- 
menti  dell'Italia  antica,  Roma  1 843  me-  si    accennò ,    potè  prendere  la 
a  pag.  5o.    E  posta  fuori  di   dub-  offensiva    e    porre   assedio   ad    A- 


n  KBB 

scoli  ribelle  a  Roma,  i  fermata 
forse  allora  ottennero  dai  romani 
il  nome  di  fratelli,  e  furono  poi 
sempre  stretti  amici  dei  Pompei 
da'  quali  forse  prese  il  nome  ia 
valle  Pompejana ,  tra  Fermo  e  il 
mare;  quindi  fecero  parte  della 
legione  contro  Mario  e  contro  Ce- 
sare, e  furono  lodati  da  Cicerone 
per  la  guerra  del  senato  contro 
Marc'  Antonio.  Sotto  1'  impero  di 
Augusto  molte  terre  nel  territorio 
fermano  furono  divise  tra  i  di  lui 
veterani,  e  alcune  porzioni  di  esse, 
dette  Subsciva,  dierono  luogo  a  li- 
ti tra'  fermani  e  i  faleriensi,  che 
poi  decise  .  l'imperatore  Domiziano, 
con  decreto  inciso  in  bronzo,  il  cui 
fac-simile  conservasi  in  Falerone. 
Si  racconta  che  l'imperatore  A- 
driano  restaurasse  1'  anfiteatro  di 
Fermo,  e  che  a  Marc' Aurelio  figlio 
di  Antonino  fu  eretto  un  monu- 
mento onorario,  forse  dedicandosi 
a  lui  lo  stesso  teatro.  Nel  comin- 
ciare del  quinto  secolo  dell'era  cri- 
stiana, o  nel  4  '3,  Fermo  fu  de- 
vastata da  Alarico  re  de' goti,  e 
cinque  anni  dopo  dal  succcessore 
Ataulfo  ;  depredata  poi  da  Attila, 
nel  476  soggiacque  alla  sorte  del 
romano  impero,  facendo  parte  del 
nuovo  regno  d'Italia,  e  ad  Odoacre. 
Non  andò  guari  che  di  nuovo  passò 
sotto  il  goto  dominio  di  Teodori- 
co, la  cui  figlia  Amalasunta  l'ab- 
bellì di  molti  edifizi,  e  di  bagni 
.suburbani,  nel  soggiorno  che  vi  fe- 
ce. Dopo  che  Belisario  vi  avea  la- 
sciato un  forte  corpo  di  truppe 
imperiali,  nel  545  Totila  sotto- 
mise la  città,  che  passati  otto  an- 
ni, col  Piceno  divenne  soggetta  al- 
l'imperatore d'oriente,  che  la  fe- 
ce ristorare  dai  sofferti  danni,  e 
decorare  di  fonti.  Discesi  i  lon- 
gobardi   in  Italia  nel  569,  Fermo 


FER 
fu  da  loro  unita  al  ducato  di  Spo- 
leto; ne  fu  quindi  distaccata,  t  da 
una  lapide  esistente  in  Falerone 
si  apprende  che  nel  770  Fermo 
avea  in  Tasbuno  il  suo  duca  par- 
ticolare. Si  dice  ancora  che  Fermo 
sotto  i  longobardi  toccasse  l'apice 
della  sua  floridezza,  ed  acquistasse 
vasta  giurisdizione. 

Nelle  dissensioni  insorte  tra  i 
longobardi  ,  l'esarca  imperiale  di 
Ravenna,  e  il  Papa  Pelagio  I,  Fer- 
ino tu  saccheggiata  dal  re  lon- 
gobardo Antario  Elicano  ,  che  di- 
strusse tutti  i  monumenti  che  la 
ornavano.  Gli  successe  l'anno  5qo 
nel  regno  Agilulfo,  il  quale  al  di- 
re dell'Adami,  De  rebus,  fattosi  cri- 
stiano ad  istanza  di  Teodolinda 
sua  moglie,  cede  Fermo  e  tutto 
il  Piceno  alla  santa  Sede;  testi- 
monianza che  ha  poco  fondamento, 
ritenendosi  più  tardi  l'epoca  del- 
l'origine del  pontificio  dominio  su 
Fermo.  Al  re  Grimoaldo,  che  verso 
l'anno  665  passò  con  numeroso 
esercito  per  la  città,  il  Catalani  at- 
tribuisce lo  spoglio  d'ogni  prezio- 
so monumento.  Minacciando  Desi- 
derio re  de'  longobardi  il  Papa 
Adriano  I,  questi  ricorse  alle  armi 
di  Carlo  Magno  re  di  Francia,  che 
imprigionando  Desiderio,  die  ter- 
mine al  regno  longobardico  in  Italia 
nel  773.  Il  Borgia,  Memorie  ist. 
t.  I,  pag.  34,  soggiunge  che  in  que- 
sta occasione  anche  tutti  gli  abi- 
tanti di  Fermo  si  diedero  sponta- 
neamente, e  si  sottomisero  a  Papa 
Adriano  I ,  con  aver  prestato  giu- 
ramento di  fedeltà  a  s.  Pietro,  ed 
al  Pontefice,  e  con  essersi  fatti  to- 
sare alla  romana,  siccome  testifica- 
no Anastasio  bibliotecario  in  Fila 
Hadrìani  I,  ed  il  Cohellio,  nella 
sua  Noliùa  pag.  1  1 7.  Così  Fermo 
passò  sotto  il   paterno  dominio  del- 


FFR 
la  Sede  apostolica,  il  quale  però  non 
venne  pienamente  a  realizzarsi  che 
nel  declinar  del  secolo  XII  pegli 
avvenimenti  che  indicheremo .  In 
fatti  ad  onta  di  tal  dedizione  i 
duchi  di  Spoleto  direttamente,  o 
a  mezzo  de'  conti  e  marchesi  con- 
tinuarono a  signoreggiar  la  città, 
chiamandosi  marchese  il  governa- 
tore che  la  reggeva,  o  conte:  i 
friulani  sotto  il  loro  marchese  aiu- 
tarono i  duchi  di  Spoleto  e  di 
Benevento,  nella  guerra  contro  Co- 
stantino VI  imperatore.  Nel  secolo 
IX,  e  sul  cominciar  del  medesimo, 
i  fermani  che  avevano  militato 
sotto  Carlo  Magno,  sul  quale  s. 
Leone  HI  rinnovò  l'impero  d'oc- 
cidente, furono  da  lui  ricompensa- 
vi con  titoli  di  baronie;  e  quando 
ii  di  lui  figlio  Pipino  passò  per 
Fermo,  molli  ne  condusse  contro 
Grimoaldo  duca  di  Benevento.  Nel- 
1'  896  Fermo  sostenne  lungo  as- 
sedio da  Arnolfo,  di  cui  si  parlò, 
mentre  della  bevanda  narcotica  ap- 
prestatagli da  Agiltrude,  ne  parla 
il  p.  Brandimarte  a  pag.  186  , 
venendo  contraddetta  dal  Muratori. 
Nel  g52  Ottone  I  il  grande,  dopo 
aver  compito  l'unione  d'Italia  al- 
l'impero, passò  per  Fermo,  e  vi 
soggiornò  alcuni  giorni,  come  poi 
pur  fece  il  suo  figlio  Ottone  II 
coli' esercito  nel  9"6. 

Sul  principio  del  secolo  XI  i 
normanni  condotti  da  Riccardo  oc- 
cuparono la  Marca  Fermana,  e 
quando  s.  Leone  IX  alla  testa  del- 
le milizie  papali  volle  affrontarli, 
i  fermani  militarono  sotto  di  lui. 
Riuscì  ad  Alessandro  II  di  togliere 
a' normanni  il  Piceno,  ma  Roberto 
Guiscardo,  non  curando  le  intima- 
te censure,  tornò  ad  occuparlo, 
finché  nel  1080  lo  restituì  a  s. 
Gregorio    VII  ,    ritenendo    per    sé 


FER  i3 

porzione  della  Marca   Fermana.  Nel 
iodi,   reduce    Urbano   II   dal  con- 
cilio di    Piacenza,  ove  aveva    pro- 
mulgato la  crociata    per  liberare  i 
luoghi  santi   di  Palestina,  prima  di 
passare  a   far  ciò  con   più  solenni- 
tà   a  Clermont,  si    recò   a    Fermo 
ove  si  ritiene   che    infiammasse  gli 
animi  de'  fedeli    a  sì    santa  impre- 
sa. Nelle  gravi  vertenze  insorte  per 
le  investiture  ecclesiastiche,  e  con- 
tinuate nel    pontificato  di   Pasqua- 
le li;  nel    iio5,  Enrico    V  impe- 
ratore avendo  occupato  le  Marche, 
le  fece  governare  dai  marchesi  im- 
periali di   Ancona.    Più    tardi,     nel 
1 1 3o,  le    invasero  i  normanni  con- 
dotti dal  conte  Roggiero  ,    che  de- 
bellato  poi    dall'  imperatore  Lotta - 
rio  II,   fu  obbligato  restituirle  alla 
santa  Sede;  in    questa  occasione,  e 
nel    il 37,    l'augusto  onorò  Fermo 
di    sua    presenza,    e    vi    celebrò  le 
feste  di  Pasqua.  Intanto    ebbero  la 
primaria    origine     le    tremende  fa- 
zioni guelfa  e  ghibellina,  e  Federi- 
co I    imperatore  fece    marchese  di 
Ancona    Corrado  Luzelinhart,  det- 
to Moscancervello.  Fermo  seguendo 
le    parti    dei    Papi  ,    parteggiò    pei 
guelfi    contro  l'impero,    il    perchè 
nel    1176  Cristiano    arcivescovo  di 
Magonza,  coli' esercito  imperiale  la 
pose  miseramente  a  ferro  e  a  fuo- 
co,   laonde    i    più.    preziosi    monu- 
menti dell'archivio  comunale  furo- 
no   ridotti    in    cenere.     Tuttavolta 
Cristiano    procurò    compensare     la 
città    mediante  privilegi  e    conces- 
sioni ;   indi  Fermo  cominciò  ad  es- 
sere   governata    dai    consoli    impe- 
riali, ed  il  primo  che  si  conosca  è 
Reginaldo    del    1 1 80 ,    venendone 
altri    rammentati    sino  al     11 99,  i 
quali    amministravano    la    giustizia 
in  nome  degli  imperatori.   Ma  op- 
pressa la  città  dalle  loro  avanie,  e 


24  FETI 

ma!  soffrendo  il  giogo  straniero,  si 
unì  agli  altri  popoli  del  mezzodì 
d' Italia,  che  convenuti  in  Ancona 
nel  ii 85  si  ribellarono  all'impero, 
e  fatta  causa  comune  colla  Chiesa 
batterono  il  marchese  Marcualdo 
d'Anninuccio  nel  1199,  e  si  co- 
stituirono in  una  forma  di  governo 
indipendente  e  repubblicano.  Da 
quell'epoca  in  poi  Fermo  cominciò 
a  governarsi  a  comune,  e  colle  pro- 
prie leggi  eleggendo  un  podestà,  che 
le  facesse  osservare.,  e  riserbando 
al  consiglio  generale,  chiamato  po- 
polare e  libero,  l'esercizio  del  som- 
mo impero.  L' indipendenza  italia- 
na stabilita  nella  famosa  lega  lom- 
barda si  estese  ancora  a  queste 
provincie,  e  l'autorità  imperiale,  e 
pontifìcia  nel  temporale  in  Fermo 
fu  poco  più  che  nominale,  ed  es- 
sendo divenuta  tal  città  nemica  di 
Ancona,  si  riconciliò  nell'anno  i2o3 
nella  pace  di  Polverigi. 

Nel  secolo  XIII  infierirono  le  fa- 
zioni de'guelfi  e  ghibellini,  produ- 
cendo gravi  discordie ,  frequenti 
guerre,  ed  accordi  fra'  circostanti 
luoghi,  e  paci  di  breve  durata. 
Tuttavolta  gì'  imperatori  mandava- 
no in  Italia  i  loro  luogotenenti, 
marchesi,  e  vicari,  mentre  i  Ponte- 
fici spedivano  legati,  commissari,  e 
rettori.  Nel  1208  il  conte  di  Ce- 
lano occupò  per  Ottone  IV  la  Mar- 
ca; ed  Azzo  VI  d'Este  che  n'era 
stato  creato  marchese  dal  Papa 
Innocenzo  III,  nel  12  io  ne  chiese 
ed  ottenne  l'investitura  dall'impe- 
ratore. Nel  portarsi  Ottone  IV  nel 
121 1  all'assedio  d'Ascoli,  concesse 
a'Fermani  segnalati  privilegi,  che 
abbiamo  di  già  accennati.  Nel  1214 
Aldobrandino  d'  Este  seguì  il  par- 
tito guelfo,  e  vi  ricondusse  Fermo, 
i  cui  privilegi  confermò,  preponen- 
dovi a  governatore  Guglielmo  Ran- 


FER 
goni.  Intanto  avendo  Federico  II 
rinvigorito  l'abbattuto  partito  ghi- 
bellino, i  fermani  per  sottrarsi  alla 
sua  dominazione,  che  estendevasi 
in  gran  parte  degli  stati  della  santa 
Sede,  spontaneamente  nel  1224  s' 
assoggettarono  al  proprio  vescovo, 
giurando  di  non  riconoscere  altro 
signore,  e  conservandosi  neutrali 
fra  il  Papa  e  l'imperatore,  al  qua- 
le furono  obbligati  a  sottomettervi- 
si  nel  1242;  ed  in  premio  ebbero 
diploma  di  mero  e  misto  impero, 
e  la  conferma  della  giurisdizione 
sui  lidi  del  mare  dal  Tronto  al  fiu- 
me Potenza.  Probabilmente  fu  al- 
lora che  Federico  II  concesse  a 
Fermo  di  usar  per  insegna  l'a- 
quila ghibellina  coronala,  la  quale 
venne  poi  aggiunta  alla  croce,  an- 
tico suo  stemma.  Finalmente  aven- 
do Innocenzo  IV  scomunicato  e  de- 
posto nel  primo  concilio  generale  di 
Lione  Federico  II,  il  cardinal  Ra- 
niero legato  apostolico  nel  1249 
fece  ritornare  Fermo  all'ubbidien- 
za della  santa  Sede,  colla  conferma 
de'  privilegi  concessi  dall'  ultimo 
imperatore.  Ma  il  rigore  adottato 
dai  pontifìcii  rettori,  e  le  segrete 
brighe  di  Manfredi  re  di  Napoli 
ridestò  lo  spirito  ghibellino,  allon- 
tanandosene lo  scoppio  col  trattato 
conchiuso  a  Montecchio  dal  rettore 
Annibaldo  di  Trasmondo  nipote  di 
Alessandro  IV  nel  1 256.  All'ap- 
parire però  dell'  esercito  di  Man- 
fredi ,  Fermo  a  lui  si  sottomise 
previa  la  conferma  de' suoi  privile- 
gi; cui  successero  armate  dissen- 
sioni, nel  1266  la  morte  di  Man- 
fredi, e  nel  1270  sulle  sponde  del 
Tenna  combatterono  fermani  con- 
tro fermani,  restando  vinto  dai  rin- 
vigoriti guelfi  Ruggiero  di  Luppo 
capo  de' ghibellini  che  avea  signo- 
reggiato sulla  città.  Gelosi  gli  asco- 


TER 

l.mi  della  giurisdizione  marina  di 
Fermo,  mossero  più  volte  contro 
di  essa,  ma  in  vari  incontri  furo- 
no battuti  ;  né  cessando  le  mole- 
stie, queste  proibì  nel  1286  il  Pa- 
pa Onorio  IV.  Prima  di  tal  tem- 
po e  nel  1260  Fermo  erasi  allea- 
ta colla  possente  repubblica  vene- 
ta, la  quale  gli  spediva  per  pode- 
stà i  più  cospicui  cittadini;  e  quan- 
do Gregorio  X  volle  sostenere  col- 
le armi  la  libera  navigazione  del- 
l' Adriatico,  i  fermani  seguirono  la 
parte  veneta.  Va  pure  ricordata 
la  venuta  iti  Fermo  nel  1228  di 
Giovanni  di  Brienne  ultimo  re  di 
Gerusalemme,  e  poscia  quella  di 
Baldovino  li  imperatore  d'oriente 
nel  1245,  allorché  portavasi  al  me- 
morato concilio  lionese.  Nel  secolo 
XIII  fondò  Fermo  la  sua  baro- 
nale giurisdizione,  ricevendo  per 
concessione  de' Papi  ed  imperatori 
sotto  il  suo  dominio  la  principal 
parte  delle  terre  e  castelli  che  fu- 
rono poi  a  lei  soggetti,  non  che 
altri  acquistandone  a  titolo  onero- 
so, o  per  spontanea  sommissione. 
Dopo  la  morte  di  Benedetto  XI, 
eletto  in  successore  Clemente  V, 
questi  stabilì  la  residenza  papale  in 
Avignone  ,  il  perchè  i  ghibellini 
rialzarono  la  testa,  cui  unironsi  i 
(etmani;  indi  nel  i3i6  assaltaro- 
no il  rettore  della  Marca,  allea- 
ronsi  con  Osimo  e  Recanati,  e  nel- 
la prima  città  sconfissero  nel  i323 

le  centi  della  Chiesa.  Nel  i326  s'im- 

o 

padronirono  di  S.  Elpidio,  e  facen- 
do strage  de'guelfi,  Giovanni  XXII 
dichiarò  ribelli  i  fermani,  promul- 
gando contro  di  essi  una  crociata. 
per  cui  quelli  del  partito  guelfo 
avevano  indotti  gli  altri  a  ritorna- 
re al  dominio  della  santa  Sede; 
ma  i  ghibellini  osimani  penetraro- 
no all'improvviso  nella  città,  la  po- 


FLR  25 

scio  a  ferro  e  a  fuoco,  incendian- 
do la  curia,  e  spargendo  il  terrore 
fra  i  loro  nemici.  Alla  venuta  di 
Lodovico  il  Bavaro  il  partito  ghi- 
bellino più  che  mai  divenne  arro- 
gante; Fermo  nel  1327  si  sotto- 
mise a  quel  principe,  seguì  l'anti- 
papa Nicolò  V,  ma  dopo  la  par- 
tenza dall'Italia  del  Bavaro,  essen- 
do stata  privata  del  vescovato,  e 
punita  coli'  interdetto,  tornò  alla 
divozione  della  santa  Sede,  ed  ot- 
tenne perdono  da  Giovanni  XXII. 
Però  nel  1 33 1  insorse  Mercenario 
da  Monte  Verde,  fanatico  ghibelli- 
no, il  quale  sottomise  Fermo  che 
dominò  per  dieci  anni  sino  alla  sua 
uccisione  ;  ed  allora  di  nuovo  il 
popolo  proclamò  la  libertà,  e  ri- 
conobbe la  sovranità  del  Papa.  In- 
di nel  1  348  incominciò  a  tiranneg- 
giar la  patria  il  ghibellino  Gentile 
da  Mogliano  :  sotto  di  lui  rinnova- 
ronsi  le  guerre  cogli  ascolani  pel 
dominio  dei  lidi  marittimi  ;  i  Ma- 
latesta signori  di  Rimini  prima  im- 
prigionarono Gentile,  poi  assedia- 
rono Fermo  nel  1 353,  che  aiutata 
dagli  Ordelaffi  signori  di  Forlì  evitò 
maggiori  conseguenze.  Frattanto  vo- 
lendo Innocenzo  VI  ricuperare  i 
domimi  della  Chiesa,  da  Avignone 
spedì  in  Italia  il  celebre  cardinal 
Albornoz,  al  quale  giurò  sommis- 
sione Gentile,  venendo  perciò  di- 
chiarato gonfaloniere  della  Chiesa 
romana.  Indi  con  riprovevole  per- 
fidia ribellossi  ad  essa  nel  i3t5, 
dopo  es«ersi  alleato  cogli  Ordelaffi 
e  i  Malatesta.  Il  valoroso  cardinale 
battè  i  Malatesta,  e  spedì  suo  ni- 
pote Blasco  Fernando  ad  assediar 
Gentile  eh' erasi  chiuso  nella  rocca 
del  Girone:  gli  assedianti  avendo  a- 
perto  la  breccia,  furono  dai  fer- 
mani, disgustati  di  Gentile,  accolli 
con  tripudio.   Gentile  ebbe  salva  la 


a6  FER 

vita,    ma    poi    unendosi    a'  nemici 
della  Chiesa  a  devastarne  le  terre, 
in  un  al  figlio   ebbero  mozzata  la 
testa,    tornando  Fermo  alla  sogge- 
zione del  Pontefice.  Non  andò  gua- 
ri che   altro  signore    nel    i36o  fu 
dato  a  Fermo  per  la  cessione  che 
ne  fece  il  cardinal  Albornoz  a  Gio- 
vanni  Visconti  d'OIeggio,  in  com- 
penso di    avere    restituito   Bologna 
alla  santa   Sede .   Mori  dopo  sei  an- 
ni l'Oleggio,    e  per    opera  de' fio- 
rentini  la  città  si  ribellò  nel  ì3j5, 
uccise  il  podestà,  e  riconosciuto  per 
capo  Rinaldo  di  Monte  Verde,  man- 
dò aiuti  agli    ascolani   pur   essi  ri- 
bellati contro    il  rettore  pontifìcio. 
Nel    1 377    Gregorio  XI   restituì 
a    Roma    la    residenza     pontifìcia, 
mentre  i  fermani  assalirono  S.  El- 
pidio,  e  messolo  a  ferro  e  a  fuoco 
gli  presero  la  sagra  Spina,  che  nel 
1272    Filippo  IH    l'Ardito    re     di 
Francia  avea  donata  al  b.  Clemen- 
te di  Sant'Elpidio:  reliquia  che  tut- 
tora   venerasi    con    gran    divozione 
in  Fermo.   Indi  si  sottrassero  i  fer- 
mani dalla    soggezione  di  Rinaldo, 
terminando     Urbano    VI     le     loro 
guerre  cogli  anconitani.  Nel    i38o 
decapitarono   Rinaldo,    la  sua  mo- 
glie,   e  i  figli  per   averli  tiranneg- 
giati ;  n'esposero  per  terrore  pub- 
blicamente le  testej  ed  eressero  una 
colonna  con  epigrafe  per  rammen- 
tare a'  posteri    la  liberazione    della 
patria.   Allora  i  fermani  attesero  a 
consolidar    la    riacquistata    libertà; 
compilarono  gli  statuti,  cioè  ebbe- 
ro il  suo  principio,  giacche  non  si 
pubblicarono  che  nel    i5o7   in  Ve- 
nezia per  cura  di  Marco  Marcello, 
essendone  stato   compilatore   Paolo 
de    Castro  ;    poscia  restaurarono  il 
Girone,    e  da  Venezia  chiamarono 
Marco    ed  Andrea  Zeno  perchè  ne 
regolassero  il  governo,  approssima- 


F  E  R 
tivainenle  a  quello  della  loro  re- 
pubblica. Fermo  successivamente 
provò  gli  effetti  del  lagrimevole  e 
lungo  scisma,  che  divise  i  fedeli 
dal  1378  al  i4'7;  più  volte  con 
forti  somme  fu  costretta  redimersi 
dalle  prepotenti  compagnie  di  av- 
venturieri armali,  come  di  assoldar 
truppe,  per  guardarsi  dagli  stessi 
condottieri  delle  milizie  papali,  spes- 
so traditori;  ma  nel  i3c)o  rico- 
nobbe la  podestà  di  Andrea  Toma- 
celli  rettore  della  Marca  per  Boni- 
facio IX  suo  zio;  poi  venuta  in 
discordia  con  esso,  lo  combattè  nel 
1392,  e  nell'anno  seguente  chiese 
ed  ottenne  di  pacificarsi,  pagando 
in  pena  quattromila  ducati  al  Pa- 
pa, il  quale  liberò  la  città  per  do- 
dici anni,  con  mero  e  misto  impe- 
ro. Intanto  i  Varani,  signori  di  Ca- 
merino, guerreggiarono  co'  fermani 
pel  possesso  di  vari  castelli,  massi- 
me di  Montegranaro.  Antonio  A- 
ceti  fermano  celebre  giureconsulto 
e  prode  militare,  essendo  gonfalo- 
niere di  giustizia,  s' insignorì  della 
patria,  chiamò  in  sostenimento  il 
conte  di  Carrara  contro  le  genti 
della  Chiesa,  mentre  per  questa 
Biordo  da  Perugia  si  mosse  con 
undicimila  cavalli.  Nel  i3o,6  una 
fazione  de' ghibellini  saccheggiò  la 
città,  massime  il  ghetto  degli  ebrei. 
A  porre  un  termine  a  tanta  anar- 
chia, cedendo  Bonifacio  IX  alle 
istanze  di  Fermo,  nel  i3o,7  inviò 
a  riprenderne  possesso  prima  il  vi- 
ce rettore  della  Marca,  e  poscia  il 
suddetto  marchese  Andrea  Toma- 
celli,  che  ottenne  dall'Aceti  rinun- 
cia a  qualunque  diritto,  colla  ces- 
sione di  Montegranaro  sino  a  ter- 
za generazione.  In  mezzo  a  tante 
civili  discordie  per  ben  cinque  vol- 
te la  peste  afflisse  Fermo  dopo  la 
metà  del  secolo  XIV,    che  per  li- 


FEU 
tararsi  dal    contagio,    invocando  il 

patrocinio  della  B.  Vergine  della 
Misericordia ,  in  ventiquattro  ore 
fabbricò  una  chiesa,  nel  luogo  ove 
poi  nel  seguente  secolo  fu  edifica- 
to il  palazzo  apostolico.  Fu  nel 
secolo  XIV  che  la  curia  generale 
fu  stabilita  in  Fermo,  contro  di  cui 
indarno  nel  1872  reclamarono  pei" 
gelosia  i  maceratesi. 

Divenuto  Pontefice  Innocenzo  VII, 
nel  i4<>5  nominò  marchese  della  Mar- 
ca di  Ancona,  principe  di  Fermo,  e 
capitano  generale  delle  genti  d'  arme, 
il  nipote  Lodovico  Migliorati  di  Sul- 
mona,   valoroso,    politico,    ma  cru- 
dele.   Nel    »4o6    fissò  la   sua    resi- 
denza   in    Fermo,    cui    confermò  i 
diritti    e  i   privilegi.   Alleato  de' fio- 
rentini,   battè    i    pisani,    con    una 
truppa   di  fermani.    Morto    lo  zio, 
Gregorio  XII    che  il    successe  non 
volle  confermarlo,  e  spedì  in  vece 
il  vescovo  di  Montefeltro  a  gover- 
nare   le    Marche;    il    perchè    indi- 
spettito il  Migliorati   volle  sostener- 
si colla  forza,    unendosi  al    partito 
ghibellino  di  Ladislao  re  di  Nano* 
li  contro    il   Papa,    il   quale  per  le 
mene  del  re,  che    temendo    il  suo 
emulo  Lodovico  d'Angiò  seminava 
discordie,    avea  deposto    Migliorati 
dal    governo    della  Marca.    Succes- 
sero continue    scorrerie  d' ambo  le 
parti,   ma  prevalendo  il  partito  di 
Ladislao,  potè  Migliorati  continuar 
nella  signoria  di  Fermo,  commet- 
tendo    però    molti    atti     violenti  , 
fra'quali  è  la  decapitazione  di  An- 
tonio Aceti  ragguardevole  fermano, 
e    di    Giannocchio    Migliorati    suo 
fratello.    Nel    i4°9    fu  nel  concilio 
di  Pisa  deposto   Gregorio  XII,    ed 
invece  eletto  Alessandro  V,  il  qua- 
le confermò  nel    potere  Migliorati, 
dichiarandolo    vicario  della   Marca, 
e  principe  di  Fermo.   Essendo  inor- 


l'ER  27 

to  Alessandro   V,  gli  successe  Gio- 
vanni   XXIII     nel     i4io5    mentre 
Gregorio    XII    essendosi    pacificato 
con     Ladislao ,     creò     iegato    della 
Marca    Angelo    cardinal  di   s.  Ste- 
fano, e  con    lettera  de' 18  novem- 
bre   avendo    dato    nuovamente    il 
governo    di    Fermo    al    Migliorati, 
lo    dichiarò    generale    dell'  esercito 
ecclesiastico,    con    ordine  che  si  u- 
nisse  alle  truppe  di   Ladislao.   Aven- 
do però  questi   nel    1412  abbando- 
nato Gregorio  XII,    per  sottoporsi 
a  Giovanni  XXI II,  anche  Migliorati 
ne  segui  l'esempio,   ebbe  ampliata 
la  sua  autorità,  venne  fatto  rettore 
geuerale    della  Marca,    e    capitano 
generale  delle  sue  armi.   Quindi   il 
Migliorati  dovè  combattere  con  Ma- 
latesta  costante    difensore  di    Gre- 
gorio XII,    e  collo    stesso  Ladislao 
eh'  erasi    inimicato     con     Giovanni 
XXIII,    a    segno    che    lo    costrinse 
nel   i4'3  a  fuggire  da  Roma.  Tor- 
nato Migliorati  agli  stipendi  del  te, 
questi  mori   nell'agosto  i4'4-  Adu- 
nato   il    concilio    di    Costanza    per 
porre    un    termine    allo    scisma,    il 
Migliorati  dopo  vari   combattimen- 
ti sostenuti  col  Malatesta,  si  sotto- 
mise   ai    commissari    del    concilio, 
che    Io    nominarono    rettore    della 
Marca,  e  capitano    della   lega  con- 
tro il  Malatesta  nel    14'  5    con  fe- 
lice successo,    se  non   che  una  tre- 
gua nell'  anno   seguente    sospese  le 
ostilità,  che  tei  minarono  affatto  col 
matrimonio  contratto  da  Migliora- 
ti    con    una    Malatesta   nel    i4'7j 
anno  in  cui  coll'elezione  di  Marti- 
no V  ebbe  fine  il  tremendo  scisma. 
ISel    1420   combattendo    Miglio- 
rati quale  alleato  de  nuovi  suoi  pa- 
renti a  danno  de'Visconti,  fu  impri- 
gionato, e  liberato  nel   1421    restò 
di  essi  amico,  come  costante  nell'e- 
sercizio della  signoria  di    Fermo,  e 


a8  FER 

nell'  ubbidienza    alla     «anta     Sede; 
aiutò  nel  1^16  il  rettore  della  Mar- 
ca   a    sottomettere  Antonio  Nufri , 
oberasi  impadronito  di  Sanseverino, 
e  morì  in  Fermo  nel    i4^8.  Gen- 
tile suo  figlio  ch'era  agli  stipendi  del 
duca  di   Milano,  corse  in  Fermo,  e 
si  rinchiuse  con    suo    fratello    Fer- 
mano nel  Girone,  deciso  di  conser- 
var il  possesso  della  città.   Il  Papa 
Martino  V  gl'intimo  l'evacuazione, 
ciò  che  eseguirono  per  accordo,  es- 
sendosi   dichiarati  i  cittadini  in  fa- 
vore della  Chiesa,  per  la  quale  ne 
prese  possesso  il  rettore  della  Mar- 
ca.  Da  quell'epoca    sino   al     i433 
Fermo    rimase    nell'  ubbidienza    al 
Pontefice,  il  quale  loro  mandò  uno 
speciale  rettore,  confermandogli  tutti 
i  privilegi  che  godevano;  tra  questi 
eravi   il  diritto  di   presidiare  la  fie- 
ra che  nel   mese  di   maggio  que'  di 
Ripatransone  tenevano  presso  la  lo- 
ro città.  Frattanto  Francesco  Sforza 
avvicinandosi   con    potente    esercito 
per  occupar  la  Marea_,  i  fermani  gli 
si  sottomisero,  e  ricevettero  onora- 
tamente quel   prode  nel    i434-  Eu- 
genio IV   volendo  distaccar  lo  Sfor- 
za dai  Visconti,  lo  elevò  al   grado 
di  gonfaloniere  della  Chiesa,  rettore 
della   Marca,  e  vicario  perpetuo  di 
Fermo,  sanando   cosi    per    bisogno 
l' usurpazione.    Ingratamente    corri- 
spose Francesco,  combattendo  1  Va- 
rani, facendo  morire  Baldassare  di 
Ofilda  luogotenente  del  Papa,  per- 
chè avea  tentato  ucciderlo;  abbrac- 
ciò il  partito  di   Angiò,  e  si  mise  in 
guerra  con  Alfonso  di  Aragona  ;  si 
collegò  co'  veneti  a  danno  dei  Vi- 
sconti ,    e  fatto    nel     i44°    arbitro 
della    pace,  n'ebbe    in    premio    la 
mano  di  Bianca  figlia  ed  erede  del 
duca  di  Milano,  che  gli    portò  in 
dote  la  città  di  Cremona.  Dichiarò 
allora  la  moglie  gq,vernatrice   delle 


FER 

Marcile,  fortificò  Fermo,    e  comin- 
ciò la  guerra    contro    Eugenio   IV, 
che    gli     oppose    Nicolò    Piccinino, 
fatto  in  stia   vece  gonfaloniere  della 
Chiesa.    Nel    i442    essendosi  Ripa- 
transone   ribellato    in    favore  della 
Chiesa^  lo  Sforza  con  valido   eserci- 
to lo  prese   e    lo    saccheggiò ,  e  ne 
trasportò    vasi    sagri  ,  campane  ,    e 
suppellettili    preziose ,     delle    quali 
ornaronsi   le  chiese  di  Fermo.    Indi 
nel    i443   la  città  fu  fortificata  per 
resistere  al  re  Alfonso  di    Aragona, 
il  quale   col    suo    esercito  di  dieci- 
mila  uomini   fu  fugato  da  Alessan- 
dro Sforza    che  pel    fratello    difen- 
deva Fermo.  Dopo  altri  avvenimen- 
ti, ad  esempio  delle  città  marchia- 
ne, i  fermani  a' 24  novembre  f44^ 
si  rivoltarono  contro  gli  Sforza,  gri- 
gando  :   viva  la  Chiesa  e  la  libertà  ; 
indi   col  cardinale  Scarampi  patriar- 
ca d'Aquileia  fissarono  le  condizioni 
del  loro  ritorno  all'  ubbidienza  del- 
la santa  Sede,   salvo    il    libero  go- 
verno della  loro  città,  i  diritti,  e  le 
loro  leggi.  Nel  seguente  anno  il  le- 
gato   cardinal    Capranica    costrinse 
Alessandro  ad  abbandonare  il  Giro- 
ne, mediante  lo  sborso  di  diecimila 
fiorini,  cessando  così  la  signoria  degli 
Sforza  su  Fermo.  Allora  i  ferrnani 
inviarono  ambasciatori  ad  Eugenio 
IV    per   ottenere    la    conferma    dei 
patti  e  condizioni  mentovate,  ed  il 
Papa  gli    approvò ,    mantenendo  la 
città    in    pieno  possesso    del    libero 
e  sovrano  governo  del  suo  contado 
sotto  un    cardinal    legato,    siccome 
abbiamo   dal  Novaes  nelle  Vite  dei 
Pontefici;  e  pel  primo  nominò  il  suo 
nipote  Francesco  Condulmieri ,  cui 
più   tardi  successero  altri    cardinali 
nipoti   di   Papi  con   titolo  di  gover- 
natori ,   finché  Innocenzo  XII  aven- 
do abolito  il  nepotismo  prepose  al 
governo  della  città  e  stato  di  Fei  - 


FER 

mo  una  congregazione  cardinalizia, 
col  cardinal  segretario  di  stato  prò 
tempore  per  prefetto .  Ma  dipoi 
Clemente  XIII  sopprimendo  siffatta 
congregazione,  assoggettò  il  governo 
della  città  e  territorio  di  Fermo  alla 
Congregazione  della  Consulla,  e  del 
Buon  governo  [Vedi),  finche  poi 
divenne  Delegazione  apostolica  {Ve- 
di). A  pag.  i5o  e  i5i  del  volu- 
me XVI  del  Dizionario  è  riporta- 
to quanto  riguarda  la  Congregazione 
Fermano,  ed  inoltre  può  leggersi 
la  costituzione  di  Clemente  XIII, 
de'i3  ottobre  1761,  Cum  eae  po- 
liores  sint  justitiae.  «  Quae  regimen 
»  politicum  et  economicum  civita- 
»  lis  et  status  Firmarli,  congrega- 
»  tionibus  super  consultationibus  sta- 
>»  tus  pontificii ,  et  bonis  regiminis 
»  addicitur  ".  Nel  1744  °  I74^  fu 
stampato  in  Fermo  il  Compendio 
storico  del  governo  di  Fermo  j  e 
nel  1745  in  Roma  la  Risposta  delle 
comunità  dello  stato  di  Fermo  al 
compendio  islorico  fallo  s lampa  re 
da  questa  città  nel   1 744- 

Dopo  l'uscita  degli  Sforzeschi  dal 
Girone,  conoscendo  i  fermali i  che  tal 
rocca  era  occasione  e  mezzo  di  tiran- 
nia, al  modo  che  si  disse  la  dirocca- 
rono ;  indi  a' 1 2  aprile  1 44-7  dal 
nuovo  Papa  Nicolò  V  ebbero  con- 
fermate le  loro  immunità  e  prero- 
gative, e  pacificaronsi  cogli  ascolani 
facendo  seco  loro  alleanza.  Quando 
Pio  li  stabilì  la  crociata  navale 
contro  il  turco,  Fermo  contribuì 
tremila  cinquecento  scudi  d'oro 
pel  mantenimento  d'una  nave  per 
sei  mesi,  oltre  una  questua  di  grano 
ed  orzo;  ma  l'avvenimento  il  più 
rimarchevole  degli  ultimi  anni  del 
secolo  XV,  e  di  funeste  conseguenze 
pe'  fermani,  fu  la  guerra  col  castello 
di  Monsampietro  degli  Angeli ,  al- 
lora  detto    degli  Agli.    Profittando 


FER  29 

esso  del  dominio  e  delle  guerre  degli 
Sforza,  si  sottrasse  dalla  soggezione 
di  Fermo,  che  avendo   esaurite    le 
vie   conciliative    perchè    tornasse    a 
sottomettersi,  nella  sede  vacante  del 
i464  Per  morte  di  Pio  li,  lo  pre- 
sero   d'  assalto,  ne    diroccarono    le 
mura  e  portarono  a    Fermo    gran 
numero  di   prigionieri.  Paolo  li  ne 
fu  dolentissimo,  e  perdonò  a' ferma- 
ni a  patti  che  fra  due    mesi  rista- 
bilissero le  mura,  e    rilasciassero  i 
prigioni,  siccome  prontamente  fece- 
ro.  Insorta  in  pari  tempo  discordia 
con  Mogliano,  perchè  erasi  sottratta 
dal    dominio    fermano,    nel    i483 
gli    ascolani    presero    a    proteggerlo 
in    un    a    Monsampietrangeli ,    che 
perciò   soggiacque    a    nuovi    danni. 
Innocenzo  Vili  proibì  ulteriori  osti- 
lità, e  condanuò  Fermo  all'ammen- 
da di  mille  scudi  d'  oro.  Ad    onta 
di  ciò  i    fermani   fecero  delle  scor- 
rerie sui  territorii  ripani  ed  ascola- 
ni, i  quali  s' impadronirono  d'Offi- 
da,  ciò  che  fu  motivo  di  guerre  tra  i 
limitrofi   luoghi  ;  assoldando    i    fer- 
mani nel    1498  il  celeberrimo  An- 
drea   Doria    e    il    conte    d' Urbino, 
perchè  la  città  reggevasi  colle  pro- 
prie leggi ,  esercitando    i    diritti  di 
mero    e    misto  impero,  per  cui  tal- 
volta i  Papi  raccomandarono    talu- 
no al  gran  consiglio,    perchè  fosse 
eletto  in  podestà.  Aiutarono  i   fer- 
mani Innocenzo    Vili    contro  Boe- 
colino  de'  Garzoni,   che  tentava  di 
dare    Osimo    al  sultano  Bajazet  II, 
come  per  la  presa  di  Leone  Pilla- 
10  di  lui  ambasciatore    al  sultano. 
In   questo  secolo  per  otto  volte  Fer- 
mo   provò    i   mortiferi    effetti  della 
peste,  nella  prima  delle  quali  peri- 
rono undicimila  cittadini.    Nel  pon- 
tificato di  Alessando  VI  Borgia,  Li- 
verolto  od  Oliverotto  Uffreducci, avea 
militato  sotto  alcuni  chiari  capita- 


3n  FER 

ni,  e  sotto  il  figlio  del  Papa,  Cesa- 
re   duca    del    Valentinois ,    quando 
concepì   ed    effettuò   il    progetto  di 
farsi  tiranno  della  patria,  che  agli  8 
gennaio   i5o2   occupò  per  sorpresa, 
dopo    aver    fatto   strangolare  i  più 
rispettabili  gentiluomini  fermani,  ed 
altri  barbaramente    massacrare  an* 
che  a  mezzo  di  sicari  e  del  veleno. 
Spaventata  così  la  città,  si  dichiarò 
«gli  signore  di  Fermo,  inviando  al 
Papa  ambasciatori,  coll'assicurazione 
eh'ei    la    teneva    come    un    vicario 
della  santa  Sede.  Indi  Liverotto  si 
unì  a  Cesare  per  rapire   ai  Varani 
Camerino,  e  poi  si  confederò  a  suo 
danno  nella  dieta  celebrata  alla  Ma- 
gione ;  ma  Cesare  con  simulazione 
riguadagnò    Liverotto   per    prender 
Sinigaglia,  ove  lo  fece  strozzare,  con 
vero    giubilo    di    Fermo,   ch'elesse 
per  signore  Cesare.  Divenuto  Papa 
Giulio  li,  il  Borgia  andò  spogliato 
di   tutti  i  dominii.  Morto  quel  Pa- 
pa nel    i5ì3,    nella    Sede    vacante 
Lodovico  nipote  di  Liverotto  pose 
in  campo  le    sue    pretensioni  ,    re- 
cossi a  Falerone  donde  era  oriun- 
da la  sua  famiglia ,    e    cominciò  a 
brigare    per    formarsi    un    partito , 
donde  ne  fuggì  quando  Fermo  spe- 
dì quattromila  fanti  per    imprigio- 
narlo. Alla  elezione  di  Leone  X,  di 
cui  era  stato  paggio,  per  la  prote- 
zione che  godeva  della  sua  famiglia 
Medici,  ardimentoso    Lodovico   oc- 
cupò Fermo,  cacciò  i  principali  del- 
la città,  e  fu  dal  popolo  acclamato. 
Nel    i5i6  partì  per  la  Francia  con 
Giuliano  de' Medici  ambasciatore  del 
Papa,  ed  allora  molti    banditi,  coi 
Brancadoro    s' impadronirono    della 
città  .  Momentanea  fu  la  calma  che 
gli  procurò  il  vice  legato  di  Leone 
X,   perchè    Muzio    Colonna    favorì 
le  loro  macchinazioni,    e    ne    restò 
ucciso     da     un    colpo    d'  artiglieria 


FER 
mentre  assaltava  la  città,  perciò  pu- 
nita  con  quattro  giorni  di  saccheg- 
gio ;    mentre    Petritoli     amica     dei 
Brancadoro  fu  incendiata  da  Carlo 
Baglione.   Allora  Leone  X  pel   vice 
legato  della  Marca,  con  ordine  dei 
i4  agosto  i  519,  vietò  ai  rettori,  ed 
alle    comunità    della    provincia    di 
aiutare  i  fermani  nelle  discordie  ci- 
vili ;  indi  chiamò  a  Roma  Bartolo- 
meo Brancadoro  e  Lodovico  Uffre- 
ducci,  e  li  pacificò.  Non  andò  gua- 
ri che  questi  fece  uccidere  Bartolo- 
meo, per  cui   la  città  dichiarò  Lo- 
dovico fellone,  rompitor  della   pace 
e  pubblico  nemico  ;  ed  il  Papa  ne 
comandò  l'imprigionamento.  Lodo- 
vico si  abbandonò  alla  sorte    delle 
armi,  saccheggiò  Carnasciale,  e  pre- 
se S.  Benedetto,  Servigliano  e  Fa- 
lerone, meditando  gettarsi  su  Fer- 
mo, quando  fu  vinto  ed  ucciso  dalle 
milizie  pontificie,  comandate  dal  ve- 
scovo di   Chiusi  Bonafede,  che  pa- 
cificati   i    cittadini     ridusse    Fermo 
alla   primiera  sudditanza  alla  santa 
Sede.  Nel    1840  il  eh.  De    Minicis 
pubblicò  nella  distribuzione  49  del- 
l' Album   la   biografia    di    Lodovico 
Eufreducci  signore  di  Fermo ,  col- 
l' incisione  del  suo   monumento  se- 
polcrale che  tiene  il    primo    luogo 
fra  quei  che  adornano  questa  città, 
non  meno  per  la  bellezza    del    di- 
segno, che  pel  magistero   del  lavo- 
ro; ricordando  in  essa    alcuni  fatti 
storici  del  Piceno  e  di  Fermo  che 
ne'  tre    ricordati    precedenti    secoli 
ebbero  pure  assai  parte  nei  grandi 
avvenimenti   della  nostra  Italia.   La 
biografia  coli' incisione  fu  stampata 
anche  a  parte. 

Nel  pontificato  di  Clemente  VII 
e  nel  1 533  rifuggironsi  in  Fer- 
mo cinquanta  abitanti  di  Monsam- 
pietro,  ciò  che  produsse  altre  guer- 
re contro  quel  castello ,    che    >cAU 


F  E  R 
Paolo  III,  obbligando  gli  ascolani 
che  l'avevano  occupato  ili  restituii  lo 
a  Fermo,  collo  sborso  di  dodici- 
mila ducati.  Nel  i536  il  cardinal 
di  Trani,  legato  della  provincia , 
per  l'uccisioue  fatta  in  Fermo  di 
certo  Tafarano  di  Monsampielro , 
sottopose  la  città  all'  interdetto,  ed 
all'ammenda  di  diecimila  ducati; 
indi  nel  i53j  tolsegli  il  castello 
che  die  al  cardinal  Cesarini.  Tut- 
ta volta  i  fermani  Io  riebbero  da 
Paolo  III;  ma  h  consiglio  del  le- 
gato avendolo  abbandonato  gli  abi- 
tanti, per  dispetto  i  fermani  lo  di- 
roccarono in  gran  parte,  perdendo 
quindi  la  benevolenza  del  Papa , 
il  quale  comandò  a  suo  figlio  Pier 
Luigi  Farnese  di  trattar  Fermo  da 
ribelle;  e  siccome  la  trovò  disabi- 
tata, l'abbandonò  al  saccheggio  del- 
1  esercito.  \  enne  poscia  il  legato, 
richiamò  i  cittadini  con  promessa 
di  amnistia,  ma  pronunziò  la  sen- 
tenza con  cui  dichiarò  Fermo  pri- 
vata del  suo  stato,  e  d'ogni  giu- 
risdizione; vi  lasciò  un  governato- 
re, ed  un  podestà  a  nome  della 
Chiesa  ;  fece  impiccare  Troilo  Ada- 
mi imputato  dell'  uccisione  di  Ta- 
farano, e  riprese  possesso  del  tan- 
to contrastalo  Monsampielro.  Nel 
1 538  il  Pontefice  elesse  il  suo  ni- 
pote cardinal  Ranuccio  Farnese,  in 
governatore  dello  stato  fermano , 
che  mandò  il  suo  luogotenente  a 
risiedere  a  Monte  Ottone.  Inutili 
furono  le  umiliazioni  di  Fermo, 
solo  nel  i54?  ottenne  di  essere 
reintegrata  per  mediazione  del  car- 
dinal Farnese,  cui  rimasero  in  feu- 
do Mogliano  e  Petritoli:  dovè  però 
Fermo  pagar  alla  camera  apostoli- 
ca duemila  scudi  d'oro  d'ammenda, 
e  contentarsi  che  Monsampietro  ri- 
manesse esente  dalla  sua  giurisdi- 
zione. Restituì  il  cardinale  ai  fermani 


Fl.R  3r 

nel  i  J49  Mogliano  e  Petritoli,  ma  a 
cagione  del  vice  legato  Mignanelli 
questi  due  castelli  combatterono  coi 
fermani.  Nel  i55o  nel  governo  di 
Fermo,  secondo  il  lodato  Fracas- 
setti,  avvenne  il  più  essenziale  cam- 
biamento, giacché  decretossi  per 
pubblico  consiglio  di  chiedere  al 
Papa  di  aver  per  privilegio  in  go- 
vernatore il  nipote  o  il  più.  pros- 
simo parente  del  Papa  regnante , 
ciò  che  ottenne  da  Giulio  III  :  laon- 
de d' allora  iu  poi  senza  grandi 
interruzioni,  sino  al  pontificato  d'In- 
nocenzo XII,  fu  Fermo  dipenden- 
te dal  suo  special  governatore,  che 
mandava  un  dottore,  e  più  spesso 
un  prelato  luogotenente,  a  sostener 
le  sue  veci.  Tralasciando  di  regi- 
strare le  gare  e  discordie  tra  Fer- 
mo e  i  suoi  castelli,  i  fermani  mi- 
litarono in  diverse  guerresche  spe- 
dizioni ;  e  gravi  danni  soffrirono 
nel  passaggio  di  eserciti  francesi , 
e  maggiori  dalla  peste,  per  cui  e- 
ressero  un  tempio  a  s.  Rocco ,  e 
un  lazzaretto  a  Capodarco.  Tali  so- 
no i  principali  avvenimenti  del  se- 
colo XVI  per  Fermo,  cui  vanno 
aggiunti  quei  gloriosi  derivatigli  dal 
suo  pastore  cardinal  Peretti,  esal- 
tato al  trono  papale  nel  1 58  5  col 
nome  di  Sisto  V,  il  quale  confermò  il 
governo  di  Fermo,  che  allora  ren- 
deva quattro  o  cinque  mila  scu- 
di annui,  a  Giacomo  Boncompa- 
gno,  figlio  del  predecessore  Grego- 
rio XII 1,  che  lo  avea  pur  conferma- 
to generale  della  Chiesa .  Il  Bon- 
compagno  era  stato  fatto  governa- 
tore da  Gregorio  XIII  nel  i5y5; 
e  gli  successe  nella  carica  il  suo 
zio  Boncompagno.  V.  Caesar  Ot- 
tinellus,  De  Firmio  Piceni  urbe  no- 
bilissima elogium  ad  Sixtum  J 
Pont.  Max. 

Ritornata  stabilmente  Fermo  sot- 


3?.  FER 

to  l' intero  dominio  della  santa  Se- 
de, ebbero  fine  le  discordie  civili 
Ira  cittadini,  e  le  guerre  co' ca- 
stelli, ognuno  rappresentando  le  sue 
ragioni  legalmente,  senza  alterazio- 
ne della  pubblica  tranquillità ,  go- 
vernandola come  si  disse  i  nipoti 
o  consanguinei  dei  Papi  .  Clemen- 
te Vili  ne  fece  governatore  il  ni- 
pote cardinal  Aldobrandino ,  alla 
cui  venuta  nel  i6o4  un  incendio 
distrusse  preziose  memorie  dell'ar- 
chivio. JNel  1621  Gregorio  XV  fe- 
ce governatore  Francesco  Boncom- 
pagno,  figlio  del  suddetto  Giacomo, 
ma  poco  durò,  per  essere  fatto  car- 
dinale ;  ed  Urbano  Vili  nominò 
governatore  suo  nipote,  il  cele- 
bre cardinal  Francesco  Barberini. 
Però  nel  seguente  pontificato  d'In- 
nocenzo X,  grave  avvenimento  tur- 
bò il  godimento  della  pace.  Nel 
1648  gran  parte  de'  cittadini  di 
Fermo,  a  tamburo  battente,  e  a 
bandiere  spiegate ,  si  levarono  a 
tumulto,  ed  armati  portaronsi  dal 
governatore  monsignor  Uberto  Ma- 
ria Visconti  milanese ,  ebe  gover- 
nava la  città  pel  cardinal  Camillo 
Panfili  nipote  del  Papa.  Cagio- 
ne del  tumulto  fu  la  carestia  di 
grani  che  più  volte  avea  fatto  am- 
mutinar il  popolo  chiedendo  pane  : 
questi  non  sentì  più  freno  quando 
vide  che  il  prelato  invece  ne  man- 
dava a  Roma,  togliendolo  per  for- 
za ai  proprietari  ;  anzi  chiamò  dei 
soldati  corsi,  perchè  proteggessero 
la  spedizione.  Invano  il  prelato  fu 
scongiurato  dai  magistrati  civici,  e 
da  altre  persone  a  desistere  da  tal 
procedere;  sordo  a  qualunque  in- 
sinuazione non  rispose  che  con 
disprezzo,  e  si  ricusò  di  dare  udien- 
za al  magistrato.  Infuriato  per  tal 
modo  il  popolo  saccheggiò  il  pa- 
lazzo, penetrò  nelle  prigioni    ov'e- 


FER 
rasi  rifugiato  il  governatore,  e  l'uc- 
cise, dopo  aver  massacrato  Barai  li 
suo  amico  e  il  suo  maestro  di  ca- 
sa. Indi  certo  Froscetta  ne  trasci- 
nò il  cadavere  sulla  piazza  ,  die 
spogliato  delle  vesti  rimase  inse- 
polto sino  alla  notte,  finché  i  cap- 
puccini lo  tumularono  nella  chiesa 
di  s.  Maria  dell'Umiltà.  La  città 
spedì  al  cardinal  Alessandro  Mon- 
talto,  nipote  di  Sisto  V,  che  tro- 
vavasi  a  Sant'Elpidio  perchè  si  re- 
casse in  Fermo,  ciò  che  fece  pron- 
tamente, ottenendo  che  deposte  le 
armi  i  cittadini  tornassero  all'ordi- 
ne. Innocenzo  X  mandò  a  Fermo 
con  amplissime  facoltà  monsignor 
Lorenzo  Imperiali,  il  quale  ivi  già 
avea  rappresentato  il  cardinal  Bar- 
berini, con  mille  e  duecento  fanti, 
e  trecento  cavalli  comandali  dal 
conte  David  VVidmau.  L'Imperiali 
restituì  la  pace  alla  città  colla  pu- 
nizione di  molti,  meritando  poi  la 
carica  di  governatore  di  Roma,  e 
la  dignità  cardinalizia.  Molti  rei 
erano  fuggiti,  un  gentiluomo  fu  de- 
capitato, e  la  sua  testa  fu  collo- 
cata in  uno  de'  pilastri  della  piaz- 
za; cinque  plebei  furono  impiccati; 
il  Froscetta  trascinato  a  coda  di 
cavallo;  dodici  ebbero  la  condanna 
di  galera;  agli  uni  fu  abbattuta  la 
casa,  agli  altri  confiscati  i  beni,  e 
la  città  pagò  duemila  ducati  pei 
danni  recati  al  palazzo  governati- 
vo. Innocenzo  X  usò  piuttosto  in- 
dulgenza, e  n'ebbe  parte,  senza  u- 
rnani  riguardi ,  il  fermano  Decio 
Azzolino  poi  cardinale.  Alessandro 
VII  dichiarò  governatore  di  Fer- 
mo il  nipote  cardinal  Flavio  Chi- 
gi. Finalmente  nel  1676  il  Papa 
Innocenzo  XI  rispose  ai  fermaui, 
che  domandavano  per  governatore 
il  celebre  cardinal  Alderano  Cibo 
suo  segretario  di  slato,  che   voleva 


FER 
abolire  il  nepotismo,  e  che  avreb- 
be in  vece  creata  uua  congrega- 
zione particolare  di  prelati,  uno  dei 
quali  ne  fosse  segretario ,  con  il 
promotore  fiscale  con  voto  consul- 
tivo, con  un  avvocato  relatore,  e 
presieduta  dal  cardinal  segretario 
di  stato,  dalla  quale  verrebbe  no- 
minato il  prelato  governatore  di 
Fermo.  Indi  nel  1680,  Alessandro 
Vili  Oltoboni,  elesse  il  cardinal 
Pietro  suo  nipote  in  governatore 
di  Fermo  ;  ma  Innocenzo  XII  sta- 
bilì la  congregazione  fermana ,  a 
cui  spettava  il  governo  pubblico 
ed  economico  della  città,  e  il  di- 
ritto di  decidere  in  grado  di  ap- 
pello le  cause  dello  stato  fermano, 
la  qual  congregazione  sebbene  con- 
fermata da  Benedetto  XIV  nel 
i~46;  il  successore  Clemente  XIII 
nel  1761  l'abolì,  invano  reclaman- 
do Fermo.  Le  sue  rimostranze  non 
ebbero  considerazione,  e  fu  gover- 
nata da  Roma  come  le  altre  città 
dello  stato  pontificio.  L'ultimo  pre- 
lato governatore  della  congregazio- 
ne fu  Antonio  Ripariti  da  Jesi;  ed 
il  primo  nominato  direttamente  dal 
Papa  fu  Benedetto  Lopreste  pa- 
lermitano. Fermo  provò  gli  effetti 
politici  che  posero  a  soqquadro  gli 
ultimi  anni  del  secolo  passato,  ed  i 
primi  del  corrente;  fu  capoluogo 
del  dipartimento  del  Tronto,  sotto 
il  governo  de'  francesi,  e  della  suc- 
ceduta delegazione  apostolica. 

Oltre  i  citati  autori,  scrissero  delle 
cosedi  Fermo  anche  i  seguenti:  Frau- 
ciscus  Adami,  De  rebus  in  n'aitale 
Firmano,  gestis  fragmentum  libri 
duo,  Romae  1  5g  t  ;  Michele  Cata- 
lani, Origini  e  antichità  fermane, 
Fermo  1778;  Giuseppe Colucci,  Del- 
le antichità  picene.  Fermo  1788; 
Francesco  Maurizio  Gontieri,  Fer- 
mo antico  e  moderno,  discorso  ac- 
\<  r..    xxiv. 


FER 


33 


cademico,  Fermo  1 692  ;  Risposta 
della  città  di  Fermo  alla  scrittu- 
ra fatta  slampare  a  nome  dei  ca- 
stelli del  suo  contado  contro  il  com- 
pendio istorico  del  governo  di  Fer- 
rara ;  Majolino  Bisaccioni,  Istoria 
della  guerra  civile  di  Fermo,  ex- 
stat  nella  Storia  delle  guerre  ci- 
vili del  medesimo,  Bologna  17  53; 
Giorgio  Marchesi,  Della  città  di 
Fermo,  in  cui  soprattutto  ragionasi 
delle  nobili  famiglie  de'  Brancado- 
ri  e  de'  Nobili.  Lo  storico  Fra- 
cassetti,  a  pag.  5  e  seg.  delle  sue 
Notizie  storiche,  riporta  un  erudito 
cenno  sugli  storici  municipali ,  da 
cui  nella  massima  parte  sono  de- 
rivate quelle  da  lui  egregiamente 
descritteci,  citando  per  ultimo  l'o- 
puscolo del  eh.  Achille  Gennarelli 
intitolato  :  Marmi  ottovirali  editi  ed 
inediti,  e  sopra  alcuni  monumenti 
ed  iscrizioni  fermane,  e  i  diversi 
articoli  inseriti  ne'  giornali  lettera- 
ri, ed  opuscoli  del  eh.  avv.  Gae- 
tano De  Minicis.  Nell'appendice  poi 
ci  dà  i  passi  de'  classici  scrittori 
risguardanti  Fermo ,  ed  una  rac- 
colta delle  sue  iscrizioni. 

Nel  Piceno,  e  massime  in  Fer- 
mo, sul  declinare  del  primo  secolo 
di  nostra  era  fu  promulgata  la  lu- 
ce del  vangelo,  principalmente  dai 
ss.  Marone  ed  Apollinare,  laonde 
al  dire  dell' Ughelli ,  Italia  sagra 
tom.  II,  pag.  678  e  seg.,  1'  origine 
della  sede  vescovile  risale  al  terzo 
secolo,  registrando  per  primo  ve- 
scovo s.  Adriano,  e  per  secondo  s. 
Alessandro  ambidue  martiri;  ma  a 
sentimento  dell'arcivescovo  Alessan- 
dro Borgia,  Omel.  IX,  tom.  II  ;  del 
Catalani,  De  Eccl.  Firm.;  e  del  De 
Minicis,  Sarcofago  crist.  illust.  pag. 
23  e  seg.,  non  restando  provato  il 
vescovato  di  s.  Adriano,  che  per  lu 
sola  testimonianza  dell'Ottinelli  nel- 
3 


34  FEK 

la  succitata  orazione ,  citato  perciò 
dall'  Ughelli,  non  lo  pongono  i  cri- 
tici nel  novero  de'  vescovi  fermani, 
e  forse  una  monetina  colla  leggen- 
da s.  Hadrianus ,  e  le  parole  de. 
Firmo,  di  cui  parla  il  De  Minicis, 
potrà  dare  un  qualche  schiarimen- 
to su  questo  punto.  Certo  è  che 
sotto  Decio,  acclamato  imperatore 
l'anno  249,  g'^1  grandemente  vi  si 
professava  il  cristianesimo,  e  n'  era 
vescovo  s.  Alessandro  che  vuoisi 
della  patrizia  famiglia  Sinigardi,  e 
perciò  senza  contrasto  riconosciuto 
pel  primo  fermano  pastore;  e  nella 
persecuzione  di  quel  principe,  in- 
sieme a  settanta  martiri,  peri  vit- 
tima gloriosa  di  fermezza  nel  soste- 
nere la  fede  di  Gesù  Cristo.  A 
lui  succedette  s.  Filippo,  anch'  e- 
gli  fermano ,  probabilmente  eletto 
ne'  primordi  dell'  impero  di  Vale- 
riano,  dal  clero  di  Fermo  col  con- 
senso del  popolo ,  quindi  risplen- 
dendo per  santità  di  vita,  e  non 
cessando  di  propagare  e  rafferma- 
re il  cristianesimo  patì  il  martirio 
sotto  Valerio  verso  l'anno  257,  ov- 
vero nella  persecuzione  di  Aurelia- 
no nel  272,,  o  in  quel  torno,  nel- 
la contrada  detta  di  Pozzo  Massi- 
ino  presso  Fermo,  vicino  alla  pub- 
blica strada  che  conduce  a  s.  Ma- 
ria a  mare.  Opina  pertanto  il  lo- 
dato De  Minicis,  che  i  numerosi  fe- 
deli fermani ,  volendo  conservare 
particola r  memoria  del  loro  santo  ve- 
scovo concittadino,  gli  abbiano  eret- 
to un  sarcofago  marmoreo  al  modo 
di  quelli  che  operavansi  in  Roma; 
importante  monumento  che  ammi- 
rasi nella  metropolitana,  e  pel  nomi- 
nato scrittore  descritto  eruditamen- 
te. Continua  l' Ughelli  a  registrare 
per  vescovo  di  Fermo  nel  terzo  se- 
colo s.  Ciriaco  successore  del  pre- 
cedente,  ed  il    Borgia    nel    quarto 


FER 
secolo  vi  annovera  Vittorino ,  e 
Claudio  che  nel  35g  fu  segretario 
del  consiglio  di  Rimini,  esclusi  dal 
Catalani,  De  Ecclesia  Firmana,  che 
nel  principio  del  quinto  secolo  vuo- 
le edificata  la  cattedrale  di  Fermo. 
Ma  1'  Ughelli  dopo  s.  Ciriaco  dice 
che  furono  vescovi  Vittorino,  Teo- 
dice,  e  Giusto  che  nell'  anno  5oo 
assistette  al  concilio  di  Papa  s.  Sim- 
maco. Non  è  nostro  scopo  riporta- 
re l' intera  serie  de'  vescovi  di  que- 
sta illustre  chiesa,  quale  si  può  ve- 
dere ne' suoi  storici,  nell' Ughelli,  e 
dopo  di  lui  nelle  annuali  Notizie 
di  Roma,  non  che  nelle  Notizie 
storiche  della  città  di  Fermo  del- 
l'encomiato Giuseppe  Fracassetti  ; 
laonde  ci  limiteremo  a  nominare  i 
vescovi  degni  di  special  menzione, 
come  le  principali  nozioni  ecclesia- 
stiche, potendosi  pel  di  più  consul- 
tare l'insigne  opera  del  detto  Ca- 
talani, De,  Ecclesia  Fimi,  e/usaue 
cpiscopis  et  archiepiscopis. 

11  vescovo  Passivo  meritò  l'amici- 
zia del  Pontefice  s.  Gregorio  I  il  Ma- 
gno; promosse  il  culto  di  s.  Savino 
comprotettore  di  Fermo,  ed  a  suo  o- 
nore  eresse  un  oratorio  nel  monte 
Vissiano,  che  prese  il  nome  del  san- 
to. Benemerito  assai  fu  il  vescovo 
Lupo ,  perchè  istituì  le  pubbliche 
scuole  nell'  826 ,  al  modo  che  si 
disse;  indi  nel  secolo  decimo  vie- 
ne fatta  menzione  de'  cardinali  del- 
la chiesa  fermana ,  ossia  de'  cano- 
nici istituiti  nel  precedente  secolo. 
Nel  1089  divenne  vescovo  Tom- 
maso Azzolino,  il  primo  che  si  no- 
mini di  questa  illustre  famiglia  fer- 
mana. Nel  seguente  secolo  i  vesco- 
vi di  Fermo  esercitarono  atti  di 
signoria  temporale  ,  permettendo 
I'  edificazione  di  vari  castelli  com- 
presi nella  diocesi  ,  di  cui  furono 
riconosciuti  signori.   Sotto  il  vescòr 


FER 

vato  di  Ugo  II  nel  1214  si  recò 
in  Fermo  s.  Domenico  fondatore 
dell'  ordine  de'  predicatori ,  e  colle 
case  cedutegli  da  Giovanni  Albcr- 
tone  di  Paccarone  fondò  il  con- 
vento e  la  chiesa  de'  domenicani  : 
come  sotto  quello  di  Filippo  II 
nel  1240  furono  ricevuti  in  Fer- 
mo i  francescani ,  e  fabbricata  a 
loro  magnifica  chiesa  e  convento. 
L'  libelli  a  pag.  701,  non  solo  ri- 
porta alcune  notizie  biografiche  del- 
la nobile  famiglia  Paccaroni,  ma 
eziandio  l' impronta  del  sigillo  di 
Stefano  Paccaroni,  come  priore  del 
capitolo  vaticano  sotto  Innocenzo 
IV,  rappresentante  s.  Pietro  remi- 
gante ,  e  nella  parte  inferiore  lo 
stemma  gentilizio.  Questo  interes- 
sante sigillo  di  forma  ovale,  si  cu- 
stodisce tuttora  nell'archivio  della 
basilica.  Trista  memoria  lasciò  di 
sé  sul  finir  del  secolo  decimoter- 
zo il  vescovo  Gerardo.  Dal  i32d 
al  1 334  Fermo  fu  da  Giovanni 
XXII  privata  della  sede  vescovile, 
in  pena  della  sua  adesione  allo 
scismatico  Lodovico  di  Baviera,  ed 
all'antipapa  Nicolò  V,  che  avea 
consacrato  un  suo  francescano,  per 
nome  Vitale,  in  pseudo  -  vescovo 
fermano.  Giacomo  da  Cingoli  fatto 
vescovo  nel  1 334  °  '335,  sotto 
Benedetto  XII,  fu  il  primo  a  chia- 
marsi vescovo  e  principe  di  Fermo, 
e  nel  suo  vescovato  fu  eretto  l'o- 
spedale di  s.  Maria  della  Carità;  ed 
il  vescovo  Bongiovanni  nell'  anno 
i35i  consagrò  l'altare  maggiore 
della  restaurata  ed  ampliata  cat- 
tedrale. Aderendo  Antonio  de' Vec- 
chi all'antipapa  Clemente  VII  ,  fu 
deposto  da  Urbano  VI ,  e  poscia 
restituito  al  seggio  episcopale  da 
Bonifacio  IX:  questo  vescovo  edi- 
ficò l'episcopio.  Gregorio  XII  depose 
il  vescovo  Leonardo  de  Phisicis  eon- 


FER  55 

cittadino  di  Innocenzo  VII,  per  so- 
spetto di  aver  avvelenato  quel  fcuo 
predecessore  :  però  contro  di  lui 
por  tossi  al  concilio  di  Pisa,  e  fu  ri- 
conosciuto da  Alessandro  V,  dan- 
dogli il  Papa  Giovanni  XXIII  in 
successore  Francesco  111  non  regi- 
strato dall'  Ughelli.  Contemporanea- 
mente in  questo  tempo  di  scisma, 
Gregorio  XII  elesse  prima  Giovan- 
ni da  Venezia,  poi  Giovanni  II, 
quindi  Giovanni  III  da  Sera  valle 
che  fu  al  concilio  di  Costanza,  ove 
per  volere  di  alcuni  cardinali  -tra- 
dusse in  latino  la  Divina  Comme- 
dia di  Dante.  Al  concilio  costan- 
ziense  intervenne  pure  Giovanni 
IV  de  Firminibus,  dato  da  Gio- 
vanni XXI li  in  successore  a  Fran- 
cesco III ,  e  questi  rimase  vescovo 
all'elezione  di  Martino  V,  con  che 
fu  estinto  il  lungo  e  fatale  scisma. 
Il  cardinal  Domenico  Capranica 
fu  il  primo  vescovo  decorato  della 
sublime  dignità  cardinalizia,  perso- 
naggio celebre,  che  fondando  in  Ro- 
ma il  collegio  di  cui  ne  porta  il 
nome,  che  al  dire  del  suo  biogra- 
fo Catalani  in  origine  si  sarebbe 
chiamato  Collegium  pauperum  scho- 
larium  sapientiae  firmanae  de  ur- 
be, ne  mise  a  parte  anco  la  città 
di  Fermo.  Dell'alunno  fermano  che 
tuttora  nomina  per  tal  collegio  l'ar- 
civescovo di  Fermo,  lo  dicemmo 
superiormente.  Sotto  di  lui  predicò 
in  Fermo  s.  Giacomo  della  Marca,  che 
ebbe  dal  comune  pe'  minori  osservan- 
ti la  chiesa  di  s.  Martino  in  \  ara- 
no ,  per  fabbricarvi  il  convento. 
L'  Ughelli  dice  che  dopo  la  morte 
del  cardinale  ne  fu  amministra- 
tore Enea  Silvio  Piccolomini,  fatto 
da  Calisto  III  nel  medesimo  anno 
cardinale,  e  che  nel  1 458  il  successe 
col  nome  di  Pio  II,  il  quale  nomi- 
nò   in  vece    Nicolò    II    Capranica  , 


36  FER 

che  ottenne  da  Sisto  IV  la  imme- 
diata soggezione  della  chiesa  ferma- 
mi alla  santa  Sede;  e  dopo  di  lui 
resse  la  chiesa  di  Fermo  il  cardi- 
nal Angelo  Capranica ,  che  sotto 
il  detto  Papa ,  Firmanam  eccle- 
siali excmit  a  jurisdictione  lega- 
tortini  apostolico  rum,  siccome  scri- 
ve l' Ughelli.  Tuttavolta  va  notato 
che  questo  grave  autore  errò  sul 
vescovato  o  amministratorato  di 
Enea  Silvio  Piccolomini,  indi  Pio 
11,  il  quale  non  fu  mai  né  vesco- 
vo ,  né  amministratore  di  Fermo  , 
com'  è  dimostrato  dal  Catalani,  De 
Eccl.  Fimi.  pag.  85.  In  oltre  Si- 
sto IV  prepose  a  questa  sede  Gi- 
rolamo Capranica,  e  nel  i479  ^*'°" 
vanni  Battista  Capranica,  che  nel 
dì  delle  ceneri  i4^4  hi  ucciso,  e 
gittato  dalla  finestra  di  casa  di 
Giambattista  Adami,  cioè  dai  figli 
di  questi,  ed  altri  parenti.  Rimane 
alquanto  dubbia  la  cagione  di  ta- 
le eccesso,  narrandosi  che  il  vesco- 
vo fu  trovato  in  mal  punto.  Que- 
sto avvenimento  recò  grave  distur- 
bo alla  città,  come  può  leggersi  in 
Giampaolo  Montani ,  Cronac.  ine- 
dit.;  nelColucci,  Antich.  picene  tom. 
XXV,  pag.  io4;  nel  Catalani,  De 
Eccl.  Finn,  ad  anno  1 4^4  >  e  nel- 
1'  Ughelli  citato  a  pag.  717,  il  qua- 
le però  riporta  l'iscrizione  che  po- 
se al  suo  sepolcro  il  nipote  di  Pio 
II,  Francesco  cardinal  Piccolomini, 
ove  leggesi  Presidi  firmano  dignis- 
simo.  Sisto  IV  subito  spedi  a  Fer- 
mo un  commissario,  che  ne  bandi 
gli  uccisori ,  e  ne  fece  demolire  le 
case;  ma  nel  i5o,4  furono  pacifi- 
cati i  Capranica,  gli  Adami,  e  le 
altre  famiglie  complici  del  delitto. 
11  cardinal  Francesco,  vivente  Giam- 
battista, era  stato  dichiaralo  ammi- 
nistratore della  chiesa  fermaua  che 
continuò  a  governare  sino  al  i5o3 


FER 

in  cui  fu  creato  Pontefice  col  no- 
me di  Pio  III.  Si  crede  da  lui 
donato  alla  cattedrale  il  prezioso 
reliquiario  della  ss.  Croce,  e  vi  si 
conserva  pure  il  libro:  Thesaurus 
Ponlificuni  et  sacerdotum ,  che  a 
lui  appartenne.  Sotto  il  vescovato 
del  cardinal  Francesco  Remolino 
si  stabilirono  nella  città  le  Clarisse; 
gli  successe  come  amministratore  il 
cardinal  Giovanni  Salviati  ;  e  a 
questi  il  cardinal  Nicola  Gaddi  , 
sotto  di  cui  i  cappuccini  vennero 
collocati  nel  monistero  di  s.  Savi- 
no. Ebbe  in  successore  nel  1 554 
l'erudito  Lorenzo  Lenti,  amico  del 
Caro  e  del  Varchi,  e  comandò  l'ar- 
mata  papale  sotto  Paolo  IV. 

S.  Pio  V  nel  i57i,  a'  17  dicem- 
bre, dichiarò  amministratore  di  Fer- 
mo il  cardinal  fr.  Felice  Peretti  , 
che  solo  ne  prese  possesso  nel  '574, 
e  nel  1576  si  portò  in  Falerone 
per  celebrarvi  la  processione  del 
Corpus  Domini,  ed  amministrarvi 
il  sagramento  della  confermazione. 
In  un  sigillo  poi  conservato  nel 
museo  De  Minicis  si  dà  il  titolo  a 
Felice  Peretti  di  Episcopus  Fir- 
mati, et  Princeps  ;  ed  avendo  in  se- 
guito esercitato  il  ministero  a  mez- 
zo de' suoi  vicari,  per  meglio  at- 
tendere alle  correzioni  dell'  opere 
di  s.  Ambrogio ,  che  poi  pubblicò , 
rinunziò  la  chiesa  fermana  a  Do- 
menico Pinelli ,  che  poi  divenu- 
to Sisto  V  esaltò  al  cardinalato. 
L' amorevole  amministrazione  del 
cardinal  Peretti  fu  segnalata  colla 
fondazione  del  seminario,  con  au- 
mento del  capitolo ,  con  dotazione 
della  cappella  musicale  ec.  Sotto  il 
cardinal  Pinelli ,  s.  Filippo  Neri 
istituì  in  Fermo  la  casa  dell'  ora- 
torio. Mentre  n'era  vescovo  il  bo- 
lognese Sigismondo  Zanneltini,  vo- 
leudo  i  fermani  profittare  della  sin- 


FER 

golar  benignità    che  avea  per  loro 
Sisto  V,  gli  esposero  i  motivi  che 
la  loro  chiesa  aspirar  poteva  ai  l'o- 
nore di  essere   elevata  al  grado  di 
chiesa  metropolitana,  sì  per  l'anti- 
chità e  nobiltà  del  luogo,  che  pe'ser- 
\igi  resi  da'fermani  alla  santa  Sede, 
e  per  aver  un  Papa  eh'  era  nato  a 
Grotta  a  mare    nello    stato    e  dio- 
cesi   di  Fermo ,    sebbene  il    di   lui 
padre  fos*e  nativo  di  Montalto,  per- 
ciò dal    P;ipa   eretta    in  vescovato. 
Considerando    Sisto  V    i    pregi    ed 
antichità  della  chiesa  fermana,   e  le 
ragioni  delle    altre    principali  città 
del  Piceno ,  di  buon    grado  condi- 
scese alle   istanze,  ed    a' 23    o   24 
maggio     1 589  ,    coll'autorità    della 
bolla    linìversi    Orbis,    che  si  leg- 
ge nel  Bull.   Rom.  toni.  V,  part.  I, 
pag.   63,   innalzò  la  chiesa  e  il  ve- 
scovo di  Fermo    alla   eminente  di- 
gnità   metropolitana ,    assegnandole 
per  suffraganee    le    chiese  vescovili 
di  Macerata,  Tolentino,  Ripatranso- 
ne,  Montalto,  e  Sanseverino,  col  qual 
ordine  sono  notate  nella  bolla.  Fu 
allora  che  i  fermani  mandarono  ad 
effetto  e  compimento    quanto  avea- 
no  decretato  per  le  grandi  benefi- 
cenze fatte  alla  loro  università,  col- 
la   statua   metallica   rappresentante 
Sisto  V,    la  quale  riuscì    con  tutti 
que'  pregi  propri  de'  migliori  lavo- 
ri di  tal  sorta.  Tuttora   le  medesi- 
me chiese    sono  soggette    alla  me- 
tropolitana di  Fermo ,   se  non  che 
il  vescovo    di  Macerata    lo    è  pure 
di  Tolentino.   All'  arcivescovo  Zan- 
nettini    successe  nel    i5o,5  il  cardi- 
nal Ottavio   Bandini  ,   sotto  di  cui 
in  Fermo  fu  fondato  il  collegio  ai 
gesuiti,    e    stabilironsi    i     paolotti; 
come  sotto  l'arcivescovo  Alessandro 
Strozza,    molto  stimalo    da    Enrico 
IV  re  di   Francia ,    fecero  il  simile 
gli    agostiniani    scalzi.    Pietro    Dini 


FER  37 

suo  successore  ebbe  fama  letteraria  ; 
e    Giambattista  Rinnuccini ,  chiaro 
per    la    legazione    d' Irlanda ,    pro- 
mosse il  culto  della  B.  Vergine  di 
s.  Maria  a  mare.  Dopo  il  cardinal 
Carlo  Gualtieri  ne    fu  benefico  ar- 
civescovo il  cardinal  Giovanni  Fran- 
cesco   Ginnetti.     Neil'  arcivescovato 
del  cardinal   Baldassare  Cenci,  i  si- 
gnori della  missione  ebbero  casa  in 
Fermo  ;  ed  in  quello  di  Girolamo 
Mattei  per  un    incendio    fu  ristau- 
rato  il  seminario ,  fondato  il  mon- 
te frumentario,   ed  istituito   il  con- 
vitto del  Bambin  Gesù  per  le  don- 
zelle. L'arcivescovo  Alessandro  Bor- 
gia   incrostò    di  'marmi    la  facciata 
e  la  torre    della  chiesa    metropoli- 
tana, che  pure    arricchì  di  suppel- 
lettili,   e  ne  illustrò   la    storia    con 
dottissime    omelie.   11    cardinal    Ur- 
bano Paracciani,  fra  i  tanti  benefì- 
zi   che    fece  alla  diocesi ,  ampliò  il 
seminario,  ordinò  gli  archivi,  rifor- 
mò l'orfanotrofio  ec.  L'ospedale  dei 
proietti  da  lui  incominciato,  lo  com- 
pì il  successore  Andrea  Minucci,  il 
quale  ingrandì   quello  delle  proiet- 
te,  e  riedificò  la  cattedrale.   Il  car- 
dinal Cesare  Brancadoro  fermano , 
per  trentaquattro  anni  governò  l'ar- 
cidiocesi  ;  fu  benemerito  delle  scuo- 
le del    seminario ,    e  fondò   la  pia 
casa  degli  orfanelli.  Il  regnante  Pon- 
tefice Gregorio  XVI  a'  i5  febbraio 
1 838  trasferì  dal  vescovato  di  Mon- 
tefiascone  e  Corneto   Gabriele  Fer- 
retti   a  questa    metropolitana,    nel 
qual  anno  lo  creò  cardinale,   pub- 
blicandolo nel  seguente.  Oltre  quan- 
to dicemmo  di  questo  cardinale  al 
volume  II,  pag.  52  del  Dizionario, 
ed  in  questo  articolo,  ne  accenna- 
rono le  benemerenze  coll'arcidioce- 
si,  i  tipografi  Paccasassi,  nella  iscri- 
zione dedicatoria  delle   Notizie  slo- 
riche del  Fracassetti.  Finalmente  lo 


38  FER 

slesso  Papa  che  regna,  nel  concisto- 
ro de' 27  gennaio  1842,  dalle  sud- 
dette chiese  di  Montefiascone  e  Cor- 
neto  traslatò  a  questa  metropoli- 
tana il  cardinal  Filippo  de  Angelis 
d'Ascoli,  quindi  colle  venerate  sue 
mani,  nella  sua  cappella  segreta  del 
palazzo  vaticano,  gl'impose  il  pallio 
arcivescovile.  Già  è  in  benedizione 
il  suo  nome,  perchè  padre  amoro- 
so e  benigno  verso  il  suo  gregge 
diletto;  già  si  è  procacciato  1'  uni- 
versale venerazione  qual  vigilante 
e  prudente  pastore  :  ha  l'animo  a- 
dorno  di  provvido  consiglio,  vir- 
tù e  scienza  ;  riunisce  le  preclare 
doli  de'  XV  fermani  cardinali  pa- 
stori ,  e  ne  emula  le  magnanime 
gesta. 

La  cattedrale  di  Fermo  è  dedi- 
cata a  Dio,  ed  in  onore  dell'assun- 
zione in  cielo  di  Maria  Vergine.  Il 
capitolo  si  compone  di  quattro  di- 
gnità, cioè  dell'arcidiacono  che  è  la 
prima,  dell'arciprete,  del  decano,  e 
del  primicero  ;  di  dodici  canonici 
compreso  il  teologo  ed  il  peniten- 
ziere ;  di  quattordici  prebendati  o 
beneficiati,  fra'  quali  quattro  man- 
zionarii,  oltre  altri  preti  e  chierici 
addetti  al  servigio  del  diviu  culto. 
In  essa  venerasi  il  capo  di  s.  Savi- 
no, e  non  ha  cura  parrocchiale  ;  i 
canonici  sono  decorati  di  abito  pao- 
nazzo, e  di  croce  semplice;  l'episco- 
pio è  distante  dalla  cattedrale.  In- 
oltre nella  città  sono  vi  nove  par- 
iocchie;  ed  in  tutte  il  fonte  batte- 
simale: quella  di  s.  Michele  Arcan- 
gelo, che  è  collegiata,  ha  il  capito- 
lo composto  di  otto  canonici,  e  di 
cinque  beneficiati.  Vi  sono  i  reli- 
giosi conventuali,  domenicani,  ago- 
stiniani, gli  agostiniani  scalzi,  che  in 
uh  ai  minori  osservanti  sono  fuori 
delle  porte,  e  a  poca  distanza  dalla 
città  ;  i  signori  della  missione,  i  filip- 


FER 

pini,  i  gesuiti,  i  cappuccini,  e  i  ben- 
fratelli.  In  quanto  alle  monache,  esse 
sono  le  benedettine  di  s.  Giuliano, 
le  Clarisse ,  le  domenicane,  le  cap- 
puccine, e  le  signore  convittrici  del 
Bambin  Gesù  ;  oltre  due  conser- 
vatorii,  diciassette  sodalizi,  e  gli  al- 
tri pii  stabilimenti  summentovati. 

Da  ultimo  i  confrati  del  sodali- 
zio di  s.  Maria  del  Pianto,  a  me- 
diazione del  cardinal  arcivescovo, 
e  di  monsignor  Antonio  Matteuc- 
ci  loro  illustre  concittadino,  econo- 
mo e  segretario  della  congregazio- 
ne della  reverenda  fabbrica  di  s. 
Pietro,  e  canonico  vaticano  ,  otten- 
nero dal  reverendissimo  capitolo  di 
questa  basilica  il  pio  donativo 
della  corona  d'oro  per  l'antica  e 
venerata  immagine  della  Beata  Ver- 
gine esistente  nella  loro  chiesa  sot- 
to il  titolo  di  Madonna  del  Pian- 
to. Per  eseguirsi  il  solenne  rito 
della  coronazione,  la  divota  imma- 
gine fu  trasportata  nella  chiesa  me- 
tropolitana a  tal  e  (Tetto  addobbata 
con  decorosa  pompa  ecclesiastica,  e 
collocata  sul  maggior  altare  sotto 
grandioso  padiglione.  Quindi  il  lo- 
dato porporato  a' io  settembre  i84-3 
impose  1'  aureo  diadema  sul  capo 
della  sagra  immagine  con  commo- 
vente cerimonia,  alla  presenza  d'in- 
numerabili  suoi  diocesani,  massime 
de'fermani  d'ogni  ordine,  tra' quali 
monsignor  Giovanni  de'  conti  Sab- 
bioni arcivescovo  di  Spoleto.  Tut- 
ti gli  spettatori  con  cristiana  edifi- 
cazione restarono  penetrati  da  re- 
ligioso fervore  e  tenerezza  divota, 
come  è  descritto  nel  supplimento 
al  nutn.  83  del  Diario  di  Roma 
di  detto  anno,  in  un  alla  solennis- 
siraa  processione,  colla  quale  la  co- 
ronata immagine  fu  ricondotta  al- 
la sua  chiesa  titolare,  agli  esercizi 
di  pietà    ed  orazioni  che  precedei- 


FER 
tero,  accompagnarono,  e  seguirono 
la  funzione,  e  alle  feste  d'  ogui  ma- 
niera celebrate  in  tanto  lieto  avve- 
nimento. Per  tale  circostanza  furo- 
no composte,  e  poi  pubblicate  col- 
le stampe  del  Ciferri  :  Inscriptio- 
nes  in  feslo  B.  M.  V.  ad  lacry- 
rnas  perdolentis  aurea  corona  prae- 
cinlae.  Firmi  latine  editae  ab  An- 
gelo Fazzinio  vie.  pot.  fung.  itali- 
ce  ad  paraphrasin  redditae  a  Cct- 
j etano  de  Minicis  adv. 

Il  Fracassetti  a  pag.  106  ripor- 
ta una  tavola  colla  indicazione 
della  giurisdizione  dell'arcidiocesi  di 
Fermo.  L'  arcivescovo  oltre  1'  am- 
ministrazione delle  cose  della  sua 
arcidiocesi,  ne  giudica  le  cause  ci- 
vili e  criminali  ecclesiastiche  e  di 
misto  foro  in  prima  istanza,  ed  in 
secondo  grado  quelle  a  lui  porta- 
te in  appello  dai  giudizii  de'vesco- 
vi  suoi  surfraganei.  Le  civili  sono 
decise  da  un  giudice  singolare  che 
lia  il  titolo  di  uditore,  o  di  vica- 
rio generale  :  le  criminali  da  un 
tribunale  collegiale  composto  del 
vicario  generale,  dell'  uditore  cri- 
minale, e  di  un  altro  individuo 
scelto  dall'arcivescovo.  La  mensa 
ad  ogni  nuovo  pastore  è  tassata 
ne'libri  della  camera  apostolica  in 
fiorini  seicento.  V.  Mich.  Catala- 
11  us,  De  Ecclesia  Firmano,  ejusque 
episcopis,  et  archiepiscopi s,  Com- 
mentarius,  Firmi  1783,  opera  as- 
sai stimata.  Vi  è  la  Supplica  del- 
la città  di  Fermo  ad  alcuni  Eni. 
tigg.  Cardinali  sulle  presenti  ver- 
tenze con  monsignore  Mimaci  in- 
torno alla  chiesa  metropolitana,  e 
collegio  Marziale,  Villafranca  1782. 
In  questa  opera  si  descrive  pure 
la   forma  dell'antico    tempio. 

FERNAMBUCO  o  PERNAM- 
Bl  CO.  Nome  sotto  del  quale  vie- 
ne indicato    il  complesso  delle    due 


FER  39 

città  di   Olinda    e  Recife  del   Brasi- 
le.    V.   Olinda,  città  vescovile. 

FERNANDEZ  Luigi,  Cardinale. 
Vedi  Cokdova  (de)  Fernapìdez. 

FERNANDEZ  Pietro  Maxriquez.. 
Cardinale.    V.   Maxriqvez. 

FERNANDIoFERNANDEZ  Pie- 
tro, CVzrrfmtf/e.PietroFernandiFrias, 
ovvero  de  Frigidis,  nacque  in  Ispagna 
da  poveri  ed  oscuri  parenti.  Spiegato 
però  molto  ingegno,  e  guadagna- 
tasi con  destrezza  la  stima  de'prin- 
cipi  Errico  e  Giovanni,  ottenne  di 
essere  promosso  alla  chiesa  di  O- 
sma.  L'antipapa  Clemente  VII  lo 
creò  suo  cardinale  col  titolo  di  s. 
Prassede  ;  ma  ricondottosi  poscia  al- 
l' ecclesiastica  unità,  intervenne  al 
concilio  di  Pisa,  ed  ivi  nel  i-4°9  ul 
ammesso  tra  i  cardinali  della  santa 
Chiesa.  Sì  trovò  presente  alla  ele- 
zione di  Alessandro  V,  il  quale  lo 
riconobbe  per  tale ,  indi  lo  spedì 
suo  legato  in  Roma.  Essendo  mor- 
to però  quel  Pontefice,  il  Fernan- 
di  si  volse  a  Bologna  per  assistere 
al  conclave  in  cui  fu  eletto  Gio- 
vanni XXIII.  Fu  quindi  conferma- 
to nella  sua  dignità  di  legato,  e 
trasferito  alla  chiesa  di  Sabina; 
ebbe  anche  la  diguità  di  arciprete 
della  basilica  vaticana.  Intervenne 
al  concilio  di  Costanza,  e  si  trovò 
nel  numero  degli  elettori  di  Mar- 
tin^ V,  dal  quale  ebbe  l'incarico 
di  legato  apostolico  in  Venezia, 
per  assolvere  la  repubblica  dalle 
censure  in  cui  era  incorsa.  In  Ispa- 
gna fondò  il  magnifico  amniste- 
rò di  Spergia  a'  religiosi  geroni- 
miani  e  lo  arricchì  di  una  dote. 
Tuttavolta  lasciò  di  sé  infelice  me- 
moria,  per  la  sua  vita  dissoluta, 
pel  suo  orgoglio,  e  per  la  sua  ava- 
rizia; laonde  ad  istanza  de' grandi 
della  Spagna  fu  allontanato  dalla 
corte,  e  sequestrate  dal  fisco  le  sue 


4o  FER 

grandi  ricchezze.  Morì  in  Firenze 
nel  1420,  e  trasferito  in  Ispagna, 
fu  sepolto  nella  metropolitana  di 
Burgos. 

FERNES  (Fernen).  Città  con 
residenza  vescovile  d'Irlanda,  nella 
provincia  di  Leinster,  o  Lagenia, 
nella  contea  marittima  di  Wexford, 
la  cui  città  dello  stesso  nome  fu 
altra  volta  la  capitale  del  regno 
d' Irlanda,  o  di  Leinster.  Fernes  o 
Fearnes ,  in  latino  Ferita  e  Fer- 
nae,  giace  sulla  riva  destra  del 
Bann.  La  cattedrale ,  e  il  palazzo 
vescovile  sono  degni  di  osservazio- 
ne :  vi  si  tengono  fiere  sei  giorni 
dell'anno.  Si  crede  che  Fernes  oc- 
cupi il  luogo  dell'  antica  Menapia, 
di  cui  Tolomeo  fa  menzione.  Il  re 
di  Leinster  avendo  abbruciata  la 
città  nel  1166  fondovvi  in  espia- 
zione un'abbazia,  che  ora  è  in  ro- 
vina, ed  un  castello  nel  quale  ri- 
tirossi  con  Dargorval  moglie  di 
O'Roisk  principe  di  Bressiny,  cir- 
costanza di  cui  profittarono  i  nor- 
manni per  fare  la  conquista  del- 
l'Irlanda.  Fernes  fu  saccheggiata 
dai  ribelli  nel   1798. 

La  sede  vescovile  fu  fondata  dal- 
l'apostolo dell'  Irlanda  san  Patri- 
zio, nell'anno  4^5,  e  sottoposta 
alla  metropolitana  chiesa  di  Du- 
blino ,  di  cui  è  tuttora  suffraga- 
nea.  Commanville  la  dice  fonda- 
ta neh"  anno  53o;  altri  dicono 
che  dei  trentotto  suoi  vescovi  a- 
vanti  ia  riforma ,  i  primi  due  fu- 
rono s.  Edano  del  5g8  ,  e  s.  Mo- 
lingo  che  gli  successe  l'anno  632  . 
Dopo  il  vescovo  Cillenio  del  714 
avvi  una  lunga  lacuna,  fino  alla 
metà  del  secolo  IX,  non  essendo 
noti  i  di  lui  successori.  Giovanni 
di  Evreux,  decano  di  Fernes,  che 
morì  nel  1578,  è  l'ultimo  de' ve- 
scovi   cattolici  ;    i    di  lui  successori 


FER 
vennero  nominati  dalla  scismatica 
regina  Elisabetta.  Sotto  Pio  VI  i  ve- 
scovi cattolici  incominciarono  la 
nuova  serie,  e  quel  Papa,  con  de- 
creto della  sagra  congregazione  di 
Propaganda,  ne  fece  vescovo  nel 
1 785  Giacomo  Caulfield  della  stes- 
sa diocesi,  cui  Pio  VII  gli  die  in 
coadiutore  Patrizio  Ryan  della  dio- 
cesi di  Kildare,  fatto  da  lui  vesco- 
vo in  partibus  infìdclium  nel  1 804. 
Commanville  dice  che  nell'  XI 
secolo  la  sede  del  vescovo  venne 
trasferita  a  Wexford,  città  molto 
ben  fabbricata,  con  comodo  porto, 
avente  un  bel  ponte  sul  fiume  Sla- 
ney,  alla  di  cui  imboccatura  giace. 
Indi  soggiugne  che  la  sede  nel 
1 600  venne  unita  a  Laglin,  con- 
tinuando la  residenza  episcopale  a 
Wexford,  sino  a'  nostri  tempi.  Si 
apprende  però  dal  Catholic  Dire- 
ctory, che  attualmente  il  vescovo 
di  Fernes  risiede  in  Enniscorthy, 
altra  città  dell'Irlanda  della  stessa 
provincia  Lagenia,  sul  Slaney,  ove 
hanno  luogo  otto  annue  fiere,  a 
cagione  del  considerabile  commer- 
cio de'  commestibili  che  ivi  si  fa  : 
aveva  questa  città  i  privilegi  di 
borgo  prima  dell'unione.  Le  recen- 
ti notizie  ecclesiastiche  del  vescova- 
to di  Fernes  sono ,  che  continua 
lodevolmente  a  governare  la  dioce- 
si ,  monsignor  Giacomo  Keating 
succeduto  per  coadiutoria  nel  1819, 
essendone  stato  a  ciò  eletto  a' 2  3 
novembre  del  precedente  anno.  Il 
clero  è  formato  di  ventisei  parro- 
chi,  e  cinquanta  vicari,  essendo  i 
cattolici  più  di  duecento  dieci  mila. 
La  diocesi  ha  trentasei  parrocchie 
e  molte  cappelle  ;  il  seminario  ve- 
scovile è  in  Wexford.  Il  vescovo 
ed  il  clero  vivono  coi  proventi  par- 
rocchiali, e  con  le  pie  oblazioni 
de'  cattolici. 


FER 

FERON1  o  FERROSI  Gil.sf.ite 
JVIaki.i,  Cardinale.  Giuseppe  Maria 
Feroni  o  Ferroui  patrizio  di  Firen- 
ze, dei  marchesi  del  suo  nome,  na- 
to nel  1692,  e  cresciuto  nelle  buo- 
ne discipline  presso  il  collegio  de- 
mentino di  Roma,  ebbe  da  Clemen- 
te XI  un  canonicato  nella  basilica 
lateranense.  In  seguito  passò  ad  al- 
tro canonicato  nella  basilica  vati- 
cana, e  lodevolmente  sostenne  pa- 
recchi uffizi,  tra'  quali  il  carico  di 
segretario  della  congregazione  della 
immunità,  ottenuto  da  Benedetto 
XIII  nel  1728,  il  quale  volle  ezian- 
dio consecrarlo  arcivescovo  di  Da- 
masco. Clemente  XII,  dieci  anni 
dopo,  lo  trasferì  al  posto  di  asses- 
sore del  s.  offizio ,  e  Benedetto 
\1\,  nel  1743,  a  quello  di  segre- 
tario della  congregazione  de' vescovi 
e  regolari.  Questo  Pontefice,  nella 
promozione  del  26  novembre  1753, 
lo  creò  prete  cardinale  col  titolo  di 
s.  Pancrazio,  e  lo  ascrisse  alle  con- 
gregazioni del  s.  oftizio,  di  propa- 
ganda, dell'immunità,  de' vescovi  e 
regolari,  colla  protettola  de'mona- 
ci  di  Vallombrosa.  Ebbe  poi  an- 
che la  prefettura  della  congrega- 
zione de'riti,  e  mori  nel  1767  in 
Roma.  Fu  stimato  da  tutti  per  le 
sue  amabili  qualità  e  specchiati  co- 
stumi ,  ai  quali  pregi  univasi  un 
vantaggioso  aspetto.  Fu  sepolto  nel- 
la chiesa  di  s.  Cecilia,  dove  presso 
l'altare  della  Maddalena  s'erge  un 
elegante  avello  col  busto  del  cardi- 
nale, e  un'onorevole  iscrizione.  Il 
Feroni  fu  quegli  che  fabbricò  l'ame- 
na villa  poco  discosta  dalla  porta  di 
s.   Pancrazio  di   Roma. 

FEROZ  SAPOR  od  AMBARA. 
Sede  vescovile  sotto  il  Mainano  dei 
giacohiti,  situata  sull'Eufrate  a  po- 
ca distanza  da  Bagdad,  secondo 
V&bul(èda)Tabul.geogntph.  n.  272. 


FER  4« 

Si  conosce  un  vescovo  di  questa 
città  chiamato  Acha,  che  fu  ordi- 
nato nel  63c),  come  si  ha  dal  p. 
Le  Quien  nel  suo  Oriens  Christia- 
na» tom.  II,  pag.    i5q3. 

FERRARA  (Ferrarien).  Città 
con  residenza  arcivescovile,  nello 
stato  pontificio,  capoluogo  della 
provincia,  e  legazione  apostolica  del 
suo  nome,  della  quale  daremo  pri- 
ma un  cenno  istorico,  come  della 
sua  posizione  topografica.  11  Pole- 
sine di  Rovigo,  provincia  del  regno 
lombardo  -  veneto  ,  segna  a  borea 
il  termine  di  questa  cospicua  pro- 
vincia ,  che  dal  Po  grande  vie- 
ne divisa,  il  quale  al  nord -est  si 
Diparte  nel  Po  di  fllaistra,  ch'en- 
tra presso  Venezia  nell'  Adriatico, 
e  nel  Po  di  Ariano,  che  si  con- 
fonde col  mare  nel  territorio  fer- 
rarese ,  e  precisamente  al  porto  di 
Goro  ;  la  spiaggia  marittima  ne 
cinge  il  Iato  orientale  ;  al  nord-est 
il  Panaro  la  separa  per  qualche 
tratto  dal  ducato  di  Modena,  con- 
finando il  rimanente  co  brani  del 
ducato  medesimo;  ed  i  territorii 
delle  due  legazioni  bolognese  e 
ravennate  ne  tracciano  al  sud  ed 
al  sud-ovest  la  linea  di  demarca- 
zione. 11  canale  di  navigazione  pres- 
so Ferrara,  ed  il  canal  Bianco,  il 
canale  di  Cento,  e  il  canale  Bene- 
dettino agevolano  le  comunicazioni. 
Quel  di  Cento  ricevendo  il  Reno 
bolognese ,  assume  il  nome  di  Po 
di  Primaro,  ed  accerchia  da  que- 
sto lato  le  valli  di  Cornacchie)  , 
mentre  un  altro  canale  rade  le 
valli  stesse  nel  lato  settentrionale, 
e  dicesi  Po  di  Volano.  Un  tratto 
di  paese  è  bagnato  dal  Senio  e 
dal  Santerno ,  che  si  uniscono  al 
Po  di  Primaro,  ed  altri  fossi  e 
eanali  vi  affluiscono,  essendo  slati 
artificiosamente    praticati    per    mi- 


$i  FER 

gliorarne  il  terreno  generalmente 
paludoso.  Tutta  volta  i  stagni  sono 
frequenti,  ma  si  ricava  da  essi  co- 
pioso profitto  colla  pesca,  colle  sa- 
line, e  co'  pascoli.  La  coltura  del- 
le terre  è  lodevole,  e  ne'luoghi  u- 
niidi  e  bassi  vi  prosperano  le  ca- 
nape e  i  lini.  La  legazione  aposto- 
lica di  Ferrara,  governata  da  un 
cardinale  legato ,  è  divisa  nei  due 
distretti  di  Ferrara  e  di  Lugo,  e  com- 
plessivamente contiene  circa  due- 
cento quindicimila  abitanti.  Nel 
distretto  di  Ferrara,  non  compre- 
si gli  appodiati  soggetti  al  comune, 
<:  de'quali  si  parlerà  poi ,  ne  di- 
pendono i  sette  seguenti  governi, 
di  cui  ne  accenneremo  le  cose  prin- 
cipali. 

Cento  (Centum).  Città  posta  sul- 
la sinistra  riva  del  Reno,  ed  alla 
destra  del  canale,  cui  dà  il  proprio 
nome.  È  cinta  da  muraglie,  ed  ha 
oltre  la  chiesa  collegiata,  e  il  pa- 
lazzo municipale,  parecchi  privati 
edilìzi  di  qualche  decoro.  Non  pri- 
ma dell'anno  80 1  si  trovano  me- 
morie di  questo  luogo,  benché  sia 
assai  più  antico,  essendo  originata 
da  cento  capannucce  fatte  da'  pe- 
scatori di  gamberi ,  che  poi  furono 
circondate  da  un  profondo  fosso. 
Vuoisi  che  quivi  il  Reno  si  disper- 
gesse nella  stagnante  Padusa,  e  che 
in  queste  foci  si  edificassero  i  caso- 
lari e  le  capanne,  che  in  processo 
di  tempo  formarono  il  ricco  castel- 
lo, che  Benedetto  XIV  nel  1753 
fece  città ,  e  decorò  di  privilegi. 
I  bolognesi  ne  dierono  la  signoria 
al  proprio  vescovo  in  compenso 
delle  decime  ;  Alessandro  VI  la  die- 
de in  dote  a  sua  figlia  Lucrezia 
Borgia,  quando  sposò  il  duca  Al- 
fonso 1  d'Este;  Giulio  II,  e  Leo- 
ne X  la  tolsero  agli  Estensi,  che 
poi   la    ricuperarono ,    e    goderono 


FER 

sino  a  Clemente  Vili.  Vi  soggiace 
la    comune   di    Pieve,  o    Pieve    di 
Cento,    borgo    o  terra    posta    alla 
destra  del  Reno,  nella  quale  vene- 
rasi un'  immagine  assai  divota  del 
ss.  Crocefisso;  e  la  collegiata  di  s. 
Maria  Assunta  venne  soppressa  al- 
l'epoca del  regno  italico,  nella  qua- 
le in  Cento  fu  pur  distrutta  quel- 
la di  s.  Biagio.  Ha  poi  nella  comu- 
nale   amministrazione    1'  appodiato 
Casumaro,  oltre  alcuni  villaggi.  Di 
Cento    abbiamo  varie  opere.    Gio. 
Francesco  Erri,  Dell'origine  di  Cen- 
to ,    e  di   sua  pieve,   ec. ,  Bologna 
1 769  ;  Supplemento ,  Bologna  1770; 
Trattenimenti,  Modena    1772;  An- 
notazioni ,     Venezia     1772.     Cre- 
scimbeni ,    Annotazioni    storico-cri- 
tiche ec,  Venezia   177 1.  Francesco 
Bagni,    Succinta    memoria  dell'ac- 
cademia de' Rinvigoriti, Bologna  1 6g4; 
Frammenti  ec,  Modena  1773.  Mon- 
teforli,    Dissertazione  ec,    Venezia 
1771.    Panni  ni ,   Compendiosi  rag- 
guagli ec  ,  e  Degli  insigni  soggetti 
di  Cento,    Bologna   i655.  Righetti 
Dandini,  Le  pitture  di  Cento,  e  le 
vite  di  vari  incisori  e  pittori  della 
stessa  città,  Ferrara    1788. 

Porto  Maggiore.  Borgo  posto  nella 
parte  occidentale  delle  valli  di  Cornac- 
chie, ed  attraversato  da  un  canale  che 
si  confonde  col  medesimo  stagno  : 
vi  è  la  collegiata  di  s.  Maria  As- 
sunta in  cielo .  Abbiamo  notizie 
di  questo  paese  e  della  sua  pieve 
fino  dal  9^5.  La  popolazione  si 
aumenta  continuamente,  ed  è  per- 
ciò che  il  paese  riceve  nuovi  ab- 
bellimenti. Con  buona  architettu- 
ra sono  stati  innalzati  il  palazzo 
comunale  ed  un  teatro,  come  ven- 
ne rinnovato  il  prospetto  della  col- 
legiata. Ricava  vantaggio  dalla  pe- 
sca, e  nel  suo  governo  è  la  co- 
mune di    Ostellato  ,  castello  molto 


FER 
nominalo  nell'istoria;  coll'appodia- 
to  Medelana.  All'  amministrazione 
comunale  vanno  congiunti  gli  ap- 
podiati  Masi-del-Torcllo,  e  Voghìe- 
va:  ambedue  hanno  de'casali  spar- 
si all'  intorno,  fra'quali  il  secondo 
conta  Voglienza  ,  che  per  1'  o- 
pinione  di  alquanti  storici  fu  già 
illustre  città  vescovile,  edificata  dai 
galli,  e  distrutta  o  dai  goti  o  da- 
gli unni. 

Argenta.  Questo  antichissimo  bor- 
go, da    molti  scrittori    è   chiamato 
città;  quello    preesistente  era  però 
alla  destra  del  Po  di  Primaro,  es- 
sendo l'odierno    in  riva    dell'oppo- 
sta parte,  al  sud-est  delle  valli  di 
Comacchio.    Fu   edificato  da    Esu- 
peranzio    arcivescovo    di    Ravenna, 
e     circondalo    di    mura    nel    6o3 , 
dall'  esax-ca  Smaragdo.   Poco    lungi 
è  un    sontuoso     tempio    fabbricato 
nel    1610,    e  dedicato  alla  Madon- 
na   della  Celletta  ;  la    collegiata    è 
sagra  a    s.    Nicola  di    Bari,  ed    a- 
veva  l'onore  di  essere  concattedra- 
le a  Ravenna.  Appartenne  agli  ar- 
civescovi di  quella  metropolitana,  e 
dall'annuo  tributo  di    argento  che 
alla  mensa  presentava ,  si  crede  a- 
verne  desunto  il  nome.   I   ferraresi 
prima    l'occuparono    sotto  Alessan- 
dro III;  fu  quasi  distrutto  dai  bo- 
lognesi nell'entrare  del  secolo  XIII; 
l'ebbero  poi  i   marchesi  Estensi,  e 
resolo    alla    chiesa    di  Ravenna,  ne 
ottennero  poi  da  Benedetto  XII  la 
investitura.  Poco  lungi,  e  sulla  spon- 
da stessa  di    questo  ramo  del   Po^ 
erano    i    due    magnifici    luoghi    di 
delizia    degli    Estensi ,    denominati 
Boccaleone ,    e    Consandolo  :    sono 
principali     appodiati    di     Argenta  , 
Codijiumc   Filo ,    e    s.   Nicolò    con 
Benvignante.   Di    Argenta  abbiamo 
Josephus  Amadesius ,    De  comilatu 
Argentano  ec.^  Romae  1  7 63; De  ji ne 


FER  43 

fundiarìo  ec,  Romae  1774?  Appetì- 
dix  ad  dissertationem  Amadesi  ec. 
del  p.  ab.  Giovanetti  poi  cardi- 
nale. Francesco  Bertoldi,  Esame 
storico-critico  sopra  il  dominio  del- 
la chiesa  di  s.  Nicolo  collegiata 
e  parrocchia  di  Argenta,  Ferrara 
1  791  ;  Memorie  i storiche  di  Argen- 
ta, Ferrara  1787  ;  Osservazioni 
sopra  due  antichi  marmi  esistenti 
in  Argenta,  ed  ora  nel  museo  ar- 
civescovile di  Ravenna,  Comacchio 
1783;  e  Storia  della  miracolosa 
immagine  di  s.  Maria  della  Cel- 
letta, Faenza  pel  Benedetti. 

Comacchio.  Città  con    residenza 
vescovile.    V.  Comacchio. 

Codigoro  (Caput  Gauri).  Borgo 
situato  alla  boreale  estremità  delle 
valli  di  Comacchio,  in  riva  al  Po 
di  Volano.  Si  crede  derivato  il  suo 
nome  da  una  fossa,  che  unisce  que- 
sto ramo  del  fiume  al  Po  di  Aria- 
no,  e  che    chiamossi     Goro.    Nelle 
rispettive  foci  poi  trovami    i  porti 
di  Volano    e  di  Goro,  l'uno  all'al- 
tro prossimi,  e  distanti  per  sei  le- 
ghe al  nord  dal  Po    di    Primaro; 
la  bocca  di  Goro  è  l'ultimo  odier- 
no confine    dello    stato    pontificio , 
mentre    nell'  ultima    demarcazione 
fatta  nel  congresso  di  Vienna,  sono 
rimasti  all'  Austria  alcuni  brani  di 
territorio  incorporato  al  vicino  Po- 
lesine di  Rovigo.    11    proposto     ec- 
clesiastico è  qui  denominato  Pom- 
posiano,   dalla    celebre    abbazia  di 
Pomposa,  situata  su  di  questo  suo- 
lo, ch'eraxiin  insigne  monistero  di 
benedettini  fondato  prima  dell'874> 
abitato  un  tempo  ancora  da  s.  Pier 
Damiani  ;  ora  però  di   tanto  esteso 
fabbricato  non  restavi  che  la  chiesa 
dedicala  all'assunzione  della  B.  Vergi- 
ne ove  è  dipinta  la  storia  dell'antico  e 
nuovo  Testamento,  con  il   pavimen- 
to di  mosaico,  che  nel  vederlo  Cle- 


44  FER 

niente  Vili,  admiralus  ah  pulchra 
velustas.  Oltre  a  ciò  resla  pur  anco 
in  piedi  un  piccolo  chiostro,  un 
avanzo  di  refettorio  ove  è  dipinto 
s.  Guido  abbate,  che  per  virtù  di 
Dio  cangiò  l'acqua  in  prezioso  vi- 
no, ed  un  altissimo  campanile.  Al 
presente  Pomposa  è  un  villaggio, 
come  Mezzo  Goro  sotto  Codigoro. 
De  monasterio  Pomposiano ,  e/'us- 
quc  bibliotheca ,  exstat  in  Diar.  I- 
tal.  Mabillonii.  Nel  1781  in  Ro- 
ma il  p.  d.  Placido  Federici  cas- 
sinese,  pubblicò  :  Rerum  Pompo  - 
sìanarum  historia  monumentis  il- 
lustrata. V.  il  Lubinio,  Abbatia- 
rum  Italiae  brevis  nolìtia.  Nel  Mor- 
bio,  Storia  dei  municipi  italiani 
(Ferrara  e  Pavia),  Milano  i836, 
Icggesi  una  breve  ma  interessante 
descrizione  di  questa  abbazia  cor- 
redata d' inediti  documenti. 

Inoltre  Codigoro  contiene  le  comu- 
ni di  Lago  Santo,  Migliaro,  Massa 
Fiscaglia,  che  ha  la  collegiata  dedi- 
cata a  s.  Pietro  apostolo,  e  Mesola. 
Questo  ultimo  è  un  borgo  posto 
alla  destra  del  Po  di  Ariano,  e 
circondato  all'intorno  da  paludosi 
terreni  che  hanno  un'estensione  di 
ventiquattro  legbe,  e  che  compon- 
gono l'ampia  e  deliziosa  tenuta.  11 
Frizzi  nelle  sue  dotte  Memorie  per 
la  storia  di  Ferrara  tom.  I,  dice  che 
Mesola  fu  anche  detta  Mensula,  cioè 
piccola  mensa.  Soggiunge  poi  nel  t. 
IV,  pag.  390,  che  Alfonso  II  d'Este 
nel  1578  fece  edificare  il  palazzo 
di  Mesola,  probabilmente  da  Ga- 
lasso Alghini  di  Carpi,  celebre  ar- 
chitetto; che  giace  tra  il  porto  di 
Goro  e  quel  di  Volano  una  spa- 
ziosa boscaglia  sul  lido  del  mare, 
la  quale,  secondo  le  diverse  sue 
parti,  si  trova  indicata  in  istromen- 
ti  del  1 344  e  del  i43o,  coi  no- 
mi  or  di   Menstdae,  or    di    Mao- 


FER~ 
Utiàe,  or  di  Mesola  Magna.  La 
comunità  di  Ariano  fino  dal  1280, 
certo  Baldino  Baldini  nel  i4°7  e 
i43o,  ed  i  Pendasi  con  altri  in 
vari  tempi  ne  riconoscevano  in  feu- 
do o  sotto  altro  titolo  l'utile  do- 
minio di  alcune  porzioni  ragguar 
devoli  della  casa  d'Este  che  n'era 
padrona  direttaria.  Delle  ragioni 
de'  Pendasi  poi  afferma  il  Mura- 
tori, che  nel  i49°  ne  fece  acquisto  il 
duca  Ercole  I ,  il  quale  insieme 
co'  suoi  successori  godette  di  quei 
boschi  e  spiagge  abbondevolissime 
di  cinghiali,  cervi,  daini,  caprioli, 
ed  altri  quadrupedi  e  volatili.  Quin- 
di verso  il  1578  Alfonso  II  pel 
comodo  delle  due  caccie  cominciò 
l' accennato  palazzo  con  quattro 
torri ,  ampie  stalle,  ed  abitazioni 
disposte  in  vaga  siinetria,  e  il  gran 
recinto  di  mura  del  giro  di  no- 
ve e  più  miglia.  S'impiegarono 
cinque  anni  nel  lavoro,  a  cui  con- 
tribuirono non  pur  l'erario  ducale 
con  esorbitanti  somme,  ma  le  co- 
munità della  provincia,  con  uomi- 
ni e  materiali  :  tal  magnilico  edi- 
lizio tuttora  è  in  ottimo  stato.  Il 
medesimo  storico  a  pag.  4'4  rac* 
conta  che  Alfonso  II  nel  i5g2  di- 
morava con  sfarzo  alla  Mesola,  ove 
si  pescava  in  mare  alla  tratta,  si 
cacciava  co'  cani  nel  bosco,  a'  cin- 
ghiali, cervi  ed  altri  quadrupedi, 
si  godevano  commedie  recitate  da- 
gli istrioni,  si  suonava  e  cantava, 
e  si  tenevano  letterarie  dispute  ec. 
In  progresso  la  Mesola  passò  in 
proprietà  alla  casa  d'Austria,  non 
per  le  ragioni  ch'ereditò  dalla  du- 
chessa di  Modena  Beatrice  d'Este; 
ma  per  la  vendita  che  ne  fece  nel 
1759  il  duca  di  Modena  France- 
sco III  all'  imperatore  Francesco  I, 
sotto  del  quale,  come  poi  diremo, 
migliorò  il  tenimento,  e  si  aumen- 


FER 
tò  la  popolazione  ed  il  commer- 
cio. Dipoi  il  suo  figlio  Giuseppe  II 
imperatore  non  nell'aprile  del  1787, 
come  dissero  alcuni,  ma  sibbene 
nel  1785  nel  di  primo  dicembre 
la  vendè  a  Pio  VI  per  novecento 
mila  scudi ,  non  come  pure  altri 
dicono  per  un  milione  di  scudi;  e 
siccome  nella  segreteria  di  stato 
per  suggellare  l' atto  di  acquisto 
non  eravi  un  sigillo  nella  grandezza 
del  diametro  eguale  a  quello  impe- 
riale, fu  adoperato  quello  partico- 
lare di  Pio  VI  della  sua  badia  di 
Subiaco,  che  avea  ritenuta  nel  pon- 
tificato. Delegato  apostolico  per  que- 
sto acquisto  fu  il  marchese  Anto- 
nio Gnudi,  allora  tesoriere  della 
città  e  ducato  di  Ferrara.  Acce- 
dettero poi  al  contratto  di  vendi- 
ta l'arciduca  Ferdinando  d'Austria, 
e  la  sua  sposa  principessa  Maria 
Beatrice  d'Este.  Con  questa  com- 
pera il  Papa  riunì  l' oggetto  dei 
territoriali  prodotti  alla  tutela  del- 
la finanza,  la  quale  dai  porti  di 
Volano  e  di  Goro  riceveva  detri- 
mento. Sul  fluire  del  passato  se- 
colo ne  entrarono  in  possesso  gli 
invasori  francesi,  e  trattandosi  di 
beni  allodiali,  ne  eseguirono  subi- 
to la  vendita  ad  una  compagnia 
di  negozianti,  e  nel  riparto  cin- 
que porzioni  rimasero  a  Michel  , 
la  sesta  al  conte  Galeazzo  Arrigo- 
ni,  allora  intendente  delle  finanze 
di  Cremona.  Ripristinato  il  gover- 
no pontificio,  il  provvido  tesoriere 
Belisario  Cristaldi,  nel  pontificato 
di  Pio  VII,  l'anno  1822,  combinò 
la  ricompera  delle  cinque  porzioni 
per  il  prezzo  di  scudi  centomila 
in  contanti,  e  trecentomila  in  con- 
solidati col  più  grande  vantaggio. 
Dicendo  il  Calindri  che  la  com- 
pera costò  scudi  quattrocento  ses- 
sanlasette  mila,  ed  aggiungiamo  che 


FER  {fi 

la  sesta  parte  dipoi  si  è  suddivisa 
in  molti  altri  proprietari.  Dopo 
alcuni  anni  passò  in  amministra- 
zione per  volere  di  Leone  XII  a 
Carlo  Allegri,  il  quale  assicurò  al 
governo  un'  annua  corrisposta  di 
scudi  diciottomila ,  ponendolo  poi 
in  parte  eguale  sugli  utili  maggio- 
ri che  avessero  potuto  derivarne. 
Finalmente  nell'odierno  pontificato, 
la  Mesola  dalla  camera  apostolica 
si  vendette  al  celebre  arcispedale 
di  s.  Spirito  in  Sassia  di  Roma , 
nel  commendatorato  di  monsignor 
Antonio  Cioja,  e  n'è  per  il  luogo  pio 
attivo,  intelligente  ed  onesto  ammi- 
nistratore il  cav.  Raffaele  Badini,  por 
le  cui  cure  e  per  quelle  del  lodato 
prelato  floridissimi  sono  i  risultali, 
come  V  incremento.  Confinano  col- 
la Mesola  i  brani  del  pontificio 
territorio  ritenuti  dall'  Austria  nel 
congresso  di  Vienna:  gli  stagni,  ai 
quali  si  dà  il  nome  di  Palli,  si 
distinguono  in  salsi  e  dolci.  Narra 
il  eh.  Castellano,  che  il  cav.  Li- 
notte  ispettore  direttore  de'  lavori 
idraulici  nazionali  ne  fece  il  più 
lusinghiero  rapporto,  ed  egli  ne  fa 
un'importante  descrizione,  essendo 
gli  abitanti  sopra  i  quattromila. 
Tale  rapporto  ha  questo  titolo  : 
Rapporto  fatto  a  monsignor  teso- 
riere generale  ora  cardinal  Cristal- 
di, dal  fu  ispettore  direttore  de  la- 
vori idraulici  nazionali  L.  Linotte, 
delle  visite  fatte  nel  1826  del  la- 
tifondo Mesola  spettante  alla  R. 
C.  A.,  ed  in  amministrazione  coin- 
teressala a  Carlo  Allegri  d' ordine 
della  S.  AI.  di  Leone  XII,  Pesaro 
i83o. 

Copparo.  Borgo  posto  alla  de- 
stra sponda  d'una  fossa,  che  uni- 
sce il  Po  di  Volano  al  Capo  Bian- 
co, il  quale  si  scarica  poscia  nel 
Po  di   Aliano.  Sono  suoi  appodia- 


4(3  PER 

ti  Cotogna,  Guardia  Ferrarese,  e 
Sabioncello ,  e  vi  ha  all'intorno 
buon  numero  di  casali,  sei  dei  quali 
sono  uniti  al  suo  comunale  re- 
cinto. 

Bondeno.  Borgo  posto  al  con- 
fluente del  Panaro,  e  del  Po,  che 
alcuni  fanno  derivare  da  Bondico- 
mago  descritto  da  Plinio,  ed  altri 
dall'antica  Padusa  verso  l'anno  700 
dell'era  volgare.  Nel  1108  la  ce- 
lebre e  benemerita  contessa  Matil- 
de, duchessa  di  Ferrara ,  lo  cinse 
di  mura,  il  circondò  di  fosse,  e 
costruì  munilissima  rocca,  le  quali 
opere  vennero  poi  demolite  da  Al- 
fonso I  duca  di  Ferrara,  quando 
lo  ricuperò  da  Leone  X.  Rimase 
per  metà  distrutto  nel  sacco  or- 
rendo di  Odoardo  li  duca  di  Par- 
ma nel  i(>43,  essendo  già  sino  da 
Clemente  Vili  ritornato  al  primo 
dominio  della  santa  Sede.  Nel  1808 
s' incominciarono  i  lavori  idraulici 
per  la  immissione  del  Reno  nel 
Panaro,  mediante  due  botti  sotter- 
ranee, l'una  delle  quali  sotto  il  Pa- 
naro fu  quasi  compita,  e  dell'altra 
si  piantarono  le  fondamenta ,  la 
quale  opera  sarebbe  stata  mirabi- 
le, ed  avrebbe  assicurato  lo  scolo 
delle  acque  stagnanti.  Vi  soggiace 
l'appodiato  Stellata,  ov'  è  la  doga- 
na di  confine,  una  rinomata  fah- 
brica  di  stoviglie  ordinarie,  e  dap- 
prima un  forte  nel  confine  man- 
tovano co' casali  Burana,  e  Pila- 
stri, oltre  sette  villaggi. 

Ecco  i  principali  luoghi  del  di- 
stretto di  Lugo. 

Lugo  (Lucus).  Città  posta  fra  il 
Senio  ed  il  Santerno,  in  area  che 
ab  antico  era  assai  palustre,  e  cin- 
ta tutto  all'intorno  da  boschi,  on- 
de trasse  il  nome,  opinandosi  che 
ivi  fosse  un  Luco,  o  tempio  in  o- 
noie  di  Diana,  nelle  cui  vicinanze 


FER 

i  galli  ne  incominciarono  l'edifica- 
zione, che  i  romani  poi  ridussero 
a  castello  col  nome  di  Foro  di  Li- 
vio. Altri  però  non  ne  fanno  tan- 
to antica  la  sua  erezione  ;  certo  è 
che  sorse  dopo  il  discccamento  di 
una  parte  della  valle  Padusa,  e  la 
distruzione  della  Selva  Litana.  Un 
torrente  oggi  vi  corre,  che  nel  Po 
di  Primaro  influisce.  Ha  la  colle- 
giata dedicata  a  s.  Francesco  d'As- 
sisi, che  prima  però  aveva  per  ti- 
tolare s.  Petronio;  insigne  è  tal 
chiesa,  e  di  bella  costruzione,  senza 
nominarvi  le  altre  chiese  minori. 
Le  vie  sono  regolari,  e  bene  la- 
stricate. Oltre  i  pubblici  edifici  del- 
la magistratura  comunale,  di  un 
moderno  teatro,  e  di  un  conve- 
niente ospedale,  anche  fra  i  pri- 
vati ve  ne  sono  degli  eleganti,  ed 
alcuno  sul  gusto  della  moderna  ar- 
chitettura. Merita  menzione  la  piaz- 
ta  destinata  alla  fiera  che  si  tiene 
nel  mese  di  settembre,  la  di  cui 
celebrità  si  estende  a  tutto  lo  sta- 
to ecclesiastico.  Viene  inoltre  de- 
corata da  grandiosi  portici  ,  che 
veggonsi  a  quell'epoca  mutati  in 
ricchi  fondachi,  e  graziose  botte- 
ghe, per  cui  riesce  magnifico  ed 
imponente  un  tal  locale.  Di  que- 
sta fiera  ne  tratta  il  cav.  Monti, 
nelle  Notizie  isloriche  sulla  origine 
delle  fiere.  Primieramente  narra 
l'origine  della  città ,  quindi  dice 
che  circa  l'anno  4^o  Marco  Emi- 
lio pro-console  di  Ravenna  nomi- 
nò Livio  per  primo  pretore  di  Lu- 
go, e  questi  in  considerazione  della 
sua  posizione ,  con  autorizzazione 
del  senato,  gli  accordò  il  privile- 
gio della  fiera  e  del  mercato.  Ri- 
partito l'impero  romano,  i  goti 
occuparono  il  castello  di  Lugo,  che 
faceva  parte  della  Gallia  togata  , 
rispettando  il  fòro  perchè  lo  conob- 


TER 
bero  atto  al  commercio,  e  da  ri- 
trame  sommo  vantaggio.  Distrutto 
da  Narsete  il  goto  dominio,  suben- 
trarono gli  arcivescovi  di  Ravenna 
a  dominar  Lugo^  ed  avendo  a  cuo- 
re il  prosperamento  dei  lughesi 
ottennero  dal  Papa  Giovanni  IV 
la  conferma  del  privilegio  della 
fiera  franca,  e  del  mercato  setti- 
manale .  Gli  esarchi  di  Ravenna 
ingrandirono  il  castello,  e  tornato 
sotto  gli  arcivescovi  di  Ravenna  fu 
insignito  di  nuove  prerogative,  con- 
servandogli la  fiera  franca  da  ogni 
dazio  e  gabella,  come  fecero  i  prin- 
cipi Estensi  signori  di  Ferrara  fin- 
ché signoreggiarono  questo  ducato. 
Quando  Clemente  Vili  lo  ricupe- 
rò alla  sauta  Sede  fra  le  molte 
grazie  concesse  a  Lugo,  a'  4  agosto 
i5g8  confermò  la  fiera  franca,  ciò 
che  pur  fece  Benedetto  XIV  a'  3 
aprile  iy58.  Varie  epoche  ebbe 
questa  fiera,  finché  Pio  VII  la  sta- 
bilì dai  5  ai  3o  settembre.  Con- 
chiude il  Monti,  che  la  fiera  di  Lu- 
go per  la  sua  antichissima  istitu- 
zione, per  la  neutralità  del  luogo, 
pe'  suoi  immensi  rapporti  ed  altre 
prerogative  può  dirsi  la  prima  dello 
stato  ecclesiastico,  dopo  la  fiera  di 
Sinigaglia. 

Lugo  fu  pure  sotto  il  dominio 
de'  bolognesi,  e  sotto  la  pontificia 
protezione,  ma  venne  poscia,  come 
si  disse,  incorporata  ai  feudi  del 
ducato  di  Ferrera.  Giulio  II  nel 
i5ii  la  nominò  città,  e  Pio  VII 
ciò  confermò  a'  24  luglio  1817. 
Nel  1797  partì  da  Lugo  il  segnale 
della  contro  rivoluzione,  che  recò  in 
principio  molti  danni  alle  truppe 
repubblicane  francesi  ;  ma  dopo  di 
essersi  ricusate  dai  lughesi  le  pro- 
poste amichevoli ,  ne  avvenne  la 
sanguinosa  battaglia  data  dal  gè 
nenie  Augerau,    la  quale   terminò 


FER  \- 

col  saccheggio  ed  incendio  del  pae- 
se degno  di  altra  sorte,  avvenuto 
ai  7  del  mese  di  luglio.  Fra  i  suoi 
uomini  illustri  noteremo  il  cardi- 
nal Francesco  Bertazzoli,  che  me- 
ritò la  stima,  la  benevolenza,  I'  a 
micizia,  e  la  fiducia  dei  Pontefici 
Pio  VII,  Leone  XII,  e  Pio  Vili, 
essendo  legato  con  quello  che  re- 
gna co'  vincoli  della  più  tenera  • 
reciproca  amorevolezza  ,  il  perchè 
in  morte  lo  lasciò  esecutore  delle 
sue  testamentarie  disposizioni,  che 
noi  scrivemmo  per  la  somma  bon- 
tà con  cui  ci  riguardava  quell'  e- 
semplar  porporato.  Così  sono  de- 
gni di  special  menzione  Bartolo- 
meo Pucci,  Vincenzo  Zuccari  e  Giu- 
seppe Compagnoni.  Di  Lugo  ab- 
biamo queste  opere  :  Bartholomeus 
Baphius,  Oratw  de  Lugi  Flaini- 
niae  oppidì  nobilitate  ab  eodt-m 
Lugi  habita  i564,  Bononiae  l564ì 
Girolamo  Bonoli,  Storia  di  Lugo 
ed  annessi,  Faenza  1732;  Rag- 
guaglio sopra  l'origine  delle  due 
chiese  parrocchiali  di  Lugo,  delle 
loro  prerogative ,  e  delle  liti  che 
sono  state  tra  li  due  cleri  ascritti 
alle  medesime  sino  alFanno  pre- 
sente 1737,  Faenza  1737.  Abbia- 
mo pure  da  Francesco  Leopoldo 
Bertoldi,  Notizie  storiche  dell'an- 
tica selva  di  Lugo,  Ferrara  i  794  J 
non  che  La  censura  e  l'apologia 
smentite  in  difesa  delle  suddette 
notizie,  Ferrara  1 795 ,  e  la  Con- 
ferma delV  origine  ed  esistenza  di 
Lugo  anteriore  all'anno  1  170,  Fer- 
rara i8o3.  Giovanni  Francesco 
Rambelli  scrisse  il  Cenno  stori- 
co del  saccheggiamento  di  Lugo 
del  1 796  ,  Bologna  1 839.  Divi- 
desi  il  distretto  di  Lugo  ne'  tre 
governi  di  Lugo,  Bagnacavallo,  e 
Massa-Lombarda  :  soggiacciono  poi 
direttamente  a  Luso    le    comunità 


48  FER 

di  Cotignoln  eFusignano;  prima  par- 
leremo di  queste,  poi  dei  due  governi 
di    Bàgnacavallo  e  Massa-Lombarda. 

Cotignoln.  V.  Faenza,  alla  quale 
un   tempo  appartenne. 

Fusignano.  Borgo  posto  a  sini- 
stra del  Senio,  e  circondato  da  u- 
bertose  campagne,  e  da  luoghi  di 
delizia  :  è  adorno  il  paese  di  belli 
edilizi.  Fu  fabbricato  nel  secolo 
XIII  dai  conti  di  Cunio  ;  e  il  du- 
ca di  Ferrara  Borso  d'Este  ne  fe- 
ce dono  ai  conti  Calcagnilo  nobili 
ferrami  :  in  progresso  ne  furono 
anche  investiti  i  Sassatelli  ed  i 
Vai  ni  potenti  famiglie  d'Imola.  Ha 
dato  i  natali  ai  due  geni  Ange- 
lo Corelli  per  la  musica,  e  Vin- 
cenzo Monti  per  la  poesia,  le  qua- 
li arti  per  loro  sfavillarono  di  nuo- 
va e  più  viva  luce.  Giuseppe  An- 
tonio Soriani  ci  diede  le  Notizie 
storiche  di  Famigliano,  Lugo    i8?.y. 

Bàgnacavallo  (Ideili). 

Massa  Lombarda.  Borgo  situato 
fra  il  Santerno  ed  il  Corecchio  in 
prossimità  del  territorio  bolognesi;. 
Di  qua  poco  erano  distanti  gli  sta- 
gni della  Paciosa,  ed  una  via  sel- 
ciata eravi  da  Imola  condotta  in- 
fino a  Conselice,  donde  per  barca 
passavano  al  Po,  e  quindi  all'  A- 
driatico  le  merci  :  oggi  i  notevoli 
prosciugamenti,  e  la  migliore  col- 
tura hanno  vantaggiato  i  possesso- 
ri delle  terre.  Stava  originariamen- 
te unito  nella  selva  di  Lugo,  e  fu 
signoreggiato  ne'  primi  tempi  dal- 
l'abbazia  di  s.  Maria  in  Cosmedin 
allorché  vi  erano  gli  esarchi.  Pas- 
sò quindi  ai  monaci  benedettini 
fuori  di  Ravenna,  che  lo  tennero 
fino  al  ii64j  epoca  in  cui  fu  ce- 
duto ai  conti  di  Cuneo  e  di  Lugo 
da  Federico  I.  Ritornò  quindi  ai 
benedettini,  e  da  questi  passò  al 
senato    d'  Imola.     Rifugiatesi     ses- 


FER 

santa  famiglie  lombarde  di  Man- 
tova e  Brescia  ,  che  fecero  massa 
in  questo  sito  nell'anno  ii3"2,  al- 
lontanandosi dalla  persecuzione  di 
■  Federico  II,  queste  ampliarono  il 
paese,  ed  in  tale  circostanza  la  Mas- 
sa soltanto  fu  detta  Massa  di  s. 
Paolo.  Nelle  guerre  delle  fazioni 
de' guelfi  e  de'  ghibellini  passò  al 
senato  di  Bologna  ;  indi  fu  del  ni- 
pote di  Eugenio  IV,  che  la  ven- 
dette al  marchese  Nicolò  III  d'E- 
ste. Dopo  di  ciò  Francesco  d'Este 
generale  di  cavalleria  dell'impera- 
tore Carlo  V,  crebbe  il  paese_,  e 
vi  coniò  monete  d'oro  e  di  argen- 
to, alcune  delle  quali  sono  tuttora 
custodite  dalla  confraternita  del  ss. 
Sagrameuto.  Mori  Francesco  in 
Ferrara  nel  iS'j'ò,  e  volle  essere 
dai  lombardi  dimoranti  in  Massa 
s.  Paolo,  trasferito  in  questo  luo- 
go e  sepolto,  per  cui  d' allora  in 
poi  fu  detto  Massa-Lombarda  ; 
benché  alcuni  credono  che  tal  de- 
nominazione la  prendesse  piuttosto 
quando  vi  si  portarono  a  stanziarvi 
le  dette  sessanta  famiglie.  Nel  de- 
clinar del  secolo  XVI,  in  un  al 
ducato  Feria  rese  passò  sotto  Y  im- 
mediato dominio  della  santa  Sede; 
e  nel  1796  la  popolazione  prese 
l'armi  contro  gl'invasori  francesi, 
unendosi  a  quelia  di  Lugo,  ma  re- 
stò immune  dal  disastro  cui  sog- 
giacque quella  città.  Massa -Lom- 
barda ha  molti  e  buoni  fabbricati, 
discreto  teatro,  belli  templi,  e  la 
collegiata  dedicata  all'  apostolo  s. 
Paolo.  Comprende  pure  le  comuni 
di  Conselice  e  di  s.  Agata.  L'eti- 
mologia del  nome  di  Conselice  deri- 
va dalla  via  selciata  che  era  in 
queste  campagne  venendo  da  Imo- 
la, costrutta  in  tempo  di  Emilio 
console  romano.  Ambedue  i  luoghi 
hanno   molti   e  buoni   fabbricati. 


FER 
Soggiacciono  poi  direttamente  al 
comune  di  Ferrara  gli  appodiati 
Baia  a,  Denon,  Francolino,  Mar- 
rara  ,  Quarlesana ,  s.  Martino , 
Figarano  Maiiiarda,  e  Ponte  La- 
goscuro,  borgo  posto  fra  il  canale 
Lavezzola,  che  comunica  col  Po 
d'Ariano,  ed  il  Po  grande.  Un  ca- 
nale che  sotterraneamente  riceve 
le  acque  dell'  altro  canale  renano 
di  Cento,  gli  dà  comunicazione  con 
Ferrara.  JNel  medesimo  sito  perchè 
si  passa  il  Po,  vi  è  la  dogana  di 
confine,  e  vi  si  pratica  ragguarde- 
vole commercio  col  limitrofo  re- 
gno lombardo- veneto.  Della  pro- 
vincia ferrarese  ne  tratta  copio- 
samente Antonio  Frizzi,  nelle  Me- 
morie per  la  storia  di  Ferrara, 
Ferrara  1 791,  tomi  quattro:  di 
poi  il  di  lui  figlio  Gaetano  pub- 
blicò il  V  ed  ultimo  tomo  nel 
1809  m  Ferrara,  dedicandolo  ad 
Eugenio  Napoleone  viceré  d' Italia. 
Il  padre  autore  avea  intitolata  l'o- 
pera ai  savi  del  magistrato  di  Fer- 
rara. Si  può  altresì  consultare  Giu- 
seppe Manini  Ferranti,  Compendio 
della  storia  sagra  e  politica  di 
Ferrara,  ivi  1808  in  sei  volumi. 
Ivi  nel  tomo  primo  il  Frizzi  eru- 
ditamente parla  della  sua  situazio- 
ne geografica,  delle  acque  che  in 
essa  concorrono  ;  ch'era  una  volta 
mare,  e  che  poi  fu  palude  ;  della 
sua  ampiezza,  de'  primi  suoi  abi- 
tanti etruschi,  galli,  romani,  veneti, 
e  della  loro  vita  semplice;  delle 
sue  isole,  antichi  piani,  dell'inacces- 
sibilità una  volta  alle  armate  ;  della 
sua  fertilità,  elevazione,  coltura,  e 
della  salubrità  di  sua  aria  *,  quando 
appartenne  alla  provincia  della  Ve- 
nezia antica  ;  delle  antichità  in  es- 
sa trovate;  dell'antichità  de' suoi 
confini  a  occidente;  delle  sue  di- 
visioni nel  secolo  XIV,  de'suoi  con- 
vol.  xxiv. 


FER  % 

fini  nel  secolo  XVI  ;  de'suoi  con- 
fini verso  Ostiglia  ;  del  suo  litto- 
rale  avanzato  in  mare  di  tempo  io 
tempo  ;  sue  paludi,  polesini,  tene, 
ville,  loro  origine  ed  etimologia. 
jXel  tomo  II  poi  tratta  del  territo- 
rio ferrarese  alzato  dai  fiumi,  mi- 
gliorato dai  toscani,  trascurato  dai 
galli  e  dai  romani  ;  delle  vicende 
del  resto  d' Italia  ad  esso  favore- 
voli ;  popolato  da  varie  nazioni  ; 
terremoti  in  esso  radi,  e  dei  pro- 
venti che  ne  ritraeva  la  Chiesa 
romana. . 

Finalmente  noteremo,  che  questa 
legazione,  che  porta  il  nome  del  suo 
capoluogo,  formava  un  tempo  i  do- 
mimi, ed  i  conquisti  della  gran  con- 
tessa Matilde ,  e  delle  donazioni 
amplissime  da  lei  fatte  alla  Chiesa 
romana,  la  maggior  parte  del  du- 
cato di  Ferrara,  titolo  che  assunse 
allorché,  come  meglio  diremo,  il 
marchese  Borso  d'Este  fu  da  Pao- 
lo II  creato  duca  di  Ferrara.  Il 
ducato  a  cui  era  stata  unita  la 
Romagnola,  il  Centese,  e  il  Pieve- 
se,  era  prima  riguardato  come  feu- 
do, di  cui  n'  ebbero  il  dominio  i 
marchesi  d'Este,  cominciando  da 
A  zzo  IV,  che  fu  il  primo  marche- 
se di  Ferrara  nel  11 96.  Nelle  tur- 
bolenze italiche  vi  ebbero  predo- 
minio i  Torelli,  possenti  rivali  degli 
Estensi,  da'  quali  ultimi  però  vennero 
superati,  aprendosi  cosi  il  sentiero 
alla  durevole  grandezza  posteriore. 
Verso  la  fine  del  1097  morì  Al- 
fonso II  ultimo  duca,  e  non  aven- 
do lasciato  eredi  maschi  legittimi, 
in  conseguenza  della  donazione  o 
restituzione  fatta  dalla  gran  contes- 
sa Matilde  di  tutte  le  sue  terre 
alla  santa  Sede,  il  Pontefice  Cle- 
mente Vili  Aldobrandini  avocò  a 
sé  questo  ducato  insieme  al  suo 
territorio,   quale   feudo  papale,  se- 

4 


r,o  FER 

parandolo  da  Modena  e  Beggio, 
fèudi  imperiali  rimasti  dopo  Alfon- 
so li  al  duca  Cesare  e  suoi  suc- 
cessori. Da  tal  epoca  rimase  questo 
ducato  soggetto  immediatamente  al 
dominio  della  santa  Sede,  e  go- 
vernato da  un  cardinale  legato,  ed 
il  Baruffaldi  ci  diede  la  Cronologia 
de 'cardinali  legati,  i  aitali  hanno 
avuto  il  governo  della  città  di  Fer- 
rara dalla  devoluzione  dello  stato 
alla  santa  Sede  sino  al  1 7  1 8,  che 
fu  pubblicata  colle  stampe.  Abbia- 
mo pure  dal  Bertoldi  :  Quadro  cro- 
nologico storico  dei  diversi  dominii 
ai  quali  e  stala  soggetta  Ferrara, 
ivi  1 8 1 7  ;  e  la  Serie  degli  eminen- 
fissimi  e  reverendissimi  legati  di 
Ferrara,  ivi  18 17.  Il  governo  le- 
gatizio  durò  sino  al  1796,  in  cui 
i  francesi  colla  legge  del  più  forte 
se  ne  impadronirono,  essendo  stato 
poscia  per  necessità  col  trattato  di 
Tolentino  ceduto  da  Pio  VI  alla 
repubblica  francese.  Da  quel  pun- 
to, seguendo  la  sorte  delle  armi,  il 
Ferrarese  ora  fu  unito  alla  repub- 
blica Traspadana  e  Cisalpina,  ora 
occupato  dagli  austriaci,  poi  com- 
preso nel  regno  italico,  di  cui  for- 
mò la  maggior  parte  del  diparti- 
mento del  basso  Po,  e  parte  di 
quello  del  Beno  ;  e  finalmente  nel 
1 8 1 5  fu  restituito  alla  Sede  apo- 
stolica, ad  eccezione  della  parte  si- 
nistra del  Po,  che  fu  annessa  al 
regno  lombardo-veneto.  Allora  fu 
da  Pio  VII  ripristinata  l'apostolica 
legazione,  e  il  cardinal  legato  che 
tuttora  la  governa. 

11  Cohellio  nella  sua  Notitìa  par- 
la delle  diverse  dominazioni  di  Fer- 
rara ,  e  della  provincia  ferrarese. 
Sulle  sue  acque  poi  sono  a  leg- 
gersi :  Antonio  Lecchi,  Pia/10  per 
V  inalveazione  delle  acque  danneg- 
gianti  il  Bolognese,  il  Ferrarese,  e 


FEB 
il  Ravennate,  formato  per  ordine  dì 
Clemente  XIII,  Roma  1767;  Scrit- 
ture in  materia  del  Reno  per  la 
città  di  Ferrara,  Roma  1 65 1  ;  Im- 
missione del  Reno  nel  Po  di  Vo- 
lano a  sollievo  delle  due  provincie 
di  Bologna  e  Romagna  senza  real 
pregiudizio  di  Ferrara,  Lucca  1761, 
seconda  edizione;  Ragionamento  per 
dimostrare,  che  la  spesa  di  un  nuo- 
vo alveo ,  che  conduca  incassati 
tutti  i  torrenti,  canali,  e  scoli  al 
mare  non  e  una  spesa  eccedente, 
al  comune  potere,  per  liberare  e 
assicurare  dalle  acque  le  provincie 
di  Ravenna,  di  Bologna,  e  di  Fer- 
raraj  Bivellino,  Discorso  sul  Reno, 
e  lettera  intorno  all'ammissione  del 
Reno  in  Po,  Bologna  1 65 1  ;  Accari- 
sio  Nicopolitano,  Pensieri  circa  la 
diversione  del  Reno,  Ferrara  i6q?.; 
Bertoldi,  Memorie  del  Po  di  Pri- 
maro,  Ferrara  1785;  e  dello  stes- 
so Memorie  per  la  storia  del  Re- 
no, Ferrara  1807;  ed  una  molti- 
tudine de'piu.  celebri  idraulici  fra  i 
quali  ricorderemo  Valeriani ,  Ar- 
genvillier,  Frisi ,  Santini ,  Jaquier 
e  Le  Soeur,  Manfredi,  e  Bonati. 

Ferrara  o  Ferrarla,  grande  e 
bella  città,  già  capitale  del  ducato 
del  suo  nome,  ed  ora  capoluogo 
della  legazione  apostolica,  e  resi- 
denza del  cardinal  legato,  è  posta 
in  mezzo  ad  estese  e  feracissime 
pianure,  quantunque  basse,  fra  quel 
l'amo  del  fiume  che  dicesi  Po  di 
Volano,  laddove  in  altri  canali  si 
suddivide,  e  l'alveo  del  Po  grande. 
È  cinta  regolarmente  di  forti  mura 
e  bastioni,  che  ne  rendono  l'ester- 
no aspetto  imponente,  ed  una  lar- 
ga fossa  per  l' addietro  ripiena  di 
acqua  ne  accresce  la  tutela.  Da 
uno  dei  lati  si  eleva  la  fortezza 
erettavi  da  Paolo  V  colla  distru- 
zione di  Castel  Tedaldo,  di  Belve- 


TER 
,<lere,  e  di  altre  deliziose  case  de- 
gli Estensi,  e  di  quelli  che  accom- 
pagnarono il  duca  Cesare  a  Mo- 
dena. Al  presente  è  presidiata  da- 
gli austriaci  per  una  particolare 
convenzione  segnata  l'anno  i8i5 
al  mentovato  congresso  di  Vienna, 
nella  quale  fu  pure  statuito  che 
Comacchio  avrebbe  una  guarnigio- 
ne di  austriaci.  11  disegno  della 
fortezza  pentagono,  è  tracciato  se- 
condo le  regole  della  militare  ar- 
chitettura ;  ma  essendosi  abbando- 
nata, ed  anche  incominciata  a  de- 
molire sul  finire  del  passato  secolo, 
non  è  stata  di  poi  che  mediocre- 
mente restaurata.  La  medesima 
regolarità  si  ravvisa  nelle  sue  in- 
terne vie  spaziose,  ed  in  gran  par- 
te rettilinee.  Sulla  piazza  della  Pa- 
ce s'innalza  in  prospettiva  il  fron- 
tone della  chiesa  metropolitana,  il 
di  cui  gotico  disegno  è  abbastanza 
decorato  pei  pregevolissimi  lavori, 
com'è  rimarchevole  per  il  compli- 
cato compartimento  delle  sue  par- 
ti lombarde  e  gotiche.  I  ferraresi 
la  edificarono  nel  secolo  XII,  epoca 
di  grandezza  italiana,  e  da  tre  o 
quattrocento  navigli  di  diverse  na- 
zioni si  frequentava  allora  il  por- 
to di  s.  Luca,  rivolgendo  le  sue 
acque  il  Po  a  mezzogiorno,  ed  ef- 
fettuando così  una  felice  positura 
a  questa  nobile  terra.  Riuscendo 
allora  incomoda  la  situazione  del- 
l' antica  cattedrale  di  s.  Giorgio, 
della  quale  faremo  memoria  in 
ultimo  parlando  della  sede  episco- 
pale, e  perchè  cominciò  a  domi- 
nare per  tutto  il  mondo  cristiano 
il  ragionevole  costume  di  edificare 
templi  maestosi  e  grandi,  vennero 
i  ferraresi  ad  innalzar  nel  1 1 35 
la  cattedrale  presente.  L' interna 
sua  magnificenza  si  serbò  fino  al 
1^9'S,  in  cui  il  duca  Ercole  I,    col 


FER  5i 

disegno  dell'architetto' ferrarese  Bia- 
gio Rossetti,  le  rinnovò  il  coro. 
Nell'anno  circa  1637  il  vescovo 
cardinal  Magalotti  colla  direzione 
del  ferrarese  architetto  Mazzarelli 
imprese  a  proseguire  le  riforme  al 
presbiterio;  quindi  nel  1 7  1 1  il  ve- 
scovo cardinal  Del  Verme  fece  ri- 
costruire una  terza  parte  del  tem- 
pio, ed  il  cardinal  Ruffo  suo  suc- 
cessore fece  compiere  il  rimanente, 
onde  l'opera  venne  condotta  a  com- 
pimento, e  perciò  della  prima  sua 
forma  non  rimangono  ora  che  il 
prospetto,  parte  dei  fianchi  esterio- 
ri, oltre  al  campanile.  La  dm  vi 
è  d' ordine  dorico,  a  tre  navate, 
lunghe  palmi  romani  5o8,  9,  3; 
la  lunghezza  è  di  palmi  169,  s3, 
2,  esclusa  la  gì  ossessa  de'  muri. 
Sembra  che  Guglielmo  A  delardo  di 
ricca  e  distinta  famiglia  ferrarese  ne 
sia  stato  il  generoso  edificatore,  e 
forse  certo  Nicolò  l'  architetto  e  lo 
scultore.  Alessandro  III  nel  giorno 
dopo  Pasqua  del  1 1 77  ne  consa- 
crò l'altare  maggiore.  I  marmi,  le 
pitture,  ed  i  mausolei,  tra'  quali 
primeggia  quello  del  Papa  Urbano 
III,  il  quale  prima  era  decorato 
di  quattro  colonne  di  marmo  ros- 
so ch'ora  adornano  1'  altare  de  ss. 
Vincenzo  e  Margherita;  e  l'altro 
di  Girolamo  Lilio,  e  Gregorio  Gi- 
raldi,  richiamano  l'osservazione  nel- 
1'  interno,  che  ha  la  forma  di  croce 
greca;  come  altresì  principalmente 
è  degno  di  ammirazione  il  fonte  bat- 
tesimale. Sono  rimarchevoli  i  fa- 
mosi libri  corali  in  pergamena,  o- 
pera  del  XV  secolo,  pieni  di  pre- 
giatissime miuiature  nelle  quali  si 
deliziano  gli  occhi  degli  intelligen- 
ti ,  e  che  forse  non  hanno  pari 
nell'Europa,  se  si  escludano  quelli 
esistenti  nella  pubblica  libreria  dei 
quali  si  parlerà.   Il  campanile  vie- 


52  FER 

ne  da  marmi  bianchi  e  rossi  in- 
crostato, ed  è  di  elegante  moderna 
forma,  sebbene  non  ne  sia  condot- 
to a  perfezione  il  lavoro.  V.  Lui- 
gi Cosazza,  Memorie  sopra  V  im- 
portanza cronologica  della  chiesa 
cattedrale  di  Ferrara ,  ivi  i836; 
nonché  Della/acciaia  del  duomo  di 
Ferrara,  Roma  i838.  Il  principio 
di  sì  maestosa  torre,  già  dal  po- 
polo tanto  desiderata,  si  deve  al 
marchese  Nicolò  III ,  che  vi  fece 
gettare  le  fondamenta  nel  dì  1 i 
luglio  dell'anno  14.12.  U  Cancellie- 
ri nelle  sue  Campane,  pag.  86, 
parla  dell'infelice  tentativo  fatto 
dal  tedesco  Corrado  d'innalzare 
su  tal  torre  campanaria  un  orologio 
fornito  d' ingegnosi  artifizi.  Il  pri- 
mo orologio  pubblico  comparso  in 
Ferrara  fu  quello  che  nel  i362 
fece  collocare  sopra  una  torre  del 
suo  palazzo  il  marchese  Nicolò  II 
il  Zoppo. 

Non  mancano  in  Ferrara  altri 
templi  sontuosi,  e  per  onorate  me- 
morie venerandi.  Si  distinguono 
specialmente  quelli  di  s.  Domenico, 
ove  molti  letterati  insigni  hanno  la 
tomba ,  fra  i  quali  Alessandro  Sar- 
di ,  il  cardinal  Giulio  Canani ,  il 
Prisciano,  e  Celio  Calcagnini;  di 
s.  Benedetto,  ove  lungamente  giac- 
que l'Ariosto;  della  Madonna  della 
Pietà  detta  dei  Teatini;  di  s.  Pao- 
lo de'  Carmelitani;  di  s.  Maria  del 
Vado  dei  canonici  lateranensi,  ove 
sono  sepolti  gli  Strozzi;  di  s.  Fran- 
cesco ,  che  fu  basilica  de'  minori 
conventuali,  celebre  pei  dipinti  dei 
migliori  pittori  ferraresi,  e  special- 
mente di  Benvenuto  da  Garofalo , 
di  Benvenuto  l'Ortolano,  del  Carpi, 
e  dello  Scarsellino.  Quivi  stanno  se- 
polti M.  A.  Antimaco  ,  Sigismondo 
Cantelmo,  Ghiron  Guido  Villa,  ed 
altri  distinti  personaggi.    La  vastis- 


FER 
sima  chiesa  di  s.  Andrea,  che  fu  de- 
gli agostiniani,  nella  cui  tavola  del- 
l'altare maggiore  vedesi  il  capola- 
voro di  Dosso  Dossi.  Nomineremo 
ancora  il  tempio  della  Certosa,  ed 
altri  fregiati  tutti  di  eccellenti  pit- 
ture, soprattutto  del  Guercino,  dei 
Dossi ,  e  di  Benvenuto  Garofalo. 
V.  Cesare  Barotti,  Pitture  e  sculture 
che  si  trovano  nelle  chiese  t  luoghi 
pubblici,  e  sobborghi  della  città  di 
Ferrara,  ivi  1770,  con  figure.  Al- 
la vaga  chiesa  della  Certosa  è  an- 
nesso il  grandioso  chiostro  non  ha 
guari  convertito  in  cimiterio.  Sì 
maestoso  tempio  fu  edificato  nel 
1498,  come  narra  il  Frizzi  al  tom. 
IV  delle  sue  Memorie,  nelle  quali 
parla  di  tutte  le  chiese  di  Ferrara 
e  dell'  origine  altresì  de'  religiosi  e 
delle  monache  in  essa  stabilite.  Il 
citato  Cancellieri,  a  pag.  22,  fa  me- 
moria dell'  iscrizione  della  campa- 
na di  s.  Bartolomeo  de'  cisterciensi 
di  Ferrara,  conosciuta  sotto  il  no- 
me di  Campana  degli  Speroni;  dap- 
poiché un  giorno  passando  a  caval- 
lo per  quella  parte  la  contessa  Ma- 
tilde  (Vedi),  udì  il  rauco  e  debo- 
le suono  di  quella  che  allora  ave- 
vano. Quindi  avendo  interrogato  i 
monaci  che  l'erano  venuti  incontro 
per  onorarla,  perchè  non  ne  faces- 
sero una  migliore ,  risposero  che 
non  potevano  per  mancanza  di  da- 
naro: allora  la  pia  e  generosa  prin- 
cipessa si  tolse  i  suoi  speroni  d'oro 
gioiellati,  e  li  regalò  all'abbate,  il 
quale  col  loro  prezzo  avendo  fatta 
fondere  altra  campana,  per  memo- 
ria fece  incidervi  la  figuro  d' uno 
sperone  con  analoghi  versi.  Ma  re' An- 
tonio Guarini  scrisse:  Compendio 
istorico  dell'  origine ,  accrescimento 
e  prerogative  delle,  chiese  e  luoghi 
pii  della  città  e  diocesi  di  Ferra- 
ra, ivi  1621.  Andrea  Borsetti  ci  die- 


FER 

de  il  Supplimento  al  Compendio 
istorico  di  Marc3  Antonio  Guarini, 
in  cui  si  contiene  l'origine  ed  ac- 
crescimento delle  chiese  di  Ferra- 
ra sino  al  1670,  con  altre  memo- 
rie, Ferrara  1670.  E  da  Giuseppe 
Antenore  Scalabrini  si  ha:  Memo- 
rie istoriche  delle  chiese  di  Ferrara, 
e  de' suoi  borghi,  Ferrara  1773.  An- 
tonio Frizzi,  Guida  del  forestiere  per 
la  città  di  Ferrara,  ivi  1787.  Gi- 
nevra Canonici ,  Due  giorni  in  Fer- 
rara, ivi  18  ig.  Francesco  Avven- 
ti ,  //  servitore  di  piazza  ,  guida 
per  Ferrara,  ivi   1 838. 

Al  destro  fianco  del  suddetto 
campanile  si  estende  la  piazza  di 
s.  Crispino  o  delle  Erbe.  La  piazza 
nuova  oggi  detta  Ariostea  è  la  più 
vasta.  Su  di  una  grande  colonna 
eh'  esiste  tuttora  vedeasi  la  statua 
del  Pontefice  Alessandro  VII,  che 
poi  ne  fu  tolta  :  vi  fu  quindi  eretta 
la  statua  di  Napoleone,  e  da  ultimo 
quella  marmorea  di  Lodovico  Ario- 
sto vi  fu  solennemente  inaugurata. 
Ancora  si  ammira  la  casa  di  quel- 
l' insigne-  poeta,  di  modeste  ed  ele- 
ganti forme,  fatta  da  lui  edificare 
aere  proprio  nella  strada  detta  Mi- 
rasole.  Per  le  vicende  politiche  del 
1 796  furono  distrutte  le  due  bel- 
lissime statue  di  bronzo  del  mar- 
chese Nicolò  III  d'Este,  e  di  Bor- 
so  d'Este  primo  duca  di  Ferrara, 
le  quali  erano  ai  lati  della  gran 
porta,  ossia  dell'arco  che  introduce 
nel  cortile  ducale  di  faccia  al  duo- 
mo. Quella  equestre  di  Nicolò  III 
fu  gettata  1J  anno  1 45>  1  ;  l'altra  di 
Borso  sedente,  con  quattro  pagget- 
ti o  geni  alati  all'  intorno,  venne 
formata  l' anno  1 4^4>  il  tutto  a 
spese  pubbliche.  Al  castello  de'  du- 
chi grandiosamente  innalzato  in 
foggia  di  propugnacolo,  munito  di 
quattro  torri,  dà  accesso  un  ponte 


FER  SI 

levatoio,  e  questa  è  attualmente  la 
residenza  del  cardinale  legato.  Que- 
sto palazzo  che  pur  chiamasi  il  ca- 
stello ducale ,  è  un  edifizio  celebre 
nei  fasti  estensi,  per  il    compassio- 
nevole fatto  di  Ugo  e  Parisina  dei 
Malatesta,  per  le  vicende   del  gran 
Torquato  Tasso,  e  per  la  sua  strut- 
tura, e  vista  eminente,  la  quale  do- 
mina la  sottoposta   città.  Fu  Nico- 
lò II   che  nel   i385    die    principio 
a  questo  palazzo ,    per    procacciare 
a  sé  ed  ai  successori    un  asilo  an- 
nesso alla  corte,  a  cui  ricorrere,  e 
per  donde  anco  uscire  di  città  se- 
condo il  bisogno.  I  diversi  ampli  e 
splendidi  quartieri  della  città  ridon- 
dano di    stimabili    dipinti  ;    vanno 
specialmente  rammentati,  il  palaz- 
zo   dell'  arcivescovo  ,    quello    della 
municipalità,  quello  dei  Villa,  detto 
di  Diamante,  perchè  i  marmi  bian- 
chi, co' quali  si  compone  la  faccia- 
ta ricca  di  bassirilievi,  ne  hanno  la 
figura.  Questo  palazzo  venne  edifi- 
cato da  Sigismondo  d'Este  nel  149^, 
quando  il  fratello  suo  Ercole  I  fe- 
ce l' addizione    alla  città  di  Ferra- 
ra; passò    poscia  ad  Ercole  II,  da 
cui  l'ebbe  il  cardinal    Luigi  di  lui 
figlio,  che   nel   1567  lo    ridusse    a 
quella  magnificenza    che  trovasi  al 
presente.    Successa    la    devoluzione 
dello  stato,  il  duca  di  Modena  Fran- 
cesco I  lo  vendette  a  Guido  Villa. 
Nel  1808  morto  a'  16  maggio  Gui- 
do III  Villa,  uomo  di  singoiar  pie- 
tà, venne  in    possesso  di  varie   fa- 
miglie, le  quali  stipularono  contrat- 
to colla  comunità  di  Ferrara  a'  3o 
settembre  1842.  Divenuto  il  comu- 
ne proprietario  di  questo  grandio- 
so edifizio  v'  istituì    X Ateneo  civico 
inaugurandolo    all'  odierno    legato 
cardinal  Giuseppe  Ugolini.  Quivi  si 
sono  già  traslocate  la  comunale  pi- 
nacoteca istituitane!  i836,  la  quale 


14  FÉ  R 

occupa  1J  appartamento  nobile  del 
palazzo;  la  scuola  comunale  d'or- 
nalo, ed  altre  classi  di  disegno  fon- 
date nel  1820;  la  scuola  teorico- 
pratica  territoriale  d'agraria  insti- 
mi ta  con  dispaccio  della  sagra  con- 
gregazione degli  studi  de'  7  agosto 
1842,  ed  aperta  il  6  febbraio  i843, 
alla  quale  è  stato  assegnato  per  le 
lezioni  di  orticoltura  il  grande  orto 
annesso  all'  edilìzio.  Tra  poco  vi  sa- 
ranno traslocate  la  scuola  di  vete- 
rinaria teorico-pratica  fondata  nel 
1820,  l'accademia  medico-chirurgi- 
ca nata  privatamente  nel  1822,  e 
resa  pubblica  con  approvazione  go- 
vernativa nel  1837,  e  l'accademia 
degli  Arìostei  succeduta  a  quella 
degl'Intrepidi  nel  i8o3,  decaduta 
e  risorta  nel  1819  col  nome  di 
scientifico-letteraria.  Quivi  pure  è 
.slato  attivato  uno  stabilimento  lito- 
grafico. 

Vanno  pure  ricordati,  il  palazzo  del 
Paradiso  destinato  agli  studi  t  i  due 
palazzi  Bevilacqua,  quello  Costabili, 
nel  quale  si  custodisce  una  stupen- 
da collezione  di  pitture  della  scuo- 
la ferrarese,  ed  una  biblioteca  ric- 
ca di  manoscritti ,  di  edizioni  del 
secolo  XV,  di  Aldi,  di  Elzeviri,  di 
Cominiani  e  di  Bodoniani;  e  il  pa- 
lazzo di  Schifanoia  detto  ora  della 
Scandiana.  Era  questo  una  delle  più 
belle  e  maestose  fabbriche,  ampliata 
dalla  magnificenza  di  Borso  d'Este, 
ma  al  presente  è  in  grande  deca- 
dimento; riesce  però  oltremodo  pre- 
gevole per  le  storiche  idee  che  ris- 
veglia ,  e  per  la  grandissima  sala 
nelle  cui  pareti  a  settentrione  e  le- 
vante vi  sono  a  fresco  preziosissime 
dipinture  dei  primi  artisti  ferrare- 
si vissuti  nel  secolo  XV  e  forse  nel 
principio  del  secolo  XVI.  In  esse  si 
ravvisa  il  fare  del  Costa  e  del  Tu- 
ra ,  e  de'loro    discepoli ,   al  pregio 


FER 
dell'arte  uniscono  quello  della  storia, 
perchè  ci  ricoi'dano  i  costumi  di 
quella  età,  essendovi  effigiati  perso- 
naggi distinti  e  del  popolo,  uomi- 
ni e  donne,  cavalcate,  caccie  ed  al- 
tre feste,  abiti  d'ogni  sorta,  vedute, 
animali,  e  quanto  mai  si  può  desi- 
derare. Accurate  descrizioni  di  (me- 
sto importante  palazzo,  e  di  quelle 
pitture  estesero  Francesco  Avventi, 
Camillo  Laderchi,  Giovanni  Maria 
Bozzoli,  ed  attualmente  Angelo  Bor- 
sari sta  pubblicando  una  illustra- 
zione quanto  elegante  altrettanto 
erudita  di  quei  dipinti  colle  rispet- 
tive tavole  incise  in  rame.  Il  palaz- 
zo Prosperi,  che  fu  prima  de' Ca- 
stelli, e  poscia  de'  Sacrati,  dicesi  dei 
due  leoni,  dai  due  leoni  di  marmo 
rosso  che  stanno  lateralmente  al- 
l'ingresso della  porta:  la  cantona- 
ta è  scolpita  con  grazioso  disegno, 
e  soprattutto  la  magnifica  porta, 
costrutta  d'  ordine  composito  ,  con 
colonne  scannellate,  gradinate,  e  pog- 
giuolo  sostenuto  da  putti,  imposte 
di  marmo  con  medaglie,  e  masche- 
roni di  bronzo,  opere  di  Baldassa- 
re  Peruzzi.  La  misera  umanità  è 
sollevata  dalle  fisiche  e  mentali  ma- 
lattie in  ampio  e  ben  mantenu- 
to spedale  ,  ma  serba  la  memoria 
dell'ingiuria  ivi  fatta  al  Tasso.  Il 
teatro  di  nuova  costruzione,  presenta 
molta  eleganza  e  buon  gusto  ;  si  vuo- 
le che  l'antico  fosse  il  primo  teatro 
che  si  aprisse  in  Italia.  Gli  ebrei 
vi  hanno  la  sinagoga ,  e  sono  rac- 
chiusi, come  nelle  altre  città  pon- 
tificie, in  separato  quartiere,  già 
vi  erano  stabiliti  nel  1275,  e  del 
loro  antico  cimiterio  ne  parla  il 
Frizzi  al  tom.  IV,  pag.  3 18.  Al 
tempo  degli  Estensi ,  coinè  diremo, 
s'introdussero  in  Ferrara  gli  ebrei: 
essendo  dispersi  per  la  città,  dal 
cardinal  legato  Giacomo    Serra    fu- 


FER 
tono  rinchiusi  nel  circondario  ove 
al  presente  si  trovano  ,  ed  il  suo 
successore  cardinal  Cennini  formò 
i  capitoli  del  ghetto,  pel  regolamen- 
to dell'università  e  circondario.  Al- 
tre notizie  di  loro  si  leggono  nel- 
1'  interessantissimo  Diario  ferra- 
rese. 

Il  secolo  XVI  fu  aureo  per  Fer- 
rara, né  maggior  lustro  poteva  spe- 
rare di  quello  di  essere  divenuta 
capitale  illustre  di  tutti  i  domimi 
Estensi,  e  seggio  della  loro  magni- 
fica corte:  nohile  asilo  ai  dotti, 
teatro  di  molti  grandi  avvenimen- 
ti, di  torneamenti ,  e  di  tutto  ciò 
che  si  può  vedere  iti  una  corte  o- 
pulente,  magnifica  e  brillante,  che 
di  frequente  data  sontuose  e  prin- 
cipesche feste  e  spettacoli.  Nei  bas- 
si tempi  in  Ferrara  celebra vansi 
alcune  feste  nelle  quali  eravi  la 
corsa  delle  donne,  la  prima  delle 
quali  che  raggiungeva  la  meta,  ot- 
teneva in  premio  da'magistrati  drap- 
pi sciolti  o  foggiati  a  sopravveste  mili- 
tine, corone,  cavalli,  sparvieri,  galli, 
o  porchette  :  un  tale  costume  era 
pure  in  Modena  ed  in  Pavia.  Di 
tale  corsa,  e  di  altre  di  uomini,  di 
fanciulli,  di  cavalle,  di  cavalli,  di 
asini ,  e  di  altri  spettacoli  ne  trat- 
ta il  Frizzi  nel  tom.  Ili,  pag.  i85 
delle  Memorie.  Il  diritto  della  zec- 
ca l'ebbe  Ferrara  dall'imperatore 
Federico  I,  ed  il  Muratori,  ed  il 
Bellini  lo  credono  concesso  col  fa- 
moso diploma  de'  23  maggio  1 164, 
col  quale  accordò  diversi  privilegi 
alla  città  y  e  la  prima  moneta  co- 
niata fu  il  ferrarino,  che  fu  pure 
la  maggiore,  essendo  il  danaro  mi- 
nore il  bagalino.  Usarono  gli  E- 
sti'iisi,  come  gli  altri  principi,  del 
diritto  di  battere  moneta  ne'  loro 
stati.  In  Ferrara  dalla  prima  isti- 
tuzione della  zecca  sino  al  1 382  si 


FER  55 

conteggiò  la  moneta  a  lire  di  fer- 
raresi, lire  di  aquilini,  e  lire  di  bo- 
lognini.  In  quell'  anno  poi,  circa, 
s' introdusse  V  uso  della  tanto  rino- 
mata lira  de'  marchesini ,  moneta 
ideale  composta  di  venti  soldi,  op- 
pure marchesini  moneta  reale  d'ar- 
gento battuta  da  Nicolò  li  il  Zop- 
po nel  t38i,  da  dodici  ferrarmi 
piccoli  ossiano  denari  ferrarmi  per 
cadauno.  Dal  1  382  circa  comincios- 
si  a  calcolare  comunemente  sulla 
lira  de'  marchesini,  la  quale  al  suo 
nascere  equivaleva  al  valore  di  ot- 
tantacinque baiocchi  e  denari  die- 
ci, ma  poi  diminuì  di  tempo  in 
tempo  in  valore  per  modo  che  al- 
la sua  abolizione  del  1659  non  fu 
valutata  più  di  baiocchi  dieciotto 
e  denari  due.  V.  Vincenzo  Bellini, 
Dell'antica  lira  ferrarese  di  mar- 
chesini detta  volgarmente  Marche- 
sana, dissertazione,  Ferrara  I754- 
Delle  monete  diFerrara,  trattato,  ivi 
1761;  De  monetis  Ferrar iae,  exst. 
in  Oper.  de  monel.  Ital.  :  autore  di 
gran  credito,  ed  assai  interessante 
per  la  vera  storia  del  Ferrarese.  V. 
inoltre  Benedictus  XIV  litterae  a- 
postolicae,  quibus  nummularii ,  et 
campsores  civitatis  Ferrarien,  a  ter- 
lio  ad  secundum  ordinem  consilia- 
riorum  dictae  cwitalis  transferuntur, 
Romae  1758.  Giuseppe  Mayr,  Gli 
ultimi  periodi  della  zecca  dì  Fer- 
rara, ivi  i823;  e  dello  stesso  ab- 
biamo :  Monete  e  medaglie  onorarie 
ferraresi  illustrate,  Ferrara  1 843. 
Non  riuscirà  discaro  fare  qui  men- 
zione dell'introduzione  dell'utilissi- 
ma arte  della  stampa  in  Ferrara. 
Ciò  avvenne  nel  1 47 x  Pei'  opera 
di  certo  Clemente  Donato  che  pro- 
veniva da  Roma;  ma  non  poten- 
dosi la  sua  stamperia  sostenere  col- 
le proprie  forze,  s' intraprese  poco 
dopo  a  sue  spese  da  Andrea  Gallo 


56  FER 

cittadino  ferrarese,  com'egli  s'inti- 
tola, il  quale  apri  la  prima  stam- 
peria in  Ferrara  come  scrive  il  Ba- 
ruffaldi.  Ma  da  ultimo  il  eh.  sacer- 
dote d.  Giuseppe  Antonelli,  nelle 
ìli  cerche  bibliografiche  sulle  edizio- 
ni ferraresi  del  XV  seeolo  ,  ha 
provato,  che  nel  r4yi  l'introdu- 
zione della  stampa  in  Ferrara  si 
deve  attribuire  ad  Andrea  Belforte 
francese,  poiché  le  esibizioni  fatte  al 
magistrato  di  Ferrara  dal  nomina- 
to Donato  il  23  novembre  i47°> 
non  vennero  accolte  attese  le  disav- 
venture alle  quali  era  andata  sog- 
getta questa  città.  La  prima  opera 
che  vide  la  luce  con  data  certa  è  il 
Valerii  Martialìs  Epigrammata , 
Ferrariae  die  secunda  julii  anno 
Domini  MLXXI  ommesse  le  cen- 
tinaia CCCC,  in  4-°;  la  qual  data  è 
così  posta  per  essersi  il  libro  termina- 
to di  stampare  il  2  luglio  i47x-  H 
lodato  Antonelli  pubblicò  l' erudita 
sua  opera  in  Ferrara  nel  i83i,  ed 
ora  ha  pressoché  condotto  a  termine 
la  storia  della  tipografìa  degli  stati 
Estensi  del  primo  secolo  della  stam- 
pa. Ma  se  il  pregio  della  stampa 
Ferrara  l' ebbe  comune  ancor  con 
altre  piccole  città  italiane,  quel  ch'è 
tutto  suo,  o  al  più  che  divide  con 
Mantova,  è  l'aver  fino  dal  1476 
fatta  vedere  nel  suo  seno  la  prima 
stamperia  ebraica.  Girolamo  Baruf- 
faldi  Jun.,  Della  tipografia  ferra- 
rese dall'anno  i47r  al  i5oo,  Sag- 
gio letterario  bibliografico,  Ferrara 
1777.  Jo.  Bernardus  de  Rossi,  De 
typographia  hebraco  ferrariensi  corti- 
mentarius  historicus,  quo  ferrarien- 
sis  judaeorum  editione  hebraicae , 
hìspanicae,  lusitaniae  recenserunt, 
et  illustranlur,  Parmae  1780.  Nel- 
l'anno seguente,  dalle  stampe  di 
Erlanga  uscì  una  seconda  edizione 
arricchita    di    una    lettera    del  suo 


FER 
autore,  colla  quale  viene  illustrata 
la  tipografia  ferrarese. 

L' università  che  quivi  fiorì  ne 
accrebbe  grandemente  il  lustro.  Nel 
1241  l'imperatore  Federico  II,  se- 
condo l'Alberti  per  punire  i  bolo- 
gnesi a  lui  contrari,  trasportò  a 
Ferrara  la  celebre  università,  co- 
me altrove  per  simile  motivo  l'a- 
veva trasportata  altre  volte.  Ma 
essendo  allora  Ferrara  in  mano  dei 
guelfi  nemici  di  Federico  II,  e  per 
altre  ragioni  che  riporta  il  Frizzi 
nel  tom.  Ili,  pag.  119  delle  Me- 
morie, non  sembra  ciò  verosimile, 
ed  all'anno  1220  aveva  parlato  di 
certe  scuole  fanciullesche  e  gram- 
maticali al  più  ch'erano  in  Ferra- 
ra ,  e  che  la  gioventù  ferrarese 
portavasi  a  Modena  ove  fioriva 
lo  studio  delle  leggi,  e  forse  di  al- 
tre facoltà.  All'anno  1264  s'  legge 
che  sotto  A  zzo  Novello,  gran  fau- 
tore de'poeti,  Ferrara  avea  un  pre- 
gio equivalente  all'  università,  cioè 
le  pubbliche  scuole  di  legge,  medi- 
cina, grammatica,  e  dialettica,  le 
quali  due  ultime  facoltà,  sanno  gli 
eruditi,  che  una  volta  avevano  ben 
più  ampio  e  più  nobile  oggetto 
che  non  hanno  oggidì ,  poiché  o 
col  titolo  di  grammatica ,  o  con 
quello  di  belle  arti  comprendeva- 
no la  lingua  latina,  la  rettorica  e 
la  dialettica,  e  formavano  il  così 
detto  trivio  conducente  all'eloquen- 
za, stendendosi  insieme  all'aritme- 
tica, geometria,  musica,  ed  astro- 
nomia che  si  chiamavano  il  quadri' 
vio,  da  cui  si  aveva  adito  alla  fi- 
losofia secondo  la  spiegazione  che 
ne  dà  Boezio,  e  il  vescovo  di  Fer- 
rara Uguccione  nella  sua  gramma- 
tica. Ai  dottori  di  dette  facoltà, 
nell'antico  statuto  ferrarese  del  1 264, 
venne  concesso  il  privilegio  di  non 
andare  alla    guerra,   con    pubblica 


FER 

decreto.  Nel  1 297  le  pubbliche 
scuole  erano  operte  nel  convento 
di  s.  Domenico.  Mentre  il  marche- 
se Alberto  Estense  era  vicario  del- 
la Sede  apostolica  in  Ferrara ,  il 
munifico  Pontefice  Bonifacio  IX, 
concesse  a  Ferrara  la  grazia  del- 
l' erezione  di  uno  studio  generale 
od  almo  liceo,  perchè  sebbene  sus- 
sistessero i  pubblici  lettori  delle 
menzionate  scuole ,  non  avevano 
quel  credito  e  nobiltà  che  gli  de- 
riva dal  grado  di  università  pegli 
analoghi  regolamenti ,  e  ciò  con 
bolla  de' 4  marzo  1 3g  1 ,  impetra- 
ta dal  marchese,  e  dal  comune 
della  città.  Cos'i  venne  fondata  la 
università  di  Ferrara  sul  modo 
stesso ,  e  coi  privilegi  delle  uni- 
versità di  Bologna  e  di  Parigi,  con 
licenza  d'insegnarvisi  qualunque  fa- 
coltà sagra  e  profana,  e  di  con- 
cedervisi  a  chi  ne  sarà  degno  la 
laurea  dottorale  per  le  mani  del 
vescovo  pro-tempore  a  ciò  deputa- 
to. I  savi  del  comune  lieti  del  pre- 
zioso privilegio  dell'università,  invi- 
tarono a  leggere  in  essa  professori 
di  chiaro,  nome  da  parti  estere,  e 
costituirono  alle  cattedre  conve- 
nienti onorari.  11  marchese  Nico- 
lò IH  nel  1402  fece  riaprire  le 
scuole  dell'università,  già  chiuse  per 
ragione  di  economia  otto  anni 
prima,  e  pose  a  leggervi  molti  ce- 
lebri forastieri.  Nel  i442  3  mar- 
chese Leonello  Estense  coli' elezio- 
ne di  sei  riformatori,  volle  rifor- 
mata l'università ,  che  trovavasi  in 
disordine:  furono  chiamati  i  più 
chiari  dottori  di  ogni  facoltà,  ed 
emanate  provvidenze  per  eccitare 
alla  cultura  la  gioventù  ,  con  ob- 
bligarsi altresì  i  maestri  e  peda- 
goghi de'fanciulli  a  riportare  l'ap- 
provazione dell'  università.  Morto 
Leonello  al  palazzo  dei  Belriguardo 


FER  57 

fu  di  là  per  gratitudine  trasporta- 
to a  Ferrara  il  suo  corpo  pompo- 
samente, sulle  spalle  de' lettori  o 
degli  scolari  dell'università,  alla  chie- 
sa di  s.  Maria  degli  Angeli.  Nel 
i4j3  i  lettori  erano  cinquanta,  ol- 
tre ai  rettori,  ed  altri  stipendiali. 
Decaduta  grandemente  l'università, 
nel  i55o,  la  restaurò  il  duca  Al- 
fonso II,  ed  il  palazzo  del  Para- 
diso divenne  nel  1567  la  residen- 
za dell'università. 

Ricuperato  da  Clemente  Vili 
al  pieno  dominio  della  Chiesa  ro- 
mana il  ducato  di  Ferrara,  con 
breve  apostolico  del  1602  accreb- 
be i  privilegi  della  sua  università. 
V.  Andrea  Borsetti,  Ferrante  Bo- 
leni  Ferrantes,  Historia  almi  Fer- 
rar iae  gymnasìi,  Ferrariae  1725. 
Girolamo  Baruffaldi,  col  nome  fin- 
to di  Giacomo  Guarini,  Ad  Jerra- 
riensis  gymnasii  historiam  per  Fer- 
rantem  Borsettam  conscriplam  sup- 
plementum,  et  animadversiones,  Bo- 
noniae  l'j^Oj  1 741  ■  Andrea  Bor- 
setti, Adversus  supplementum ,  et  a- 
nimad\'ersìones  Jacobi  Guarini  cri- 
tici personali  in  historiam  almi 
ferrariensis  gymnasii  defensio,  Ve- 
netiis  1747-  Dipoi  il  Pontefice  Cle- 
mente XIV  nel  1771  con  nuove 
leggi,  insigni  prerogative,  e  cospi- 
cue rendite  fece  risorgere  la  quasi 
estinta  università  di  Ferrara.  Su 
di  che  va  letta  la  Constitulio  Cle- 
mentis  XIV ',  qua  almum  studium 
ferrariense  no  vis  legibus  insti  tu  ti s 
immunitatibiis  restituilur,  atque  di- 
stìnguitur,  Romae  1771.  Non  che, 
Accademia  ferrariensis  a  Clemen- 
te XIV  restituta.  Acccdit  oratio  ha- 
hita  IV  nonas  novembris  ij'jì.  in 
solemni  studiorum  inslauratione , 
Ferrariae  1772.  Il  ragguaglio  bre- 
ve delle  vicende  dell'accademia  lo 
scrisse   monsignor    Carlo   Federici; 


5$  VER 

poi  segue  la  costituzione  pontificia 
con  nuove    leggi  ed  immunità  per 
l'università;  indi  succede  il    breve 
dispositivo  per  l'eredità  di  Alberto 
Penna  a  favore  dell'università,  col- 
l'elenco  de'riformatori  e  lettori  pub- 
blici;   finalmente    trovasi  l'orazione 
del   p.   Gio.  Luigi  Buongiuochi  pro- 
fessore della  medesima.   Memore  il 
Papa    Pio  VI    che    nella    sua    gio- 
ventù    si    era    approfondato     nelle 
scienze  più    belle,  ed  aveva    estese 
le  sue  cognizioni  nella  città  di  Fer- 
rara sotto  la  direzione  dell'avvocato 
Gio.  Carlo  Bandi  suo  zio,  che  in  qua- 
lità di    uditore    assisteva    il    cardi- 
nal Ruffo    legato;    venendo  quindi 
in  cognizione  che  l' insigne  univer- 
sità ferrarese  era  in  umiliante  po- 
sizione   per    mancanza    di    rendite 
sufficienti  al   mantenimento  de'pro- 
fessori,  e  non  potendo  l'erario  papa- 
leaggravarsi  più  di  tale  spesa, perle 
vive  istanze  del  ferrarese  monsignor 
lliminaldi ,    stimò    conveniente  ac- 
crescere di  un  quattrino  per  libbra 
il  dazio  del  sale,  e  che  questo  pro- 
vento andasse  in  benefizio  dell'uni- 
versità.   V.  la   Cedala  di  moto  pro- 
prio della  Santità  di  N.  S.  Pio  Pa- 
pa  VI,    con    cui  si  aumentano  le 
entrate,   si  prescrivono  nuovi  rego- 
lamenti e  privilegi  per  la  pontificia 
università  di  Ferrara,  Roma  1778. 
Francesco  Leopoldo  Bertoldi,  Delle 
medaglie  e  monete  esistenti  nel  mu- 
seo dell'  università  di  Ferrara,  me- 
moria antiquaria  numismatica,  Fer- 
rara  1789.  Il  Frizzi  nel  t.  I    delle 
Memorie,  a  pag.  226  e  seg.,  riporta 
in  parte  gli  antichi   marmi  eruditi 
ed  iscrizioni,  raccolti  nell'  università. 
Per  le  succennate  politiche  vicende, 
l'università    decadde   notabilmente, 
finche  Leone    XII   colla  nota  bolla 
Quod  divina  sapientia  omnes  docci, 
ravvivò  l'università,  e  la  dichiarò 


FER 
di  seconda  classe.    Il    palazzo  della 
università  contiene  una  ricca  biblio- 
teca con  preziosi  manoscritti  di  pa- 
recchi nostri  classici,  come  di  Ario- 
sto,   del    Tasso,  del    Guarini    e  di 
Cicognara;  la  cui  sala  di  lettura  è 
decorata    del    nuovo   mausoleo  del- 
l'Ariosto.   Avvi    un    gabinetto    ar- 
cheologico e  di   mineralogia,  un  or- 
to botanico,  ed  il  teatro  anatomico, 
e  i  gabinetti  di  fìsica  e  di  chimica. 
Il  Frizzi  nel  tom.  V,  pag.  209,  nar- 
ra che  il  magistrato    nel    1758  fe- 
ce l'acquisto  ben  ragguardevole  del 
museo  del  sacerdote   Vincenzo  Bel- 
lini  ferrarese,  consistente  in  una  se- 
rie   di    medaglie    italiane    de'  bassi 
tempi  così  copiosa,  che  quasi  pote- 
va dirsi  completa   ed  unica.   L'au- 
tore temendo  che  altri  con  autori- 
tà gliela  chiedessero,    perchè    avea 
incominciato  a  renderla  nota  colle 
sue  riputatissime  opere,  la  offri  ge- 
nerosamente in  dono  alla  comunità, 
la  quale  la  ripose  nell'università,  e 
lui    destinò    perpetuo   custode   con 
conveniente  onorario.  L'esempio  del 
Bellini  mosse  l'abbate  Carli  a  fare 
allo  stesso  museo  gratuitamente  un 
aumento   di    qualche   centinaio   di 
sue  preziose  medaglie.  Lo  stesso  an- 
che fece    il    ferrarese  cardinale  Pu- 
minaldi  di  quante   monete ,  meda- 
glie e  monumenti  antichi  di  bron- 
zo e  di  marmo  capitarono  in  Ro- 
ma   in  suo  potere.    Nella  pubblica 
biblioteca  si  conservano  fra  le  cose 
preziose  una  serie  di  libri  corali  in 
numero  di  dieciotto,  i  quali  uguaglia- 
no   nel  merito    quelli    esistenti    Bel 
duomo.  V  ha  opinione  che  le    stu- 
pende miniature  delle  quali  vanno 
adorni,    come    pure    quelle    d'  una 
bibbia  in  quattro  volumi  in  foglio 
atlantico,  sieno    state    eseguite    da 
Cosimo   Tura,  e   dalla  sua  scuola, 
che  rendono  quelle  pergamene  am- 


F  B  R 

mirate:  dal  colto  viaggiatore,  con- 
tenendo gli  avvenimenti  registrati 
nelle  sagre  carte.  Girolamo  Baruf- 
faci Jun.  ci  diede  il  Commentario 
istorico  della  biblioteca  pubblica 
ferrarese,  Ferrara  1782.  V.  anche 
Prospero  Cavalieri,  Notizie  della 
pubblica  biblioteca  di  Ferrara,  ivi 
181 8:  Vincenzo  Cicognara,  Ragio- 
namento !>nlla  pubblica  biblioteca 
di  Ferrara,  Bologna  i83i;  V  ale- 
ri  i,  Osservazioni  sopra  la  bibliote- 
ca di  Ferrara  tradotte  con  aimo- 
tazioni  bibliografico  -  storiche  del- 
Vab.  Giuseppe  Antonelli,  Ferrara 
i838.  Il  Frizzi  tratta  dell'antica 
biblioteca  di  Ferrara  al  toni.  Ili, 
pag.  45?}}  ove  si  dice  che  il  mar- 
chese Leonello  protettore  beneme- 
rito delle  lettere,  pose  molta  cura 
in  raccogliere  antichi  e  preziosi 
codici,  e  Dell'averne  arricchita  la  pro- 
pria biblioteca,  col  fondarne  una 
ancora  separatamente  nel  convento 
degli  Angeli,  a  confronto  delle  qua- 
li uscì  contemporaneamente  quella 
del  convento  di  s.  Paolo,  numero- 
sa di  più  di  settecento  codici.  Indi 
il  Frizzi  dice  di  altre  biblioteche 
nel  tona.  IV.  Il  celebre  Celio  Cal- 
cagnai morendo  nel  1 54 1  ,  legò 
per  testamento  ai  domenicani  tutti 
i  suoi  libri  da  convervarsi  ad  uso 
pubblico,  ed  insieme  scudi  cinquan- 
ta d'oro  per  le  spese  delle  scansie, 
e  catenelle  da  fermare  i  volumi 
ai  banchi,  come  si  costumava  al- 
lora. Alfonso  II  nel  idoo,  eseguì 
in  gran  parte  il  vasto  disegno  da 
lui  concepito  tre  anni  prima  quan- 
do era  in  Francia,  di  aggiungere 
alla  Estense  biblioteca,  già  accre- 
sciuta di  preziosi  codici  da  Leo- 
nello, Boi  so,  ed  Ercole  I  ,  tutti  i 
libri  fino  a  quel  giorno  stampali. 
Ala  la  pubblica  biblioteca  ci  dice 
il  Frizzi  nel  toni.  V,  pag.  202,  che 


IL  il  59 

ebbe  priucipio  nel  1 746 ,  per  la 
generosità  di  alcuni  cittadini,  dopo 
avere  il  magistrato  piantato  presso 
all'  università  il  giardino  botanico. 
Nel  1700  il  medesimo  magistrato 
comprò  la  scelta  biblioteca  del  car- 
dinal Bentivoglio  ferrarese,  e  la  unì 
a  quella  pubblica,  in  modo  che  al- 
lora contò  circa  seimila  volumi, 
che  in  breve  crebbe  di  altri  mille, 
finché  se  ne  fece  la  solenne  aper- 
tura e  dedicazione  nel  1753,  nella 
cui  circostanza  si  pubblicò  colle 
stampe  l'orazione  latina,  che  reci- 
tò per  essa  il  p.  Casto  Innocente 
Ansaldi  domenicano.  Successivamen- 
te la  biblioteca  pubblica  divenne 
più  copiosa  e  rispettabile  pei  nota- 
bili incrementi  che  ricevette.  L'ab- 
bate Carli  nel  1758  gli  lasciò  in 
legato  molti  e  preziosi  libri;  così 
pur  fece  il  conte  Giovanni  Troni 
nel  1760,  ed  in  seguito  Gio.  An- 
drea Barotti.  Indi  nel  1772  gli 
venne  data  la  biblioteca  del  colle- 
gio di  Ferrara  della  compagnia  di 
Gesù,  coll'aggravio  aggiuntovi  d'u- 
na penzione  vitalizia  a  vantaggio 
di  due  soggetti  di  quella  compagnia; 
e  nel  1777  il  comune,  ed  annuente 
il  governo,  per  l'annuo  censo  sta- 
bilitogli ne  accrebbe  le  rendite  che 
sin  dal  1751  ritirava  dall'appalto 
de' vetri.  Molti  cittadini  in  più  vol- 
te furono  larghi  di  donativi  di  li- 
bri ,  ed  il  cardinal  Biminaldi  nel 
1780  gli  die  circa  mille  volumi 
di  autori  ferraresi,  e  nel  1782  di 
altri  duemila  delle  più  rare  edi- 
zioni. S'ingrandì  poi  notabilmente 
nel  1798  pel  trasporto  fattovi  di 
non  pochi  libri  de'soppressi  moni- 
steri  e  conventi  de' regolari,  ceduti 
a  questo  stabilimento  dal  governo, 
che  allora  reggeva  questa  provin- 
cia. Per  contribuire  vieppiù  al  lu- 
stro di  questa    biblioteca,  il    conte 


òo  FÉ  a 

Galeazzo  Massari  molto  nel  1 838 
legò  ad  essa  la  sua  ricca  raccolta 
di  libri  moderni,  né  si  devono  o- 
mettersi  i  molti  doni  che  di  recen- 
te si  sono  fatti  e  si  fanno  da  mon- 
signor Carlo  Emmanuele  Muzza- 
relli,  e  da  monsignor  can.  Mare- 
scotti  ,  al  cui  animo  generoso  de- 
vesi  la  formazione  del  museo  di 
mineralogia,  e  l'aumento  del  mu- 
seo fisico. 

Fiorì  la  città  anco  per  accade- 
mie letterarie  ed  artistiche.  Assai 
deve  a  Guarino  la  ferrarese  lette- 
ratura ,  cooperandovi  la  protezione 
che  a' dotti  accordò  Boiso  d' Este. 
Sotto  di  loro,  e  verso  l'anno  1460, 
sorse  nella  città  l'accademia  Benzia, 
una  tra  le  prime  che  si  comincias- 
sero ad  usare  in  Italia,  istituita 
nella  casa  dei  Benzi,  dal  celebre 
medico  Ugone.  Kenea  cognata  di 
Francesco  1  re  di  Francia,  e  mo- 
glie del  duca  Ercole  II,  siccome 
di  elevato  ingegno ,  e  coltissima, 
pel  gran  genio  che  aveva  verso  gli 
uomini  dotti,  dopo  il  1 53  x  aprì 
nelle  sue  stanze  un'  accademia  di 
lettere,  la  quale  però  in  progresso 
se  ad  esse  fece  onore,  non  fu  così 
alla  cattolica  religione.  L' accade- 
mia degli  Elevali,  che  si  adunava 
in  casa  di  Alberto  Lollio,  svanì  nel 
1 54- 1  alla  morte  del  celebre  Celio 
Calcagnili],  uno  degli  istitutori  di 
essa:  fu  supplita  da  quella  de'JFY- 
laretì,  fondata  l'anno  i55o  circa 
dal  cav.  Alfonso  di  Teofilo  Calca- 
gnine Il  Frizzi  nel  tom.  IV,  pag. 
420  osserva  che  fu  mirabile  lo  sta- 
to florido  dell'  università  sotto  Al- 
fonso II,  come  l' entusiasmo  e  la 
moltiplicazione  delle  nuove  acca- 
demie o  letterarie  adunanze  di  Fer- 
rara. V'erano  nel  i562  gli  Affla- 
ti, e  gli  Ascendenti j  nel  1567  gli 
Olimpici,  i  Tergemini,  ed  i   Tra- 


FER 

vagliati j  nel  i56g  i  Partici j  nel 
nel  1570  gli  Operosi,  gli  Eletti, 
e  i  così  detti  Ferraresi  j  nel  1571 
gli  Umili;  nel  1574  i  Mercuria- 
li; nel  1575  gli  Ardenti,  ed  i 
Costanti  j  nel  1576  gì'  Indefessi j 
nel  1 579  i  Concordi,  e  i  Rinno- 
vali j  nel  i58r  i  Sereni j  e  nel 
i588  i  Parteni.  Alcune  di  queste 
società  ebbero  per  base  la  sola  giu- 
risprudenza, altre  la  filosofia,  altre 
le  belle  lettere,  altre  tutte  promi- 
scuamente le  liberali  discipline.  Al- 
le medesime  si  aggiunsero  quelle 
di  musica  stabilite  neir  arciconfra-» 
ternita  della  morte  l'anno  iScp, 
e  nella  confraternita  dello  Spirito 
Santo  l'anno  1^97,  come  si  può 
intendere  da  ciò  che  di  tutte  è 
slato  colla  possibile  diligenza  scrit- 
to da  Girolamo  Baruffaldi  Jun.  col- 
le Notizie  istoriche  delle  accademie 
letterarie  ferraresi,  Ferrara  1787. 
Indi  il  medesimo  Frizzi  nel  tom. 
IV,  pag.  43  parla  di  altre  accade- 
mie, come  degli  Spensierati,  dell'oc* 
cademia  del  palazzo  ducale,  degli 
accademici  Intrepidi,  che  aveano 
per  motto  :  Premat  dum  imprimat. 
Questa  accademia  rispettabile  fu 
istituita  per  esercizio  di  lettere  ed 
armi  nel  1600  co' suoi  statuti,  e 
vi  recitò  la  prima  orazione  nel 
1601  il  conte  Guido  Ubaldo  Bo- 
narelli.  Dal  pubblico  gli  furono 
assegnati  scudi  cento  annui.  Radu- 
naronsi  da  principio  nel  teatro 
presso  la  chiesa  di  s.  Lorenzo;  in- 
di nel  i655  fu  l'accademia  risto- 
rata dal  cardinal  Pio  vescovo  di 
Ferrara,  che  gli  aprì  l'adito  nella 
casa  di  sua  famiglia.  Nel  1692  il 
cardinal  Imperiali  assegnò  parte 
della  rendita  di  questa  accademia 
al  mantenimento  di  due  pubblici 
maestri  di  ballo  e  scherma  ;  ed  in 
ogni  tempo  vi    furono  aggregati  i 


FER 
primi  poeti  e  dotti  d'Italia.  Il  car- 
dinal legato  Tommaso  Arezzo  nel 
1819  riformò  l'accademia  degli 
A  riostei- Intrepidi.  Dipoi  sursero  le 
accademie  chiamate  ,  Eroica ,  de- 
§Y  Ingegnosi,  de'  Confusi,  de'  Tene- 
Irosi,  e  de  Fileni j  e  più  tardi  quel- 
le de'  Di/formati ,  la  Pia ,  de'  Co- 
stanti, e  de  Discordanti.  Vi  furo- 
no poscia  quelle  de'Morescanti,  dei 
Cigni  o  delle  Muse,  dell'  Eridano 
o  del  Carmelo,  degli  Applicati, 
de'  Velati,  degli  Arcadi  colonia  ro- 
mana ec.  Fiorirono  pure  le  acca- 
demiche adunanze  della  Selva  e 
della  Vigna,  quelle  degli  Argonau- 
ti e  de'  Villani,  non  che  degli  Ario- 
stei.  Ferrara  emulò  le  più  colte 
città  d'Italia  per  gli  uomini  illu- 
stri che  vi  ebbero  i  natali,  educa- 
zione, protezione  e  soggiorno.  L'ac- 
cademia degli  A  riostei,  dopo  un  de- 
cennio, nel  1 84 1  riprese  attività  e 
vigore  essendone  presidente  il  col- 
to e  eh.  marchese  Tommaso  Esten- 
se Calcagnini. 

L'accademia  medico  -  chirurgica 
ebbe  origine  nel  1822,  allorquando 
alcuni  de' più  filantropi  medici  fer- 
raresi proposero  ad  altri  de'  loro 
colleghi  di  radunarsi  in  alcune 
sere  determinate  onde  scambievol- 
mente soccorrersi  in  tutto  quello 
che  riguarda  l' amenissima  sciema 
che  professano.  Piacque  1'  idea,  ed 
il  professore  Alessandro  Colla  a  ta- 
le oggetto  offerse  il  primo  la  sua 
medesima  abitazione,  per  cui  av- 
venne la  prima  adunanza  nella  se- 
ra de'  22  novembre  dello  slesso 
anno.  Conlinuaronsi  le  private  li- 
moni, e  vedendo  che  cresceva  lo 
zelo  in  tutti,  pensarono  di  dar  for- 
ma e  regolamento  alle  loro  con- 
versazioni, e  ridursi  in  formale  ac- 
cademia. In  fatti  sul  principio  del 
1824   piegarono    il  cardinal   Ode- 


FER  61 

scalchi,  allora  arcivescovo,  acciò  la 
conversazione    fosse   dichiarata    ac- 
cademia, e  con  tal  grado  nel  1827 
l'approvò  la  congregazione  degli  stu- 
di in  un  a'suoi  regolamenti.  Non  an- 
dò guari  che  alla  nascente  accade- 
mia i  più  distinti  medici  dell'Eu- 
ropa desiderarono  di  appartenervi. 
Il    magistrato    ferrarese,  conosciuta 
l'utilità    dell'accademia    e  l'onore 
che  ne  sarebbe    derivato  alla  città 
dai  lavori  di  essa,  contribuì  al  suo 
incremento  con  annuo  stipendio,  e 
coll'accordare  ampio  locale  per    la 
sua  residenza  nel  nuovo    eretto  a- 
teneo    civico    ferrarese.     Contribuì 
anche  al  migliore  progresso  di  es- 
sa la  congregazione  provinciale,  col- 
l' assegnare    un  annuo    premio  con 
stabilita  somma,  per  quella  memo- 
ria che  verrà  dal  consesso  accade- 
mico creduta   degna.    Per  le  ulte- 
riori notizie  si  possono  leggere  gli 
estratti  che  vennero  pubblicati  col- 
le   stampe  di    quanto  si    è  operato 
dagli   accademici    dall'  anno    1827 
fino  all'  anno    1842. 

Ferrara    surse    troppo  tardi  per 
presentare  una    serie  di  quegli  in- 
vitti martiri,    i  quali  collo    spargi- 
mento   del  loro    sangue  segnarono 
vittoriosi  i  primi    passi  del  cristia- 
nesimo,    ed     è   perciò    che    il  nu- 
mero  de'  suoi    santi    è  ristretto,  in 
relazione  a  molte    altre  città  della 
Italia.,    e   di   questi    ricorderemo   i 
principali.    Beatrice  I    d' Este  nata 
di    Azzo  Vili,    dopo  di    aver  fon- 
dato un  monistero  di  vergini,  det- 
to di  s.  Giovanni  Battista,  sul  mon- 
te   di  Gemmola,    ivi  morì  d'anni 
venti  con  gran  fama  di  santità,  per 
cui  si    venera  col    titolo    di    beata 
d'Este.  Beatrice  II   figlia  del   mar- 
chese Azzo  IX,  fondatrice  del    mo- 
nistero   di    s.  Antonio    di    Ferrara 
dell'ordine  di  s.  Benedetto.  Questa 


ftl  FER 

dopo  aver  dato   il  colmo    alla  sua 
gloria  colle  virtù  praticate    di  au- 
sterità, di  penitenza,  e  di  buon  e- 
sempio,  nell'età  di    trenladue  anni 
morì  santamente  il  di  8  gennaio  del 
1262.     Il    culto    di    questa     beata 
venne    canonicamente     confermato 
da  Pio  VI  con  decreto  del    1776, 
che    accordò   anche   l' uffizio    e    la 
messa  propria.  L'arciprete  Girola- 
mo Baruffaldi   ha  scritto  la  vita  di 
s.  Contardo  d' Este,  che  rese  assai 
venerata  la  sua  memoria  colla  san- 
tità   della    vita,   e  coli' esempio  la- 
sciato   d'uno  de' più    illustri    peni- 
tenti   del  secolo  XIII.    Nacque  dal 
marchese    Azzo  IX  nel    1249;    ve- 
stito in  abito   di  penitenza,  a  tutti 
incognito,  si  diede  ad  intraprendere 
a  piedi  il  pellegrinaggio  de' luoghi 
santi,  ritornando  da'quali,  preso  da 
gravissima  malattia,  morì  in  Broni, 
terra  del  Piacentino.  La  fama  del- 
la sua  santità   ed  i  molti  miracoli 
operati    fecero    sì  che   il    Pontefice 
Paolo  V  confermò  il  culto  che  ab 
immemorabile    eragli    stato   accor- 
dato,   concedendo    alla    diocesi    di 
Piacenza  la  celebrazione  della  mes- 
sa propria.  San  Bonmercato  mar- 
tire, secondo    le  antiche    tradizioni 
confermate    dai    Bollandisti ,    Ada 
Sanct.  t.  Ili  del    mese  di   giugno, 
fu  un  illustre  chierico  della  chiesa 
di  Ferrara,  che    nel  giorno    18  di 
giugno  subì  il    martirio  per  mano 
di  uno  sgherro  nella  pubblica  piaz- 
za di  Ferrala.  Girolamo  Baruffaldi 
il   giuniore   ne  scrisse    la   vita  che 
venne   stampata.    Il  beato   Donato 
Brasavola,  nato  nel  1269,   vestì  l'a- 
bito di  s.  Francesco  de'minori  con- 
ventuali, e  pel  dono  della  profezia 
venne  acclamato  beato  subito  dopo 
la  di   lui    morte,  che    seguì  il  24 
ottobre    i353.    Era    pure    minore 
conventuale  il  beato  Antonio  Bon- 


FER 
ladini,  il  quale  dopo  essere  stato 
per  sua  divozione  alla  visita  de'luo- 
ghi  santi  di  Palestina,  incammina- 
to per  Ferrara  s' infermò  grave- 
mente in  Cotignola,  dove  morì  il 
primo  dicembre  1428.  Il  di  lui 
cadavere  incorrotto  sta  esposto  alla 
pubblica  venerazione  nella  chiesa 
de'minori  osservanti  di  quella  ter- 
ra. Santa  Caterina  Vegri  monaca 
dell'ordine  serafico  di  s.  Francesco 
nel  secolo  XV,  nacque  nel  1 4 1 3, 
e  nel  1426  si  condusse  a  Bologna 
onde  fondare  un  nuovo  monistero 
della  sua  regola,  nel  quale  menò 
santamente  il  restante  di  sua  mor- 
tale carriera,  perciò  viene  detta  di 
Bologna:  ivi  morì  a'9  marzo  i463, 
venendo  canonizzata  da  Clemente 
XI  nel    17 12. 

Dal  secolo  XV  fino  al  presente 
Ferrara  conta  i  seguenti  cardina- 
li, oltre  più  di  ottanta  ferraresi  tra 
patriarchi,  arcivescovi,  e  vescovi. 
Pio  II  per  il  primo  creò  cardinale  nel 
1461  Bartolomeo  Roverella.  Ales- 
sandro VI  fece  cardinale  nel  i49^ 
Ippolito  I  d'Este.  Paolo  III  nel 
i538  Ippolito  II  d'Este.  Pio  IV 
nel  i56i  Luigi  d'Este.  Gregorio 
XIII  nel  i583  Giulio  Canano.  Cle- 
mente Vili  nel  i5g9  Bonifacio  Be- 
vilacqua, e  Alessandro  d'Este;  e  nel 
1604  Pio  Carlo  Emmanuele  di 
Savoia.  Paolo  V  nel  1621  Guido 
Bentivoglio.  Gregorio  XV  nel  1621 
Francesco  Sacrati.  Urbano  Vili 
nel  1643  Carlo  Rossetti.  Innocen- 
zo X  nel  i652  Giacomo  Corradi, 
e  nel  i654  Pio  Carlo  di  Savoia. 
Clemente  XI  nel  17 19  Cornelio 
Bentivoglio.  Benedetto  XIV  nel 
1743  Carlo  Leopoldo  Calcagnini. 
Pio  VI  nel  1776  Guido  Calcagni- 
ni, nel  1785  Giammaria  Riminnl- 
di,  e  nel  1794  Aurelio  Roverella. 
Pio    VII  nel    1823    Antonio  Pai- 


FER 
lotta    piceno,    ma    nato     in     Fer- 
ra ra. 

Ferrara  ebbe  un  numero  straor- 
dinario di    uomiui   celebri    in  ugni 
ramo    di    scienze ,    lettere    ed  arti. 
Quelli  die  principalmente  si  distin- 
sero nelle  scienze  sa^re    sono    Lo- 
dovico    Bigo     Pittorio  ;     Giovanni 
Canali;  Girolamo  Savonarola;  Fran- 
ceschino  Visdomini  ;  Giovanni  Ver- 
niti ;    Andrea    Baceria;    Francesco 
Silvestri  ;    Paolo  Sacrati  ;    Lorenzo 
BaroUi;    Anton  Francesco    Celiati; 
Alfonso    Muzzarelli  ;  Francesco  Fi- 
netti  gesuita.   Nella  poesia,  oratoria, 
e    grammatica    primeggiarono    An- 
tonio dal  Beccaio  ;  Agostino  Becca- 
ri  ;    Lodovico   Carbone;    Francesco 
Cieco;   Matteo  Maria  Boiardo;  Gio. 
Battista   Guarini   I;  Ercole  Strozzi; 
Tito  Vespasiano;    Lodovico    Ario- 
sto;  Antonio  Tibaldeo  ;  Cinzio  Gio. 
Battista  Giraldi  ;   Giovanni  Battista 
Guarini   li  ;  Fulvio  Testi  ;    Girola- 
mo Baruffa  Idi   I  ;  Alfonso  Varano 
Lorenzo  Rondinelli  ;    Onofrio  Min 
zoni  ;    Vincenzo    Monti  ;    Giovanni 
Roverella;  Francesco  Alunno;  Al 
Berto    Lollio  ;    Bartolomeo    Ricci 
Alberto  Accarisio.   I  principali  giù 
reconsulti     sono     Lodovico     Sardi 
Jacopino,   e  Gio. -Maria  Riminaldi 
Cosimo    Pasetti  ;    Felino    Sandeo 
Marco  Bruno  Anguilla  ;   Gio.   Bat 
tista,  e  Giovanni   Cefali  ;  Marc'Au 
relio    Galvani  ;     Jacopo     Emiliani 
Giulio    Cesare    Cabeo;    Ercole    Pi 
ganti  ;  Ercole  Graziadei.  Tra  i  me 
dici    ricorderemo    Lodovico   Bonac 
cioli  ;  Giovanni  Maliardo  ;  Antonio 
Musa  Brasavola  ;  Gio.  Battista  Ca- 
nani  ;    Giovanni  Emiliani  ;    Arcan- 
gelo Piccolomini  ;  Girolamo  Brasa- 
vola ;  Giuseppe  Lanzoni  ;  Francesco 
Maria    Nigrisioli  ;     Antonio     Testi; 
Giovanni  Tumiati;    Antonio  Cam- 
pana.  Giuseppe  Lanzoni  ci  ha  dato 


FLR  63 

De  Jatrophysicis  ferrariensibus  dis- 
sertatio,  Bononiae  1691.  Furono 
distinti  filosofi  Antonio  Montecati- 
no  ;  Cesare  Cremouini  ;  Tommaso 
Giannini  ;  Alfonso  Gioia  ;  Lorenzo 
Altieri.  Nelle  matematiche  ed  idro- 
statica si  resero  celebri  Domenico 
Maria  Novara  ;  Giovanni  Bianchi- 
ni ;  Pietro  Buono  Avogadro  ;  Gio. 
Battista  Riccioli  ;  Nicolò  Cabeo  ; 
Luca  Valeri;  Gio.  Battista  Aleotti; 
Romualdo  Bcrtaglia  ;  Giovanni  Be- 
lletti ;  Teodoro  Bonati.  Fra  i  filo- 
logi, storici,  biografi,  ed  antiquari 
sono  a  registrarsi  Pellegrino  Pri- 
sciano  ;  Gio.  Battista  Pigna  ;  Ga- 
spare Sardi  ;  Celio  Caleagnini  ;  Li- 
lio Gregorio  Giraldi  ;  Daniello  Baia- 
toli ;  Gio.  Andrea  Baro t ti  ;  Appia- 
no Bonafede  ;  Ferranto  Ferranti 
Borselli  ;  Vincenzo  Bellini  ;  Fran- 
cesco Leopoldo  Bertoldi  ;  Luigi  U- 
ghi  ;  Antonio  Frizzi  ;  Giuseppe  Ma- 
nini;  Leopoldo  Cicognara. 

Questa  città  ebbe  l'onore  di  es- 
sere egregiamente  i-i  vendicata  dal 
Lanzi,  per  le  lodi  che  tributa  alla 
sua  scuola  pittorica,  la  quale  pre- 
senta una  bellissima  schiera  di  uo- 
mini celebri  fra  i  pittori.  Ci  limite- 
remo a  far  menzione  de'  seguenti. 
Galasso  ;  Cosimo  Tura  ;  Lorenzo 
Costa;  Ercole  Grandi  ;  Domenico 
Panetti;  Benvenuto  Tisi;  Benvenu- 
to 1'  Ortolano  ;  Dosso  Dossi  ;  Maz- 
zolino Sebastiano  Filippi;  Bartolo- 
meo Ramenghi  ;  Sigismondo  Scar- 
sella ;  Carlo  Bononi.  Architetti  fa- 
mosi furono  Bartolino  da  Novara  ; 
Giovanni  da  Ferrara  ;  Biagio  Rosset- 
ti ;  Alessandro  Balbi;  Alberto  Schiat- 
ti ;  Giovanni  Battista  Aleotti;  Antonio 
Foschini.  Primeggiarono  tra  gli  scul- 
tori, Luigi  Anichini  incisore  di  gem- 
me; Antonio  Marescotti, e  Sperandio 
fonditori  di  bronzi;  Pietro  ed  Alfon- 
so Lombardi;  Girolamo  Lombardi; 


64  FER 

ed  Andrea  Ferreri.  Se  fioriva  gran- 
demente in  Ferrara  nel  secolo  XVI 
la  poesia,  non  deve  recar  maravi- 
glia se  anco  la  musica  di  lei  so- 
rella fosse  assai  coltivata.  Grande 
è  il  numero  de'  musicanti ,  per  cui 
basterà  qui  il  ricordare  Tommaso 
Bambusi  ;  Alessandro  Mitteville  ; 
Luzzasco  Luzzaschi  ;  Lodovico  Ago- 
stini; Paolo  Isinardi;  Francesco  ed 
Alfonso  dalle  Viole;  Sulpizio  Tom- 
besi;  Girolamo  Frescobaldi;  Ales- 
sio Prati;  e  Briccio  Petrucci.  Ce- 
lebri matrone  furono  Isotta  Alba- 
vesani  ;  Vittoria  Piissimi;  Tullia 
d'Aragona;  Fulvia  Olimpia  Mora- 
ti ;  Barbara  Cavalletti  ;  s.  Caterina 
Vegri  ;  Elena  Riccoboni  Balletti  ; 
Isabella  d'Este;  Angela  Scacerni 
Prosperi  ;  e  Costanza  Monti  Perti- 
care Scrissero  sugli  uomini  distin- 
ti di  Ferrara,  Giovanni  Andrea,  e 
Lorenzo  Barotti,  Memorie  storiche 
de  letterati  ferraresi ,  Ferrara  1793. 
Agostino  Superbi ,  apparato  degli 
nomini  illustri  di  Ferrara,  ivi  1620. 
Antonio  Libanori,  Ferrara  d'oro 
imbrunito  divisa  in  tre  parli  3  che 
contiene  le  vite  ed  elogi  de'  cardi- 
nali, patriarchi,  vescovi,  prelati,  e 
religiosi  famosissimi  nativi  di  atte- 
sta città,  con  l'arme  delle  loro  fa- 
miglie, e  la  dichiarazione  delle  me- 
desime ,  non  che  de'  vescovi  della 
s.  Chiesa  di  Ferrara,  e  deJ  più  fa- 
mosi scrittori,  Ferrara  i665,  1667, 
e  1674.  Girolamo  Baruffaldi  I,  De 
poeti?  ferrariensibus,  Ferrariae  1 698. 
Borsetti,  Almi  ferrariensi  gymna- 
sii  hisloria.  Cesare  Cittadella,  Ca- 
talogo islorico  de'  pittori  ,  scultori , 
ec.  ferraresi,  e  delle  opere  loro,  con 
in  fine  una  noia  esalta  delle  più 
celebri  pitture  della  chiesa  di  Fer- 
rara, tom.  IV  con  figure,  Ferra- 
ra 1782.  Luigi  Ughi,  Dizionario 
storico  degli  uomini  illustri  ferrare- 


FER 

si,  Ferrara  1804.  Ughi,  Pinacothe- 
ca  brevis  nonnullorum  ferrariensium 
illuslrium,  Ferrariae  1807.  Conti- 
nuazione delle  memorie  storiche  dei 
letterati  ferraresi,  Ferrara  1 8 1 1 . 
Girolamo  Baruffaldi  giuniore,  Fa- 
scicolo in  continuazione  delle  me- 
morie storiche  de  letterati  ferraresi 
de' due.  Bar  olii,  con  prefazione  del  cav. 
Leopoldo  Cicognara,  Ferrara  1810. 
Non  si  può  condurre  a  remotis- 
simi tempi  la  costruzione  dell'odier- 
na Ferrara,  senza  dare  ricetto  a  fa- 
vole. L' opinione  più  probabile  si 
è  che  sul  finire  del  secolo  sesto  dai 
circostanti  luoghi  v'  incominciassero 
a  stanziare  gli  abitanti,  costruendo 
piccolo  villaggio  alla  destra  del  fiu- 
me ,  e  precisamente  ove  gli  Olive- 
tani ebbero  di  poi  un  moniste ro, 
e  la  chiesa  dedicata  a  s.  Giorgio. 
Quivi  da  alcuni  si  credette  fosse  sta- 
to il  Forum  Alieni  costruitovi  dai 
romani  nella  espulsione  de'  galli. 
Molte  furono  le  opinioni  sulle  ori- 
gini di  Ferrara,  credendo  diversi 
che  venga  da  Ferat  nipote  di  Noè; 
altri  che  fosse  principiata  all'epoca 
della  rovina  di  Aquileia  dai  popo- 
li fuggiti  per  le  stragi  di  Attila  re 
degli  unni,  innalzandovi  rozze  abi- 
tazioni aumentate  poi;  altri  che 
nascesse  nell'  anno  42^,  ovvero  nel 
675;  altri  dal  detto  Foro  d'Alie- 
no o  da  un  castello  che  vi  era  di 
antica  costruzione;  che  le  mura 
nel  585  fossero  erette  dall'  esarca 
Smaragdo  per  ordine  dell'impera- 
tore d'oriente  Maurizio,  indi  am- 
pliata da  Agilulfo  re  de'  longobar- 
di negli  ultimi  del  secolo  VI,  o  nei 
primi  del  seguente.  Si  racconta  an- 
cora che  gli  sbandali  cittadini  del- 
la distrutta  città  di  Voghenza,  Vi- 
covenliae,  ne  aumentarono  la  po- 
polazione, e  che  fu  dichiarata  città 
l'anno  66 1  o  nel  685,  quando  vi 


FER 
fu  trasferita  quella  sede  vescovile  , 
che  si  disse  poi  Ferra  rio  la,  e  su 
nuovo  ed  ampio  disegno  fosse  rie- 
dificata a  più  riprese  dalla  sinistra 
parte  del  fiume.  V.  Gabriele  Si- 
meoni ,  Commentari  sopra  le  te- 
trarchie di  Venezia ,  Milano ,  e 
Ferrara,  Venezia  1 546  ;  e  Giovan- 
ni Battista  Minzoni,  Riflessioni  sul- 
la memoria  pubblicata  da  Giovan- 
ni Battista  Passeri  intorno  ad  una 
lapide  trovata  in  Voghenza  nel 
Ferrarese  Vanno  1761,  Venezia 
1 780.  Nuove  osservazioni  sopra 
altre  due  memorie  del  Passeri,  Vuna 
intorno  a  due  Vercelli  della  re- 
gione Padana,  l'altra  sul  sito  del- 
l' antichissimo  Forum  Alieni  dove 
si  crede  stabilita  Ferrara,  Venezia 
1780.  Giuseppe  Manini3  Discussio- 
ne accademica  su  l'antico  vescova- 
to di  Voghenza,  Ferrara  1795. 
Dello  stesso,  Voghenza  villaggio  del 
Ferrarese  un  tempo  città,  Ferrara 
1810.  Ughi,  L'antico  e  moderno 
parere  intorno  alla  situazione  del 
foro  di  Alieno  posti  ad  esame,  Fer- 
rara 1806.  Ma  il  Frizzi  nel  tom. 
II,  pag.  i3,  parlando  delle  prime 
notizie  certe  di  Ferrara,  e  del  suo 
ducato  sotto  gli  esarchi ,  i  longo- 
bardi, e  i  Pontefici  romani,  riget- 
ta quanto  sull'  origine  di  Ferrara 
di  favoloso  o  di  falso  fu  scritto  da 
molti,  tanto  di  profano  che  di  sa- 
gro, avanti  al  secolo  Vili.  Ed  è 
perciò  che  rigetta  per  fondatori  Cro- 
mazio  e  Ferrato  figliuoli  di  Noè , 
Dardano  re  degli  euganei ,  Ferra- 
ra fanciulla  troiana,  Manto  capita- 
no di  Antenore,  ed  altri.  Così  non 
ritiene  vera  la  bolla  di  s.  Vitalia- 
no, né  vero  ciò  che  si  disse  del 
Forum  Alieni,  del  Forum  Arii, 
del  Vicus  Magnus,  della  Massa 
Babilonica,  delle  Feriae  nundinum 
di  Ferrara,  delle  mura  innalzale 
vol.   xxiv. 


FER  65 

dall'esarca  Smaragdo ,  oppur  da 
Giovanni  la  città,  il  vescovato,  e  i 
vescovi  di  Voghenza.  E  conchiude 
che  prima  della  metà  del  secolo 
Vili  non  è  stato  possibile  d'incon- 
trare il  nome  di  Ferrara  in  mo- 
numenti sinceri ,  e  storie  autore- 
voli. 

I  longobardi  alla  metà  del  re- 
gno di  Luitprando  non  avevano  di- 
latate le  loro  invasioni  sino  all'  E- 
sarcato  {Vedi),  alla  Peulapoli,  ossia 
Marca  d'Ancona,  e  al  ducato  ro- 
mano; quando  verso  l'anno  728, 
mentre  Leone  I  l'Isaurico  impera- 
tore greco,  coll'empio  suo  fanatismo 
perseguitava  il  culto  delle  sagre 
immagini ,  ed  il  Papa  s.  Gregorio 
II,  Luitprando  ne  trasse  vantaggio 
rompendo  i  suoi  confini.  Invase 
l'esarcato,  prese  Ravenna  colla  cit- 
tà di  Classe,  Bologna,  la  Pentapo- 
li,  ed  altri  luoghi  ch'erano  rimasti 
sotto  il  vacillante  dominio  de' gre- 
ci. Ma  dopo  un  anno  probabilmen- 
te gli  esarchi  col  favore  di  una 
flotta  de' veneziani  ,  fin  da  quei 
giorni  formidabili  ,  ricuperarono 
Ravenna,  e  forse  anche  qualche  al- 
tro luogo,  non  però  Cesena,  Imo- 
la e  Bologna.  I  longobardi  condotti 
da  Luitprando  nel  743,  e  da  Ra- 
schis  nel  749  vollero  ripigliarsi  il 
perduto,  ma  li  arrestò  l'interposi- 
zione del  Papa  s.  Zaccaria,  sotto 
del  quale  l'esarcato  erasi  posto  nel- 
la protezione  della  Sede  apostolica, 
per  cui  gli  storici  da  tale  epoca  in- 
cominciarono a  contar  su  di  esso 
il  dominio  temporale  de'  Papi.  Nel 
752,  ovvero  nel  precedente,  Astol- 
fo occupò  di  nuovo  Ravenna  e  la 
Pentapoli  ,  portò  le  sue  conquiste 
sino  all'Istria,  e  vessò  più  de' suoi 
antecessori  il  ducato  romano  che 
si  era  dato  ai  Pontefici  vivente  s. 
Gregorio  1 1 ,  non  che  i  paesi  che 
5 


66  FER 

rimanevano  ancora  in  Italia  all'  im- 
peratore d' oriente.  Fuggì  perciò 
Eutichio  ultimo  esarca,  e  la  sua 
dignità  si  estinse.  Intanto  da  un 
documento  di  Astolfo  del  753  o 
^54  si  rileva  che  Ferrara  già  esi- 
steva ,  che  portava  forma  e  titolo 
di  città,  e  che  in  tutti  gli  accen- 
nati avvenimenti  era  compresa,  co- 
me una  parte  dell'esarcato. 

Vedendo  il  Pontefice  Stefano  II 
detto  III,  che  Astolfo  non  cessava 
di  fare  strage  ne*  suoi  dominii,  nel 
754  si  portò  in  Francia,  invocan- 
do l'aiuto  del  re  Pipino,  il  qua- 
le disceso  in  Italia  costrinse  A- 
stolfo  a  restituire  l' esarcato  alla 
Chiesa  romana ,  per  cui  il  Papa 
concesse  l'amministrazione  dell'esar- 
cato di  Ravenna  all'arcivescovo  Ser- 
gio, ed  ai  tribuni  della  città.  Nel 
registro  che  fece  Cencio  Camera- 
rio de'  proventi  della  Chiesa  roma- 
na, come  lo  pubblicarono  il  Mu- 
ratori ed  il  Cenni,  si  legge  che  nel 
pontificato  di  Stefano  II  detto  Ili 
appartenevano  al    patrimonio  della 

chiesa  :  Ravenna Comadium . . . 

et  omnis  ducatus  Ferrariae  .  V. 
Borgia,  Memorie  (storiche  tom.  I, 
pag.  18,  ove  concorda  l'Anastasio 
bibliotecario  con  Cencio,  sul  domi- 
nio della  santa  Sede,  su  Cornac- 
chie e  su  Ferrara ,  ed  il  Rinaldi 
all'anno  756,  num.  5,  aggiunge  che 
Stefano  III  mandò  un  suo  ministro, 
e  prese  le  città  che  il  novello  re  De- 
siderio si  era  obbligato  di  restituire, 
cioè  Faenza,  e  tutto  il  ducato  di 
Ferrara.  È  da  sapersi  che  Astolfo 
erasi  ritenuto ,  o  aveva  di  nuovo 
occupato  il  ducato  di  Ferrara  ;  ma 
essendo  morto  nel  756  quel  re, 
Desiderio  comandante  de'  longobar- 
di nella  Toscana,  implorò  la  pro- 
tezione di  Stefano  III  per  succeder- 
lo nel  trono,  promettendogli  la  re- 


FER 

stituzione  delle  terre  ritenute.  Con- 
seguito 1'  intento  appena  resi  ito» 
Faenza  e  il  ducato  di  Ferrara.  V. 
Bernardi»  Sacclms ,  Bononiae  et. 
Ferrariae  incrementa  sub  Ecclesìa 
romana,  exstat  in  Tlies.  Graev.  ant. 
et  Just.  Ital.  tom.  III. 

Desiderio  ingratamente  non  ces- 
sò di  commettere  ostilità  nella  Pen- 
tapoli ,  e  tentò  riprendere  Raven- 
na ,  il  perchè  s.  Paolo  I  nel  758 
si  trovò  in  necessità  di  ricorrere  al 
re  Pipino.  Dalle  lettere  di  questo 
Papa,  e  da  quelle  di  Stefano  III 
sembra  confermarsi  il  titolo  di  du- 
cato che  già  godeva  Ferrara ,  per 
essere  governata  da  un  duca ,  il 
primo  de' quali  probabilmente  vi 
fu  preposto  dall'esarca  Longino  che 
fu  il  primo  esarca,  nominato  l'an- 
no 5^8  ,  e  perciò  la  fondazione  di 
Ferrara  sarebbe  più  antica  dell'ac- 
cennata epoca;  ed  inoltre  ch'era 
città  di  qualche  distinzione  per  es- 
sere governata  dal  proprio  duca  , 
titolo  che  allora  equivaleva  a  quel- 
lo di  governatore.  Divenuto  Pon- 
tefice Adriano  I  nel  772,  Deside- 
rio invase  di  nuovo  civitatem  Fa- 
ventiam  et  dncatum  Ferrariae  seti 
Comacchium  de  exarcatu  Raven- 
nae  con  molti  altri  luoghi;  ma  A- 
driano  I  invocò  le  armi  di  Carlo 
Magno,  che  imprigionò  Desiderio 
colla  moglie  Ansa,  die  fine  al  re- 
gno longobardico,  e  rese  alla  Chie- 
sa le  usm*pate  terre,  tornando  così 
Ferrara  ed  altre  città  all'  ubbidien- 
za del  Pontefice,  meno  la  tempo- 
ranea appropriazione  che  fece  di 
Comacchio,  del  ducato  di  Ferrara, 
e  di  altri  luoghi  Leone  arcivesco- 
vo di  Ravenna.  Nel  marzo  del  928 
Ugo  re  d' Italia  passò  per  Ferrara, 
che  taluno  crede  in  quell'infelice 
secolo,  in  cui  il  dominio  de' Papi 
poco  era  rispettato,   appartenesse  a 


PEI 

«juel  principe.  A  questo  secolo  !a 
storia  parla  solo  di  alcuni  possedi- 
tori di  ampi  terreni  ferraresi,  il  piìi 
opulento  essendo  Almerico,  una  par- 
te del  quale  egli  trasmise  ad  Ober- 
to  conte,  che  forse  al  dir  di  alcu- 
no diede  origine  alla  casa  d'Este. 
Dai  documenti  del  g5i  trovasi  me- 
moria per  la  prima  volta  della  cit- 
tà di  Ferrara,  esistente  già  di  qua 
dal  Po.  Dal  o,5o,  al  984  sono  ri- 
portate le  notizie  di  alcuni  duchi , 
conti,  consoli,  giudici,  ed  altri  di- 
stinti personaggi  di  Ferrara  del  se- 
colo X;  non  che  le  prime  notizie 
del  suo  comune,  come  della  venu- 
ta dell'  imperatore  Ottone  I,  più 
volte,  massime  a'22  marzo  970,  in 
Ferrara  ,  che  come  Carlo  Magno , 
e  Lodovico  I  confermò  alla  santa 
Sede  il  dominio  del  Ferrarese. 

Il  Pontefice  Giovanni  XV  detto 
X~\  I.  per  la  stretta  amicizia  che 
aveva  con  Tedaldo  bisavolo  od  a- 
vo  della  gran  contessa  Matilde,  gli 
die  in  feudo  ducale,  trasmissibile  ai 
successori,  il  dominio  di  Ferrara  ; 
ed  il  citato  Borgia,  a  pag.  io,  ri- 
porta la  testimonianza  del  monaco 
Donizzone  di  Canossa  che  fiorì  nel 
secolo  XI.  Ciò  accadde  probabil- 
mente dopo  il  984 ,  con  annuo 
censo  da  pagarsi  alla  romana  Chie- 
sa ,  ed  abbiamo  che  Tedaldo  si- 
gnore di  Ferrara  edificò  un  ca- 
stello nella  città ,  dal  suo  nome 
chiamato  Castel  Tedaldo  j  e  fondò 
e  di  molti  beni  dotò  il  celebre  mo- 
nistero  di  s.  Benedetto,  appellato 
di  Polirone,  perchè  situato  in  un 
piano  che  allora  costituiva  un'isola 
formata  dal  Po,  e  da  un  suo  ramo 
detto  Larione,  che  poi  fu  compre- 
so nel  ducato  di  Mantova.  Tedal- 
do mori  nel  1012,  e  fu  sepolto  in 
Canossa  castello  del  Reggiano,  ote 
teneva    Y  ordinaria    sua     residenza. 


FER  67 

Gli  successe  il  marchese  Bonifacio, 
nato  da  lui  e  da   Gisla  sua  moglie, 
tanto    nelle    ampie   ricchezze,  che 
nelle  paterne  giurisdizioni.  Ampliò 
i  domimi,  e  dopo  la  morte  di  Ri- 
chelda    sua    piissima    moglie,   nel 
io36  si    sposò  con    Beatrice   figlia 
di  Federico  duca  della  Lorena  su- 
periore, che  gli  recò  in  dote  assai 
beni  di  là  dai  monti,  ed  anche  in 
Italia.  Da  questo  matrimonio  nac- 
que Matilde  la  gran  contessa,  fem- 
mina insigne,  della  quale  il  potere 
e  le  azioni  riempiono  la  storia  dei 
suoi    tempi.     Lucca ,    Mantova ,    e 
Ferrara  si    disputarono  Y  onore  di 
averla  veduta    nascere.  Ma  il  luo- 
go  stabile   della    residenza   del    di 
lui   padre    Bonifacio,   e  della    sua 
famiglia ,    dalla    storia  si  tace.    Si- 
gnore, com'egli  era  della  Toscana, 
di  Ferrara    e    di  Mantova,  padro- 
ne di  tante  ville,   terre    e  castelli, 
e  di    una  gran  parte   de'  territorii 
di  Modena    e  di  Reggio,   e  di  più 
immerso     nelle    principali    vicende 
di  Lombardia,    or  qua    or  là    va- 
gante,   né   mai    fermo    lungamente 
in    un    luogo  ,    negli    ultimi    anni 
di  sua    vita    Bonifacio   soleva   riti- 
rarsi alcuni  giorni    nella  solitudine 
di  Pomposa    per  rassettar   la  pro- 
pria coscienza.  Morì  nel  io52,  for- 
se vittima    della    gelosia,  che  della 
sua  possanza  e  ricchezza    aveva  Io 
imperatore  Enrico  III.  Della  sua  au- 
torità e  beni   ne  usò  molto  a  pro- 
fitto de' popoli,   delle  chiese,   e  dei 
monisteri  ;  ma  pure  ne  abusò,  e  me- 
ritò dal    contemporaneo   Ermanno 
Contratto  il  titolo  di  tiranno.  Sebbene 
il  dominio  di  Ferrara  gli  fosse  per- 
venuto  come   a  successore  di    Te- 
daldo ,  che  1'  ebbe  per  concessione 
pontificia,  pure  sempre  si  mostrò  del 
partito    regio    ed    imperiale;    però 
all'  età  sua -non    era    incompatibile 


68  FER 

l'aver  feudo  della  Chiesa,  e  pollar 
divozione  all'impero.,  come  lo  di- 
venne dopo  la  sua  morte.  Per  lai 
ragione  i  ferraresi  facilmente  si 
confusero  coi  sudditi  del  reame  i- 
talico,  e  per  tal  ragione ,  fra  le 
altre,  gl'imperatori  anche  dopo  le 
restituzioni  e  conferme  fatte  dei 
propri  stati  alla  Chiesa,  riguardaro- 
no come  proprie  queste  provi  ncie, 
accordarono  agli  arcivescovi  di  Ra- 
venna, quasi  come  duchi  e  conti, 
il  temporale  dominio  dell'esarcato, 
sparsero  in  esse  privilegi,  vi  spedi- 
rono messi,  ne  trassero  contribu- 
zioni, e  vi  esercitarono  altri  simi- 
li atti  sovrani. 

Grandi  sconvolgimenti  produsse 
la  morte  di  Bonifacio  nella  sua 
famiglia:  oltre  a  Beatrice  sua  mo- 
glie, lasciò  Federico,  Matilde  e 
Beatrice  suoi  figliuoli  in  età  tene- 
ra, e  la  seconda  di  sei  anni,  che 
fu  l'unica  che  sopravvisse,  mentre 
il  fratello  e  la  sorella  fra  tre  an- 
ni morirono.  La  vedova  sposò  Go- 
ffredo duca  di  Lorena  detto  il 
Barbato,  e  promise  Matilde  in  ispo- 
sa  al  di  lui  figlio  Gotifredo  il  Gob- 
bo. Con  tali  matrimoni,  e  collo  spe- 
cioso titolo  di  amministrazione  ven- 
ne il  primo  a  procacciarsi  il  do- 
minio degli  stati,  e  del  pingue  pa- 
trimonio della  madre  e  della  fan- 
ciulla. Gotifredo  senza  contrasti  con- 
servò il  dominio  di  Toscana,  ed 
altri  luoghi  ;  ma  i  ferraresi  per  al- 
quanti anni  non  riconobbero  la 
contessa  Matilde  per  loro  signora, 
non  credendosi  comprese  le  femmi- 
ne nella  concessione  di  Giovanni 
XVI,  come  ancora  per  non  avere 
dato  Corrado  il  Salico  norma  al- 
le consuetudini  feudali  che  più  tar- 
di; sebbene  mai  per  leggi  o  con- 
suetudini furono  le  donne  capaci 
di  feudi,    siccome  credute  incapaci 


FER 

del  peso  annesso  del  militare  ser- 
vigio. Gotifredo  il  Barbalo  s'ingran- 
dì nella  fanciullezza  di  Enrico  IV, 
e  molto  di  più  nel  io5j  per  l'e- 
saltazione del  cardinal  Giuniano  di 
Lorena,  suo  fratello,  al  pontificato 
col  nome  di  Stefano  IX  detto  X, 
ch'ebbe  in  animo  per  sino  d'innal- 
zarlo al  trono  d' Italia.  Dopo  la 
morte  di  Stefano  X  insorse  l'anti- 
papa Benedetto  X,  a  cacciar  il 
quale  ne  venne  commessa  l'impre- 
sa dalla  corte  imperiale  a  Goti- 
fredo ;  e  siccome  questi  dopo  la 
morte  del  Papa  Nicolò  II  contro 
quella  difese  i  romani  e  l' eletto 
Alessandro  II,  e  questo  anche  con- 
tro Riccardo  principe  di  Capua  in- 
vasore di  alcune  terre  del  ducato 
romano,  sembra  impossibile  che 
Gotifredo  vedesse  con  indifferenza, 
e  in  un  con  lui  la  santa  Sede,  la 
sottrazione  di  Ferrara  al  loro  do- 
minio, mentre  agevole  sarebbe  sta- 
to il  ricuperarla.  Tuttavolla  si  sa 
che  Enrico  III  facendo  delle  osti- 
lità contro  la  famiglia  di  Matilde, 
considerò  Ferrara  come  propria,  e 
protesse  i  ferraresi,  che  nel  io55 
avvi  indizio  che  onorasse  di  sua 
presenza ,  come  avvi  indizio  che 
salvo  alcun  diritto  di  vassallaggio, 
di  appellazioni,  e  d' imposte,  non 
impedisse  l'imperatore  alla  città  di 
reggersi  nel  rimanente  col  proprio 
magistrato  municipale.  Certo  è  che 
i  ferraresi,  come  altri  popoli  d'Ita- 
lia de'bassi  tempi,  abbandonati  tal- 
volta a  sé  stessi  ed  esposti  alle 
scorrerie  od  alle  potenti  fazioni,  si 
avvidero  delle  proprie  forze,  ed 
ammaestrati  dalla  necessità  ne  u- 
sarono ,  senza  aspettar  suono  di 
tromba  che  gliene  facesse  invito, 
o  condottiero  che  li  guidasse.  Al- 
tra volta  furono  sottomessi  da  qual- 
che potente,  si  riebbero,  seguirono 


FER 

il  partito  più  vantaggioso,  entra- 
rono in  confederazioni ,  e  si  diero- 
no  a  reggere  a  chi  reputarono  più 
a  proposito  ;  né  realmente  cessò 
ne' ferraresi  ogni  apparenza  di  re- 
pubblica, se  non  quando  gli  Esten- 
si, al  dominio  de'quali  avevano  da 
principio  inclinato  per  genio,  fu- 
rono loro  costituiti  vicari  della 
santa  Sede. 

In  un  documento  del  io83  per 
la  prima  volta  si  apprendono  i  no- 
mi di  tre  famiglie  ferraresi,  cioè 
gli  Aldigieri,  i  Torelli  ossia  de'Sa- 
linguerria,  e  la  Marchesella  detta 
degli  Adelardi,  le  quali  fatte  po- 
tenti nel  tempo  appunto  della  li- 
bertà, erano  quelle  che  tra  le  al- 
tre traevano  seco,  e  dividevano  in 
vari  partiti,  le  altre  del  popolo. 
Morì  Gotifredo  il  vecchio  nel  1070, 
indi  nel  1076  Beatrice,  e  Golifredo 
il  marito  di  Matilde,  marito  di 
solo  titolo  non  in  effetto .  Matilde 
inclinò  sempre  ai  Pontefici ,  Goti- 
fredo il  Gobbo  all'  opposto  partito, 
nelle  famose  vertenze  tra  il  sacer- 
dozio e  l' impero.  Grande  autorità 
ella  ebbe  in  Italia,  e  forse  più  che 
qualunque  de'suoi  antenati:  posse- 
dè il  marchesato  di  Toscana,  Mo- 
dena, Reggio,  Parma,  e  poi  Man- 
tova e  Ferrara  con  castelli  ed  al- 
lodi d'altra  sorte  in  gran  numero, 
de'quali  poi  fu  libéralissima  dispen- 
sitrice  ancor  vivente  a  chiese  e 
monisteri.  Sono  troppo  celebri  le 
donazioni  che  di  gran  parte  del 
suo  patrimonio  essa  fece  a  s.  Gre- 
gorio VII,  ed  a  Pasquale  li,  che 
tanto  accrebbero  le  scissure  tra 
l' impero,  e  la  santa  Sede  di  cui 
fu  sempre  valida  sostenitrice  anche 
colle  armi,  siccome  tutto  notammo 
a'  rispettivi  articoli  del  Dizionario, 
donazioni  di  cui  ella  sinché  visse 
godè    l' utile    dominio.   Non  conti- 


FER  69 

nuato  però,  né  pacifico  sempre  fu 
il  dominio  di  Matilde;  e  Nonan- 
tola,  Lucca ,  Mantova  e  Ferrara 
le  diedero  affanno  colle  loro  ribel- 
lioni, e  le  due  ultime  città  special- 
mente ben  tardi  gli  si  riconcilia- 
rono. Fra  i  castelli  di  Matilde  da 
s.  Gregorio  VII  visitati,  nel  1077 
si  nomina  pure  Ficarolo,  oggi  ter- 
ra, allora  castello  del  Ferrarese  sul 
Po.  Intanto  Matilde  nel  costante 
impegno  per  il  Pontefice  contro  gli 
scismatici,  ebbe  bisogno  di  un  rin- 
forzo per  far  equilibrio  a'suoi  po- 
tenti avversari.  Papa  Urbano  II 
nel  1089  gli  propose  o  comandò 
che  sposasse  Guelfo  V  duca  di 
Baviera,  della  famiglia  diramata 
dallo  stesso  ceppo  che  l'Estense,  e 
grande  scudo  de'  cattolici  in  Ger- 
mania, ed  ella  vi  acconsentì  al 
modo  che  si  disse  al  di  lei  artico- 
lo. Quindi  il  prode  duca  umiliò  gli 
scismatici  di  Lombardia,  mentre 
Enrico  IV  immensi  danni  e  varie 
sconfitte  portò  ai  molti  beni  ed  ai 
pochi  soldati  di  Matilde.  Questa 
conoscendo  le  mire  del  consorte, 
fece  da  lui  divorzio;  e  profittando 
dell'  avvilimento  in  cui  era  caduto 
l' imperatore  e  il  suo  partito,  ricu- 
però il  perduto,  avente  presso  di 
sé  per  concertare  le  imprese  il  car- 
dinal Bernardo  legato  di  Pasquale 
II.  Nell'autunno  del  noi  Matilde 
con  armata  composta  di  toscani, 
romani  e  lombardi ,  e  co'  navigli 
de'ravennati  e  veneti  cinse  d'  asse- 
dio Ferrara  per  mare  e  per  terra, 
come  a  detto  anno  narra  il  Rinal- 
di. Non  essendo  l' imperatore  in 
caso  di  sostenerli,  i  ferraresi  si  ar- 
resero; e  dal  soccorso  dato  dai  ve- 
neziani alla  contessa  ebbero  origi- 
ne le  immunità  e  i  diritti  che  es- 
si goderono  in  Ferrara  per  molti 
secoli.  Si  racconta  pure  che  Matib 


70  VER 

de  ai  segno  di  gratitudine  ai  ve- 
neti fece  nella  città  fabbricare,  e 
loro  donò  una  chiesa  dedicata  a 
s.  Marco.  Morì  Matilde  nel  1 1 1 5 
dopo  aver  contratto  amicizia  con 
Enrico  V,  e  ricuperato  Mantova,  e 
gli  stati  alienatisi  nello  scisma.  In 
quanto  alla  donazione  fatta  de'  suoi 
domimi  alla  santa  Sede,  si  osserva  che 
i  beni  allodiali  del  Ferrarese  li  die  al- 
l'abbazia di  Nonantola  coll'autoriz- 
zazione  pontificia,  perchè  col  pre- 
cedente atto  non  polca  più  dispor- 
ne; quanto  al  dominio  della  città 
e  del  contado  feudo  della  Chiesa  ro- 
mana, sembra  inutile  la  di  lei  do- 
nazione ,  mentre  già  esso  doveva 
ricader  di  ragione  dopo  la  morte 
di  lei  alla  Chiesa  medesima  per 
mancanza  di  successione. 

Dopo  la  morte  di  Matilde,  i  con- 
soli, il  comune,  e  una  certa  forma 
di  governo  nazionale  delle  cose  pub- 
bliche fu  conservata  in  Ferrara . 
Avverte  il  Muratori ,  che  allorché 
s' incontra  nelle  città  d' Italia  il  no- 
me di  consoli,  è  una  prova  ch'es- 
se erano  libere.  A  quel  tempo  e- 
rano  pure  in  Ferrara  le  dignità 
de'  capitani,  giacché  le  città  italiane 
avevano  tre  ordini  nel  popolo  :  il 
primo  de' capitani,  il  secondo  de'  val- 
vassori, il  terzo  della  plebe,  da  cia- 
scuno de'  quali  traevano  i  consoli. 
Enrico  V  s' impossessò  di  gran  par- 
te de'  beni  di  Matilde ,  e  dopo  la 
sua  morte  il  Papa  Onorio  II  creò 
marchese  e  duca,  ed  investi  di  tale 
eredità  un  Alberto  o  Engclberlo  ; 
ma  non  pare  eh'  egli  esercitasse  so- 
pra di  essa  alcun  dominio.  Dal  1 1 33 
al  il 3g  le  principali  notizie  di  Fer- 
rara sono  l'edificazione  della  nuo- 
va chiesa  cattedrale  a  sinistra  del 
Po,  e  l' immediata  dipendenza  del 
vescovo  dal  Pontefice  romano;  in- 
di dal  1139   al  n45  sono   notate 


FER 
le  divisioni  del  popolo,  il  novero 
delle  famiglie  più  polenti ,  come 
de'  Torelli  o  Salinguerra,  e  degli 
Adelardi  o  Marcheselli,  ed  altri,  col- 
le analoghe  notizie ,  e  del  modo 
come  fu  da  loro  signoreggiala  la 
patria.  Mentre  erano  sopite  le  ni- 
mistà tra  i  Papi  e  gì'  imperatori  , 
fu  eletto  Federico  I,  che  nell'  idea 
di  restituire  all'  impero  1'  antico 
splendore,  pose  in  scompiglio  l'Ita- 
lia e  la  Germania.  Calò  nel  1  1 54 
in  Italia,  e  nel  suo  ritorno  che  vi 
fece  nel  11 58  intimò  a  diverse  città, 
fra  le  quali  Ferrara  ,  di  spedirgli 
truppe,  e  fu  ubbidito ,  mentre  la 
città  era  diretta  dai  Salinguerra  di 
parte  imperiale ,  e  perciò  contra- 
ria agli  Adelardi.  Quando  Federi- 
co I  volle  dai  ferraresi  ostaggi ,  si 
mostrarono  resistenti,  confidando 
nelle  impenetrabili  paludi  che  il  Po 
le  formava  all'  intorno  ;  ma  le  sol- 
datesche imperiali,  superati  i  natu- 
rali ostacoli,  tolsero  quaranta  ostag- 
gi dalla  città ,  che  suo  malgrado 
chinò  il  capo  all'imperatore.  Inu- 
tilmente il  Papa  Adriano  IV  a 
mezzo  de'  suoi  legati  protestò  con- 
tro i  lesi  diritti ,  e  fra  le  istanze 
fatte  pe'suoi  cardinali  legati,  quel- 
la vi  fu,  de  possessionibus  Eccle- 
siae  Romanae  resti tuendisy  et  iri- 
butis  Ferrariae,  Massae,  Ficarolu  _, 
totius  terrae  comitìssae  Matìldis  ee., 
mentre  venendo  eletto  Alessandro 
III,  l'imperatore  prese  a  protegge- 
re l'antipapa  Vittore  IV,  onci'  ebbe 
origine  il  funesto  e  lungo  scisma  , 
ed  ebbero  pur  origine  per  Federico  I 
i  podestà  e  la  zecca  di  Ferrara. 
Alessandro  III  scomunicò  Federico  I, 
e  i  popoli  si  divisero  nel  seguire  le 
loro  parti;  e  nella  famosa  lega  lom- 
barda contro  il  secondo  vi  entrò 
pure  Ferrara ,  concorrendovi  anco 
con  navi  armate.  Dall'apparato  di 


FÉ  II 
tante    formidabili    fune  intimorito, 
nel    1 1 68    Federico  I    si    ritirò   in 
Germania,  quando  la    lega  in  ono- 
re del    legittimo    Papa  edificò  una 
città,  e  gì'  impose  il  suo  nome  chia- 
mandola Alessandria  detta  dai   ne- 
mici della  Paglia.  In  tal  modo  Fer- 
rara si  trovò  libera   più  di   prima, 
uè  altro  da  lei  esigette  Alessandro 
HI  che  lo  star  ad  esso  unita  con- 
tro il  comune    nemico.    Durò  Fer- 
rara in  questo  stato  fino   a  che  si 
diede  alla  casa  d'  Este,  la  quale  ri- 
conobbe questa  città  dalla  santa  Se- 
de. Glorioso  fu  pei  ferraresi  il  soc- 
corso  che    diedero ,    per    volete   di 
Guglielmo  Marchesello,  e  in  unio- 
ne ad  Aldiuda    coutessa    di  Berti- 
noro,  all'assediata  Ancona,  liberan- 
dola dalle  armi   imperiali  e  venete 
che  l'avevano  ridotta  agli  estremi. 
Nel  1 176  ie  squadre  imperiali  fu- 
rono totalmente  sconfitte  dalla  le- 
ga  lombarda,  e  d' indi  in  poi   det- 
tarono in    certo    modo    la  legge  a 
Federico  I,  che  fu  il  primo  a  chie- 
dere pace,  mandando  perciò    messi 
ai    Anagni    ad    Alessandro    III,    il 
quale  volendo  salvare  le  convenien- 
ze della  lega  e  delle  altre  parti  in- 
teressate! fu  stabilito    uu  congresso 
in    Ferrara  ,    ove  il    Papa    invitò  i 
deputati  della  società.  Egli  vi  giun- 
se da   \enezia   con   pomposo  segui- 
to di  galee  e  di  nobiltà ,  a'  17  a- 
prile    1177,  nella  domenica  di  Pas- 
sione,   essendo  vescovo    di  Ferrara 
Presbiterino.    In  questa  città   Ales- 
sandro III  emanò  vari  brevi,  e  coi 
rettori  della   società,  gli  ambascia- 
tori di    Venezia,  e  il  comune    coi 
consoli,   venue  con  giuramento  sta- 
bilita la  libera  navigazione  del  Po 
alle  altre  nazioni ,    queste  promet- 
tendo altrettanto  ai  ierraresi.  Final- 
mente si  conchiuse  che  il  Papa   e 
l'imperatore   si   dovessero    trovare 


FER  71 

insieme  a  Venezia,  ove  perfettamen- 
te segui  la  tanto  sospirata  riconci- 
liazione tra  il  sacerdozio  e  l' impe- 
ro. Ferrara,  al  pari  delle  altre  cit- 
tà   della   lega,  rimase    in   propria 
balìa,  tenendo  un  podestà  a  presie- 
dere il  repubblicana  governo,  a  cui 
veniva  scelta  persona  di  nobiltà  co- 
spicua. Il  podestà  però  divenne  un 
mero  giudice   ordinario  d'ambe  le 
materie  civili  e  criminali  quando  i 
ferraresi  si  dierono    agli  Estensi,  e 
terminato  il    loro  dominio,  la  sua 
giurisdizione  fu  divisa  ne' due  luo- 
gotenenti della  legazione  apostolica. 
Sino  dal   ii5g  Adriano  IV,  come 
si  è  detto,  avea  fatto  rappresentan- 
ze a  Federico  I ,   affinchè  rendesse 
alla  Sede  apostolica  le  ragioni  oc- 
cupate nel  Ferrarese;    nelle  condi- 
zioni poi  della  pace  stabilita  in  A- 
nagni  nel  1176,  rimase  inclusa  una 
tal  restituzione^  consistente  in  vari 
diritti  di    esigere    tributi    non   solo 
ecclesiastici,  ma  secolari,  e  sovrani 
ancora,    non  ostante  la  libertà  dal 
popolo  goduta  di  governarsi  da  sé 
medesimo.  Non  si  curò  Ferrara  di 
essere  compresa  nella   pace  che  Fe- 
derico I  die  in  Costanza  nel  11 83 
a  molte  città,  per  non  obbligarsi  a 
veruna  attiuenza  al    regno    italico, 
forse  a  ciò  consigliata  dai  ministri 
pontificii.  Malcontento  Papa  Urba- 
no III  di   Federico  I    e  di  Enrico 
VI  suo  figlio,  si  disponeva  in  Ve- 
rona a  scomunicarlo,  ma  supplica- 
to dai   veronesi  a  non  procedere  a 
tal  passo  nella  loro  città,   nel  1187 
si  portò  in  vece  a  Ferrara  con  ani- 
mo di  eseguir  qui  più  liberamente 
la  sua  risoluzione,  come  città  stac- 
cata dall  impero,  e  fedele  a!  Pon- 
tefice. Agli  8  ottobre    era  in  Fer- 
rara, quando  o  pe'  disgusti  ricevu- 
ti dai  nominati  principi ,  o  per  la 
conquista  fatta  da  Saladino  di  Gc- 


72  FER 

msalemme,  infermò  per  soverchia 
afllizione,  ed  assistito  dal  b.  cardi- 
nal Enrico  di  Castel  Marsiaco,  -mo- 
ri a'  19  o  20  ottobre,  al  dire  del 
Papebrochio,  in  Propylaeo  par.  2, 
pag.  3o.  I  ferraresi  gli  celebrarono 
solenni  esequie  per  sette  giorni  con- 
tinui, e  fu  tumulato  dietro  l'alta- 
re maggiore,  d'onde  nel  i3o5  fu 
trasferito  ad  onorevole  mausoleo  di 
marmo,  il  quale  venendo  demolito 
nei  primi  del  secolo  XVIII,  resta- 
vi la  sola  iscrizione  in  cui  è  sba- 
gliato l'anno  della  morte,  dicendosi 
avvenuta  nel  1  1 85.  Immediatamen- 
te dopo  la  morte  del  Papa,  venti - 
sei  cardinali  che  trovavansi  in  Fer- 
rara salutarono  successore  il  detto 
b.  Enrico;  ma  egli  modestamente 
li  ringraziò,  ed  invece  procurò  che 
venisse  eletto  a' 20  o  21  ottobre, 
secondo  il  citato  Papebrochio ,  il 
cardinale  Alberto  di  Morra  nobile 
beneventano,  che  prese  il  nome  di 
Gregorio  Vili,  e  fu  consagrato  ai 
25  ottobre.  Dimorava  ancora  in 
Ferrara  il  nuovo  Pontefice  li  ir  di 
novembre,  indi  partì  per  Bologna 
ov'era  a'  19  di  tal  mese. 

Dopo  aver  il  Frizzi  nel  tom.  II , 
pag.  2 1 1  e  seg.  parlato  delle  antiche 
forme  del  governo  del  comune  di 
Ferrara,  de' suoi  consoli,  giudici, 
consiglieri,  savi  e  giudici  de'  savi,  in- 
comincia il  t.  Ili  col  descrivere  l'estin- 
zione dei  Marcheselli  o  Adelardi,  e  lo 
stabilimento  degli  Estensi  in  Ferrara, 
le  gesta  de' quali  toccheremo  com- 
pendiosamente, massime  per  ciò  che 
riguarda  la  santa  Sede,  dicendo  del- 
le sole  cose  principali.  Marchesella 
fu  l'erede  della  pingue  eredità  de- 
gli Adelardi,  e  la  superstite  di  sì 
preclara  famiglia.  V.  Alfonso  Ma- 
resti,  Cronologia  ed  istoria  de'  capi 
e  giudici  de  savi  di  Ferrara,  ivi 
168 3;   Teatro  genealogico  edisto- 


FER 

rido  delle  antiche  ed  illustri  fami- 
glie di  Ferrara,  ivi  1678^  Rac- 
colta delle  armi  de'  nobili  ferra- 
resi, Ferrara  1690.  Abbiamo  anche 
altra  Cronologia  ed  istoria  de'  giu- 
dici della  città  di  Ferrara,  ivi 
1688.  Guglielmo  III,  siccome  quel- 
lo cui  stava  a  cuore  il  bene  di 
sua  patria ,  per  tentare  di  estin- 
guere le  antiche  discordie,  e  con- 
ciliare insieme  il  proprio  partito 
con  quello  de'  Torelli ,  destinò  la 
nipote  Marchesella,  ultimo  rampollo 
della  nobile  famiglia  Adelardi  o 
Marcheselli,  in  isposa  al  figlio  di  To- 
rello. Morto  Guglielmo,  il  suo  par- 
tito mal  soffrendo  tanta  prosperità 
ne'  Torelli  ,  unitosi  al  nemico  di 
questi,  Pietro  Traversarlo  potente 
in  Ravenna,  deliberò  d' impedirla, 
e  rapita  la  fanciulla,  la  consegnò 
alla  famiglia  che  dominava  in  Este, 
e  che  per  nobiltà,  per  ricchezze  e 
per  valore  era  riputatissima,  e  ca- 
pace di  difenderla  da  chiunque  a- 
vesse  osato  di  contrastargliela.  Vi- 
vevano allora  molti  Estensi  maschi, 
onde  fu  accordata  sposa  ad  uno  di 
essi,  che  non  Obizzo,  ma  piuttosto 
Azzo  o  Azzolino  si  chiamava,  come 
pure  opina  il  MuratoVi.  Inoltre  s'in- 
tese con  questo  matrimonio  di  chia- 
mare in  Ferrara  un'  altra  potente 
famiglia  ,  la  quale  mettendosi  alla 
testa  de'  clienti  de'  Marcheselli,  ab- 
bassasse i  Torelli.  Tuttavolta  non 
mancano  sostenitori  che  Marchesel- 
la premorisse  al  matrimonio,  e  che 
ciò  non  ostante  gli  Estensi  si  usur- 
passero la  di  lei  roba.  Qui  va  da- 
ta qualche  contezza  dell'  origine  e 
nobiltà  dell'  inclita  famiglia  d'Este, 
che  tanta  connessione  ha  colla  sto- 
ria di  Ferrara,  della  quale  pur  par- 
lammo agli  articoli  Baviera,  Brun- 
swich,Enrico  il  LEONEedaltri,  seguen- 
do il  lodato    Frizzi  che  prese  giù- 


FER 
stameute  per  guida  il  Muratori.  Ab- 
biamo una  folla  di  storici  che  de- 
scrissero le  notizie  della  casa  d'Este, 
essendo    li    principali     i     seguenti  : 
Berni,  Degli  eroi  della  casa  d'Este) 
ch'ebbero  il  dominio  in  Ferrara,  1 640. 
Cariola,  Ritratti  de'  principi  d'Este 
ignori  di  Ferrara ,  con  t'aggiunta 
de'  loro  fatti  più  memorabili  ridot- 
ti in  sommario,  Ferrara  1  62 1 .  Ven- 
turini,  Commentarli  de  Atestinorum 
principimi    calamitatibus,    Lugduni 
1 755.  Domenichi,  Commentario  del- 
le cose  di    Ferrara,   e  de'  principi 
iVEste  di   M.   G.  B.   Giraldi,   ag- 
giuntavi la  vita  di  Alfonso  dJ  Este 
di  Ferrara  ,  descritta  dal  Giovio, 
Venezia    «597.  Gyraldius  Chintius^ 
De   Ferrarla  et  Atestinis  principi- 
bus  commenta rioluni  ex  Lilii  Gre- 
gorii     Gyraldi    epitome    deductum, 
Ferrariae    i556.  Pigna,    Storia  dei 
principi    d'Este,    Ferrara    1570,  e 
Venezia    1572.    Ragioni  della  sere- 
nissima casa  d'Este  sopra  Ferra- 
ra   confermate   e  difese  in  risposta 
al   dominio    temporale   della   Sede 
apostolica,    1714-    Risposta  per  la 
camera     apostolica     alle    scritture 
pubblicate    per   parte    del  duca  di 
Modena    senza    luogo    ed   autore, 
i643.    Ristretto    delle    ragioni,   che 
la  casa  d'  Este  ha  con  la  camera 
apostolica  con  le  risposte  di  Roma, 
e  controrisposte  del  serenissimo  duca 
di  Modena:  questa  controversia  per 
Comacchio,  Lugo,  Cento  ec.  e  du- 
calo di  Ferrara  ebbe  principio  nel 
1 643.  Marquis  d'Est  et  de  Ferrara, 
nella    Genèal.  hisloriq.,  Paris  1736. 
lVlaiti,  Annales  Eslenses  ab  anno 
1  Sop  ad  1409,  con  alcune  aggiun- 
te ab  anno    \\5o  ad   i5i5.   Tran- 
nesa,  Ferrarla  excerpta  ex  annali- 
bus  principimi    Estensium  ab  anno 
1409  ad  1  4^4>  pubblicate  dal  Mu- 
ratori nell'opera,  Rerum  italicarum 


FER  73 

scriptores.  Pompeo  Litla,  Famiglie 
illustri  italiane,  della  famiglia  d'Este. 
In  que'  secoli  iu    cui    le  provin- 
cie     d' Italia    erano     governate    da 
duchi,  conti  e  marchesi,  fu  la  To- 
scana e  la  città  di  Lucca    sottopo- 
sta ad  un  Bonifacio  duca  dell'  una 
e  conte  dell'altra,  vivente  all'anno 
811.    A    lui    successe  un  altro  Bo- 
nifacio suo  figlio,  conte  e  duca  del- 
la Toscana,  e  prefetto  della  Corsi- 
ca, di  cui  si  hanno   memorie  nel- 
T  anno  829  circa  ;    indi  1'  uno  do- 
po l'altro  due    Adalberti   marchesi 
e  duchi   pur    di  Toscana  dall'  847 
circa  fino  al  917,  e  finalmente  un 
Guido  coll'istesso  titolo,  morto  ver- 
so il  93o,  tutti    d'una    stessa  linea 
discendenti.  Or  da  sì  illustre  fami- 
glia per  congetture  assai  forti  si  per- 
suade il  Muratori  che    traesse  ori- 
gine la  famiglia  d'Este.  Quindi  da 
quel  Guido  deduce  con  ordine  suc- 
cessivo un  Adalberto  marchese  d'I- 
talia, vivente  nel  94°,  e  d' origine 
lombarda. com'egli  s'intitola,  co'suoi 
discendenti,  e  due  Oberti   l'uno  ap- 
pellalo anche  Obizzo   marchese  d'I- 
talia, conte  del  sagro  palazzo,  viven- 
te nel  972,    autore  anco  ,  secondo 
le  piìt  gagliarde  congetture,  delle  due 
nobilissime    famiglie    Malaspina ,   e 
de'  Pallavicini,  e    marito    di    Willa 
di  Bonifacio    ricco  e  potente    mar- 
chese di  Spoleto;  l'altro    marchese 
similmente  d' Italia,  e  noto  fino  al 
ioi4-  Ne  fa  poscia  discendere  due 
Alberti    Azzi ,    il    primo    marchese 
d'Italia  e  conte    verso    il    1029,   il 
secondo    marchese   d' Italia  ,    conte 
della    Lunigiana  ,    signore    d' Este , 
Rovigo  ec,  morto  nel   1097.   Que- 
sti  viene    costituito   stipite  comune 
delle  due  dominanti  case  de'  duchi 
di  Brunswich  e  di  Modena,  ed  eb- 
be due  mogli    Cunegonda  tedesca, 
e  Garsenda  francese.  Da  Cunegon- 


74  FÉ  IV 

da   ebbe    mi    Guelfo    che    successe 
alle    ragioni    materne   di  tal  fami- 
glia ,    trasferì   in    Germania    il    suo 
ramo    Estense ,  fu    creato    duca  di 
Baviera,  e  vi  fondò  la  ducale,  elet- 
torale   e    reale  casa  di  Brunswick, 
ed   ebbe  in    figlio    Guelfo  secondo 
marito  della  contessa  Matilde.  Gar- 
senda  de' principi  del  Maine  die  al 
marito  un  Ugo,  genero  di  Roberto 
Guiscardo,  e  cognato  dell'impera- 
tore Costantino,  la  cui  discendenza 
terminò  nel    i  1 64  ;  un  altro  figlio 
partorì  Garsenda  ad  Albertazzo,  e 
si  chiamò  Folco,   da  cui  fu  conti- 
nuata la  famiglia  d'Este,  che  onorò 
tanto,  ed  onora  eminentemente  l'I- 
talia anco  al  presente.    V.  Lodovi- 
co Antonio  Muratori,   Delle  alichi- 
tà  Estensi  ed  italiane,  trattato,  p.  I, 
in  Modena  nella    stamperia   ducale 
1 7^7,  p.  II,  ivi  1740  ;    e  Dissert. 
sopra  le   antichità   italiane,  disser- 
tazione XLII,  tom.  II,  pag.  576  e 
seg.,  ove  dice  che  anco  prima  del 
1000  gli    Estensi    erano    chiamati 
ìuarchesi ,    senza    sapersi     in    qual 
marca  avessero  signoreggiato,  laon- 
de fu  preso  per  titolo  caratteristico 
della  loro  antichissima  casa. 

Il  Polesine  di  Rovigo  ed  altri 
fondi  nella  Sculdascia  o  Scodosia , 
porzione  del  territorio  d' Este ,  e 
dell'odierno  di  Montagnana,  appar- 
tenenti ad  Ugo  il  grande  marche- 
se di  Toscana,  discendente  del  re 
d'Italia  Ugo,  verso  il  1002  per  via 
di  matrimonio  si  trasferirono  negli 
Estensi.  Con  Monselice  si  pretende 
che  andasse  unito  Este,  e  in  Alber- 
tazzo di  Albertazzo  si  hanno  indi- 
zii  che  passasse  pur  la  Corte  di  So- 
Jesiua  comprendente  più  ville  oggi 
soggette  ad  Este.  In  quanto  però 
alla  terra  d'Este  (Ateste,  ora  castel- 
lo del  regno  lombardo-veneto ,  ca- 
poluogo  di    distretto,    a' piedi  dei 


FER 
monti    Euganei ,    assai  ben  fabbri- 
cato, ed  attraversato  da  mi  canale 
navigabile,    ramo  del   Bacchigliene 
e    del    Frassine    che    costeggia    da 
Este  a  Padova,  in  deliziosissima  si- 
tuazione,   con    colline    amenissime 
coperte  di  palazzi.  Secondo  qualche 
autore  fu  colonia  greca,   apparten- 
ne alla  romana  tribù  Romilia  :    fu 
distrutto  da  Attila    nel  4^2  ,  e  ri- 
fabbricato dai  longobardi  in  ispazio 
assai  più    ristretto ,    avendo   prima 
(piatirò   miglia   di  giro.    Nel   1776 
Isidoro    Alessi    pubblicò:     Ricerche 
delle  antichità  di  Este,  opera   eru- 
dita ed    interessante,  perchè  tratta 
del  luogo  che  die  il  nome  all'  illu- 
stre regnante    casa    Estense,  al   cui 
augusto  capo  è  dedicato  questo  mio 
Dizionario),  essa  comparisce  in  do- 
minio del  medesimo  Albertazzo  nel- 
la conferma    che  nel  1  1 77    lece  ai 
suoi   figli   Ugo  e  Folco  il  re  di  Ger- 
mania Enrico  VI.    Senza    nomina- 
re altre  analoghe  testimonianze  sul 
dominio     d'  Este,     e    d'  altri     cir- 
costanti luoghi    degli  Estensi  ,   solo 
nomineremo  il   precetto  di  Federi- 
co II,  imposto  nel  1220  al  comune 
di  Padova,  affinchè  non  molestasse 
Azzo  d'Este    nelle  sue  giurisdizioni 
d'Este  ed  altre  molle  ville  all'intor- 
no, e  l'investilura  che  il  medesimo 
imperatore  diede  ad  Azzo  figlio  d'Az- 
zo  marchese  tanto  di  Este    che   di 
Calaone,  Cero,  Baone,  Rovigo,  Adria, 
Ariano  ce,  con  ampia  giurisdizione. 
Non  così  presto  però  questa   fami- 
glia fu  intitolala  Estense,  o  da  Este: 
ciò  si  attribuisce  al  secolo  XII, quan- 
do incominciò  l'uso  de' cognomi  in 
Italia,    per     distinguer     meglio    le 
schiatte;  e  Io  conservò    quando  la 
famiglia    passò  a   risiedere    in   Fer- 
rara ed  in   Modena.   In  Ferrara  si- 
no dal  1  187   vi  si  fermò  ad  abita- 
re Obizzo  figlio    di  Folco    nel  Da- 


FEU 
lazzo  de'  Mareheselli  :  non  però  dal- 
l'acquisto   delle    possidenze  di  que- 
sti, le  sue  possidenze  nel  Ferrarese 
ebbero  principio,  giacché  molti  ed 
ampi  poderi   vi  ebbero  assai  prima 
gli    Estensi  ,  i    quali    uniti    a  quelli 
de'  Mareheselli,   per  ragione  del  pa- 
trimonio   di    essi    divenne    fa miglia 
ferrarese  la  Estense,  per  cui   Obiz- 
zo  di  Folco  fu  tosto  costituito  ca- 
pitano.  Il  Frizzi  a  pag.  io  del  tom. 
Ili  riporta  l'albero  genealogico  del- 
la   famiglia    d'  Este  ,  e  lo    stemma 
gentilizio.     Originario     stemma     di 
questa  casa  fu   un'aquila  d'argento 
ad  ali  raccolte  in  campo  azzurro . 
colore  che  qualificò  gli   Estensi  per 
guelfi  seguaci  del  partito  del  Papa, 
al  quale  ordinariamente   furono  at 
tacca  ti  ;  essendo  quello   de'  ghibellini 
il  rosso  come    aderenti   all'  impera- 
tore.   Nel    i43 1     Carlo    VII    re  di 
Francia    concesse  al   marchese    Ni- 
colò  III    e  successori,    il  privilegio 
d'inquartar  l'arme  della  corona  di 
Francia,  cioè  tre  gigli  d'oro,  due 
sopra  ed  uno  sotto,  in  campo  azzur- 
ro dentellato,  o  sia  orlato  di  den- 
tatura o  merli,  i  quali  si   usarono 
poi  sempre  d'argento.   Federico  111 
imperatore,  nel    1^02    dichiarò    in 
Ferrara  duca  di  Modena  e  Reggio, 
e     conte     di     Rovigo    il     marchese 
Borso  co' suoi  successori,  nell'inve- 
stitura   che    gli    rinnovò   di   quelle 
città,  e  vi  aggiunse  il  dono  dell'a- 
quila nera    bicipite   imperiale,  che 
gli  Estensi  usarono  poi  raccolta  co- 
ronata   d'oro  in  campo  d'oro,  ed 
oltre  a  ciò  gli  diede  un'  aquila  bi- 
cipite perpendicolarmente  divisa  me- 
tà di  color  nero  in  campo  d'oro, 
e  metà  d'  argento  in  campo  azzin- 
io in  segno  della    contea   di   Rovi- 
go, la  quale  ignorasi  quando  si  usò 
e  quando  si  lasciò.  Nel  1 47  1   Sisto 
IV  rinnovò  al  duca  Ercole  I  il  du- 


FER  7^ 

calo  di  Ferrara,  e  gli  die  facoltà  di 
iuserire  nell'arme  Estense  le  chia- 
vi pontificie  (forse  come  i  più  anti- 
chi vicari  della  santa  Sede),  sopra 
le  quali  poi  fu  aggiunto  il  trire- 
gno. Vari  furono  in  oltre  gli  or- 
namenti significanti  esteriori,  come 
collane,  trofei  militari,  i  quali  fu- 
rono temporanei  secondo  i  tempi 
e  le  persone,  così  dicasi  di  alcune 
imprese  adottate  talora  da  qualche 
Estense  per  particolari  ragioni  e 
circostanze. 

All'anno  1189  incominciano  le 
notizie  di  Salinguerra  II  figlio  di 
Torello,  ed  anco  quelle  del  mar- 
chese Azzo  o  Azzolino  Estense,  ca- 
pi della  repubblica  ferrarese,  che 
co'  loro  partiti  prestavano  ossequio 
all'  imperatore  Enrico  VI ,  quando 
questi  nel  1191  liberò  Ferrara  dal 
bando  imperiale  a  cui  l'avea  con- 
dannata Federico  I  suo  padre,  per 
non  avere  accettato  l' accordo  di 
Costanza  ;  la  rimise  nella  sua  gra- 
zia, gli  concesse  i  diritti  e  consue- 
tudini anteriormente  godute ,  con 
certe  riserve  e  condizioni.  Nel  1204. 
le  pubbliche  e  dichiarate  ostilità 
fra  gli  Estensi  ed  i  Torelli  o  Sa- 
linguerra, che  si  trassero  dietro  l'in- 
nalzamento de'  primi ,  e  la  distru- 
zione degli  ultimi,  prendono  da 
questi  tempi  cominciamento  :  però 
è  da  premettersi  ch'essendo  venu- 
to a  morte  nel  1197  Enrico  VI, 
fece  prima  molte  disposizioni  ten- 
denti a  risarcir  la  Chiesa  di  (pian- 
to era  stata  da  lui  e  suoi  ante- 
cessori spogliata  ;  ma  esse  furono 
occultate  da  Marcuardo  suo  mini- 
stro ,  da  lui  fatto  duca  di  Raven- 
na e  marchese  d'Ancona.  Salito  al 
pontificato  il  grand' Innocenzo  III, 
tutta  la  cura  si  diede  per  rimette- 
re il  devastato  patrimonio  di  s.  Pie- 
tro, giovandosi    della    vacanza  del 


70 


FER 


l' impero,  contrastalo  da  Filippo  di 
Svevia,  e  da  Ottone  IV  duca  d'Aqui- 
lania  ,  nato  da  guelfi  Estensi  du- 
chi di  Sassonia,  Baviera ,  e  Brun- 
swick. Ricuperò  Innocenzo  III  la 
maggior  parte  de' pontificii  domi- 
mi, ed  il  Rinaldi  scrisse  all'anno 
1206  che  autorizzò  Azzolino  a  do- 
minare in  Ferrara,  il  che  varreb- 
be quanto  un'investitura  di  questo 
stato.  Cerio  è  che  Azzolino  fu  poi 
il  primo  fra  gli  Estensi  ad  essere 
dal  popolo  ferrarese  eletto  signo- 
re, ed  esercitar  quivi  dominio  con 
intelligenza  e  buona  armonia  del 
Papa.  Nondimeno  va  notato,  che 
la  prima  incontrastabile  investitu- 
ra deve  portarsi  all'anno  i33i.  In- 
di Innocenzo  III  si  die  a  ricupe- 
rale l'eredità  della  contessa  Matil- 
de, ed  a  sostener  nelle  pretensioni 
all'impero  Ottone  IV  de' duchi  di 
Baviera  e  Sassonia.  Allora  in  Ger- 
mania ed  in  Italia  la  fazione  av- 
versa ai  Papi ,  o  che  aveva  genio 
per  la  prosperità  di  Filippo  e  del- 
la sua  casa  di  Svevia,  si  cominciò 
a  chiamare  ghibellina  da  un  luogo 
di  quella  famiglia;  mentre  quelli 
che  preferivano  l'innalzamento  del- 
la casa  di  Baviera ,  e  rispettavano 
l'autorità  ecclesiastica  e  i  Papi,  s'in- 
titolarono guelfi,  dal  nome  di  Guel- 
fo assai  frequente  in  essa.  Tale  se- 
condo i  più  fu  l' origine  funesta 
delle  due  orribili  fazioni  de'  guelfi 
e  ghibellini,  che  per  più  secoli  inon- 
darono di  sangue  tutta  l' Italia.  Si- 
no dal  tempo  di  Matilde  erano  in 
Ferrara  le  tracce  di  questi  partili, 
e  le  due  famiglie  de'  Marcheselli  o 
Adelardi,  e  de'  Torelli  o  Salinguer- 
ra  le  alimentavano.  La  Estense  ve- 
nula in  luogo  della  prima  avvivò  i 
guelfi  per  qualche  tempo,  ma  col 
trionfar  de' ghibellini  finalmente  fe- 
ce svanire   ogni    perniciosa  divisio- 


FER 

ne,  ed  ebbe  la  gloria  di  richiamar 
la  pace  tra  i  ferraresi. 

Vissero  da  principio  in  qualche 
apparente  concordia  Azzolino,  e  Sa- 
linguerra  II,  finché  visse  Enrico 
VI  che  proteggeva  entrambi;  ma 
mancato  cotal  freno,  le  cose  muta- 
rono aspetto,  non  potendo  Salin- 
guerra  dimenticar  la  sposa  Mar- 
chesella,  e  più  la  sua  eredità  per- 
duta. L'Estense  per  nobiltà  e  pa- 
rentela cospicuo ,  per  ampiezza  di 
patrimonio  dovizioso,  magnifico  e 
liberale  per  natura  e  per  politica, 
donando  largamente  e  dispensando 
investiture  de' beni  ereditari  de'  Mar- 
cheselli, seppe  coltivare  con  profit- 
to i  più  nobili,  e  li  ebbe  presto  in 
maggior  numero  nel  suo  partito. 
Salinguerra  all'opposto  pieno  di  ar- 
dire e  di  popolare  costume ,  con 
doni  e  promesse  guadagnò  egli  pu- 
re l' ammirazione  e  1'  amor  della 
plebe.  Nel  1204  i  ferraresi  fecero 
nuovi  trattati  coi  veneziani,  ed  in- 
vece di  continuare  il  comune  a  no- 
minare due  giudici  ferraresi  alle 
cause  dei  veneti  dimoranti  in  Fer- 
rara ,  come  a  Venezia  facevasi  pei 
ferraresi,  venne  stabilito  che  un  vis- 
domino  veneto  stabilisse  in  Ferra- 
ra il  suo  tribunale ,  ciò  che  durò 
per  più  secoli.  Nel  i2o5  Azzolino 
riuscì  di  nuovo  podestà  di  Ferra- 
ra ;  per  l' altra  parte  Salinguerra 
ottenne  la  podesteria  di  Modena. 
Quindi  Azzolino  fu  fatto  podestà 
di  Mantova  e  di  Verona ,  laonde 
profittando  della  sua  lontananza , 
Salinguerra  cacciò  da  Ferrara  i 
guelfi,  e  assunse  il  comando  della 
città.  Innocenzo  III  chiamò  ribel- 
lione tal  procedere,  e  scrisse  gravi 
lagnanze,  e  rimproverò  il  comune 
di  Ferrara.  Unitosi  Salinguerra  ad 
Eccelino  li  da  Romano,  signore  di 
Verona,  fu  sconfitto  in  due  batta- 


FEK 
glie  campali  da  Azzolino,  il  quale 
alla  morte  di  Filippo  di  Svevia  fu 
da  Innocenzo  III  fatto  marchese  di 
Ancona ,    e  pel  di  lui    favore ,  per 
quello    del    vescovo    Uguccione,    e 
per  l'affezione  del  popolo  ferrarese 
fu    egli    e    il  suo    erede    nel  1208 
creato    signore    e  governatore    per- 
petuo di  Ferrara.  Abbattuto  Salin- 
guerra  si  rifugiò  in  Modena,  e  per 
esser  questa  in  amicizia  coi  ferraresi, 
si  ritirò  al  castello  di  Ponte  Duce. 
Lungi  dal  narrare  i  fatti  particola- 
ri  di    Ferrara ,  le   sue   alleanze    e 
guerre,  ci  limiteremo  a  continuare 
l' indicazione    delle  cose   principali. 
Intanto  Ottone  IV  portatosi  in  Italia, 
indi  in  Roma  a  prender  la  corona 
imperiale,  ed  in  Ferrara  nel  1210, 
per  politica    e    parentela    ebbe  ri- 
guardi   ad    Azzolino,  che    procurò 
pacificare    con   Eccelino ,    ed    anco 
con   Salinguerra   che  invocato   ave- 
vano  l' imperiai  protezione.  Ad  on- 
ta de' giuramenti    fatti,  Ottone  IV 
in  Ferrara  come  in  altre  terre  del- 
la    Chiesa    affettò    sovranità,    e  si 
permise  atti  arbitrari,   elettrizzando 
i  ghibellini  ;  cose  tutte  che  provoca- 
rono i  rimproveri    e    la  scomunica 
d'  Innocenzo  III,  anco  perchè  face- 
va guerra  al  fanciullo  Federico  II 
re  di  Sicilia,  figlio  di  Enrico  VI, 
nel  quale  vedeva    un  futuro  emu- 
lo alla  sua  dignità. 

Nel  121 1  Azzo  ossia  Azzolino 
supplicò  il  Pontefice  della  facoltà 
di  edificare  in  Ferrara  un  castello, 
se  pur  non  fosse  il  Castel  Tedaldo 
restaurato,  a  freno  de'  nemici  della 
Sede  apostolica  ;  indi  prestò  dei 
servigi  a  Federico  II ,  che  se  ne 
mostrò  grato.  Mori  nel  1212  Az- 
zolino, e  gli  successe  nel  governo 
della  famiglia  e  degli  stati  Aldo- 
brandino suo  figlio,  occupando  An- 
cona i  conti  di  Celano  ed  altri  a- 


FER  77 

derenti  di  Ottone  IV.  Ebbe  le  po- 
desterie di   Verona,  di  Mantova    e 
di  Ferrara.    Si  pacificò    con  Salin- 
guerra, convenendo  che  prendereb- 
be da  lui  l' investitura    de'  beni    e 
feudi    derivati    dalla    casa    d'Este, 
giurandogli  fedeltà  come  al  suo  fra- 
tello Azzo  Novello,  e  che  si  gover- 
nasse Ferrara    e    vi  si  ponesse  un 
podestà    di    comune    accordo.    Nel 
1 2 1 3   la  repubblica  di  Padova  in- 
vase il    territorio  Estense,    e  se  Io 
assoggettò,  per  cui  la    casa   d'Este 
fu  costretta  a  farsi  ascrivere  a  quel- 
la   cittadinanza.    Cedendo    poi  alle 
istanze  d'Innocenzo  III  diedesi  a  ri- 
cuperar la  Marca  d'Ancona,  e  da  Fe- 
derico II   fu  fatto  vicario  regio,    e 
legato  di  tutta  la  Puglia.   Ciò  de- 
terminò Salinguerra  a  rinunziar  il 
partito  ghibellino,   giurò    fedeltà  al 
Papa ,  e  con    annuo    censo    s' ebbe 
in  investitura  una   notabile  porzio- 
ne de'  beni  della   contessa  Matilde. 
Con   sospetto    di  veleno    nel  1 2 1 5 
mori  Aldobrandino  ,  e   gli  successe 
Azzo  Novello,  che  con  Salinguerra 
Il   dominò  in  Ferrara,   dandogli   il 
Papa  Onorio   III   l'investitura  del- 
la Marca    Guarniera  o  di   Ancona. 
Divenuto  Federico  II  imperatore,  pa- 
cificò i  modenesi  con  Ferrara,  e  co- 
mandò   a'  padovani    di    ripristinar 
Azzo  Novello  nelle  sue  giurisdizio- 
ni d'  Este  ,    che  gli  confermò  colle 
molte  sue  pertinenze.    Sopraffatti  i 
guelfi  nella  minorità  del  marchese, 
ripresero  ardire  nella   sua   maggio- 
rità ,     sopraffecero   gli    emuli ,     ed 
incendiarono  l' abitazione  di  Salin- 
guerra. Tuttavolta   poco   dopo    gli 
animi  si  quietarono,  poi  successero 
nuove  zuffe  colla  peggio  de'  guelfi, 
e  la  morte  di  Tisolino  da  Campo- 
sampiero    nobilissimo    cittadino    di 
Padova,  poscia  vendicato  dal  fratel- 
lo Giacomo  al  castello  della  Fiat- 


p8  FER 

la  nel  \'>,if\;  rimanendo  predomi- 
nante in  Ferrara  Salinguerra,  men- 
tre A  zzo  Novello  stabilì  l'ordinaria 
sua  dimora  in  Este,  godendo  il  ti- 
tolo di  marchese  della  Marca  d'An- 
cona 3  non  il  possesso ,  titolo  che 
poi  seguitarono  a  portare  molti 
Estensi.  Nel  i23o  gravi  rotture  per 
la  navigazione  del  Po  accaddero 
coi  veneti,  ai  quali  i  ferraresi  col- 
la loro  flotta  tolsero  alcuni  legni, 
e  terminò  con  reciproci   accordi. 

Sotto  Gregorio  IX,  mentre  Salin- 
guerra si  accostò  al  partito  impe- 
riale, e  mentre  la  repubblica  di  Fer- 
rara si  prestava  alle  mire  del  Pon- 
tefice, sebbene  la  città  fu  data  nel- 
le mani  dell'imperatore  dal  Salin- 
guerra, ed  egli  vi  si  portò  nel  i9,3g, 
Federico  11  fu  scomunicato  dal  Papa 
anco  per  aver  alienato  Ferrala  dal- 
la Chiesa,  venendo  pure  pubblicata 
una  crociata  contro  di  lui.  Allora 
molti  si  ribellarono  a  Federico  II, 
fra'  quali  Azzo  Novello,  che  fu  per- 
ciò condannato  al  bando  imperia- 
le, e  ricuperò  Esle  e  i  suoi  castelli; 
indi  in  un  al  Pontefice,  ai  veneti, 
ai  bolognesi,  e  ad  altri  popoli  mar- 
ciò su  Ferrara  per  distruggere  la 
potenza  di  Salinguerra,  e  nel  10,4° 
a  mezzo  di  una  flotta  di  navi  ar- 
mate di  torri,  all'uso  di  que' tem- 
pi. Dopo  quattro  mesi  di  ostinato 
assedio  si  venne  agli  accordi ,  ma 
poi  per  tradimento  Salinguerra  fu 
arrestato,  e  condotto  a  Venezia,  ove 
sinché  visse  ebbe  onorevole  tratta- 
mento, e  in  morte  splendido  fune- 
rale e  sepoltura.  Così  ebbe  fine  il 
capo  de' ghibellini  in  Ferrara,  rivale 
perpetuo  degli  Estensi ,  celebre  per 
valore  ed  avvedutezza.  Restituita  la 
città  di  Ferrara  ai  guelfi  ,  variò 
quivi  il  pubblico  sistema;  e  com'  è 
naturale  i  seguaci  degli  Estensi  vi 
ritornarono,  e  i  partigiani  di  Salin- 


FER 

guerra  furono  allontanati,  ripren- 
dendo la  preponderanza  Azzo  No- 
vello, che  nel  \">.f\o.  fu  dal  popolo 
eletto  podestà  per  tempo  illimitato. 
Innocenzo  IV  lo  dichiarò  difensore 
della  Chiesa,  e  gli  promise  protezio- 
ne contro  Federico  II.  Indi  nel 
1  r>J\r)  morì  in  Ferrara  beatrice 
Estense  già  regina  d'Ungheria,  la- 
sciando il  suo  figlio  Stefano  che  a- 
vea  partorito  al  re  Andrea,  al  cui 
mantenimento  aveva  provveduto  il 
Pontefice,  che  nel  concilio  di  Lio- 
ne scomunicò  e  depose  Y  impera- 
tore. Molti  fuorusciti  seguaci  de' Sa- 
linguerra, volendo  nuocere  alla  pa- 
tria, vennero  presi  ed  uccisi  in  Fer- 
rara. Nel  1249  Eccelino  III  occupò 
Este  ed  altri  castelli,  mentre  il  Pa- 
pa da  Lione  lo  fulminava  di  sco- 
munica come  eretico.  Morto  nel 
I25r  Federico  II,  determinò  Inno- 
cenzo IV  di  fare  ritorno  in  Italia, 
e  animando  per  tutto  i  guelfi  pas- 
sò a  Mantova,  e  da  s.  Benedetto  di 
Folirone,  scendendo  per  il  Po,  pri- 
ma de'  4  ottobre  giunse  a  Ferra- 
ra, e  dopo  aver  predicato  il  dì  del- 
la festa  di  s.  Francesco  nel  duomo, 
si  portò,  a  Bologna  ov'era  il  gior- 
no 8  di  quel  mese.  In  questo 
tempo  viveva  immerso  in  profonda 
afflizione  Azzo  Novello  per  la  mor- 
te dell'unico  figlio  Rinaldo,  accadu- 
ta in  Puglia,  ove  quale  ostaggio 
l'avea  trasportato  Federico  II,  non 
senza  sospetto  di  veleno,  e  con  lui 
la  moglie  Adelasia  dalla  quale  non 
ebbe  prole.  Lasciò  egli  però  i]\u- 
figli  avuti  da  una  nobil  donzella 
pugliese,  cioè  Obizzo  e  Costanza,  i 
quali  all'  avo  colle  necessarie  cau- 
tele furono  condotti  ,  e  legittimati 
dal  Papa  e  dall'imperatore.  Seb- 
bene Azzo  continuasse  a  domina- 
re in  Ferrara ,  egli  dimise  la  po- 
desteria ,  perchè    i  primari  del  pò- 


FER 
polo  amarono  investirne  persona  e- 
stera,  cioè  cedette  la  sola  ammini- 
strazione giudiziaria ,  e  in  luogo 
degli  emolumenti  che  godeva,  gli 
vennero  assegnate  annualmente  tre- 
mila lire  di  ferrarmi,  e  di  quando 
in  quando  s'imposero  a  suo  pro- 
fìtto certe  tasse  al  popolo,  che  non 
lasciò  di  mormorare  della  novità,  ben- 
ché ciò  fosse  approvato  da  Inno- 
cenzo IV. 

Divenuto    Papa    Alessandro    IV, 
vedendo    Eccelino  sempre  più    im- 
merso negli  eccessi  e  inaudite  cru- 
deltà ,  combinò  a    combatterlo    un 
esercito  de'crociati,   che  sotto  Pado- 
va ebbe    a  duce  Azzo  Novello,  che 
nel    1257    ricuperò    E*te  ,    Cerro, 
Calaone  e  Monselice:   nel    i25q  fi- 
nalmente fu    imprigionato  Eccelino 
e  poco  dopo    esalò  l'anima  feroce. 
Legato    de'  crociati  fu    il    ferrarese 
Filippo  ,    arcivescovo    di    Ravenna. 
Nel  1261    Salinguerra  III  e  Rizzar- 
do  colla   loro  madre  Sofia,    furono 
da  Azzo  riammessi  in  Ferrara,  com- 
mosso    nel     vederli     flagellarsi    di- 
nanzi a  lui  :  ma  questa  introduzio- 
ne della  vedova    e    de'  figli  di  Sa- 
linguerra  II  ridestò  le  antiche  tur- 
bolenze. Tultavolta  Ferrara  all'om- 
bra degli  Estensi,  d'ordinario  uma- 
ni e  graditi    ai    Pontefici    supremi 
signori  del  Ferrarese ,    riposava    in 
grembo    alla    pace ,    e  cresceva    di 
giorno    in  giorno    in  lustro   e    ric- 
chezza ;    ed    il    marchese  Azzo  No- 
vello  senza  dubbio  fu  uno  de'prin- 
cipali  autori  di  tanto  bene,  e  mo- 
rì nel    1264,    venendo    compianto 
e    lodato    anche    dalla    fazione    dei 
Salinguerra.    Lasciò  erede    univer- 
sale   il    nipote    Obizzo ,   che    sposò 
Jacopina    Fieschi  nipote  d'Innocen- 
zo IV  e  di    Adriano  V.  Fra  le  fi- 
glie   di   Azzo    vi  fu   la    beata    Bea- 
trice d'Este   monaca   in  s.   Stefano 


FER  79 

della  Rotta,  dell'ordine  benedettino, 
le    cui    religiose    passarono    poscia 
al    monistero    di    s.    Antonio ,    del 
quale  fu  fondatrice.  Fu  quindi  dal 
popolo    proclamato  Obizzo  signore 
di  Ferrara,  ed  il  podestà  in   nome 
del    medesimo    popolo  dichiarò  O- 
bizzo  e  il  suo  erede  gubernator  et 
rector ,    et    generali*    et  perpetuai 
dominus    cìvitatis  Ferrariae  et    di- 
strictus  con    illimitata  e  pienissima 
autorità.    Urbano    IV  contempora- 
neamente fece  una  circolare  al  do- 
ge di  Venezia    ai  podestà,  e  capi- 
tani di    parte    guelfa    delle    "vicine 
città,    raccomandando    Obizzo ,  col 
proporlo  anche  a  capitano  e  difen- 
sore di  quelle  parti  contro  i  nemi- 
ci   della    Chiesa.   Anche    in    questa 
occasione,  se    non  concorse  espres- 
samente   la    santa    Sede    con    una 
formale   investitura ,  prestò  almeno 
un   tacito  assenso  al  dominio  degli 
Estensi  in   Ferrara.  Aldigerio  Fon- 
tana che  avea    concorso  al  ricono- 
scimento di   Obizzo,    qual  ministro 
di  esso    per    sei  anni    fu  V  arbitro 
e  il    direttore  delle  cose  (  della  fa- 
miglia   Fontana    ne    tratta    il    Ga- 
murrini)  :  allora    Obizzo  imponeva 
le  leggi ,  ma  col  consiglio  e  consen- 
so de'  sapienti  ;    s'  intimavano    esse 
al  popolo  radunato  a  suon  di  cam- 
pana   nella    piazza,  e    dal    popolo 
stesso  venivano  espressamente  o  ta- 
citamente accettate.  Intanto  il  gio- 
vinetto   Obizzo    diede    assai  presta 
incominciamento  alle  guerresche  sue 
imprese    contro  i  ghibellini ,    e    in 
favore  di  Carlo  I  d'Angiò    investi- 
to da    Clemente  IV    del    regno    di 
Puglia    e  Sicilia ,    il    quale  re  poi 
aspirò  al  dominio  di   tutta  l'Italia. 
Nel    1269    il  pubblico  si    determi- 
nò di  avere  un  corpo  scelto  e  sta- 
bile di   truppa  ,    composto  di   otto- 
cento pedoni    per  la  guardia  oidi- 


8o  FER 

naria  della  città  e  del  marchese. 
Vedendo  il  Pontefice  Gregorio  X 
che  Carlo  I  mal  corrispondeva  ai 
grandi  benefizi  ricevuti  dalla  san- 
ta Sede,  fece  eleggere  in  re  dei 
romani  nel  1273  Rodolfo  d'Habs- 
bourg ,  progenitore  della  glorio- 
sa casa  d'Austria,  che  fece  le  più 
ampie  dichiarazioni  in  favore  del- 
la Sede  apostolica,  e  fra  queste  la 
conferma  delle  sue  ragioni  e  do- 
minio sopra  i  suoi  stati  e  segnata- 
mente sopra  l' esarcato.  Ciò  non 
ostante  trovandosi  questo  sino  da 
Ottone  IV  in  gran  parte  in  mano 
degli  imperiali,  v'inviò  suo  gover- 
natore il  conte  di  Fùrstemberg, 
e  due  vicari  che  esigettero  il  giu- 
ramento di  fedeltà  al  romano  im- 
pero e  all'eletto  re;  e  ad  Obizzo 
fu  conceduta  nuova  investitura  di 
Este,  del  contado  di  Rovigo,  d'A- 
dria e  di  Ariano.  Ma  tal  giura- 
mento, come  la  rinnovata  investi- 
tura debbono  considerarsi  per  atti 
di  protezione,  anzi  il  Papa  Nicolò 
HI  riebbe  da  Rodolfo  l'esarcato 
e  nominatamente  Ferrara,  il  tutto 
confermando  gli  elettori  del  sagro 
romano  impero.  Nel  1 28 1  Clemen- 
za figlia  di  Rodolfo,  che  andava 
a  sposare  Carlo  Martello  figlio  di 
Carlo  re  di  Sicilia,  onorò  di  sua 
presenza  Ferrara.  Indi  nel  1288 
il  popolo  di  Modena  per  non  ve- 
dersi ridotto  al  nulla  dalle  discor- 
die intestine  dei  Boschetti,  Guido- 
ni, Rangoni,  Savignani,  Grassoni 
ec,  conobbe  il  bene  del  soggiace- 
re alla  moderata  autorità  di  un 
solo.  Si  portarono  a  Ferrara  a'i5 
dicembre  il  vescovo  e  vari  depu- 
tati di  quel  pubblico ,  e  col  pre- 
sentar le  chiavi  della  loro  città 
al  marchese  Obizzo  la  sottomisero 
alla  sua  perpetua  signoria.  Obizzo 
vi  spedì  il   conte    Anello    suo    co- 


FER 

gnato  per  vicario,  con  centocin- 
quanta cavalieri  per  prendere  pos- 
sesso di  Modena,  e  poi  accompa- 
gnato dal  podestà  di  Ferrara  vi  si 
portò  egli  stesso  con  numeroso 
corteggio  a'  23  gennaio  1289,  e 
colla  maggior  solennità  vi  fu  pro- 
clamato egli  co'  suoi  discendenti 
perpetuo  signore,  dando  il  secon- 
dogenito Aldobrandino  in  isposo 
ad  Alda  Rangoni. 

Morì  Obizzo  nel  i2g3  lascian- 
do tre  figli  Azzo ,  Aldobrandino  e 
Francesco,  e  due  femmine  Beatri- 
ce e  Maddalena,  e  tutti  nel  suo 
testamento  nominò  egualmente  e- 
redi  legittimi,  o  naturali;  ma  ap- 
pena esalò  il  suo  spirito,  Azzo 
primogenito  nato  della  Fieschi  fu 
dal  popolo  ferrarese  con  pubblico 
decreto  riconosciuto  solo  signore, 
come  già  eletto  sino  dal  1264  '"" 
sieme  col  padre:  altrettanto  si  fece 
in  Modena  e  Reggio.  Malcontento 
Aldobrandino  si  pose  sotto  la  pro- 
tezione de'padovani,  che  invasero 
e  diruparono  Este ,  Cerro  e  Ca- 
laone,  quindi  seguì  un  accordo  con 
vantaggio  degli  aggressori.  Nel  1295 
scoppiò  la  guerra  co'  bolognesi,  per- 
chè Azzo  aspirava  in  un  ai  parmi- 
giani di  dominarli ,  non  potendo 
impedirlo  la  mediazione  di  Boni- 
facio VIII.  Noi  non  intendiamo 
riportare  le  frequenti  guerre,  al- 
leanze ed  accordi,  che  di  frequen- 
ti Ferrara  e  gli  Estensi  ebbero 
principalmente  coi  circostanti  luo- 
ghi e  popoli,  limitandoci  per  l'im- 
periosa brevità  del  nostro  scopo, 
di  solo  accennare  le  cose  più  cla- 
morose ed  importanti ,  lasciando 
interamente  le  dubbie.  Per  la  care- 
stia prodotta  dalla  guerra  e  dall'u- 
niversale inondazione  del  Po,  nac- 
que forse  la  determinazione  dei 
comacchiesi  di  assoggettarsi  al  mar- 


FER 

chese  nel  1297,  e  fu  subito  Co- 
niaceli io  soccorsa  di  grano.  Segui 
la  pace  co'bolognesi  nel  1299  per 
1'  influenza  dell'  autorità  di  detto 
Papa,  e  del  comune  di  Firenze. 
Non  fu  lungo  il  riposo  a  cagione 
dei  Visconti  signori  di  Milano,  con- 
tro dei  quali  marciò  Obizzo  con 
poderoso  esercito  di  ferraresi  ed 
altri  suoi  sudditi  ;  ma  la  pace  e  la 
parentela  contratta  tutto  sopì  tra 
i  due  più  potenti  principi  di  que- 
sta parte  superiore  d'Italia.  Nel 
i3oi  fu  arso  il  corpo  di  Armanno 
Pungilupo  eretico,  che  il  volgo  ve- 
nerava per  santo.  Nel  i3o5  Azzo 
prese  in  seconda  moglie  Beatrice 
figlia  di  Carlo  II  re  di  Napoli,  il 
quale  die  in  feudo  al  genero  la 
contea  d' Andria.  Approssimandosi 
il  fine  di  Azzo,  attese  le  discordie 
che  aveva  co' fratelli,  istituì  erede 
e  successore  negli  stati  Folco  fi- 
glio legittimo  di  Fresco  suo  figliuo- 
lo naturale;  però  a  mediazione  di 
autorevoli  persone,  pacificatosi  coi 
fratelli,  Azzo  li  dichiarò  suoi  eredi, 
annullando  il  precedente  atto,  e 
morì  nel  1 3o8 .  I  ferraresi  tutta- 
via riconobbero  Folco,  e  perchè 
nato  da  pochi  mesi,  deputarono  in 
tutore  Fresco  suo  padre,  e  succes- 
sero aspre  guerre  co'  fratelli  e  ni- 
poti del  defunto,  massime  con  Fran- 
cesco. Questo  domandò  aiuto  a  Cle- 
mente V,  il  quale  aveva  stabilita 
la  residenza  pontifìcia  in  Francia, 
ove  si  trovava  quando  fu  eletto. 
Il  Papa  volendo  profittare  dell'oc- 
casione, concepì  il  disegno  di  ridur- 
re Ferrara  all'  immediato  suo  do- 
minio, come  avevano  fatto  diver- 
si predecessori  di  altre  sì  di  Romagna 
che  di  altrove.  A  tale  effetto  inviò 
in  Italia  il  suo  nipote  Arnaldo  dei 
signori  di  Pelegrue  abbate  Tutelen- 
se,  ed  Onofrio  de'  Trebi  dorano  di 

VOL.    XXIV. 


FER  81 

Meaux,    ambi    suoi    cappellani,    i 
quali    col   titolo    di    legati    aposto- 
lici   recaronsi    in     Ravenna,  ove  si 
portò   Francesco    per    guadagnarne 
il  favore.    Ivi    si   concertò    il  piano 
per    cacciar    Fresco  da    Ferrara,   e 
si  adunò  una   potente    armata  sot- 
to    il    comando    di    Lombardo  da 
Polenta    dominatore    in    Ravenna , 
aumentata    dai    seguaci  di  France- 
sco, e  dei  fuorusciti    fontanesi.   Ma 
Fresco     non    trovandosi    in    grado 
di  resistere  si  ritirò  nel  Castel  Te- 
daldo,  trattò  co'veueziani,  cede  lo- 
ro ogni  ragione  che  credeva  di  a- 
vere  su  Ferrara,    e  ad   essi  conse- 
gnò il  castello    col  ponte,  la   torre 
che    lo  guardava   di    là  dal  Po,    e 
tutto  il    borgo    superiore,  i    quali 
luoghi  subito  furono  fortificati  dai 
veneti,  come  quelli  che  agognando 
di   estendersi  sulla    terraferma  ,  da 
gran   tempo  aspiravano  al  dominio 
di  Ferrara.  Fresco  si  ritirò  a  Ve- 
nezia, mantenuto  da  quel  pubblico. 
Come  il  popolo  s'avvide  che  il  suo 
castello    eia    in  mano    degli  esteri, 
aprì  spontaneamente  le  porte  della 
città  ai  legati  apostolici,  i  quali  vi 
entrarono  con  tutto  l'esercito.  Gri- 
davasi  per  le  vie  :  viva  il  marcite- 
se  Francesco ,    perchè  tutti  si  per- 
suadevano che   fosse  suo  il  trionfo, 
ma  egli  si    affannava  a  far    sì  che 
dicessero:  viva  la  s.  Romana  Chie- 
sa. Indi    il  marchese  cede    il  pro- 
prio palazzo  ai  legati,  ciò  che  con- 
fermò tutti  nel    supporre  un    pre- 
cedente   accordo.    Si    unirono  alle 
genti    della  Chiesa    i    bolognesi,    i 
padovani,  i    mantovani,    i  veronesi 
forse  più  per  profittarne,  che   per 
favorire    alcuna    delle    parti,  come 
dimostrò  il  pronto  abbandono  che 
ne  fecero.  I  legati  prima  di  entra- 
re   in    Ferrara  ammonirono  i    ve- 
neti di  non  prender  parte  per  Fre- 
6 


85 


FETI 


soo;  ne  trattarono  con  quelli  (.mu- 
si in  Castel  Tedaldo,  Arnaldo  si 
portò  a  Venezia,  ma  tutto  inutil- 
mente. Finalmente  avendo  i  vene- 
ti arrestata  la  roba  e  la  famiglia 
del  vescovo  di  Cervia,  i  legati  nel- 
la più  ampia  forma  fulminarono 
la  scomunica  contro  quella  nazio- 
ne, con  sentenza  emanata  in  Fer- 
rara il  giorno  25  ottobre  dell'an- 
no  1 3o8. 

Mentre  i  veneziani  ricorsero  di- 
rettamente a  Clemente  V,  conti- 
nuando le  stragi  nella  città,  i  fer- 
raresi fecero  un  accordo  coi  vene- 
ti, cui  lasciarono  i  luoghi  occupati, 
franchigia  ai  fuorusciti,  e  che  ri- 
prenderebbono  per  podestà  un  ve- 
neziano, e  ciò  senza  il  concerto 
de' legati,  che  anzi  il  Papa  da  Avi- 
gnone a' 27  marzo  1 3oo,  rinnovò 
la  scomunica  con  forme  le  più  ter- 
ribili, per  cui  immenso  fu  il  danno 
che  ne  risentirono  non  solo  i  veneti 
in  Italia,  ma  in  Francia,  ed  altrove; 
così  la  concordia  tra  i  ferraresi  e  i 
veneziani  presto  svanì,  non  poten- 
do sussistere  tra  due  fiere  in  una 
stessa* tana,  e  reciproci  assalti,  uc- 
cisioni e  rovine  si  succedettero.  In- 
tanto Clemente  V  avendo  esaltato 
alla  dignità  cardinalizia  Pelegrue, 
e  non  cedendo  i  veneti  alla  sco- 
munica, come  facendosi  in  Ferra- 
ra maggiori  i  mali,  gli  ordinò  di 
prendere  ogni  più  efficace  espedien- 
te per  rimediarvi.  Il  legato  da 
Bologna  si  recò  a  Ferrara  con  ot- 
to mila  combattenti  tra  fanti  e 
cavalli ,  e  quivi  pubblicò  una  cro- 
ciata contro  i  veneziani,  con  am- 
plissime indulgenze  per  chi  vi  si 
fosse  ascritto.  Appena  se  ne  sparse 
la  fama,  che  da  tutte  parli  con- 
corsero truppe  armate  sotto  gli 
stendardi  della  Chiesa,  guidate  mol- 
te dai  vescovi    ed   altri  prelati.  La 


FER 

repubblica  di  Venezia  per  sua  par- 
te mandò  una    flotta  nel  Po,  che 
ai   28  agosto  a  Francolino  dovette 
arrestarsi,  pel  ponte  di  navi  incale- 
nate    difeso  dal  marchese    France- 
sco,   mentre  questo  dall'altro    lato 
assaltavasi  dai   veneti  di  Castel  Te- 
daldo, che    perciò  lasciarono   indi- 
feso dalla    parte   esteriore.     Allora 
i    bolognesi    e  i    ferraresi    gli  die- 
rono    l'assalto,    e    dopo    un    fiero 
conflitto  s'impadronirono  di    tutto, 
passando  a  fil  di  spada  la  guarni- 
gione del  castello,  e  morirono  cir- 
ca seimila  tra    ferraresi    e    nemici, 
con  l'acquisto  di  gran  bottino  per 
parte    de'  vincitori,    oltre   duecento 
navi    venete    e    la    fuga  di    quelle 
della  flotta.  Libera  Ferrara  dai  ve- 
neti,   dispensò    il    legato    Pelegrue 
nuove  indulgenze  a  chi  avea  mili- 
tato per  la  Chiesa,  i  quali  si  restitui- 
rono alle  patrie  carichi  di  spoglie. 
Il    marchese   Francesco   che   si    a- 
spettava  la  restituzione  di  Ferrara 
restò  deluso:    la    ritenne  il     legalo 
a  nome  della  Chiesa,  ed  il  comune 
questa  riconobbe  ed  ossequiò  qual 
sovrana  assoluta:    per  cui  elesse  il 
podestà    e    i   capitani,  e  fece    altri 
atti  di  piena    giurisdizione,  giacché 
la  sentenza  di  Clemente  V  fu  prò 
reeuperatìone  civitatis  Ferrariae  ac 
communitatis ,  et  dislriclus  ejus  quae 
ad  Romanam  Ecclesiam    in  spiri- 
tualibus    et   temporalihus    pertìncre 
dignoscitur,  con  facoltà  di  espeller- 
ne   chiunque  ne   fosse   stato  eletto 
al  governo,  e  d'intimare  al  popolo 
di   non  più    procedere  in  avvenire 
a   simili    elezioni.    Inoltre  presso  il 
Rinaldi,  che  tutte  queste  cose    rac- 
conta,   esiste  documento  in  cui    il 
Papa  dice,  che  incoia?  tamtn  civi- 
tatis, comitatus  et  terriloi  ii  pnicdi- 
ctorum  /ani    longis   retro   tempori- 
bus sub    diversorum  ac  sibi  sub/ti* 


FER 

gantium  poteiitia  constitulì,  reginii- 
nis  eorum  matris  et  dominae  Ec- 
clesiae  videlicet  praelibalae,  id  fa- 
ciente  malitìa  temporis,  dulcedinem 
non  gustarunt. 

Nel    j3io  i     ferraresi    spedirono 
in  Avignone  un'ambasceria  per  giu- 
rare   fedeltà    al  sommo    Pontefice, 
ed  in  pieno  concistoro  confessarono 
essere    la  città  di  Ferrara  di  asso- 
luto dominio  della  romana  Chiesa, 
e  che  se  i    marchesi  d' Este  l'ave- 
vano   prima    assoggettata     al    loro  • 
dominio ,    ciò    era   stato  per  forza 
non  per  giustizia;  onde  avendo  al- 
cuni chiamati    in  soccorso    i  vene- 
ziani   per    liberarsi    da    tal    giogo, 
quelli    aspirando    poi     al    dominio 
della  città,  li  avevano  ridotti  a  som- 
ma miseria,  per    lo  che  ricorreva- 
no al  sommo  Pontefice  loro  legit- 
timo ed    antico    signore,    al  quale 
soggettavano    beni  e    persone.  Cle- 
mente V  col  consenso  de'cardinali, 
li  accolse  come  fedeli  vassalli,  e  in 
perpetua  memoria  di  tuttociò  fece 
una     bolla,    in  cui    mostrava     che 
Ferrara  era  stata  del  dominio  del- 
la santa   Sede  prima  che  Carlo  Ma- 
gno venisse  in  di  lei  soccorso,  per 
liberarla  dalla  tirannide  di  Deside- 
rio re  de'longobardi.  Tuttavolta  in 
Ferrara     eranvi  due    altri    partiti, 
uno  favorevole  agli  Estensi,   l'altro 
a  Salinguerra    III    per  l'assoluta  e 
piena  libertà,  come  ghibellini  nemi- 
ci sì   della  Chiesa  che  di   casa  d'E- 
ste.    Questi    ultimi    sperando  nella 
calata  di  Enrico  VII  in    Italia,  nel 
luglio    assalirono    il    palazzo    mag- 
giore degli  Estensi,   ed  insieme  ad 
altre  loro  fabbriche  lo  consegnarono 
alle   fiamme,  saccheggiando  le  case 
de'  guelfi,    e  commettendo    orrido 
macello.   In  fine  giunsero  a  mette- 
re Salinguerra    HI  sopra  un    sasso 
ch'era  dinanzi  al  duomo,  e  lo  accia- 


FER  83 

maro  no  signore  di  Ferrara.  Il  Car- 
dinale Pelegrue  subito  da  Bologna 
mandò    rinforzo    a'suoi;    accorsero 
pure  da  Rovigo  il   marchese  Fran- 
cesco, co'nipoti  Rinaldo  ed  Obizzo 
figli  di  Aldobrandino,  e  si  unirono 
all'  altro  legato   Onofrio  ch'era  ri- 
masto in  Ferrara.  Salinguerra  fug- 
gì,   ottanta    ostaggi  si  dierono    dai 
ferraresi    ad    interposizione    de'  do- 
menicani ;    le  genti   venute  da   Bo- 
logna commisero    saccheggi  ed  uc- 
cisioni, non    risparmiando  chiese  o 
monisteri ,    e    ventotto    o    trenta- 
sei complici  m  Castel  Tedaldo  fu- 
rono    condannati     alle    forche:    in 
seguito    ebbero    luogo    proscrizioni 
e    confische.    Portandosi    in    Italia 
Enrico  VII,  subito  Salinguerra  III 
fece  un  nuovo  tentativo,  che  fu  re- 
presso dal   marchese  Francesco  ,  e 
nuli'  altro  di  lui  ci  dice    la  storia. 
Ma  nel  i3i2  i  catalani  ossiano  gua- 
sconi che  avevano  in  custodia  Fer- 
rara, sapendo   che  Francesco  aspi- 
rava   a    cacciarli  per    impadronir- 
sene, l'uccisero  colle  pugnalate:  al- 
cuni   ferraresi    furono  esiliati,  altri 
fuggirono,    ed  altri   te  minarono    i 
loro  giorni  sul   patibolo.    Si  vuole 
che  Francesco  fosse  innocente,  giac- 
ché il  suo  nome  fu  assoluto,  e  re- 
stituiti   i  beni    ai  di  lui  figli    Ber- 
toldo   ed  Azzo  nel   i3i3.  In  que- 
sto anno  finalmente  i  veneziani  ot- 
tennero da    Clemente    V    l'assolu- 
zione, con  bolla  de'aG  gennaio,  ed 
aboliti  i  patti   stipulati  con  Fresco, 
con    alcune     modificazioni  il    Papa 
ratificò     gli  antichi    loro     privilegi 
sulla  navigazione  del  Po,  e  sul  pos- 
sedere beni  stabili  nel  Ferrarese.  V. 
Matteo    Villani    lib.  8,    cap.    io3, 
ed  il   Bzovio  all'anno  1 309,  nume- 
ro 1. 

Riguardando  Clemente  V  Rober- 
to il  Saggio    re    di  Napoli  come  il 


84  FER 

miglior  sostegno  de' guelfi,  sino  dal 
i3io  per  guardarsi  da  Enrico  VII, 
lo  deputò  vicario  in  Romagna,  e  nel 
1 3 1 2  gli    die   in    governo   Ferrara 
con  annuo  censo;  ed  il  re  qui  po- 
se a  suo  vicario  Inglinolfo  o   Acle- 
nolfo  di  Aquino  ,  al  cui  arrivo  ne 
partirono  i  ministri    pontificii    nel- 
l'aprile i3i2.  Morto  nel  1 3  1 4  Cle- 
mente V,  successe  lunga  sede  vacan- 
te, nel    qual   tempo    si    scuoprì    e 
punì  la  trama  ordita  da  Francesco 
Menabuoi  ed  altri  ghibellini  ;    furo- 
no   riattate  le  mura    della  città ,  e 
nel  i3i6  Caterina  sorella  di  Fede- 
rico d'Austria  re  de'  romani    onorò 
Ferrara    di    sua    presenza ,    perchè 
andava  a  sposare  Carlo  primogeni- 
to del  re  Roberto ,  per  cui  il  go- 
vernatore regio    fece    grandi    feste. 
Narra  il  Rinaldi  all'anno  i  3  1 7,  che 
il  nuovo  Papa  Giovanni  XXII  or- 
dinò al  re  Roberto   di  dare  il   go- 
verno della  Romagna    e  di  Ferra- 
ra a  Guido  di  Tresi  nunzio  aposto- 
lico,  e  richiamare  i    suoi    ministri 
e  guarnigione  di  Ferrara  che  ren- 
devano   malcontenti    i  ferraresi.    In 
fatti  questi  ne  odiavano  il  presidio 
de'  catalani   o  guasconi    per    la  so- 
perchieria  fatta  al  marchese  Fran- 
cesco da  loro  amato,  come  pesante 
e  duro  riusciva  loro  il  governo  dei 
ministri  del  re.  Sostenevasi  la  casa 
d' Este  da  Aldobrandino  che  stan- 
do in  Bologna  e  cieco,  non  ingeri- 
vasi   negli    affari ,    e   da'  suoi    figli 
Rinaldo,  Obizzo,  che  altri  chiama- 
no Opizzone  ,  e  Nicolò  I,  oltre  ad 
alcuni  altri  che  in  privato  viveva- 
no in  Este.  Neil*  acerbità  della  lo- 
ro   situazione    i    ferraresi    concepi- 
rono il  piano    di  fare   ritorno  agli 
Estensi ,  mentre  per  1'  uccisione  di 
un  Bocchimpani  il  popolo  si  solle- 
vò, tolse    a'  guasconi  le  torri  delle 
porte  della  città,  e  fra  le  acclauia- 


FER 

zioni  ricevè  Rinaldo ,  Obizzo ,  ed 
A  zzo  figlio  di  Francesco,  da  loro 
chiamati.  Fu  preso  Castel  Tedaldo 
e  distrutto,  ed  i  guasconi  trucidati 
a  furor  di  popolo;  ed  a'  i5  agosto 
Rinaldo,  Obizzo,  Nicolò  I,  ed  i  cu- 
gini A  zzo  e  Bertoldo  furono  dal 
popolo  proclamati  signori ,  ed  a 
memoria  perpetua  vennero  istituite 
feste  anniversarie  per  celebrare  il 
principio  e  termine  della  rivoluzio- 
ne. Come  ricevettero  l'avviso  di  sì 
strepitosa  novità  il  re  Roberto ,  e 
il  Papa  Giovanni  XXII  è  facile 
l' immaginarlo.  Ma  il  re  occupalo 
in  tante  guerre  non  potè  rivolger 
le  sue  forze  a  questa  parte;  men- 
tre il  Pontefice  dichiarò  ribelli  ed 
infami  quei  ferraresi  che  ave- 
vano avuto  parte  in  quella  es- 
pulsione ,  li  privò  de'  feudi ,  e  li 
sottomise  ad  altre  pene  gravissime, 
ordinando  che  specialmente  s' inti- 
masse contro  gli  Estensi.  Il  Rinal- 
di scrive  che  li  percosse  di  scomu- 
nica nel  mese  di  settembre ,  qua- 
lora non  avessero  mandato  a  lui 
ambasciatori  per  trattare  la  loro 
causa .  Intanto  il  vescovo  di  Fer- 
rara Guido,  a'  29  novembre  rin- 
novò a'  tre  fratelli  Estensi ,  e  ad 
Azzo  e  Bertoldo  l' investitura  di 
tutti  i  feudi  antichi  che  ricono- 
sceva la  casa  di  Este  dal  vescovo 
di  Ferrara,  ciò  che  prova  non  es- 
sersi effettuata  la  scomunica  ;  giu- 
rarono allora  gli  Estensi  fedeltà  al 
vescovo  contro  chiunque ,  excepto 
contro,  domino  Papam  ;  ed  Azzo 
di  Francesco  mori  nel  1 3 18  senza 
discendenza. 

La  scomunica  ebbe  effetto,  ed  il 
Papa  destinò  rettori  in  Ferrara  sì 
nel  temporale  come  nello  spiritua- 
le i  vescovi  di  Bologna  e  di  Arez- 
zo, al  dire  del  Rinaldi  ;  ma  piutto- 
sto Almerico    da   Castel  Lucio  poi 


FER 

arcivescovo  di  Ravenna  e  cardina- 
le, Bernardo  vescovo  d'Arras,  e 
Uberto  vescovo  di  Bologna,  che  il 
Papa  raccomandò  alle  città  guelfe. 
Gli  Estensi  promisero  di  restituire 
alla  Sede  apostolica  Ferrara,  e  di 
non  più.  intitolarsene  signori,  ed 
Aldobrandino  per  quaranta  mila 
fiorini  d'oro  vendè  al  Papa  i  suoi 
contadi  di  Ferrara  e  Ravenna,  men- 
tre i  suoi  figli  ad  onta  delle  me- 
morate promesse  si  mostrarono  ri- 
soluti di  mantenersi  in  Ferrara,  e 
riconoscerla  dalla  Chiesa  per  annuo 
censo.  11  Pontefice  però  fece  pro- 
seguire il  processo  a  loro  danno , 
come  scomunicati  e  ribelli ,  ed  an- 
co macchiali  di  eresia.  11  vescovo,  i 
chierici,  e  i  frati  partirono  perciò 
da  Ferrara.  Intanto  gli  Estensi  nel 
i323  si  collegarono  con  Lodovico 
il  Bavaro  nemico  di  Giovanni  XXII, 
il  quale  pubblicò  contro  di  loro 
una  terribile  crociata  pei  motivi 
che  descrive  il  Frizzi  a  pag.  i45 
del  tom.  III.  Aldobrandino  mori 
nel  i326,  nel  quale  anno  la  comu- 
ne eresse  nella  piazza  maggiore  il 
gran  palazzo  della  Ragione,  per  re- 
sidenza de'  giudici  e  de'  notari  ;  più 
volte  questo  sontuoso  edilìzio  ven- 
ne poscia  i-istaurato  dai  magistrati, 
ed  al  presente  serve  per  residenza 
de'  tribunali.  A  tal  fine  siccome 
1  edilìzio  trovavasi  in  cattivo  stato, 
il  comune  a  mezzo  dell'  architetto 
Giovanni  Tosi  lo  fece  di  nuovo  l'i- 
staurare, conservandogli  le  forme 
gotiche  dell'antico  disegno,  corri- 
spondenti a  quelle  della  facciata 
esterna  della  cattedrale,  e  della  re- 
sidenza del  comune,  fabbricati  che 
sono  nella  medesima  piazza.  Ab- 
bandonato Lodovico  dagli  stessi  ghi- 
bellini, e  sospeso  l'interdetto  a  Fer- 
rara, vi  ritornò  il  clero  secolare  e 
regolare  nel  i328,  mentre  gli  E- 


FER  85 

s,tensi  facevano  le  loro  pratiche  di 
pacificazione,  e  gli  fu  permesso  man- 
dar deputati  ad  Avignone;  ed  il 
Papa  ponderate  saggiamente  le  di- 
scolpe, avendo  in  considerazione  le 
benemerenze  di  casa  d'  Esle ,  la 
sciolse  dalle  censure,  la  dichiarò 
esente  dall'  imputazioni  dategli  in 
materia  di  fede,  ed  accordò  il  vi- 
cariato di  Ferrara  ai  tre  fratelli 
Estensi  con  giurisdizione  tempora- 
le ,  mero  e  misto  impero ,  sotto 
l'annuo  canone  di  dieci  mila  fio- 
rini d'oro.  Argenta  fu  dagli  Esten- 
si restituita  alla  Chiesa,  cui  il  Papa 
concesse  la  nomina  di  tutti  i  cano- 
nicati delle  collegiate  di  Ferrara , 
ma  fu  loro  inculcato  di  lasciar  il 
titolo  di  marchesi  d' Ancona.  Nel 
i33a  pel  cardinal  legato  Poggetto 
si  effettuò  agli  Estensi  l'investitura 
di  Ferrara  per  un  decennio ,  colle 
mallevadorie  de'  comuni  di  Firen- 
ze, d'Adria,  e  di  Comacchio,  non- 
ché di  alcuni  signori  e  mercanti 
ferraresi  con  tutte  le  solennità. 

11  cardinal  Bertrando  legato  apo- 
stolico, abusando  del  potere  rivolse 
nel  1 333  le  sue  poderose  armi  con- 
tro il  Ferrarese,  e  a  danno  degli 
Estensi,  per  cui  seguirono  serii  fatti 
d'armi,  morti,  e  prigionie  d'illu- 
stri personaggi ,  e  stragi  di  ambe 
le  parti ,  colla  peggio  dell'  esercito 
legatizio.  Tra  i  motivi  che  si  ad- 
ducono per  sì  fatta  condotta  del 
cardinale ,  che  tentò  per  sorpresa 
l'occupazione  di  Ferrara ,  è  il  fa- 
vorire le  mire  di  Giovanni  re  di 
Boemia  calato  in  Italia ,  e  che  la 
città  di  Mantova  si  sottomettesse 
alla  Chiesa.  Nel  i335  gli  Estensi  a 
loro  spese  trattarono  in  tutto  lo 
stato  un  figlio  del  re  di  Maiorca  ; 
Nicolò  I  sposò  Beatrice  Gonzaga,  ed 
il  bellicoso  Rinaldo  suo  fratello  ces- 
sò di  vivere,  rimanendo   Nicolò  I , 


86  FER 

ed  Obizzo  al  dominio  dello  stato , 
cui  nel  i336  aggiunsero  Modena, 
che  da  trent'anni  la  famiglia  n'era 
rimasta  priva.  Nel  seguente  anno 
fu  costretto  Obizzo  dai  veneziani 
ad  unirsi  loro  contro  gli  Scaligeri 
suoi  amici,  facendone  premure  an- 
che Benedetto  XII,  alle  quali  prin- 
cipalmente cede  nel  riflesso  di  ri- 
conciliarsi colla  santa  Sede  per  a- 
ver  contribuito  alla  rovina  del  le- 
gato, e  per  veder  rinnovata  l'inve- 
stitura di  Ferrara,  essendo  prossimo 
lo  spirar  del  decennio;  laonde  fu 
conchiusa  una  formidabile  lega  con- 
tro Mastino  della  Scala,  dal  quale 
poi  i  fiorentini  acquistarono  la  cit- 
tà di  Lucca  a  mediazione  di  Obiz- 
zo. Ciò  fu  cagione  di  guerra  coi 
pisani,  e  nel  iS^i  mori  Bertoldo 
Estense  figlio  di  Francesco.  Dopo 
la  famosa  sconfitta  del  cardinal  Ber- 
trando, i  fratelli  Estensi  cessarono 
dal  pagamento  dell'  annuo  censo 
alla  Chiesa  per  l' investitura  di  Fer- 
rara, pretendendo  di  ritenerselo  a 
risarcimento  de'  danni  sofferti  per 
cagione  di  quella  guerra.  Il  mar- 
chese Obizzo  col  secondar  la  corte 
di  Avignone  erasi  fatto  strada  ad 
una  riconciliazione,  ed  a  nome  del 
fratello  Nicolò  I  domandò  a  Cle- 
mente VI  nel  i343  la  rinnovazio- 
ne dell'investitura  spirata  nel  pre- 
cedente anno,  ciò  che  pur  fece  in 
favore  degli  Estensi  il  comune  di 
Ferrara,  offrendo  la  propria  garan- 
zia tanto  pel  censo  passato,  quan- 
to pel  futuro.  Tutto  si  combinò  , 
ma  la  santa  Sede  volle  la  malle- 
vadoria anche  delle  comuni  di  Mo- 
dena ,  Comacchio ,  Adria  ,  soggette 
agli  Estensi,  di  quella  di  Firenze, 
come  di  parecchi  ferraresi.  Mentre 
nel  1 344  moriva  Nicolò  I,  il  Papa 
accordava  a  lui  ed  al  fratello  Obiz- 
zo   1'  investitura    del     vicariato    di 


FER 

Ferrara  per  altri  nove  anni  colla 
pensione  di  dieci  mila  fiorini  d'oro 
annui,  previo  il  pagamento  di  qua- 
rantacinque mila  fiorini  di  debito 
decorso,  e  con  diverse  altre  condi- 
zioni. Il  vescovo  di  Bologna  Bel- 
tramino  fu  incaricato  dell'atto  for- 
male, consegnò  cinque  chiavi  delle 
porte  della  città  ad  Obizzo,  e  ri- 
cevette il  giuramento  di  fedeltà.  In 
detto  anno  Obizzo  comprò  per  set- 
tanta mila  fiorini  dai  Correggi  la 
città  di  Parma ,  e  quando  recossi 
a  prenderne  possesso  a' 24  di  no- 
vembre, fu  dal  popolo  proclamato 
signore  perpetuo  co'  suoi  eredi.  Ma 
Filippino  Gonzaga  amareggiato  per 
tale  acquisto,  fece  man  bassa  sulle 
genti  del  marchese ,  allorché  Spa- 
triava ,  ed  Obizzo  fu  fortunato  di 
rifugiarsi  in  Parma.  Quivi  lasciò 
governatore  il  cugino  Francesco,  e 
per  lungo  giro  sul  Modenese  Obiz- 
zo si  restituì  salvo  in  Ferrara.  *A1 
tradimento  del  Gonzaga  successe 
la  dichiarazione  di  guerra ,  piom- 
bando sul  Ferrarese  che  saccheg- 
giò e  devastò.  L'  insurrezione  di 
Parma  fu  repressa  da  Francesco, 
come  fu  respinta  da  lui  la  tentata 
invasione  di  Lucchino  Visconti.  In- 
tanto Obizzo  trattò  magnificamen- 
te in  Ferrara  Umberto  delfino  di 
Vienna  di  Francia,  ed  a  mediazio- 
ne del  Papa  e  di  altri  si  fece  la 
pace  ,  cedendo  Parma  a  Lucchino 
Visconti  mediante  rimborso,  e  la 
cessione  di  alcuni  castelli  a  Nicolò 
ed  Alberto  figli  di  Obizzo.  Nel  1 347 
questi  accordò  a  Lodovico  re  d'Un- 
gheria il  passaggio  di  sua  armata, 
colla  quale  andava  in  Napoli  a  pu- 
nire l'uccisione  del  fratello  Andrea, 
attribuita  principalmente  alla  mo- 
glie Giovanna  I,  e  splendidamente 
lo  ricevè  pure  al  ritorno  ,  siccome 
praticarono  sempre  gli  Estensi  co- 


FER 
gli  ospiti  ragguardevoli.  In  detto 
anno  Obizzo  perdette  Lippa  Ario- 
sti,  che  avea  sposata  dopo  la  mor- 
te della  prima  moglie  Pepoli  ,  ma 
solo  avanti  del  punto  estremo.  La 
nobile  famiglia  Ariosti  bolognese 
si  stabilì  in  Ferrara ,  e  fiorì  per 
molti  uomini  illustri,  massime  per 
Bonifacio  fratello  di  Lippa,  il  qua- 
le col  suo  senno  ed  autorità  so- 
stenne i  principi  Estensi  suoi  ni- 
poti j  nonché  per  l'Omero  italia- 
no l' immortale  Lodovico  Ario- 
sto. Dal  medesimo  Antonio  Frizzi 
si  hanno  le  Memorie  storiche  del- 
la nobile  famiglia  Ariosti  di  Fer- 
rara, exstat  nel  tom.  Ili  della  Race, 
ferrarese  degli  opusc.  scien.  leti, 
stamp.,  ivi  1774-  L'anno  i35o  del- 
l' uni  versai  giubileo  i  popoli  della 
Romagna  quasi  tutti  si  ribellarono 
a  Clemente  VI,  che  domandò  aiu- 
to ad  Obizzo ,  che  avcale  doman- 
data la  rinnovazione  dell'  investitu- 
ra, che  fu  prorogata  per  altri  die- 
ci anni,  compresi  i  di  lui  figli  Al- 
dobrandino, Nicolò,  Folco,  Ugo  ed 
Alberto,  atto  ch'ebbe  luogo  nel 
i  3  5 1 .  Nell'anno  seguente  Obizzo 
morì  da  tutti  amaramente  compian- 
to ,  colla  gloria  di  aver  estinto  i 
partili ,  che  prima  laceravano  la 
patria. 

Il  giorno  dopo  la  morte  del 
marchese  si  radunò  il  popolo  nel 
palazzo  degli  Estensi ,  ove  fu  ac- 
clamato signor  di  Ferrara  il  mar- 
chese Aldobrandino  primogenito, 
che  nel  principio  non  ebbe  gover- 
no tranquillo,  a  cagione  de' paren- 
ti die  aspiravano  al  potere;  men- 
tre Modena  accettò  il  dominio  di 
lui  e  de' fratelli.  Clemente  VI  vol- 
le che  Aldobrandino  co' fratelli  ra- 
tificassero il  giuramento  di  vassal- 
laggio del  padre  loro,  in  mano  dei 
nunzi  pontificii,  siccome  tu  esegui- 


FER  87 

lo.    Francesco    e    Rinaldo    Estensi 
nati  legittimi  eransi  ribellati,  per- 
chè i  figli  di  Obizzo  non  lo  furo- 
no che  sul  punto    della   morte  di 
Lippa  Ariosti  loro  madre,  mentre 
credevano    essi    di    succedere    allo 
zio.   Aldobrandino  si    armò  per  ri- 
batterne gli  sforzi,  come  del  Mala- 
testa  ed  altri  del  loro  partito,  sen- 
za progressi  notabili.   Nel    1  355  ca- 
lò in  Italia  Carlo  IV  re  de' roma- 
ni ,    che    Aldobrandino    inchinò    a 
Padova,    venendo    trattato  sempre 
a   mensa,    ed  ebbe  pure    rinnovati 
i  privilegi,  e   le    investiture  impe- 
riali di   casa   d' Este,    concedendo- 
gli   il  re  anco  quella    di    Modena. 
Passando  per  Ferrara  Anna    figlia 
del    duca  di    Polonia,  che  andava 
a  sposare  Carlo  IV  ,    l' Estense  la 
trattò  magnificamente  sino  ai  con- 
fini. Nel  i356  morì  Folco  fratello 
di   Aldobrandino;  questi  si    unì   al 
cardinal    Alboruoz  legato    d' Inno- 
cenzo VI,  e  da  lui  spedito  in  Ita- 
lia   a   ricuperare    gli    usurpati  do- 
mimi della    santa  Sede.    A   media- 
zione di  Carlo  IV  nel    1 358  seguì 
la  concordia  tra  diversi  signori  bel- 
ligeranti, e  vi  fu  compreso  Fran- 
cesco Estense  colla  ricupera  de'con- 
fiscali  suoi  beni;   non  tornò  piò  in 
Ferrara,  si  stabilì   in  Este,  ove  la 
sua  linea  si  estinse.  Nel  i36i   In- 
nocenzo VI     prorogò    l'investitura 
di  altri  sette  anni   ad  Aldobrandi- 
no, Nicolò,    Ugo   ed   Alberto;    ma 
in    quell'anno  morì   Aldobrandino, 
buon    principe,    e   amato    general- 
mente. Rimasero  di  lui    i   figli  O- 
bizzo,    Nicolò    e  Verde;  il  succes- 
sore però    nel  vicariato    fu  Nicolò 
Il   detto  lo  Zoppo,  per  averlo  così 
reso  la  podagra,  fratello  del  defun- 
to e  come  compreso  nell'investitu- 
ra.  Prima  sua  cura   fu   l'impetrare 
dall'  imperatore    Carlo    IV    le    in- 


88  FER 

vestiture  di  Rovigo  e  di  Modena 
per  se,  e  per  Ugo  ed  Alberto  suoi 
fratelli,  non  che  per  il  detto  Obiz- 
zo  suo  nipote;  e  furono  concedu- 
te. Il  cardinal  Albornoz  indusse  i 
bolognesi  a  restituire  all'Estense 
Nonantola  e  Bazano ,  anche  per  le 
somme  a  lui  imprestate  da  Aldo- 
brandino, ed  in  Ferrara  fece  una 
solenne  lega  con  vari  potentati, 
contro  Bernabò  Visconti  signore  di 
Milano.  Il  marchese  Nicolò  II,  do- 
po di  aver  contribuito  la  sua  por- 
zione di  truppe,  fortificò  i  confini 
del  Ferrarese,  e  fabbricò  la  Roc- 
ca possente,  che  dalla  sua  forma 
in  un  alla  villa  prese  poi  il  nome 
di  Stellata:  ma  una  guerra  più 
micidiale  fece  all'  Italia  in  quell'an- 
no la  peste. 

Divenuto    Pontefice    Urbano    V 
tentò   di    vincere    Bernabò    anche 
colle  armi    spirituali  della    scomu- 
nica,   sebbene  la    sconfitta   ch'eb- 
be   dai  collegati    servi   ad   avvilir- 
lo ,    da    cui  derivò    la    salvezza  di 
Bologna  ,    e    degli    altri    stati    del- 
la Chiesa,  e  fu  fatta  la  pace,  solo 
frastornata    dai  terremoti,    e    dalle 
rotte  del  Po.  Nel   i366   Nicolò   II 
con  nobile  accompagnamento,  per 
divozione  si  portò  in  Roma,  e  po- 
scia passò  in  Avignone,  ove   temen- 
do per  lo  stato  di   Modena   la  fe- 
de   dubbia  di    Bernabò,  conchiuse 
con   Urbano  V,  e  cogli  ambascia- 
tori   de' principi,  una    lega  per  la 
comune  difesa,  e  per  liberar  l'Italia 
dai  masnadieri.  Ma  per   tenere   in 
fieno  il  Visconti,    e    liberar  l' Ita- 
lia da  tanti  disordini,  fu  fatto  ri- 
flettere   al    Papa     eh'  era    d' uopo 
restituir    la  residenza    pontificia  in 
Roma,  e  ciò  principalmente  a  con- 
siglio dell'Estense.  Le    locuste    de- 
solarono il  Ferrarese,  come  i  grilli. 
Finalmente  Urbano  V  si  determi- 


FER 
nò  di  portarsi   in  Roma,    e  Nico- 
lò II  prima    trattò   splendidamen- 
te in  Modena  alcuni  cardinali  che 
per    la  via   di    terra  seguivano  il 
Pontefice,  e  giunto  questo  a  Viter- 
bo   si   condusse  ad    ossequirlo,  ve- 
nendo ricevuto    con    istraordinaria 
amorevolezza,  ed  ivi  fu  stabilitala 
memorata  lega.  Tornato  in  Ferra- 
ra il  marchese  alloggiò  nel  suo  pa- 
lazzo Amadeo  VI   conte    di   Savo- 
ia, e  poi  l'accompagnò  a  Viterbo, 
trovando  il  Papa  che  con   magni- 
fico corteggio    s'avviava  per    Ro- 
ma. La  guardia  di  sua  persona  fu 
commessa  al  marchese,  ed  al  Ro- 
berti   da  Reggio  maresciallo   delle 
truppe  ferraresi .  Il    conte    di  Sa- 
voia, con  Brasco  marchese   d'  An- 
cona,   addestrarono  il  cavallo    del 
Papa;    Ridolfo  Varano   signore  di 
Camerino  portò  il  gonfalone  della 
Chiesa,    e  le  chiavi  sopra    il  capo 
d' Urbano  V,  e   Malalesta  Unghe- 
ro  signore  di    Rimini   comandò  le 
genti  d'  arme    pontificie.    Con    si 
maestoso    apparato    a'  16   ottobre 
entrò    in  Roma  la  nobilissima  co- 
mitiva, e  se    ne  andò   a  s.  Pietro, 
ove  il  Papa   appena  smontato,  or- 
dinò all'Estense  che  in  onore   dei 
ss.  apostoli  creasse    dodici   cavalie- 
ri a  sperone  d'oro;  onde  stando  il 
marchese  sulla  porta  della  basilica , 
conferì    subito    quell'onore    a    sei 
italiani,    ed    a    sei  tedeschi,    e  pel 
primo  al  suo    maresciallo  Roberti. 
Il  marchese  per  alcuni  giorni  ten- 
ne   la  guardia    della    piazza    di  s. 
Pietro ,  e  finalmente  carico  di    se- 
gnalati onori  si  restituì  a  Ferrara. 
Quivi  accolse    il    cardinal  Angelico 
fratello    di  Urbano  V ,    e  legato  di 
Bologna,    coi    principi    della    lega , 
tutti  Nicolò  II  trattandoli  colla  splen- 
didezza e    magnanimità    tutta   pro- 
pria degli   Estensi  Intanto    il  Pa- 


FER 

pa  in  premio  di  tante  dimostra- 
zioni, a' 3  aprile  i368  spedì  al 
marchese  un  breve,  in  cui  facendo 
menzioue  della  principal  comparsa 
da  lui  fatta  nell'  ingresso  di  Roma, 
concedette  a  lui,  ad  Ugo,  e  ad 
Aldobrandino  od  Alberto  suoi  fra- 
telli, non  che  ai  loro  discendenti 
maschi  per  linea  maschile  in  infi- 
nito, il  privilegio  privativo  rispet- 
to a  tutt' altri,  fuori  die  ai  re,  di 
precedere  col  loro  seguito  la  per- 
sona del  Papa,  qualora  si  trovasse- 
ro ad  una  simile  solenne  entrata, 
e  inoltre  la  facoltà  di  spiegar  sol- 
tanto le  bandiere  proprie,  e  di 
custodire  per  tutto  quel  giorno  la 
piazza  vicina  all'abitazione  ove  an- 
dasse a  posare  sua  Santità. 

Incominciarono  le  ostilità  con 
Bernabò,  che  sul  Po  presso  Bor- 
goforte  battè  e  disperse  la  flotta 
ferrarese.  In  quel  mentre  Carlo  IV 
con  gran  seguito  fece  alto  a  Co- 
negliano ,  ove  Nicolò  II  corse  ad 
inchinarlo,  e  l'imperatrice  fu  in- 
contrata a  Ficarolo  dal  marchese 
Ugo,  ove  pur  giunse  Carlo  IV. 
Ivi  si  fece  la  massa  delle  truppe 
collegate,  che  arrivarono  al  nume- 
ro di  trenta  a  cinquanta  mila  com- 
battenti; e  prima  d'  intraprendere 
la  guerra  il  cardinal  legato  pub- 
blicò la  crociata  contro  i  Viscon- 
ti, che  riuscì  inutile  perchè  venne 
guadagnato  l' imperatore  col  dena- 
ro di  cui  penuriava;  ebbe  luogo 
una  tregua,  e  il  licenziamento  di 
sue  truppe,  passando  quel  princi- 
pe in  Roma.  Immense  furono  le 
spese  degli  Estensi  per  tanti  inu- 
tili accampamenti,  e  passaggi  di 
personaggi,  fra' quali  va  noverato  il 
re  di  Cipro  Pietro  I.  I  collegati 
ben  si  avvidero  della  poca  dispo- 
sizione di  Carlo  IV  di  assisterli,  il 
perchè  acconsentirono  ad  un  acco- 


FER  89 

modamento.  Stabilita  così  la  cal- 
ma all'Italia,  l'imperatore  colla 
moglie  passarono  a  Bologna,  don- 
de andò  a  levarli  Nicolò  II,  e  nel- 
la solenne  cavalcata  con  cui  a'  14 
febbraio  1369  entrarono  in  Fer- 
rara, il  marchese  con  Malatesta 
Unghero  addestrò  il  cavallo  di  Car- 
lo IV,  mentre  Ugo  ed  Alberto 
marchesi  suoi  fratelli  tennero  la 
briglia  di  quello  dell'  imperatrice. 
Ugo  morì  nel  i3yo  con  generale 
dispiacere,  anche  di  Francesco  Pe- 
trarca, pel  quale  il  defunto  avea 
grande  amorevolezza.  Avendo  Car- 
lo IV  tolta  Lucca  ai  pisani,  vole- 
va cederla  agli  Estensi,  ma  ciò  non 
si  effettuò .  Macchinando  sempre 
Bernabò  d'ingoiar  l'Italia,  col  Pa- 
pa ed  altri  signori  si  venne  a  nuo- 
va confederazione  contro  di  lui;  ma 
non  felici  successi,  e  il  ritorno  di 
Urbano  V  in  Avignone  consiglia- 
rono la  pace,  che  fu  come  le  pre- 
cedenti di  corta  durata,  ed  il  Fer- 
rarese fu  danneggiato  dai  Visconti, 
come  il  Modenese,  e  nella  batta- 
glia di  Reggio  de' 2  giugno  1372, 
essendo  Pontefice  Gregorio  XI,  i 
collegati  furono  dispersi,  indi  suc- 
cessero diversi  fatti  con  diversa  for- 
tuna. In  questo  anno  Nicolò  II  e 
suo  fratello  Alberto  od  Aldobran- 
dino ebbero  da  Gregorio  XI  nuova 
conferma  pel  vicariato  di  Ferrara: 
il  censo  rimase  qual  era  prima, 
ma  l'investitura  fu  a  vita  de' mar- 
chesi, e  ciò  con  nuovo  esempio. 
Gli  ambasciatori  degli  Estensi  man- 
dati perciò  a  Bologna  confessaro- 
no al  cardinal  legato  Pietro  Bitu- 
ricense  o  dallo  Stagno,  con  pubbli- 
co istromento,  che  la  città  di  Fer- 
rara col  suo  territorio  appartene- 
va alla  Sede  apostolica  ,  obbligan- 
dosi all'annuo  pagamento  di  dicci 
mila  fiorini  d' oro,  e    al  inameni- 


9° 


FER 


incuto  di  cento  cavalieri  pel  ser- 
vizio del  Papa,  nello  spazio  di  set- 
tanta miglia.  Così  il  Rinaldi  al- 
l'anno  i^ya,  num.   3,  4- 

Continuando  le    guerre    coi  Vi- 
sconti, i  fiorentini  temendo  che  Gre- 
gorio XI  volesse  loro  togliere  Prato, 
slimolarono  alla  ribellione  i  sudditi 
della  Chiesa,  facendo  lega  con  Giovan- 
na I  regina  di  Napoli,  coi  Visconti,  ed 
altri,  e  hen   presto  ottanta  tra  città 
e  fortezze  si  sottrassero  dal    domi- 
nio papale.    L' arcivescovo   di   Ra- 
venna   Pileo  di    Prata,  non    aven- 
do forze  da  contener  le  sue  castel- 
la ,    die  Lugo    ai   marchesi    Nicolò 
ed  Alberto,  e  ad  Obizzo  lor  nipote, 
coli'  annua  pensione  di  cinquecento 
fiorini  d'oro,  tutto    approvando  da 
Avignone     Gregorio     XI  .     Questi 
fulminò  di  scomunica    i    collegali, 
massime  i  fiorentini    e  i   sollevati, 
inviando  in   Italia  alla  testa  di  una 
armata  di  brettoni,   il  famoso  car- 
dinal Roberto  di   Ginevra,  poi  anti- 
papa Clemente  VII;  ma  la  ferocia 
de'soldati  e  del  legato  inasprì  mag- 
giormente i  popoli.  Intanto  il  Papa 
vinti  tutti  gli  ostacoli  partì  dalla  Pro- 
venza, e  a'  1 7  gennaio   1 377  mae- 
stosamente   entrò  in  Roma,  rista- 
bilendovi   la    pontificia    residenza. 
11  bisogno  di    pagare  i    soldati  co- 
strinse il  legalo  a   portarsi  a  Fer- 
rara, ove  vendè  Faenza   per  qua- 
rantamila fiorini  a  Nicolò   li,   che 
poco     ne    godè,     perchè     Astorgio 
Manfredi,  coli'  aiuto  di  Rernabò  e 
de'  fiorentini,  se    ne  rese    padrone. 
Morto  nel    1 378  Gregorio    XI   gli 
fu  dato  in  legittimo  successore  Ur- 
bano VI;  ma  poco   dopo    insorse 
il    pseudo  -  papa     Clemente    VII , 
che    sebbene  fòsse    grande    amico 
di     Nicolò    II  ,     questi    restò    nel- 
1'  ubbidienza  del  vero  Pontefice.  Lo 
antipapa    passò    in    Avignone  e  vi 


FER 

sostenne  il  noto  lungo   e    lagrime- 
vole    scisma    eh'  ehbe    le    più  terri- 
bili   conseguenze .    Bagnacavallo    e 
Cotignola  nel    1 38 1    per  la  prima 
volta    divennero    ragioni  degli    E- 
stensi,   che  nelP  anno  seguente  fu- 
rono afflitti  dalla  peste,  mentre  in 
Milano  morì  Francesco  d'  Este,  la- 
sciando suo  erede,   e  la  vana   spe- 
ranza    di    signoreggiare    in  Ferra- 
ra   ad    Azzo    suo    figlio.  Nell'anno 
1 385  malcontento  il  popolo  ferra- 
rese   per    le     gravezze    che   gli  E- 
stensi  eransi  trovali    in  necessità  di 
gravarlo,  si  ribellò  gridando  mor- 
te a  Tommaso  di  Tortona  giudice 
de'  savi,  che  ne  reputava  autore  e 
consigliere,    il   quale    ad  onta  del- 
l' interposizione     degli    Estensi     fu 
fatto    a  pezzi ,  ed     i     gabellieri     e 
gli   uffizi    loro    furono  grandemen- 
te  malmenati.  I   marchesi  si  rego- 
larono con    disinvoltura  e  pruden- 
za, e  poco    a  poco    fecero  ribassa- 
re le  gabelle,  non  senza  far  segre- 
ta inquisizione  de'  principali  auto- 
ri del  tumulto;  indi  con  occhio  an- 
tiveggente Nicolò   II  incominciò    ad 
edificare  il  castello  ora  abitato  dai 
cardinali  legati ,     per    residenza    ed 
asilo  de'  marchesi ,  facendovi    pian- 
tar delle  artiglierie.  Il  popolo  rima- 
se atterrito,  ed  allora  furono    seve- 
ramente puniti  i  capi    della    rivol- 
ta. Bernabò  morì  in  prigione ,  per 
opera  del  nipote  Gio.  Galeazzo  che 
alleossi  cogli  Estensi,    e    Nicolò    li 
terminò  i  suoi  giorni  a"    26    mar- 
zo   1 388,  e  con  tal  compianto  che 
celebrandosi  nel  dì  seguente  il  suo 
funerale,  benché  venerdì  santo,   tut- 
te   le    campane   della    città    e    dei 
borghi  suonarono    a     morto ,  e  gli 
storici  colmarono    la    sua   memoria 
de' maggiori    elogi.     Rimase    il  do- 
minio degli  stati  Estensi  al  suo  fra- 
tello  marchese  Alberto,  che  alcuni 


FER 

pur  chiamarono  Aldobrandino,  già 
compreso  nell' investitura  del  1872; 
e  ne  prese  solenne  possesso  cou 
cavalcata  a'  28  marzo,  entrando 
nel  duomo  ad  ore  22,  ove  si  can- 
tò messa  solenne  ad  onta  dell'  ora 
tarda.  Cospirando  Obizzo  suo  ni- 
pote contro  la  vita  ed  il  potere  di 
lui,  lo  fece  decapitare  in  un  alla 
madre,  e  del  pari  furono  severa- 
mente puniti  i  congiurati.  Gio.  Ga- 
leazzo restituì  Este  ed  il  suo  terri- 
torio ad  Alberto,  che  i  padovani 
centosetlantacinque  anni  prima  ave- 
vano tolto  alla  famiglia,  ma  a  titolo 
di  feudo ,  dovendo  seguire  le  sue 
guerre,  anco  contro  i  veneti  suoi  ami- 
ci; ma  preferendo  il  marchese  la 
pace,  si  sciolse  dall'alleanza,  e  re- 
stò neutrale. 

Correndo  l'anno    1390  il    mar- 
chese per  divozione  intraprese  il  viag- 
gio di  Roma  con  decoroso  seguito, 
tutti  vestili  in  abito  di  penitenza  cioè 
di  panno  berrettino  con  bordone  so- 
pra, e    dello    stesso    colore    erano 
tinte  le    lancie    delle    guardie    sti- 
pendiariej  le    bandiere,    i  pennon- 
celli,  e  tutt'  altro,    giacché  era    un 
pellegrinaggio    pio    per    lucrare    le 
indulgenze  dell'anno  santo  conces- 
se da  Bonifacio  IX,  e    perciò  non 
sembra  probabile  che  ciò  avvenis- 
se nell'  anno  seguente  come  alcuni 
scrissero.  Alberto  fu  incontrato  al 
modo  che  dicemmo    al  volume  II, 
pag.    109  del  Dizionario  j  ed  accol- 
to benignamente  dal  Papa,  poi   lo 
fece  accompagnare  ai  preparati  al- 
loggi. Nel  di    seguente  il  marche- 
se, e  i  principali  suoi  cavalieri  fu- 
rono ammessi  all'  ouore  di  pranza- 
re con  Bonifacio  IX,  che  gli  con- 
cesse   tutte    le   grazie    che  gli    do- 
mandarono: condonò  ad  Alberto  i 
censi  non  pagati  per    Ferrara;  le- 
gittimò  Nicolò  suo  figlio,  che  eom- 


FER  gì 

prese  per  apostolico  privilegio  nel- 
l' investitura  che  rinnovò  al  padre; 
prese  provvidenza  sui    beni    eccle- 
siastici che    passassero  in  mano  dei 
secolari ,     ed    eresse    in    università 
pontifìcia  lo  studio  di  Ferrara,  sic- 
come dicemmo  di    sopra  ,  e    donò 
ad  Alberto  la  rosa  d'  oro  benedet- 
ta. Carico  di  tanti  onori  e.  benefi- 
zi partì  da  Roma   il    marchese,    e 
con    lui     tripudianti   ne    furono    i 
ferraresi;     ricevendo     il    marchese 
festevole  accoglienza  e  doni  a  Fi- 
renze ed  a  Bologna  ,  venendo   ce- 
lebrato a  Ferrara    il    suo    ritorno 
quale    lieto    avvenimento,   che    fu 
seguito   dall'  erezione  di    nobili     e- 
difìzi  a  spese  del  marchese.   Il  po- 
polo ferrarese  per  gratitudine  eres- 
se ad   Alberto   una  statua  di    mar- 
mo,  rappresentandolo  coli' abito  pe- 
nitente cui  si  portò  in  Roma,    e  in 
tal   modo  pure    il    rappresentarono 
nella   medaglia  che    fecero    coniare 
a  suo  onore.  Avvicinandosi  il    suo 
fine,  stando  Alberto  in  letto,  a' 24 
luglio    i3g3,    chiamò    a  sé  Nicolò 
suo  figlio  d' anni  dieci,    e    lo  creò 
cavaliere,  dandogli  secondo  la  con- 
sueta cerimonia  due  leggieri   schiaf- 
fi  nelle  guancie,    quindi     due    ca- 
valieri gli  strinsero  gli  speroni  d'oro 
e  gli  cinsero  la  spada.  Fece  poscia 
testamento  ,  e    lasciò  erede    Nicolò 
de' beni    dello    stato,    e    perchè    si 
prevedevano  al  fanciullo    contrasti 
nel  dominio  per  parte  di   Azzo  E- 
stense  nato  da  Francesco,  e  da  una 
Visconti,  e  perciò    spalleggiato    da 
Gio .    Galeazzo,    si    prese    il  saggio 
consiglio    di    farlo    riconoscere    dai 
sudditi,    vivente  ancora    il    padre, 
ciò  che  fu  fatto  con  solennità,  apren- 
dosi le  carceri  del  comune    e    del 
castello.  Si  spedì  alle  potenze  ami- 
che, acciocché    mandassero  rinforzi 
di  truppe,  e  mentre  queste  giunsero 


9i  FER 

a*  3o  luglio  spirò  il  marchese,  ed 
il  popolo  dopo  di  avere  assistito  ai 
suoi  funerali  nella  solita  chiesa  di 
s.  Francesco,  si  radunò  nel  corti- 
le di  corte  ed  acclamò  Nicolò  III 
suo  signore ,  cui  il  comune  gli 
rimise    il  bastone  del  comando. 

Azzo  subito  profittando  de'nu- 
merosi  suoi  partigiani,  volle  soste- 
nere le  proprie  ragioni  procuran- 
dosi alleanze,  mentre  nel  i3g4 
Bonifacio  IX  rinnovò  l'investitura 
di  Ferrara  a  Nicolò  III  per  tutta  la 
■vita  di  lui,  coli' annuo  censo  di  die- 
cimila fiorini  di  camera,  oltre  a  cen- 
to uomini  stipendiati  in  caso  di  bi- 
sógno in  servigio  della  santa  Sede. 
Intanto  i  tutori  e  il  consiglio  del 
giovine  marchese  fortificarono  Fer- 
rara, e  i  luoghi  di  pertinenza  del 
loro  signore,  spiando  le  mosse  del 
pretendente;  ma  per  tante  spese 
essendo  esausto  Terrario,  anche  per 
le  condonazioni  usale  dal  defunto 
con  diverse  comunità,  bisognò  im- 
pegnare varie  terre:  le  prigioni  si 
riempirono  di  ribelli,  e  molti  fu- 
rono puniti  coli 'estremo  supplizio, 
alternandosi  tuttavia  le  congiure 
contro  Azzo,  e  contro  Nicolò  III. 
Dopo  vari  combattimenti ,  il  con- 
siglio inviò  contro  ad  Azzo  un 
corpo  di  truppe,  affidandone  il  co- 
mando ad  Astorgio  Manfredi,  che 
a  Portomaggiore  sbaragliò  i  ri- 
belli e  fece  prigioniere  lo  stesso 
Azzo.  Il  vincitore  fu  ricevuto  in 
Ferrara  dal  popolo  con  vive  ac- 
clamazioni, ed  Azzo  fu  mandato 
in  Faenza  sotto  la  custodia  del  con- 
te Corrado,  che  lo  aveva  arrestato, 
■venendo  premiato  Astorgio,  e  quel- 
li che  avevano  cooperato  alla  vit- 
toria, e  puniti  i  ribelli  che  resta- 
rono prigionieri,  con  tutto  il  rigo- 
re, dandosi  agli  altri  il  bando  per- 
petuo.   Ciò   non    pertanto  non  ces- 


FER 

so  lo  spìrito  di  rivolta,  né  le  se- 
dizioni, porgendo  alimento  a  tanto 
fuoco  il  Visconti  che  aveva  conse- 
guito il  titolo  di  duca  da  Vence- 
slao  re  de'  romani.  Nicolò  III  si 
sposò  con  Gigliuola  da  Carrara  fi- 
glia del  signore  di  Padova  Fran- 
cesco Novello,  e  coi  collegati  so- 
stenne aspra  guerra  col  Visconti. 
Azzo  non  lasciò  di  tendere  insidie, 
e  dalla  prigione  di  Faenza  passò 
a  quella  de' veneziani  che  lo  man- 
darono a  Candia,  obbligandosi  Ni- 
colò III  pagar  alla  repubblica  tremila 
fiorini  d'oro  annui  :  ciò  avvenne  nel 
i4°°  in  cui  ebbe  pur  luogo  la  pa- 
ce tra  il  duca  di  Milano,  e  i  col- 
legati. 11  marchese  si  portò  a  Mi- 
lano a  trovare  Gio.  Galeazzo ,  che 
poco  dopo  mori,  dando  così  la  sua 
casa  un  gran  crollo.  Allora  Boni» 
facio  IX  s'  avvisò  essere  tempo  di 
ricuperare  Bologna,  e  i  luoghi  u- 
surpati  dal  Visconti  alla  Chiesa,  fe- 
ce lega  con  alcuni  potentati,  nomi- 
nò legato  il  cardinal  Cossa,  poi 
Giovanni  XKIII,  fece  chiedere  al- 
l' Estense  i  soccorsi  dovuti  come 
vassallo  della  Sede  apostolica,  an- 
zi lo  deputò  capitano  generale  in 
tal  impresa.  Giunto  a  Ferrara  il 
legato,  il  marchese  gli  presentò  le 
chiavi  della  città,  e  sotto  il  bal- 
dacchino fu  portato  al  palazzo  del 
Paradiso.  Si  concertò  ivi  il  piano 
delle  operazioni  e  per  meglio  gua- 
dagnar Nicolò  III,  il  cardinale  gli 
promise  la  restituzione  di  Nonan- 
tola  e  Bazano,  date  in  pegno  ai 
bolognesi,  gli  diminuì  il  censo  che 
pagava  alla  camera  apostolica,  gli 
assegnò  l' annuo  stipendio  di  dodi- 
cimila fiorini  pel  generalato,  oltre 
alle  promesse  di  assisterlo  a  ricu- 
perare Beggio  e  Parma. 

Partì  l' esercito    per  Bologna,    e 
dopo  alcuni  fatti  d'armi,   la  vedo- 


FER 

va  di  Visconti  restituì  alla  Chiesa 
Bologna,  Perugia  ed  Assisi.  11  le- 
gato non  mantenne  le  promesse, 
e  nacque  perciò  rottura  coll'Esten- 
se,  il  quale  si  unì  al  suocero  con- 
tro Milano,  per  cui  ebbe  nemici 
anche  i  veneziani  contrari  al  Car- 
rarese; ed  il  marchese  si  distinse 
per  "valore  e  prodezze  nelle  suc- 
cessive azioni  guerresche.  I  veneti 
piombarono  sul  Ferrarese,  ed  in- 
cendiarono Comacchio,  ed  il  mar- 
chese con  più  maturo  consiglio  nel 
i4o5  piegò  alla  pace,  anche  nel 
timore  che  Azzo  faceva  accordi  col 
cardinal  legato  per  cedergli  Mode- 
na, se  l'avesse  messo  in  possesso  di 
Ferrara  col  solito  censo.  Le  condi- 
zioni dell'accordo  le  riporta  il  Friz- 
zi al  tom.  Ili,  pag.  388.  Il  Car- 
rarese andò  nelie  furie  vedendosi 
abbandonato  dal  genero,  ed  i  vene- 
ti acquistarono  Padova,  terminan- 
do quella  possente  famiglia  nella 
nobile  Papafava.  Nel  i4o8  l'Esten- 
se accolse  in  Ferrara  Alfonso  che 
fu  poi  re  di  Portogallo,  chiamato 
l'africano  per  le  vittorie  riportate 
sui  mori.  Mentre  regnava  Grego- 
rio XII,  e  sosteneva  lo  scisma  l'an- 
tipapa Benedetto  XIII ,  i  cardinali 
de'due  collegi  si  riunirono  in  con- 
cilio a  Pisa  per  deporli,  e  nell'an- 
no 1409  in  vece  elessero  Alessan- 
dro V.  Tra  i  principi  che  inviaro- 
no ambasciatori  al  concilio,  vi  fu 
Nicolò  III,  il  quale  in  questo  tem- 
po conquistò  Parma  e  Reggio. 
Non  è  facile  a  descrivere  le  feste 
sagre  e  profane  celebrate  in  Fer- 
rara per  sì  giulive  occasioni.  Tra 
quelli  che  riconobbero  Alessandro 
V ,  va  noverato  il  marchese  che 
andò  sino  a  Pianoro  ad  ossequiar- 
lo, quando  nel  gennaio  i4'o  il 
Papa  si  recò  a  Bologna.  Quivi 
Alessandro   V,  e  il    cardinal  Cossa 


FER  93 

che  tutto  reggeva  in  quel  pontìG- 
cato,  e  teneva  in  molta  stima  Ni- 
colò III,  questi  chiamarono  per 
conferire  sulla  occupazione  di  For- 
limpopoli  e  Forlì  fatta  da  Giorgio 
Ordelaffi ,  ed  ebbe  in  dono  dal 
Pontefice  la  rosa  d'oro  benedetta. 
Morì  in  Bologna  Alessandro  V,  ed 
ivi  a' 17  maggio  di  detto  anno  gli 
fu  dato  in  successore  il  Cossa  che 
prese  il  nome  di  Giovanni  XXIII. 
Nelle  turbolenze  della  Chiesa  ecci- 
tate da  Ladislao  re  di  Napoli,  dai 
ribelli  di  Romagna,  e  dai  deposti 
Gregorio  XII,  e  Benedetto  XIII, 
giudicò  Giovanni  XXIII  di  di- 
chiarare capitano  generale  il  fer- 
rarese Uguccione  Contrario,  già  ge- 
nerale maresciallo  della  Chiesa.  In 
Bologna  la  notte  del  s.  Natale,  al- 
la celebrazione  della  sua  messa  in 
s.  Anastasia,  il  Papa  fece  cantar 
l'epistola  ad  Uguccione,  gli  confe- 
rì la  detta  eminente  dignità,  gli 
consegnò  il  gonfalone  della  Chie- 
sa, col  comando  di  mille  lancie 
e  di  mille  fanti,  aggiungendo  il 
dono  di  un  cappello  ornalo  di  per- 
le, e  di  una  ricca  spada.  Siccome 
Sforza  Attendolo  era  passato  agli 
stipendi  di  Nicolò  III  ,  tra  gli  al- 
tri premi  di  cui  fu  largo  ai  ser- 
vigi da  lui  ricevuti,  ed  anco  in  i- 
sconto  di  quanto  gli  doveva,  gli  ce- 
de Cotignola  sua  patria,  che  Gio- 
vanni XXI li  poi  eresse  in  contea, 
e  ne  investì  esso  Sforza,  Francesco 
ed  altri  suoi  figli  per  l'annua  ri- 
cognizione d'  uno  sparviero.  Passa- 
to il  Papa  a  risiedere  nel  1 4- 1  1 
in  Roma,  Bologna  si  ribellò,  come 
fece  Forlì  che  si  die  ali  Estense,  il 
quale  con  intelligenza  del  Papa  la 
cede  al  mentovato  Ordelaffi.  Appro- 
fittò di  tale  lontananza  di  Giovan- 
ni XXI II  Carlo  Malatesta  signore 
di  Riiuini,  grande    e  costante  fan- 


94  FER 

tore  di  Gregorio  XII ,  occupando 
vari  castelli;  finalmente  il  mar- 
chese riebbe  Nonantola,  e  tolse  al 
Pallavicino  Borgo  s.  Donnino,  at- 
tribuendogli alcuni  l'erezione  della 
università  in  Parma.  Nel  i4i3 
venne  divozione  a  Nicolò  III  di 
imprendere  il  pellegrinaggio  di  Ge- 
rusalemme, lasciando  Uguccione  al 
governo  de' suoi  stati,  ove  ritornò 
felicemente,  ricusando  le  vantaggio- 
se offerte  del  re  di  Napoli ,  che 
voleva  guadagnarlo.  Reduce  Gio- 
vanni XXIII  da  una  conferenza  con 
Sigismondo  re  de' romani,  per  ce- 
lebrar il  concilio  di  Costanza,  onde 
por  fine  al  calami  toso  scisma,  a'  1 8  feb- 
braio 1 4-  •  4-  pomposamente  entrò  in 
Ferrara, cavalcando  un  cavallo  bianco 
addestralo  dal  marchese  e  da  Uguc- 
cione. Dal  duomo  il  Papa  si  recò 
al  palazzo  d'Este  a  piedi,  servendo- 
lo Nicolò  III  in  figura  di  cauda- 
tario. Passati  sei  giorni  il  Pontefi- 
ce s'avviò  a  Bologna,  mentre  l'E- 
stense intraprese  la  visita  de'  san- 
tuari di  Loreto  e  di  Compostella, 
ovvero  di  s.  Antonio  del  Delfinato. 
In  Piemonte  fu  a  tradimento  ar- 
restato da  Manfredo  del  Carretto 
marchese  di  Ceva,  e  bisognò  ob- 
bligarsi al  pagamento  di  undici 
mila  ducati  per  la  liberazione;  ma 
sopraggiunto  il  conte  Amadeo  di 
Savoia,  Nicolò  III  eroicamente  si 
interpose  per  1'  infame  Manfredo, 
senza  pagar  nulla;  il  castello  fu 
spianato ,  il  castellano  perde  la 
testa,  ed  il  marchese  ritornò  fra 
suoi    con  general    tripudio. 

Al  concilio  di  Costanza,  che  fu 
il  principale  avvenimento  del  se- 
colo XV,  tra  gli  ambasciatori  dei 
principi,  ve  ne  furono  due  dell'E- 
stense: esso  incominciò  a'5  novem- 
bre i4>4  ?  e  terminò  dopo  la  de- 
posizione   di    Giovanni    XXI li,    la 


FER 

scomunica    dell'antipapa    Benedetto 
XIII,   l'eroica    rinunzia    di    Grego- 
rio XII,  coll'elezione  di  Martino  V 
che  seguì  agli    il    novembre  14.17, 
mentre  la    peste    infuriava  in  Fer- 
rara, e  forse  ne  fece  vittima  la  mo- 
glie del  marchese,  che  invece  si  sposò 
con  Parigina  figlia  di  Malatesta  dei 
Mala  testi  di  Rimini.  Tolto  lo  scisma 
alla  Chiesa,  Martino  V  da  Mantova 
agli  8  febbraio  i4*9  passò  in  Ferra- 
ra,   ove    fece    il    solenne    ingresso, 
venendo  accolto  con  sommo  onore 
da  Nicolò  III.    E    probabile  che  il 
Papa  gli  accordasse  qualche  dimi- 
nuzione del  censo  sul  vicariato,  ed 
il   marchese  s' interpose    pei  ribelli 
bolognesi.  Stando  in  Ferrara  Mar- 
tino   V   ordinò    che    si   dassero    al 
duca  di  Baviera   trenta  mila  scudi 
d'oro,  per  la    custodia  e    prigionia 
del  Cossa    già    Giovanni  XXIII;  e 
nel  dì  stesso  o  nel  seguente  il  Pa- 
pa proseguì  il  suo  viaggio  per    Fi- 
renze. Nel   i4?o    l'Estense  cede  al 
duca  di  Milano    Parma,  e  ritenne 
Reggio  colla  giunta  di  ventotto  mi- 
la fiorini  d'oro.  Nell'anno  seguente 
Argenta  col  suo  territorio,  fu  data 
in  stabile  vicariato  agli   Estensi  dal- 
l' arcivescovo    di  Ravenna,  con    al- 
cune condizioni,    e    I'  approvazione 
del  cardinal  legato  di  Bologna.  Fa- 
tale   fu  l'anno     ì/^-ì.5    per    Nicolò 
III:  aveva  egli  Ugo  figlio    natura- 
le nato  da  Stella    dell'  Assassino  o 
Tolomei   di   Siena,    di  bell'aspetto 
e  di  amabili  costumi,  il  quale  ben- 
ché   da     lui    teneramente    amato , 
con    ripugnanza    era   trattato  dalla 
matrigna    Parisina.  A  vincere    tale 
avversione    il    marchese    volle   che 
ambedue  facessero  assieme  un  viag- 
gio,   donde  ne  nacque  un  estremo 
reciproco  amore.    Avendo  ciò    sco- 
perto   il    marchese ,  dopo    formale 
processo,  ambedue  furono  condan- 


FER 
nati  a  morie,  né  Uguccione ,  né 
alili  riuscirono  con  lagrime  e  pru- 
denti osservazioni  rimuovere  l'ira 
inflessibile  di  Nicolò  III.  Nelle  pri- 
gioni dunque  del  castello  ,  che  so- 
no quelle  terribili  che  si  vedono 
sotto  la  stanza  detla  dell'Aurora, 
a  pie  della  torre  de'leoni  sul  prin- 
cipio della  Giovecca,  la  notte  del 
21  maggio  fu  decapitato  Ugo,  e 
poi  Parisina,  la  quale  ad  ogni  pas- 
so credeva  morire  in  un  traboc- 
chetto: domandò  che  fosse  avve- 
nuto di  Ugo,  e  le  fu  riposto  che 
era  già  morto;  allora  l'appassiona- 
ta donna  esclamò:  adesso  né  io 
vorrei  più  vivere.  11  marchese  ve- 
gliò tutta  quella  tetra  notte,  e  pas- 
seggiando chiese  una  volta  al  ca- 
pitano del  castello  se  Ugo  era  an- 
cor morto,  ed  egli  rispose  si.  Al- 
lora diede  nelle  più  disperate  furie 
ed  esclamò  :  fa  ch'io  pure  sia  mor- 
to giacche  ho  precipitata  tal  riso- 
luzione contro  il  mio  Ugo.  Quindi 
rodendo  co'denti  una  bacchetta  che 
teneva  nelle  mani,  passò  il  resto 
della  notte  in  sospiri  e  pianto,  chia- 
mando spesso  il  suo  caro  Ugo.  L'a- 
mor paterno  vinse,  sebbene  troppo 
tardi,  la  più  funesta  delle  passioni! 
Tuttavolta  a  sua  giustificazione,  ne 
avvisò  del  fatto  tutte  le  corti  di 
Italia. 

Nel  1426  Nicolò  III  ebbe  dal- 
la repubblica  di  Venezia  le  inse- 
gne, e  il  bastone  del  comando  per 
la  guerra  contro  il  duca  di  Mila- 
no ;  ma  l'Estense  si  fece  rappre- 
sentare da  Nanne  Strozzi  suo  ge- 
nerale, con  un  corpo  di  ferraresi, 
che  vi  perde  la  vita  ;  la  guerra  non 
fu  ili  lunga  durata,  e  dopo  di  a- 
ver  perduto  il  milanese  ottanta 
fortezze  si  fece  la  pace.  Nel  i429 
Nicolò   111  fece    legittimare  da  Mar* 


l'Eli  9  ~> 

to  pure  da  Stella,  ed  uno  de'  suoi 
naturali,  e  come  il  maggiore  di  essi, 
in  mancanza  di  legittimi,  lo  destinò 
suo  successore,  e  per  moglie  gli  die 
Margherita  Gonzaga,  e  n'era  ben 
degno  siccome  allevato  nelle  armi 
da  Braccio  da  Montone  ,  e  dedito 
alle  lettere  a  segno,  che  poi  rac- 
colse corniole ,  gemme  intagliate, 
medaglie,  e  pitture  donde  ebb<r 
principio  la  famosa  galleria  Esten- 
se. Per  terza  moglie  Nicolò  111  spo- 
sò Rizzarda  figlia  del  marchese  di 
Saluzzo,  senza  che  ne  risentisse 
pregiudizio  Leonello  se  nascessero 
maschi.  Mentre  celebravasi  il  con- 
cilio di  Basilea,  nel  i433  l'impe- 
ratore Sigismondo  si  portò  in  Ro- 
ma per  essere  incoronato  da  Eu- 
genio IV,  e  nel  ritorno  in  Ger- 
mania giunse  per  acqua  a  Ferra- 
ra. Il  marchese  l' incontrò  ad  Ar- 
genta a' 9  settembre,  ed  a'  i3  Si- 
gismondo dichiarò  cavalieri  cinque 
figliuoli  dell'Estense,  cioè  Leonello, 
Borso  e  Folco  naturali,  ed  Ercole 
e  Sigismondo  legittimi,  l'ultimo  dei 
quali  avea  alzato  al  sagro  fonte 
come  di  recente  nato.  Prima  di 
partire  l'imperatore  rinnovò  al  mar- 
chese le  investiture  imperiali  dello 
Polesine  di  Rovigo,  ed  altri  feudi 
nobili  del  Modenese,  Reggiano  ec, 
comprendendovi  gran  parte  di  ca- 
stelli e  terre  della  Garfagnana,  che 
si  erano  all'Estense  dati  spontanea- 
mente. Intanto  il  marchese  colla 
sua  prudente  neutralità,  e  per  1  opi- 
nione che  godeva  faceva  lieti  i  sudditi 
del  mantenimento  della  pace:  quin- 
di nel  i434  pubblicò  una  pram- 
matica sud'  immodesto  vestire  del- 
le donne,  e  die  principio  al  pa- 
lazzo di  Belriguardo,  che  poi  di- 
venne una  delle  più  magnifiche 
delizie  d'Italia.   Se    fu   insigne  van- 


tino  \    il   suo    figlio  Leonello,  na-      to  di   Nicolò   111   il  dar  norma  col- 


9G  FER 

la  sua  prudenza  ed  autorità  ai  ga- 
binetti d' Italia ,  noi  fu  meno  in 
proteggere  la  Chiesa ,  e  i  diritti 
del  pontificato.  La  storia  del  cele- 
bre concilio  generale  tenuto  in 
Ferrara,  che  poi  dal  luogo  ove 
terminò  fu  detto  fiorentino,  ne 
somministra  la  più  luminosa  prova. 
Allorché  Eugenio  IV  vide  im- 
pugnata la  suprema  sua  autorità 
nel  concilio  di  Basilea  ch'ebbe  le- 
gittimo principio  nel  1 43  i,  delibe- 
rò di  convocarne  un  altro  in  Ita- 
lia per  opporlo  ad  esso,  ovvero 
trasferirne  la  convocazione  altrove. 
Scrisse  a  questo  effetto  alle  uni- 
versità di  Francia,  di  Spagna,  di 
Alemagna,  di  Polonia,  d'Italia,  e 
d'Inghilterra,  per  impegnarle  a 
mandarvi  i  principali  membri.  Con- 
temporaneamente il  Papa  provò  la 
consolazione  di  vedere  a'  suoi  piedi 
gli  ambasciatori  di  Giovanni  IV 
che  altri  dicono  VII  Paleologo  im- 
peratore d'Oriente ,  e  di  Giuseppe 
patriarca  di  Costantinopoli  ,  per 
chiedere  la  riunione  della  Chiesa 
greca  colla  latina,  tanto  da  esso 
bramata,  giacché  sino  dal  secolo 
IX  per  gli  errori  di  Fozio,  e  per 
altri  rimaneva  disgiunta,  e  per  im- 
petrare nel  tempo  stesso  i  più  va- 
lidi soccorsi  contro  i  formidabili  ot- 
tomani, da'  quali  l'impero  greco 
sino  d'allora  veniva  minacciato  del- 
l'estremo eccidio.  Profittò  Eugenio 
IV  di  quella  occasione,  e  da  Fi- 
renze ove  risiedeva  per  le  insidie 
di  Alfonso  V  d'Aragona  e  dei  ro- 
mani, nel  i436  si  trasferì  a  Bolo- 
gna. Ivi  convenne  nella  venuta  del- 
l' imperatore  greco,  del  suo  patriar- 
ca, e  prelati  orientali  al  nuovo  con- 
cilio, e  superate  molte  opposizioni 
dell'altro  di  Basilea,  giudicò  fra  le 
molte  città  proposte  per  tenervi 
l'augusta  adunanza,    la  più  oppor- 


FER 
tuna  quella  di  Ferrara,  anche  a 
cagione  dell'affezione  singolare  che 
per  lui  aveva  l'Estense.  A  ciò  si 
unirono  i  riflessi  dell'ampiezza,  del- 
la quiete,  dell'  abbondanza  de'  vi- 
veri, e  di  altre  particolari  favore- 
voli circostanze  combinate  in  que- 
sta città,  che  determinarono  Euge- 
nio IV  ad  intimarvi  nel  1 4^7  un 
generale  concilio,  con  disposizione 
del  primo  ottobre.  Dalla  parte  sua 
Nicolò  III  a'  14  novembre  emanò 
un  chirografo  col  quale  accordò 
per  l'adunanza  la  sua  città,  con- 
cedendo passaporto  ,  salvacondotti , 
esenzioni  di  gabelle ,  sicurezze ,  ed 
assistenza  per  le  abitazioni  e  vet- 
tovaglie a  chi  v'intervenisse.  Giun- 
se intanto  a  Ferrara  a' 7  gennaio 
i438  il  piissimo  cardinal  Nicolò 
Albergati  vescovo  di  Bologna,  de- 
stinato dal  Papa  a  presiedervi  colla 
dignità  di  legato;  e  siccome  molti 
prelati  latini  fino  al  numero  di 
quaranta  e  più  vi  comparvero  in 
egual  tempo,  così  agli  8010  gen- 
naio si  diede  principio  alla  prima 
sessione  nella  cattedrale  di  s.  Gior- 
gio, previa  una  processione,  e  mes- 
sa dello  Spirito  Santo  celebrata  dal 
vescovo  di  Ferrara  Giovanni  Ta- 
velli  da  Tossignano,  lodato  per  su- 
blimi virtù  e  santità  di  vita,  che 
v'  intervenne  insieme  ad  alcuni  ca- 
nonici e  beneficiati ,  e  fu  prescelto 
con  altri  de'  più  dotti  padri  a  sten- 
derne i  decreti  preliminari.  Dei 
ferraresi  oltre  a  questi,  ed  al  ve- 
scovo Boiardi ,  vi  fu  l'  arcivescovo 
di  Ravenna  Perondoli ,  il  vescovo 
di  Modena  Mainenti,  molti  teolo- 
gi, interpreti,  elettori  dell'universi- 
tà, come  fi*.  Agostino  da  Ferrara 
dell'ordine  de'  minori,  e  fr.  Paolo 
dell'ordine  de'  servi.  Altri  dicono 
che  1'  apertura  del  concilio  la  fece 
il  cardinal  Giuliano  Cesarmi. 


FER 

Nella    prima    sessione    vi    si  di- 
chiarò, che  il  sommo  Pontefice  a- 
vendo  trasferito  il  concilio  di   Ba- 
silea a  Ferrara,   questa  traslazione 
era  canonica,  e  quindi  che  il  con- 
cilio generale  di  Ferrara  era  legit- 
timamente adunato.  Va    però    no- 
tato, che  dopo  1'  arrivo    de'  greci , 
nessun  prelato ,    né    dottore   passò 
da  Basilea  a  Ferrara,  e  che  gli  am- 
basciatori tanto  dell'  imperatore  Si- 
gismondo, che  dei  re  e  degli  altri 
principi    che    vi    erano  dinanzi,    vi 
restarono  tutti,  e  che  il  re  di  Fran- 
cia Carlo  VII  proibì  che  ni  uno  dei 
suoi  sudditi  passasse  a  Ferrara,  col 
pretesto  di  assistere  al  concilio.  In 
una  parola  la  Francia,  la  Spagna, 
e  gli  altri  stati  aderivano    al   con- 
cilio di  Basilea ,    perchè   non   cre- 
dendolo   divenuto    conciliabolo,  lo 
ritenevano  in  vece  ecumenico  e  per- 
ciò lo  rispettavano.  Divisando  Euge- 
nio IV  di  portarsi    in   persona   al 
concilio   di  Ferrara,    stabili   prima 
in  Bologna  coi  procuratori   dell'E- 
stense alcuni  capitoli  a'  16  gennaio, 
i    quali    in    sostanza  contenevano  : 
che  il  marchese  e  i  ferraresi  avreb- 
bero per  vero   Papa   riconosciuto, 
difeso,  e  nella   loro  città    ricevuto 
co'  suoi  cardinali  e  famigliari  Eu- 
genio IV;  che  avrebbero  ad  essi,  e 
agli  imperatori,  se  vi    fossero  capi- 
tali, somministrate  le  abitazioni  gra- 
tuitamente, e  lasciate  passare  le  robe 
di  vitto  e    vestito  senza    gabella,  e 
che  l'abitazione  e  persona  del  Papa 
verrebbe  affidata  alle   fedeli    guar- 
die ferraresi  a  preferenza  delle  pon- 
tificie.   Eugenio   IV  partì    da   Bo- 
logna a'  2  3  gennaio  con  numeroso 
accompagnamento  di  cardinali,   pre- 
lati   e  cortigiani,  e  giunse  il  gior- 
no dopo  in  nave  per  il  Po  al  mo- 
nistero  di  s.  Antonio.  Il  giovinetto 
marchese    Leonello  ,    ed  Uguccione 
vol.   xxiv. 


FER  97 

andarono  pei  primi  ad  incontrarlo, 
ed  allora   verisimilmente    Leonello 
gli  recitò  quelle  due  orazioni  latine 
cotanto  dagli  scrittofi  lodate,  e  per 
cui  il  Pontefice  gli  donò    un    cap- 
pello ornato  d' oro    e    di    gemme. 
Dopo  tre  giorni  di  residenza   a   s. 
Antonio,   Eugenio   IV   a'  27    gen- 
naio fece  il  suo  ingresso  nella  cit- 
tà, sotto  un  baldacchino    fatto  co- 
struir   dal    comune    colla    maggior 
magnificenza ,    e    sopra  un  cavallo 
alla  cui    briglia    destra   stavano  in 
piedi    il    cav.    Antonio    dalla  Pace 
inviato  di  Giovanni  II    re    di  Ca- 
stiglia,    e    il    marchese    Nicolò    III 
alla  sinistra.  Lo  precedettero  il  cle- 
ro ferrarese,  e  i  padri  del  concilio 
tutti  a  cavallo  vestiti  di   cappa,    e 
lo  condussero  alla  chiesa  cattedra- 
le, ov' egli  recitò  alcune  preci;  in- 
di seduto  in  cattedra  fece  pronun- 
ciare dal  vescovo  di  Forlì  una  bre- 
ve esortazione,  e  quindi  si  trasferì 
al  palazzo  del  marchese   dirimpet- 
to alla  chiesa.  Siccome  il  Papa  pa- 
tiva   di    podagra ,  il  comune  avea 
fatto  costruire  un  ponte    di  tavole 
con  dolce  salita  coperta   di    panni, 
la  quale  partendo  dalla    porta  del 
tempio,  terminava  alla   loggia    an- 
teriore del  palazzo  ;  per  cui  in  quel- 
la ed  in  altre  occasioni  potè  il  Pa- 
pa aver  comunicazione  con  il  tem- 
pio senza   l' incomodo    dèlie   scale. 
Agli  8  e  io  febbraio  nella  cappella 
di  quel  palazzo  Eugenio  IV  tenne 
due  congregazioni  di  tutti  i  padri, 
e  ai   i5  intervenne  in  duomo  alla 
seconda  sessione. 

Nella  seconda  sessione  il  Papa 
vi  presiedette  alla  testa  di  circa 
settantadue  vescovi,  e  pronunziò  un 
decreto  contro  i  padri  basileesi.  L'im- 
peratore greco  col  patriarca  di  Co- 
stantinopoli, con  Demetrio  fratello 
di  quel  monarca  e  despota  di  Mo- 
7 


98  FER 

rea,  cogli  ambasciatori  di  vari  so- 
vrani dell'Asia,  e  molti  patriarchi, 
arcivescovi,  vescovi,  e  abbati  della 
greca  credenza  (  che  alcuni  dicono 
ascendere  a  settecento  persone,  fra 
le  quali  ventuno  prelati,  Marco  ar- 
civescovo d'Efeso,  e  molte  dotte 
persone  ),  era  approdato  a  Venezia 
sino  dagli  8  febbraio  sopra  la  flot- 
ta veneta  che  per  gli  uffizi  del  Pa- 
pa era  andata  a  Costantinopoli,  a- 
vendo  rifiutata  l' imperatore  1'  al- 
tra che  il  concilio  di  Basilea  a  fine 
di  tirarlo  a  sé  vi  aveva  mandata. 
In  Venezia  ebbe  alloggio  nel  pa- 
lazzo Estense,  ove  fu  complimen- 
tato a  nome  del  Papa  dal  cardi- 
nal Albergati,  da  Nicolò  III,  e  da 
Ambrogio  camaldolese.  In  pari  tem- 
po T  imperatore  e  il  patriarca  di- 
ressero ad  Eugenio  IV  cinque  am- 
basciatori. Venuto  il  mese  di  mar- 
zo s'imbarcò  di  nuovo  l'impera- 
tore con  circa  cinquecento  persone, 
e  ai  3  pervenne  a  Francolino.  Ivi 
si  trovò  a  riceverlo  in  nome  del 
Papa  un  cardinale  con  cinquanta 
cavalieri  di  compagnia;  nel  dì  se- 
guente s' incamminò  alla  città  per 
la  via  di  Lagoscuro  con  una  parte 
di  sua  comitiva  provveduta  dal 
marchese  di  centocinquanta  caval- 
li. Premeva  egli  un  gran  destriero 
bruno,  coperto  -li  porpora  e  d'oro, 
cui  reggevano  il  f"eno  i  primari  no- 
bili della  corte  iNrrarese .  Nicolò 
III,  con  Leonello  e  Boiso  suoi  fi- 
gli ,  era  presso  il  monarca,  il  qua- 
le veniva  coperto  da  io  ombrello 
color  celeste,  ed  aveva  ,ion  lungi 
un  altro  cavallo  bianco  ton  gual- 
drappe a  ricami  d'oro,  eie  espri- 
mevano fra  le  altre  cose  1;  aquile 
imperiali.  In  mezzo  a  folfo  popo- 
lo, e  fra  musicali  stromeru  giunse 
Y  imperatore  vicino  alla  porta  di  s. 
Biagio.  Di  là  uscirono  'A  incontrar- 


FER 
lo  tutti  i  cardinali,  e  molti  de'pre- 
lati  che  si  trovavano  in  Ferrara,  e 
fu  condotto  a  cavallo  fino  all'ap- 
partamento del  Papa  per  una  scala 
praticabile  ai  cavalli.  Smontò  l'im- 
peratore alle  stanze  del  Papa,  che 
gli  si  fece  incontro,  e  mentre  quel- 
lo voleva  piegar  le  ginocchia,  Eu- 
genio IV  non  glielo  permise;  indi 
lo  baciò,  gli  porse  a  baciar  la  ma- 
no, e  lo  fece  sedere  alla  sinistra.  I 
cardinali,  inchinatisi  all'imperatore, 
sedettero  inferiormente:  dopo  bre- 
ve colloquio,  l'imperatore  al  suono 
de'  musicali  strumenti  fu  accom- 
pagnato all'alloggio  preparatogli  nel 
palazzo  del  Paradiso.  Il  rimanente 
del  seguito  imperiale  continuò  il 
viaggio  per  Bondeno,  e  il  despota 
entrò  in  palazzo  per  altra  via,  do- 
po se  n'andò  al  palazzo  di  Schifa- 
noia,  pure  degli  Estensi. 

Il  patriarca  greco  assai  grave 
per  età,  e  preso  da  podagra  era 
rimasto  a  Venezia  :  un  mese  dopo, 
e  più,  spedi  due  suoi  ecclesiastici 
per  ambasciatori  al  Papa,  indi  in 
nave  li  seguitò.  A  Francolino  il 
marchese  gli  mandò  incontro  un 
naviglio  che  sorprese  i  greci  per  la 
bellezza  e  magnificenza.  Vi  entrò 
il  patriarca  col  clero  suo ,  e  per 
Bondeno  fu  condotto  alla  ripa  di- 
rimpetto la  porta  di  s.  Romano. 
Gli  uscirono  ad  incontrarlo  il  mar- 
chese con  due  suoi  figli,  quasi  tutti 
gli  arcivescovi,  i  vescovi,  e  i  cor- 
tigiani del  Papa  ;  ma  egli  dopo  es- 
sersi fatto  molto  aspettare,  fece  sa- 
pere che  voleva  essere  ricevuto  an- 
che dai  cardinali.  Per  accordare 
questo  cerimoniale,  a  cui  si  prestò 
volentieri  il  buon  Pontefice  per 
non  guastare  per  un  piccolo  inci- 
dente un  massimo  affare ,  passò 
molto  tempo,  onde  dovettero  i  gre- 
ci dormire    una    notte    nelle  navi. 


FER 
La  mattina  degli  8  di  marzo,  ol- 
tre ai  nominati,  uscirono  quattro 
cardinali,  dice  lo  storico  greco,  ma 
furono  i  due  soli  ultimi  cardinali 
diaconi;  e  incontratisi  nel  patriarca 
che  veniva,  senza  farsi  vicendevol- 
mente di  cappello,  ne  darsi  o  ren- 
dersi saluto,  gli  fecero  sapere  stret- 
tamente il  motivo  della  loro  com- 
parsa, dicendo  il  cardinal  Prospe- 
ro Colonna,  come  più  antico  :  Re- 
verendissime Pater,  Dominus  no- 
ster  Papa  misit  nos3  ut  associare- 
mus  paternitatem  vestram  :  e  pre- 
solo in  mezzo  col  gran  seguito, 
tutti  sopra  cavalli  e  muli  provve- 
duti dal  marchese  furono  condotti 
al  palazzo  apostolico.  Sedeva  il  Pa- 
pa co'  suoi  cardinali  a  destra  nel 
suo  gabinetto.  Al  comparirgli  da- 
vanti il.  patriarca,  riferisce  l'autor 
greco,  che  si  trovò  in  piedi,  e  il 
patriarca  lo  baciò  nelle  gote  :  de- 
gli altri  greci  alcuni  baciarongli  la 
mano  sedente,  altri  gli  s'inchina- 
rono soltanto  profondamente.  Il  pa- 
triarca fu  posto  a  sedere  a  sinistra 
del  Papa  ;  brevissimo  fu  il  loro 
ragionamento ,  terminato  il  quale 
il  patriarca  venne  guidato  all'al- 
bergo preparatogli  in  casa  de'  Ro- 
berti, e  furono  distribuiti  gli  altri 
greci  in  varie  abitazioni.  Intanto 
l'imperatore  greco  mostrò  desiderio 
che  al  concilio  fossero  invitati  gli 
altri  principi  cristiani;  ma  il  Papa 
gli  fece  riflettere  che  le  discordie 
tra  loro  renderebbero  impossibile 
l'unirli  in  un  istesso  luogo,  pure 
per  compiacerlo  spedi  lettere  circo- 
lari e  nunzi  in  varie  parti,  onde 
portarsi  a  Ferrara  per  cooperare 
alla  riunione  dell'oriente  coli'  occi- 
dente. Avanti  di  tener  la  prima 
sessione  co'  greci,  fu  convenuto  de- 
gli articoli  che  doveansi  esaminare 
nel  concilio.   i.°  Intorno  alla   prò- 


FER  99 

cessione  dello  Spirito  Santo,  a.* 
L'addizione  FiUoque  fatta  al  sìm- 
bolo. 3.°  Il  purgatorio,  e  lo  stato 
delle  anime  avanti  il  giudizio.  4-° 
L'  uso  degli  azzimi  nei  santi  miste- 
ri. 5.°  L'autorità  della  santa  Se- 
de, e  il  primato  del  Papa.  Quindi 
si  trattò  del  cerimoniale  da  osser- 
varsi allorché  si  fossero  i  greci  e 
i  latini  trovati  insieme  :  lunghe 
discussioni  produsse  l'orientale  sus- 
siego, ma  in  fine  si  convenne. 

La  prima  sessione  tenuta  nel 
duomo ,  che  fu  la  terza  di  questo 
concilio,  uniti  i  greci  coi  latini,  fu 
a'  g  di  aprile.  L' ordine  delle  sedi 
fu  cosi  disposto  :  la  destra  della 
chiesa  e  dell'altare  fu  data  ai  lati- 
ni, tra'  quali  era  il  Papa ,  e  la  si- 
nistra ai  greci.  Il  trono  papale  sor- 
geva quattro  passi  lungi  dall'altare, 
e  appresso  inferiormente  quello  del- 
l' imperatore  occidentale,  o  sia  d'Al- 
berto II  re  de'  romani,  succeduto  in 
quell'anno  a  Sigismondo ,  che  mai 
però  non  venne,  e  dietro  a  questi 
le  sedie  proporzionate  pei  cardina- 
li ,  arcivescovi ,  vescovi ,  abbati,  ed 
altri,  secondo  la  loro  anzianità  di 
grado  :  nove  erano  i  cardinali,  tra 
il  primo  e  il  secondo  cardinal  ve- 
scovo sedeva  il  patriarca  di  Grado. 
A  rincontro  del  Papa  a  sinistra  era 
assiso  il  monarca  greco,  e  a  destra 
di  lui  più  umilmente  ed  in  uno 
sgabello  il  despota  di  Morea  ;  a  si- 
nistra e  di  fronte  al  primo  cardi- 
nale si  vedeva  la  sede  del  patriar- 
ca di  Costantinopoli ,  che  per  ca- 
gion  della  podagra  non  comparve, 
e  in  seguito  quelle  degli  altri  gre- 
ci ,  cioè  ne'  quattro  sgabelli  presso 
il  patriarca  presero  luogo  l'arcive- 
scovo di  Eraclea  procu latore  del 
patriarca  di  Alessandria,  l'arcivesco- 
vo -di  Efeso  procuratore  del  pa- 
triarca  d'  Antiochia  ,    l' arcivescovo 


ioo  FER 

Monembasiense  procuratore  del  pa- 
triarca di  Gerusalemme,  indi  altri 
sedici  arcivescovi,  dopo  i  quali  suc- 
cedevano sei  crociferi  della  chiesa 
di  Costantinopoli,  cosi  detti  perchè 
portavano  sopra  al  cappello  una 
croce,  e  per  ultimo  una  venerabi- 
le comitiva  di  monaci.  Lungo  sa- 
rebbe il  riferire  le  altre  minute 
particolarità  che  resero  sorprenden- 
te quella  rispettabile  ed  augusta 
assemblea  :  null'altro  si  fece  allora 
di  notabile  che  dichiarare  concor- 
demente la  legittimità  ed  univer- 
salità di  quel  concilio.  Vi  si  di- 
chiarò per  tanto  che  il  concilio 
ecumenico  era  aperto  a  Ferrara,  e 
si  assegnarono  quattro  mesi  per  in- 
tervenirvi a  tutti  quelli  che  erano 
invitati;  e  come  tali  industrie  non 
trasse  a  Ferrara  maggior  numero 
di  soggetti,  ne  restarono  poscia  sor- 
presi i  greci,  ignorando  senza  dub- 
bio che  i  re  e  gli  altri  principi  fa- 
cevano allora  tutti  gli  sforzi  per 
accordar  i  padri  del  conciliabolo 
di  Basilea  con  Eugenio  IV,  e  che 
per  questo  credevano  di  non  do- 
ver mandar  nessuno  a  Ferrara.  Si 
esaminò  in  detta  sessione  di  accor- 
do co'  greci  la  questione  se  il  sen- 
timento della  Chiesa  latina  intorno 
alla  processione  dello  Spirito  Santo 
fosse  ortodosso;  e  se  con  fondamen- 
to si  fosse  aggiunto  la  particella 
Filioque  al  simbolo ,  per  dichiara- 
re ch'egli  procedeva  dal  Figlio. 

Per  secondare  i  greci  si  dovet- 
tero differire  a  quattro  mesi  le  al- 
tre sessioni ,  a  fine  di  attendersi  i 
lontani  già  invitati.  Non  si  spese 
però  sì  lungo  tempo  inutilmente  : 
si  destinarono  dodici  eccellenti  teo- 
logi per  cadauna  parte,  dice  il  gre- 
co scrittore,  ovvero  sedici  secondo 
il  latino,  affinchè  preparassero  frat- 
tanto  privatamente  le   materie  da 


FER 

decidersi,  a  tal  fine,   cominciandosi 
a' 4  giugno,  due  volte  alla  settima- 
na si    radunarono    nella    chiesa   di 
s.  Francesco ,    ove    lasciato    prima 
libero    l' ingresso     a    chiunque ,    sì 
grande    era    il    concorso  ,    che    fu 
d'uopo     in    progresso    disputare    a 
porte  chiuse.  Alcune  conferenze  an- 
cor si    tennero  nell'anticamera  del 
patriarca,  affinchè  dal  letto,  ove  la 
podagra  il  tratteneva,  potesse  ascol- 
tarle. Si  resero  poi    pubbliche  nel- 
la  cappella  del  palazzo    del    Papa, 
tormentato    anch' egli  dalla    poda- 
gra, ove  si  trovò  pure  1*  imperatore 
d'oriente.  In    questo    tempo   scrisse 
Eugenio  IV  a'  i5  giugno    al  prete 
Janni,  re  ed  imperatore  d'Etiopia, 
una  lettera  col  titolo:   Carissimo  in 
Chris to  Jilio    praesbyte.ro    Joanni 
regi   ac    imperatori  Ethiopiae  illu- 
stri, ec,  nella  quale  dandogli  par- 
te del   concilio ,  e  del   motivo  che 
lo  faceva  celebrare,  l'invitò  ad  in- 
viarvi egli  pure  alcuni  suoi  vescovi 
ben   istruiti   di    lor   credenza,   per 
farne  un   rincontro   colla    cattolica 
romana,  e  di  rettificarla  in  caso  di 
discrepanza  fra  loro,  promettendogli 
validi  soccorsi  per  cacciar  dall'Egit- 
to i  saraceni    suoi    nemici.    Indi  si 
venne  a  celebrar   la  II  sessione.  Il 
vescovo  di    Rodi   fece   un   discorso 
sopra  i  vantaggi  della  pace,  il  qua- 
le  occupò    tutta    la   sessione.    Nel- 
la III  e  IV  sessione  Andrea  di  Co- 
losso parlando  pei  latini,  disse  che 
egli    pregava    i    greci ,    che    se  gli 
scappava    qualche    espressione    un 
po' dura ,    l'attribuissero    piuttosto 
all'argomento  della  disputa  che  al- 
le persone  che  disputavano.  La  IV 
passò  in  discorsi  vaghi  tra  Marcan- 
tonio di  Efeso,  e  Andrea  di  Rodi. 
Nella  V    sessione    fu    esposto    qual 
fosse  la    fede   de'  trecento    dicciotto 
padri  che  componevano   il  concilio 


FER 
Niceno,  e  fu  Ietto  il  loro  simbolo, 
e  le  definizioni  del  concilio  Calce- 
donese,  e  del  VI  generale.  I  latini 
produssero   un    ms.   che    assicura- 
rono essere  antichissimo  del  II  con- 
cilio Niceno,  il  VII  generale,  dove 
sostenevano  che  si  trovasse,  che  lo 
SpiritoSanto  procedeva  dal  Figliuo- 
lo.   Nella    VI    sessione    Andrea   di 
Rodi  fece  vedere  con  un  lungo  di- 
scorso, che   quel   che  i  greci   pre- 
tendevano, che    fosse    un'aggiunta, 
non  era  né  addizione,  né  mutazio- 
ne ,  ma    una   semplice   spiegazione 
di  ciò    eh'  è  contenuto    nel  princi- 
pio, da  cui  si  deduce  una  necessa- 
ria illazione  ;  il  che  provò  egli  colle 
testimonianze  de' padri  greci,   e  tra 
gli  altri  di  s.  Giovanni  Grisostomo, 
il  quale  dice,  che  il  Figliuolo  pos- 
siede tutto  ciò  eh'  è  del  Padre,  tol- 
tane la  paternità.  Nella  VII  sessio- 
ne   lo    stesso    vescovo    continuò    a 
parlare  della  stessa  materia,  e  rispo- 
se alle  autorità  allegate  da    Marco 
d'Efeso:  mostrò  egli  che  quando  i 
concili    proibiscono     di    esibire    a 
quelli  che  abbracciano  il  cristiane- 
simo   una    fede    diversa  da  quella 
eh' è    proposta    nel    simbolo ,    non 
proibiscono   d'  insegnare    più    chia- 
ramente la  stessa  fede    che  in  quel- 
lo è  compresa  ;    e  che  il  II  conci- 
lio generale,  chiamato  di  Costanti- 
nopoli ,  avea    aggiunto   al    simbolo 
Niceno  molte  parole,  e  questo  per 
ispiegare    contro    i    novelli    eretici 
certe  verità  di  fede  che  non  erano 
espresse  tanto  distintamente. 

Neil' VIII  e  IX,  Bessarione  di 
Nicea  parlò  -pei  greci ,  ed  insistette 
sempre  su  questo  argomento,  che 
non  era  vietato  di  spiegar  la  fede, 
ma  ch'era  proibito  benM  d'inseri- 
re nel  simbolo  delle  spiegazioni,  e 
che  il  III  concilio  generale  di  Efe- 
so lo  aveva  divietato.  Nella  X  ses- 


FER  xor 

sione  il    cardinal    Giuliano    Cesari- 
ni,  ch'era  stato  presidente  del  con- 
cilio Basileese  sinché  fu  ecumenico, 
fece  delle  osservazioni  sodissime  so- 
pra  la  proibizione    fatta  dal  conci- 
lio di  Efeso,  e  disse    che    bisogna- 
va ridursi  a  un  punto  più  essenzia- 
le ,  vale  a  dire ,  al  sentimento  dei 
latini   intorno    dello  Spirito  Santo. 
-  Imperciocché,  se  questo  dogma  è 
*•  vero,  egli  dice,  si  è  dunque  po- 
»  tuto    metterlo    nel    simbolo    per 
»  ispiegare    un    mistero,    che    si  è 
»»  voluto    impugnare  ".    Il    vescovo 
di  Forlì    appoggiò  lo   stesso   argo- 
mento ,  e  sostenne ,   che  non  sola- 
mente non  v'era  nessuna  legge  che 
proibisse  di    aggiungere  al  simbolo 
qualche    spiegazione  ;    ma   che  non 
poteva    nemmeno    esservi     chi    tal 
divieto  facesse  alla  Chiesa;  che  que- 
sta   proibizione    risguardava    i    soli 
privati,  che  di  propria  autorità  vo- 
lessero  fare    queste    aggiunte.   Nel- 
la XI  sessione  il  medesimo  vescovo 
osservò,  che  ciò  che  avea  dato  mo- 
tivo a' padri   d'Efeso    di    far  que- 
sto   divieto ,    era    il    falso    simbolo 
de'  nestoriani,  condannato    già    dal 
concilio  ;  che  quel  concilio  non  so- 
lamente proibiva  di  aggiungere  pa- 
rola a  nessun  simbolo ,  ma  di  far 
anco    nuove    sposizioni    di  fede ,   e 
quindi ,    che    se   questa  proibizione 
dovesse  estendersi  alla  Chiesa,  e  al 
concilio,  ne  seguirebbe  che  la  Chie- 
sa non  potesse    più  fare  una  nuo- 
va esposizione    di    fede.    Nelle  ses- 
sioni   XII,   XIII,  XIV,  e  XV,  si 
disputò  sopra  lo  stesso  argomento: 
i  latini  però  persistettero  in  doman- 
dare,   che    si    esaminasse   il    fondo 
della  quistione,  e  che  qualora  fosse 
stata  messa    in  chiaro ,    essere   evi- 
dente che   lo  Spirito    Santo  proce- 
deva dalla    persona   del  Figliuolo , 
ci  resterebbe  nel  simbolo  l'addizio- 


102  FER 

ne,  che  se  non  si  potesse  dire  che 
egli  ne  procedesse ,  sarebbe  tolta 
l'aggiunta.  Ma  i  greci  si  ostinavano 
a  domandare,  che  si  cominciasse  a 
recidere  dal  simbolo  1'  addizione 
Filioque  prima  di  esaminare  il  fon- 
do della  quistione,  e  quindi  le  par- 
ti non  poterono  convenire.  Delle 
menzionate  quindici  sessioni,  le  tre 
solenni  erano  state  tenute  nella 
cattedrale,  e  le  altre  dodici  nell'ap- 
partamento del  Pontefice. 

Nella  XVI  ed  ultima  sessione, 
il  Papa  propose  all'  imperatore  di 
trasferire  il  concilio  a  Firenze,  per- 
chè la  spesa  necessaria  per  mante- 
nere tanti  greci,  e  per  continuarlo 
a  Ferrara  era  onerosa  a  lui,  e  per- 
chè i  greci  cominciavano  ad  anno- 
iarsi in  questa  città,  quindi  dacché 
gli  ultimi  v'ebbero  acconsentito,  si 
pubblicò  questa  traslazione  a'  io' 
gennaio  i43cj.  Altri  dicono  che  la 
peste  sopravvenuta  in  Ferrara  fece 
risolvere  Eugenio  IV  di  trasporta- 
re a  Firenze  la  continuazione  del 
concilio,  nel  qual  caso  i  fiorentini 
avrebbono  somministrato  il  da- 
naro di  cui  abbisognava.  Altro  mo- 
tivo della  risoluzione  del  Papa  ,  si 
fu  il  vedersi  invase  Bologna,  Imo- 
la ,  Forlì  e  Ravenna  dal  duca  di 
Milano  Filippo  Maria  Visconti,  e 
perciò  non  sicuro,  siccome  circon- 
dato dai  nemici,  comandati  da  Ni- 
colò Piccinino  generale  del  duca. 
A  quell'  avviso  si  conturbarono  i 
greci ,  e  mostrarono  desiderio  di 
terminar  l' affare  ad  ogni  patto  in 
Ferrara;  ma  il  Papa  cominciò  a 
sospendere  loro  le  pensioni,  e  nel- 
lo stesso  tempo  promise ,  che  se 
fossero  passati  a  Firenze  non  solo 
si  sarebbero  esse  sborsate ,  ma  a- 
vrebbe  inviata  altra  somma  a  Co- 
stantinopoli per  mettere  quella  cri- 
pitale    in  istalo  di  difesa,  e  sarcb- 


FER 
bcro  state  pronte  due  galee  pel  lo- 
ro   ritorno   in    oriente.    A  sì    forti 
stimoli  e  a  quelli  della  peste,  che 
già  avea  rapito  Dionigi   vescovo  di 
Sardica,  cessarono  tutte  le  difficol- 
tà, e  fu  allora  celebrata  la  quarta 
solenne    sessione    nella    cattedrale , 
eh'  è  1'  ultima  memorata.    Agli  1 1 
gennaio    i43o,     furono    sborsati    ai 
greci  gli  assegnamenti  sospesi,  spe- 
dironsi  ventun    mila    fiorini  a  Co- 
stantinopoli ,  e  si  fornirono  i    greci 
stessi  dell'occorrente  pel   viaggio  di 
Toscana.  Il  Papa  ai  16  si  ritirò  di 
nuovo  a   s.  Antonio,   ivi  nel  dì   se- 
guente celebrò  la  messa  di  sua  fe- 
sta, e  si  pose  in  nave,  mentre  per 
Finale,    Modena    e    Frignano  per- 
venne a  Firenze,  sotto  la  fida  scor- 
ta di  Nicolò  III,  e  delle  milizie  fer- 
raresi.  V.  Basilea,  e  Firenze. 

Frattanto  l'Estense  avea  ricupe- 
rato le  Polesine  di  Rovigo,  che 
però  inondò  l'Adige  con  due  gran- 
di rotte.  Volendo  il  duca  di  Mila- 
no riposarsi  nella  sua  senile  età, 
per  la  somma  fiducia  che  avea  iu 
Nicolò  III,  lo  pregò  a  fargli  da  vi- 
cario, ond'  egli  lasciando  Leonello 
al  governo  di  Ferrara  passò  a  quel- 
lo di  Milano  con  titolo  di  gover- 
natore. Mentre  prosperava  i  suoi 
amministrati,  è  fama  che  gli  fosse 
propinato  per  gelosia  il  veleno,  e 
morì  in  quella  città  a'  26  dicem- 
bre 1 4-4  !  >  coll'elogio  di  essere  sta- 
to uno  de  più  gloriosi  principi  del- 
l'inclita  casa  d'Este,  e  solo  taccia- 
to d' incontinenza  :  il  suo  corpo  fu 
portato  a  Ferrara,  e  sepolto  pove- 
ramente siccome  aveva  ordinato. 
Leonello  succedette  al  padre  negli 
stati,  giacché  Eugenio  IV  avea  ap- 
provato il  disposto  di  Martino  V,  ed 
avealo  investito  durante  sua  vita  del 
vicariato  di  Ferrara,  per  mille  fio- 
rini all'unno.  Il  marchese  dichiarò 


FER 
successori,  prima  Leonello,  poi 
Boiso  suoi  naturali,  indi  Ercole  e 
Sigismondo  legittimi ,  posponendo 
questi  per  la  loro  tenera  età,  e 
per  non  rinnovare  nella  casa  d'E- 
ste  il  proprio  esempio  della  neces- 
sità de'  tutori,  e  quindi  il  pericolo 
di  tante  rovinose  conseguenze,  quan- 
te ne  aveva  egli  sperimentate.  Lguc- 
cione  da  Milano  portò  in  Ferrara 
il  triste  annunzio,  onde  il  giudice 
de'  savi  avendo  adunato  il  consiglio, 
e  posto  Leonello  a  sedere  in  luogo 
eminente,  il  Perondoli  arcivescovo 
di  Ravenna,  come  uno  de'più  rag- 
guardevoli cittadini,  gli  consegnò 
il  bastone  del  comando,  il  vescovo 
di  Ferrara  Giovanni,  col  giudice 
de' savi  gli  posero  la  berretta  in 
capo,  indi  cia-cuno  gli  prestò  giu- 
ramento ,  come  il  fratello  Borso 
lece  prestale  a  quei  di  Modena  e 
di  Reggio.  Il  duca  di  Milano  Fi- 
lippo Maria  Visconti  rinnovò  con 
Leonello  i  capitoli  di  alleanza  con- 
tratta col  defunto,  e  altrettanto  fe- 
cero le  repubbliche  di  Venezia  e 
di  Fireuze  ;  di  più  il  duca  chiamò 
Borso  suo  figlio  adottivo,  colla  suc- 
cessione al  dominio  di  Novara,  ciò 
che  non  ebbe  effetto.  Leonello  co- 
me d'indole  bella  e  generosa,  lo- 
devole anco  per  amor  fraterno,  ce- 
dette a  Borso  alcuni  dominii.  quin- 
di sposò  Maria  figlia  naturale  pri- 
mogenita di  Alfonso  V  re  di  Ara- 
gona e  Sicilia.  Rizzarda  da  Saluz- 
zo  sdegnata  di  veder  piefeiiti  i 
bastardi  a'suoi  figli  legittimi,  lascia- 
ti questi  a  Ferrara  ripatriò;  ma  per 
politica  i  loro  fratelli,  col  motivo 
di  educazione,  li  mandarono  nella 
corte  di  Alfonso.  Nel  144"  a&  istan- 
za del  comune,  Leonello  fece  de- 
cretare leggi  contro  il  rovinoso  e 
indecente  lusso  delle  donne;  e  nel- 
l'anno seguente  mori  il  benemerito 


FER  io3 

Lguccione  Contrario  ministro,  vi- 
cario ed  arbitro  del  governo  di 
Nicolò  III  e  di  Leonello,  giacché 
da  lui  pendè  più  volte  la  sorte  di 
Ferrara,  non  che  d' Italia.  In  egual 
tempo  Camilla  figlia  di  Nicolò  111, 
sposò  Ridolfo  Varano  signore  di 
Camerino,  il  cui  figlio  Ercole  pel 
primo  stabifi.  in  Ferrara  la  sua 
cospicua  famiglia.  Sebbene  lo  sta- 
to politico  d' Italia  fosse  allora  il 
più  torbido,  Leonello  col  proprio 
senno,  e  con  quel  di  Borso  si  man- 
tenne neutrale,  non  die  mai  pas- 
so in  fallo,  e  divenne  come  il  pa- 
dre, il  punto  d'  unione  degli  altri 
principi.  Divenuto  Papa  Nicolò  V, 
richiamò  all'  ubbidienza  Ferrara  , 
che  subito  si  mostrò  divota  alla 
Chiesa;  e  morto  il  duca  di  Mila- 
no, Leonello  giovò  allo  Sforza  di 
Cotignola,  che  avea  sposato  la  di 
lui  figlia  ed  unica  erede  Bianca,  il 
quale  divenne  signore  di  Milano. 
Leonello  dopo  di  avere  riportata 
da  Nicolò  V  la  rinnovazione  d'in- 
vestitura delle  decime  apostoliche 
ne'suoi  stati,  morì  nel  1 45o.  Non 
fu  mai  principe  più  desiderato  e 
pianto  di  questo,  essendo  giusto, 
affabile,  generoso,  ed  amantissimo 
del  bene  de'  sudditi.  Nel  suo  pa- 
lazzo eresse  con  singoiar  magnifi- 
cenza una  cappella,  e  vi  collocò  io 
suo  servigio  una  compagnia  di  mu- 
sici francesi.  Sopra  tutto  fu  enco- 
miato per  aver  coltivato  le  lettere, 
massime  la  poesia,  e  grandemente 
protetto  i  letterati  anche  stranieri, 
il  perchè  fu  assai  celebrato,  e  gli 
si  consagrarono  diverse  medaglie 
onorarie. 

Leonello  lasciò  oltre  un  figlio 
naturale  nomato  Francesco,  un  le- 
gittimo per  nome  Nicolò,  al  quale 
i  ferraresi  credevano  dovuta  la  suc- 
cessione  dello    stato,    mentre    altri 


**>4  FER 

propendevano  per  Ercole  e    Sigis- 
mondo figli  legittimi  di  Nicolò  111; 
ma  a  cagione   della  loro  giovanile 
età  tutti  si  dichiararono  per  Borso, 
di  mirabil  senno,  di  probità  singo- 
lare,  amato  dal  popolo,  e  stimato 
universalmente,  e  destinato  dal  pa- 
dre successore  di  Leonello.    Il  po- 
polo l'acclamò    ad  onta  di  sua  ri- 
pugnanza, ed  allora  cangiò  l'abito 
lugubre  nel  principesco  ;  indi   Mo- 
dena,   Reggio,    e  gli  altri    dominii 
Estensi  seguirono  l'esempio  di  Fer- 
rara, e  l'orso  subito  profuse  a  tut- 
ti le  sue  beneficenze.  A'i4  novem- 
bre Nicolò  V  con  breve  d' investi- 
tura convalidò  in  Borso  e  ne'  suoi 
figliuoli  il    vicariato   e    signoria  di 
Ferrara,  per  l'annuo  censo  alla  ca- 
mera apostolica  di  cinquecento  fio- 
rini d' oro  ;    e  con  altri    brevi    gli 
confermò  in  vita  i  feudi  di  Massa- 
Lombarda,  Roncadello,  Zeppa,  Scan- 
tamantelli,   e  s.  Agata  per  una  lib- 
bra di    argento  puro,  non  che  Ba- 
gnacavallo,  Barbiano,  Cunio  e   Za- 
gonara,  coli'  annuo   censo  di  cento 
fiorini  d' oro.    Sotto    Borso    l' isola 
di    s.  Antonio    fu    compresa    nella 
città,   e  si  prosegui   alacremente  il 
gran    campanile    del    duomo.     Nel 
i4^2    Borso   ricevette    in   Ferrara 
F  imperatore    Federico  III,   che  in 
compagnia   del    duca    Alberto    suo 
fratello,   di  Ladislao  suo  nipote  re 
di  Ungheria  e  di  Boemia,  di  ven- 
tidue vescovi,    molti  baroni,  e  de- 
coroso seguito   portavasi    in   Roma 
a  ricevere    da  Nicolò  V  la  corona 
d'Italia,  e  l'imperiale.  Federico  III 
ricevette  sontuosi  regali,  e  la  pre- 
sentazione delle   chiavi  della   città. 
A' 9    maggio    l'imperatore    reduce 
da  Roma  vi    fece  ritorno,    trovan- 
dosi a  riceverlo  quasi  tutti  gli  am- 
basciatori di  tutti  i  principi  d' Ita- 
lia.   Onorò  singolarmente  le  nozze 


FER 

di  Bartolomeo  Pendaglia  con  Mar- 
gherita Costabili,    essendo  allora  il 
palazzo  Pendaglia  considerato  il  più 
bello  di  Ferrara,    che  poi  divenne 
conservatorio  di  s.  Margherita.  Qui 
noteremo   che    Bartolomeo  Penda- 
glia ci  die  un  opuscolo  stampato  in 
Ferrara  nel    i563   con  questo  tito- 
lo:  Canti  quattro  in  lode  della  sua 
prosapia.    Quindi    Federico    III  e- 
resse    Modena    e    Reggio   in    feudi 
dell'  impero,    e  ne  creò  Borso  pri- 
mo duca,  non  che  conte   di   Rovi- 
go con  cerimoniale  sfarzoso  e  bril- 
lante :    a  ciò  fu  mosso  l' imperato- 
re dal  suo    segretario  Enea    Silvio 
Piccolomini,  poi  Pio  II,  parente  di 
Borso  per  la  famiglia  Tolomei,  in 
riflesso    dell'  ampiezza  del  dominio, 
delle    virtù,    e    della    magnificenza 
cui  fu  trattato  dall'Estense;   ne  de- 
scrive la  bella  e  decorosissima  fun- 
zione il    diligente   Frizzi    nel   tom. 
IV,  pag.   19  delle  sue  Memorie  per 
la  storia  di  Ferrara.   L' istromen- 
to  di  tal  creazione  lo  pubblicò  Mu- 
ratori Antich.  Estensi,  cap.  9,  non 
meno    che  l'altro    distinto  d'inve- 
stitura imperiale  a  Borso  ed  a'suoi 
eredi,    e  legittimi   discendenti    ma- 
schi   primogeniti,    o    in    mancanza, 
ad   un  collaterale  da  nominarsi  da 
esso    dentro   di    un   decennio,    del 
ducato    di    Modena    e    Reggio,    e 
luoghi  annesi,  con  titolo  di  princi- 
pe  del    sagro    romano   impero,    e 
duca,  con  suprema  giurisdizione,  e 
coll'uso   dell'  aquila  imperiale  nello 
slemma,  per  l'annuo  feudo  di  quat- 
tro   mila   fiorini    d' oro    di    ducati 
veneti.  Sono  qui  comprese  la  Gar- 
fagnana,    e  molti  luoghi  del  terri- 
torio lucchese,   parmigiano,    e  tor- 
tonese,  la  contea  di  Rovigo,  e  quel 
che  è  notabile  Argenta,  s.  Alberto, 
la  Riviera  di  Filo,  Comacchio,  e  il 
Porto  di  Primaro,  sui  quali  ultimi 


FER 
luoghi  ha  sempre  impugnato  ogni 
diritto  imperiale  la  Sede  apostoli- 
ca, come  si  può  vedere  al  citato 
articolo  Comacchio.  Sul  porto  di 
Primaro  sono  a  vedersi  gii  autori 
che  di  esso  scrissero,  noverati  nel- 
la Bibliografia  dello  slato  pontificio 
a  pag.  i47>  e  nel  Supplemento  a 
pag.  33.  Quanto  alla  pensione  fu 
diminuita  ad  istanza  dello  stesso 
Dorso,  e  poi  abolita  affatto.  Partì 
Federico  III  da  Ferrala  a' 1 9  mag- 
gio, ed  in  Venezia  alloggiò  al  pa- 
lazzo Estense.  Borso  dopo  ricevute 
le  ambascerie  di  congratulazioni  da 
quasi  tutti  i  principi  d'Italia,  si 
fece  vedere  ai  due  nuovi  suoi  du- 
cati, che  non  è  a  dire  con  quali 
affettuose  e  cordiali  onorificenze  fu 
ricevuto  dai  modenesi  e  dai  reg- 
giani. Così  gli  stati  Estensi  gode- 
vano pace,  e  fiorivano,  mentre  il 
resto  dell'Italia  rimbombava  dal  fra- 
gor  delle  armi,  senza  che  Borso 
per  la  sua  saggia  neutralità  ne  ri- 
sentisse :  fu  egli  che  pel  primo  nel- 
la zecca  ferrarese  battè  moneta 
d'oro,  e  la  prima  fu  il  ducato  fer- 
rarese. 

Conquistata  da  Maometto  II  nel- 
l'anno i453  Costantinopoli,  il  Pon- 
tefice Nicolò  V,  e  il  successor  Ca- 
listo III  fecero  di  tutto  per  porre 
un  argine  alle  conquiste  ottomane. 
Ma  Pio  li  intimato  un  general 
congresso  a  Mantova,  vi  si  portò 
nel  i4^9-  Ai  16  maggio  pervenne 
in  barca  a  Ferrara,  accompagnato 
da  dodici  cardinali,  e  da  mille  cin- 
quecento guardie  a  cavallo.  IN'el  dì 
seguente  da  s.  Antonio  fece  l' in- 
gresso in  città  con  grande  solenni- 
tà, onorato  dal  duca  e  principi  di 
casa  d' Este,  da  altri  signori,  dalla 
nobiltà,  clero,  e  primari  ferraresi. 
Giunto  il  Papa  al  duomo,  fu  tol- 
to e  diviso  al  solito  dalla  plebe  il 


FÉ  11  io5 

suo  baldacchino,  e  dopo  avere  o- 
rato,  benedetto  il  popolo,  e  pub- 
blicata l' indulgenza  ,  fu  condotto 
ad  alloggiare  in  corte  per  una  sa- 
lita simile  a  quella  costruita  per 
Eugenio  IV,  passando  i  cardinali 
a  diversi  palazzi  privati.  Ne'  molti 
giorni  che  Pio  II  restò  in  Ferra- 
ra, più  volte  fu  alla  cattedrale  ove 
assistè  ai  divini  uffizi  cantati  dai 
suoi  cantori  ;  e  nel  dì  del  Corpus 
Domini,  portato  sopra  il  suo  seg- 
gio, accompagnò  la  funzione  ;  in 
fine  aJ  a5  maggio,  celebrata  la 
messa  in  duomo,  e  data  la  bene» 
dizione  al  popolo  da  una  loggia 
del  palazzo  Estense,  partì  per  Man- 
tova ne' bucintori  del  duca,  da  cui 
fu  accompagnato  sino  ad  Ostiglia. 
Sostenne  Borso  tutte  le  spese  non 
solo  del  Pontefice,  ma  dei  princi- 
pi ed  ambasciatori  che  in  Ferra- 
ra concorsero  con  sfarzosi  corteggi. 
In  questa  occasione  chiese  Borso  a 
Pio  II  di  essere  creato  anche  duca 
di  Ferrara,  di  cui  a'  12  gennaio 
eragli  stala  rinnovata  l' investitura, 
ed  in  oltre  di  essere  liberato  dal 
censo  annuo  alla  Sede  apostolica  ; 
la  seconda  proposizione  non  piac- 
que, e  la  prima  fu  differita.  Tut- 
tavia Pio  II  distinse  Borso  in  più 
modi,  e  quando  entrò  in  Ferrara 
portato  in  sedia  dai  suoi  palafre- 
nieri, essendo  a  piedi  il  duca  e  a 
lui  vicino,  gli  comandò  di  monta- 
re a  cavallo.  D'altronde  Borso  in- 
viò ambasciatore  al  congresso  Ga- 
rone  suo  fratello  abbate  di  Nonan- 
tola,  ed  esibì  per  la  guerra  tre- 
cento mila  fiorini  d' oro.  Di  ritor- 
no da  Mantova  il  Papa  in  nave 
ripassò  sotto  le  mura  di  Ferrara 
a'  17  gennaio  1460;  lo  trattenne 
Borso  in  Castelnuovo  un  giorno 
solo,  indi  lo  servì  fino  ai  confini 
del  Bolognese;  ma  quello  che  rese 


io6  PER 

vanno  il  congresso  fu  la  guerra  in- 
sorta tra  il  re  di  Napoli  Ferdinan- 
do I,  e  i  baroni  del  regno  seguaci 
del  partito  angioino.  Ercole  fratel- 
lo del  duca  era  divenuto  in  quel- 
la corte  non  men  grazioso  e  no- 
bile, che  prode  nel  maneggio  delle 
armi,  ond'era  chiamato  il  cavalier 
senza  paura.  Malcontento  del  re 
seguì  il  partito  del  suo  emulo  Gio- 
vanni d'Angiò  ch'era  unito  ai  ba- 
roni del  regno,  e  nella  strepitosa 
battaglia  del  Sarno ,  affrontò  lo 
stesso  re  per  imprigionarlo,  ma  gli 
rimase  in  pugno  un  brano  di  sua 
veste,  che  conservò  per  gloria.  Nel 
i46i  Borso  die  principio  alla  ma- 
gnifica ed  ampia  Certosa,  che  di- 
venne vino  de'principali  ornamenti 
di  Ferrara  ;  e  nel  1 463  ricevè  di- 
mostrazioni di  stima  dal  soldano 
di  Babilonia,  e  dal  re  di  Tunisi 
cui  era  giunta  la  fama  di  sue  ge- 
sta. Nel  medesimo  anno  richiamò 
dal  regno  di  Napoli  Ercole  e  Si- 
gismondo che  fece  governatori  con 
amplissime  facoltà,  il  primo  di  Mo- 
dena, il  secondo   di  Reggio. 

La  peste  in  detto  anno  esercitò 
il  maggior  furore,  per  cui  l'univer- 
sità fu  trasferita  a  Rovigo.  Nel 
1464  contribuì  il  duca  due  galee 
a  Pio  II,  nella  crociata  che  im- 
prendeva contro  i  turchi  ;  ma  mor- 
to in  Ancona  il  Papa  sul  punto 
di  partire  colla  flotta,  i  legni  dei 
collegati  fecero  ritorno  alle  loro 
patrie.  In  questo  tempo  esercitò  il 
duca  un  tratto  di  sua  munificenza 
colla  nobile  famiglia  Calcagnini 
ferrarese,  oriunda  di  Germania.  Da 
essa  uscirono  parecchi  uomini  il- 
lustri, altri  ebbero  uffizi  e  cariche 
nella  corte  degli  Estensi:  Eleonora 
che  sposò  un  Nicolò  d'Este  ;  ed  Al- 
fonso che  si  congiunse  in  matrimo- 
nio con   Laura  di  Rinaldo    d' Este; 


FER 
e  Teofilo  che  propagò  la  famiglia,  e 
che  per  l'egregie  sue  qualità  di- 
venne il  più  caro  tra  i  famigliari 
di  Borso.  Questi  lo  creò  cavaliere 
a  speron  d'oro,  indi  suo  gentiluo- 
mo di  camera,  socio,  e  commen- 
sale, cioè  maestro  di  camera  :  gli 
donò  le  castalderie  o  tenute  di  Ben- 
vegnante  e  di  Bellombra  «/palaz- 
zi in  esse  edificati  ;  e  lo  investì  a 
titolo  di  feudo  nobile  giurisdiziona- 
le, co'suoi  discendenti  maschi  legit- 
timi in  perpetuo,  de'  castelli  di  Cau- 
riago,  di  Maranello  e  di  Fusigna- 
no.  Tuttociò  fece  il  duca  la  notte 
di  Natale  del  i465  in  duomo,  e 
tornato  al  palazzo  vi  aggiunse  con 
diploma  a  parte  le  più  ampie  esen- 
zioni e  privilegi.  Nel  1468  l'im- 
peratore Federico  III  portandosi  a 
Roma  fu  di  passaggio  per  Ferra- 
ra, e  vi  ritornò  nell'anno  seguen- 
te, sempre  magnificamente  trattato 
da  Borso  :  dispensò  l' imperatore 
molti  titoli  e  privilegi  a  diversi 
ferraresi,  massime  a  'Teofilo  Cal- 
cagnini. Per  la  congiura  che  i  Pii 
signori  di  Carpi  tesero  nel  1469 
contro  di  Borso,  si  rese  immorta- 
le Ercole  d'Este,  perchè  ad  onta 
della  signoria  di  Ferrara,  e  delle 
più  lusinghiere  promesse  che  gli  si 
fecero,  se  voleva  farne  parte,  non 
solo  abborrì  tal  misfatto,  ma  si- 
mulando di  acconsentirvi  scuoprì 
tutto  al  fratello,  volle  in  mani  le 
prove  del  tradimento,  e  ne  seguì 
memorabile  punizione.  Mentre  Pao- 
lo II  faceva  guerra  ai  signori  di 
Rimini,  Maometto  II  il  primo  im- 
peratore de'turchi,  estendeva  le  sue 
conquiste,  laonde  pensò  meglio  a 
pacificar  con  Borso  i  principi  ita- 
liani, per  poscia  opporli  al  conqui- 
statore, nemico  del  nome  cristiano. 
Quindi  riconoscendo  Paolo  II  nel 
duca  un    principe  di  esteso   domi- 


I  ER 
nio,  di  gran  senno,  e  benemerito 
della  Chiesa,  manifestò  a' cardinali 
in  un  concistoro  la  sua  intenzione 
di  cambiargli  il  titolo  di  -vicario 
in  quello  di  duca  di  Ferrara.  Bor- 
so  di  ciò  avvertito  e  invitato  a 
Roma,  consegnando  il  governo  ad 
Ercole,  Sigismondo  e  Rinaldo  suoi 
fratelli  ec.  fra  le  lagrime  di  con- 
solazione de'  suoi  ferraresi  parti  ai 
i3  marzo  i^ji  con  decorosissimo 
seguito,  ed  accompagnamento  di 
gran  signori  per  la  capitale  del 
mondo  cattolico ,  ove  da  Cesena 
sino  a  Roma  d' ordine  del  Papa 
l'accompagnò  l'arcivescovo  di  Spa- 
latro,  governatore  della  Marca  di 
Ancona,  e  tesoriere  della  camera, 
supplendo  a  tutte  le  spese.  All'en- 
trare ed  all'uscire  dalle  città,  Bor- 
so  gettava  monete  d'argento  al  po- 
polo. 

Approssimandosi  a  Roma  fu  in- 
contrato dalle  famiglie  del  Pa- 
pa, de'  cardinali  e  degli  ambascia- 
tori ivi  residenti,  ed  in  perso- 
na dai  cardinali  Zeno  nipote  del 
Papa,  e  Gonzaga,  i  quali  presolo 
in  mezzo,  nel  di  primo  di  aprile 
1 47  '  1°  introdussero  a' piedi  di 
Paolo  II.  Questi  dopo  la  più  be- 
nigna accoglienza  trattenne  Borso 
nel  proprio  palazzo  di  s.  Marco,  e 
fece  a  spese  della  camera  ricovrar 
gli  altri  in  vari  luoghi.  Cadde  la 
solennità  di  Pasqua  a'  14  di  quel 
mese,  e  in  tal  giorno  inviatosi  il 
Pontefice  a  s.  Pietro,  Borso  in  abi- 
to lungo  fino  a'  piedi  di  drappo 
d'oro  cremesino ,  gli  sostenne  die- 
tro il  lembo  del  piviale.  Nella  gran 
messa  allorché  fu  cantata  l'epistola, 
Borso  fu  condotto  dagli  arcivescovi 
di  Milano  e  di  Candia  avanti  al 
Papa,  ed  ivi  fece  il  giuramento  di 
fedeltà.  Si  cantarono  in  seguito  le 
litanie ,  e  queste    terminate,  fu  da 


FEB  107 

Paolo  II  creato  cavaliere  di  s.  Pie- 
tro col  dargli  la  spada  uuda  in 
mano,  cui  gli  cinse  Tommaso  Pa- 
leologo  despota  della  Morea  e  fra- 
tello dell'  ultimo  imperatore  greco, 
mentre  Napoleone  Orsini  generale 
di  s.  Chiesa,  e  Costanzo  figlio  di 
Alessandro  Sforza  signor  di  Pesaro 
gli  calzarono  gli  sproni.  Fatto  l'of- 
fertorio due  cardinali  lo  presenta- 
rono di  nuovo  al  Papa  che  lo 
ammise  al  bacio  della  pace.  In  se- 
guito preceduto  dai  due  arcivesco- 
vi, e  seguito  da  Alberto  suo  fra- 
tello, da  Teofilo  Calcagnini,  e  da- 
gli altri  del  suo  corteggio,  baciò 
ed  abbracciò  tutti  i  cardinali.  Poi- 
ché fu  compiuta  la  comunione, 
Borso  die  l'acqua  alle  mani  al  Pa- 
pa, e  allora  fu  che  questi  lo  creò 
duca  di  Ferrara  con  facoltà  di  te- 
stare, e  dispor  del  ducato.  Reci- 
tando Paolo  II  la  forinola,  contem- 
poraneamente gli  porse  1'  abito  du- 
cale, cioè  un  manto  di  brocca- 
to d' oro  soppannato  di  vai  con 
un  bavaro  alto,  ed  una  berret- 
ta a  cupola  e  ad  orecchie  pen- 
denti, ornata  di  molte  gemme  e 
singolarmente  di  un  balascio  di 
mirabil  bellezza,  le  quali  tutte  con 
altre  assai  aveva  poco  prima  re- 
galato Borso  stesso  al  Pontefice. 
Inoltre  questi  gli  porse  nella  destra 
una  verga  d'oro,  e  al  collo  una 
collana  parimenti  d'  oro  sparsa  di 
pietre  preziose.  Al  fine  della  mes- 
sa, fatti  dal  Papa  alcuni  cavalieri, 
e  data  a  Borso  la  benedizione,  fu 
questi  accompagnato  da  tutti  i  car- 
dinali alle  sue  stanze.  Nel  susse- 
guente lunedi,  Borso  accompagnò 
in  abito  ducale  il  Papa  a  s.  Pie- 
tro, e  nella  sagra  funzione  sedette 
tra  il  cardinal  di  s.  Maria  in  Por- 
tico, e  quello  di  s.  Lucia.  Com- 
piuta la  messa  il    Papa  pronunziò 


ioS  FER 

IVIogio  di  Borso,  e  della  gloriosa 
stirpe  Estense,  quindi  i  due  cardi- 
nali di  s.  Maria  in  Portico,  e  di 
Monferrato  guidarono  il  duca  al 
soglio,  e  qui  Paolo  II  gli  clonò  la 
rosa  d'oro  benedetta  tempestata  di 
gemme  del  valore  di  cinquecento 
ducati  d'oro.  Ei  la  rimise  in  mano 
del  Pontefice,  ma  gli  fu  da  esso 
riconsegnata  all'  uscir  del  tempio  ; 
onde  con  essa  in  mano,  preceduto 
da  quindici  cardinali,  e  spalleggia- 
to dal  cardinal  vice-cancelliere,  e 
dal  cardinal  di  Mantova,  cavalcò 
per  Roma  fino  a  s.  Marco,  ove  gli 
fu  fatto  godere  un  lautissimo  con- 
vito. 

Altri  onori  e  distinzioni  ricevet- 
te il  duca  nel  suo  soggiorno  di  un 
mese  circa  in  Roma.  Di  una  gran 
caccia  data  a  suo  riguardo,  raccon- 
ta il  Bellini,  Monete  di  Ferrara 
pag.  i  ?.8,  se  ne  perpetuò  la  me- 
moria in  una  medaglia  di  bronzo. 
Vi  fu  anche  una  sfarzosa  giostra 
nella  quale  combatterono  i  ferra- 
resi divisi  in  due  squadre:  de'giuo- 
ehi  poi  che  si  solennizzarono  dal 
popolo  romano,  e  d'altro  ne  trat- 
ta Michele  Cannesio  in  Vita  Pali- 
li If,  pag.  g5.  Se  fu  il  Papa  cosi 
munifico  con  Borso,  è  facile  im- 
maginare quanto  lo  fosse  il  duca 
verso  la  corte  pontifìcia,  dicendosi 
che  impiegò  quattro  mila  ducati 
in  mancie.  Dopo  un  colloquio  se- 
greto col  Papa  di  quattro  ore,  ric- 
co di  privilegi  e  grazie  spirituali 
(il  Novaes  t.  V,  p.  73g  aggiunge, 
che  i  regali  fatti  dal  Papa  al  duca 
nel  valore  superarono  otto  mila 
scudi),  si  avviò  verso  Ferrara, 
scortato  e  provveduto,  come  prima, 
a  spese  della  camera  apostolica  per 
tutto  lo  stato  ecclesiastico,  pel  qua- 
le passando  visitò  il  santuario  di 
Loreto.  V.  il  Pigna,  De  principibus 


FER 

dtestìnis  lib.  8,  ad  an.  1 47  » ,  pag. 
6,  7;  il  Muratori,  De  antupiitali- 
bus  Atesùnis  par.  II,  cap.  g,  pag. 
7.7.3  ;  il  Quirini,  Vindiciae  Pauli 
IT,  cap.  IV;  ed  il  Ciacconio,  Vit. 
Pontìf.  Già  /e  nuove  di  quanto  ac- 
cadde in  Roma  erano  giunte  pri- 
ma a  Ferrara ,  e  s' erano  quivi 
fatte  pubbliche  allegrezze,  quando 
Borso  ai  1 8  di  maggio,  incontrato 
alla  villa  di  s.  Nicola  dal  fratello 
Ercole,  e  da  folla  grande  di  popo- 
lo rientrò  in  città,  e  potè  ciascun 
che  volle,  baciargli  la  mano  a  rad- 
doppiar la  pubblica  letizia.  Aveva 
Borso  sofferto  nel  viaggio,  che  fece 
sempre  a  cavallo,  dicendo  che  il 
cocchio  era  per  le  donne  e  pei 
fanciulli,  laonde  ammalò  e  fece  te- 
mere di  se  a'  26  maggio,  e  mori 
non  a'27  di  questo  mese,  ma  ai  19 
di  agosto,  mentre  i  partiti  si  erano 
posti  in  allarme,  chi  tenendo  per 
Nicolò  figlio  legittimo  del  bastardo 
Leonello,  chi  per  Ercole  figlio  le- 
gittimo di  Nicolò  III.  Le  lodi  di 
Borso  non  si  possono  in  poche  li- 
nee racchiudere  :  formò  la  felicità 
de'  sudditi,  onde  poi  si  disse  per 
proverbio  :  non  e  più  il  tempo  di 
Borso.  Vestiva  d'ordinario  di  broc- 
cato o  tela  d' oro ,  e  portava  una 
collana  del  valore  di  settantamila 
ducati  :  piena  di  lusso  era  la  sua 
corte,  tenendo  nella  scuderia  circa 
settecento  cavalli.  Assai  spese  nell'e- 
rigere  fàbbriche  ,  e  grandemente 
protesse,  premiò,  e  fece  amplissime 
donazioni  in  favore  di  chi  fedel- 
mente lo  serviva,  e  per  quelli  che 
meritarono  la  sua  grazia  e  rico- 
noscenza, ricolmandoli  pure  di  pri- 
vilegi. Di  tanta  liberalità  godettero 
non  poca  parte  anche  i  letterati, 
e  fu  tenuto  per  uno  de'  maggiori 
mecenati  delle  lettere  ,  che  pure 
coltivò.  Non  pigliò  moglie  per  non 


FER 

perturbare  ad  Ercole    suo    fratello 
il  legittimo  diritto  di  succedergli. 

Ercole  dunque  nelle  solite  for- 
me fu  salutato  signore  di  Ferrara, 
e  con  pubblica  cavalcata  per  la 
città  fu  condotto  alla  cattedrale, 
scortato  da  due  mila  provigionati 
cbe  portavano  banderuole  in  ni  ano 
coli' insegna  del  diamante  legato  in 
un  anello,  propria  di  Ercole  I.  Giu- 
rò sull'altare  l'osservanza  della  giu- 
stizia, e  l'amor  del  popolo,  e  rice- 
vette dal  giudice,  da'  savi,  e  dagli 
ordini  della  città  lo  scettro  d'oro, 
e  il  giuramento  di  fedeltà;  quindi 
mandò  ambasciatori  al  Papa  Sisto 
IV  per  omaggio  ubbidenziale.  A 
Nicolò  d'Este  cb' erasi  rifugiato  in 
Mantova,  in  segno  di  generoso  per- 
dono Ercole  1  spedì  i  lugubri  pan- 
ni, ma  inutilmente;  indi  il  du- 
ca si  die  a  beneficare  il  comune 
ed  il  popolo  ;  confermò  a  Sigis- 
mondo suo  fratello  la  luogotenenza 
di  Reggio,  ed  a  Teofilo  Calcagnini 
le  cariche  cbe  teneva  presso  Borso. 
All'  altro  fratello  Alberto  che  per 
lui  •  erasi  adoperato  coi  ferrare- 
si, donò  il  palazzo  di  Schifanoia 
con  vane  tenute  e  terre  ;  indi 
perdonò  ai  suoi  contrari,  ed  inco- 
minciò a  palesare  le  sue  passioni 
per  i  viaggi,  per  le  fabbriche  che 
spesso  faceva  e  distruggeva,  e  per  gli 
spettacoli.  Rizzarda  da  Saluzzo,  ve- 
dendo il  proprio  figlio  signore  di 
Ferrara,  a  questa  città  fece  ritorno. 
Nel  i4"72  Sisto  IV  concesse  la  rin- 
novazione d'investitura  ad  Ercole 
I,  col  titolo  di  ducato  per  esso,  i 
figliuoli,  e  i  nipoti  legittimi  e  na- 
turali di  retta  linea  fino  alla  terza 
generazione,  col  censo  annuo  di 
sette  mila  fiorini  di  camera,  ri- 
spetto a  Ferrara,  salva  la  ritenzio- 
ne di  mille  fiorini  a  titolo  di  pro- 
vigione,  e  di  una  libbra  di  argen- 


FER  109 

to  rispetto  a  Massa-Lombarda,  B_on- 
cadello,  Zeppa,  Scantamantello,  s. 
Agata,  Bagnacavallo,  Cunio,  Bar- 
biano,  e  Zagonara,  e  colla  facoltà 
di  usar  nello  stemma,  come  si  è 
detto,  le  chiavi  pontificie.  Intanto 
rappacificatisi  Ferdinando  I  re  di 
Napoli  col  duca,  die  a  questi  in 
isposa  la  sua  primogenita  Eleono- 
ra, colla  dote  di  ottantamila  du- 
cati, ed  in  passando  la  sposa  per 
Roma,  Sisto  IV,  e  il  cardinal  Pie- 
tro Riario  suo  nipote  fecero  tale 
sfarzoso  accoglimento,  e  gli  dierono 
sì  stupendi  spettacoli  che  destaro- 
no la  più  alta  meraviglia,  e  sem- 
brarono incredibili  a  tutta  l'Eu- 
ropa quando  se  ne  sparse  la  de- 
scrizione. La  stretta  unione ,  che 
passava  tra  Sisto  IV ,  e  Ferdinan- 
do I  die  motivo  ad  una  lega  che 
per  cauzione  gli  contrapposero  i 
veneti,  i  fiorentini,  il  duca  di  Mi- 
lano, e  quello  di  Ferrara,  nel  i^j5. 
Questo  contegno  di  Ercole  I  sem- 
bra che  non  dispiacesse  né  al  Pa- 
pa, né  al  re,  giacché  il  primo  nel 
i4y6,  mentre  nella  cattedrale  cele- 
bravasi  messa  solenne,  gli  fece  pre- 
sentare da  monsignor  Pasi  faenti- 
no un  cappello  di  seta  adorno  di 
perle,  ed  una  preziosa  spada  ;  men- 
tre il  re  gli  spedì  l'ordine  cavalle- 
resco di  Arminio  da  lui  istituito. 
In  detto  anno  la  duchessa  die  alla 
luce  un  maschio  che  fu  chiamato 
Alfonso,  per  memoria  del  celebre 
bisavo  della  sposa,  e  ne  furono  pa- 
drini le  repubbliche  veneta,  e  fio- 
rentina. Nicolò  di  Leonello  non  a- 
vea  mai  deposta  la  speranza  di  sa- 
lire alla  signoria  di  suo  padre,  co- 
me nato  legittimo  da  illegittimo. 
Fomentato  dal  cognato  Lodovico  II 
marchese  di  Mantova ,  e  dal  duca 
di  Milano,  profittando  che  Ercole  I 
stava   a    Belriguardo  ;    s5  introdusse 


no  FÉ  R 

armata    mano  in    Ferrara  ,  e  alla 
puerpera  Eleonora,  in  camicia,  col 
neonato  principe,  e  le  bambine  Isa- 
bella e  Beatrice,   gli  riuscì  di    fug- 
gir dal  palazzo    Estense  per  la   via 
coperta     fatta  dal    duca  nel  castel- 
lo, ov'  era    in    guardia    il    cognato 
Sigismondo,    ed    Alberto   rifugiato. 
Indi  questi  due  dopo  alzato  i  ponti 
montarono  a  cavallo,   e  raunarono 
gente  che    unissi    a  quella    raccolta 
dall'altro    fratello    Rinaldo,  e  gri- 
dando i  trombettieri  Diamante,  Dia- 
mante ,  insegna  del  duca,  assaliro- 
no i   veleschi   seguaci  di   Nicolò ,    i 
quali  furono    parte  morti     e   parte 
fugati ,    ed    in    una    palude    presso 
Bondeno    Nicolò  fu  preso.  Ercole  I 
appena   saputo    il    trambusto    corse 
a  raccoglier  gente,  ma  entrò   nella 
città  quando    era  tutto    terminato, 
e  co' fidi  fratelli   portossi  a   ringra- 
ziar Dio.   I  principali  ribelli  furono 
impiccati,  e  nel  castello  furono  de- 
capitati Nicolò^  ed  un  Azzo  d'Este; 
il  primo  fu  sepolto  cogli  onori  del- 
la famiglia  a  s.   Francesco  nell'  ar- 
ca rossa,  sepolcro  degli  Estensi.  Al- 
berto per  gravi    sospetti  fu  esiliato 
a  Napoli,  e  confiscato  il  palazzo    e 
le  possessioni.  Di  queste,  e  di  pri- 
vilegi   il  duca   invece    arricchì  Lo- 
dovico Fiaschi  della  nobile  famiglia 
oriunda  di   Milano,  e  detta  anche 
de'  Mori,   avendolo   dichiarato   suo 
compagno,  o  maestro  di  camera,  e 
cavaliere;    gli    donò    1'  elegante    e 
bel  palazzo    presso  s.  Giustina,  che 
avea  confiscato  a  Matteo  dall'Erbe 
milanese,  per  essere  stato  uno  deVe- 
leschi,    ed   onorò    le    di    lui    nozze 
con  Margherita  Perondoli.  La  pace 
d'Italia  nel  1478  fu  turbata  dalla 
congiura   de' Pazzi    in    Firenze:   ne 
fu  conseguenza  la  guerra  dal  Papa, 
dal  re  di  Napoli,  dal  duca  d'Urbi- 
no ,  e  dai    sanesi    mossa   contro  la 


FER 
repubblica  fiorentina.  Questa  però 
contrappose  Bona  duchessa  di  Mi- 
lano, il  re  di  Francia,  i  veneziani. 
il  Benti voglio  predominante  in  Bo- 
logna, l'Estense,  i  IVlalatesta,  ed 
altri;  onde  i  collegati  elessero  ca- 
pitano generale  il  duca  Ercole  I, 
collo  stipendio  annuo  in  tempo  di 
pace  di  quarantamila  scudi,  e  di 
sessantamila  in  tempo  di  guerra. 
Fu  meraviglia  di  vedere  il  duca 
contro  il  suocero,  e  si  vuol  ciò  de- 
rivato dal  veleno  che  questi  vole- 
va propinargli.  Per  la  massima  del- 
l'equilibrio  già  in  uso,  diversi  po- 
tentati s'indussero  alla  guerra  per  la 
crescente  potenza  dei  Riari  e  dei 
Rovereschi  parenti  di  Sisto  IV.  Il 
duca  parti  colla  sua  gente  per  Fi- 
renze, lasciando  il  governo  nelle 
mani  della  duchessa  Eleonora  ,  la 
quale  egregiamente  lo  esercitò. 

Allora  il  Papa  scomunicò  la  le- 
ga, ed  il  re  di  Napoli  rimandò  a 
Ferrara  Alberto  d' Este,  insinuan- 
dogli di  porre  in  iscompiglio  la  cit- 
tà ;  ma  egli  saggiamente  andò  tut- 
to a  raccontare  al  fratello,  che  l'al- 
loggiò nel  proprio  palazzo  eh'  era 
quello  de'  Pazzi ,  da  dove  lo  man- 
dò a  Castelnuovo  di  Tortona,  men- 
tre Eleonora  avea  dato  alla  luce  il 
terzo  figlio  Ippolito,  essendo  stato  il 
secondo  Ferdinando  o  Ferrante. 
Dopo  varie  guerresche  vicende  fu 
fatta  la  pace,  e  nel  1480  la  du- 
chessa die  alla  luce  Sigismondo.  I 
più  felici  tempi  del  governo  Esten- 
se furono  per  Ferrara  quelli  di 
Leonello ,  di  Borso ,  e  di  Ercole  I 
sino  al  1 48 1,  dopo  la  qual  epo- 
ca alla  pace,  all'opulenza,  e  ad  o- 
gni  nobile  coltura,  nonché  ai  conti- 
nui deliziosi  e  magnifici  spettacoli 
e  divertimenti,  succedettero  gli  or- 
ribili disastri  d'una  delle  più  fu- 
renti guerre,  cioè  di  quella  veneta, 


fé  a 

pei  le  conseguenze  fatali  ai  ferra- 
resi, ed  alla  casa  d'Este.  Il  tribu- 
nale veneto  del  visdomino  in  Fer- 
rara, per  controversie  giurisdiziona- 
li, spesso  fu  argomento  di  disgusto 
tra  i  due  governi;  ma  esso  crebbe 
dopo  il  maritaggio  di  Ercole  I  con 
Eleonora  figlia  di  un  loro  nemico, 
mentre  si  può  aggiungere  con  al- 
cuni storici,  che  aspirando  sempre 
la  repubblica  al  dominio  di  Fer- 
rara avea  divisato  dare  al  duca 
una  gentildonna  veneziaua ,  forse 
per  ereditarne  un  giorno  le  ragio- 
ni, come  avevano  fatto  i  medesimi 
veneti  col  re  di  Cipro  Giacomo. 
Quindi  rinnovandosi  i  punti  di  di- 
scordia, ed  essendo  maggiori  le  dif- 
ficoltà di  sedarle,  nel  i&n  Ercole  I 
soppresse  1'  esenzioni  che  pretende- 
vano goder  i  veneti  abitanti  in  Fer- 
rara e  sobborghi,  anzi  avvi  chi  crede 
che  nel  1 47^  il  duca  si  dichiarò  di 
non  voler  più  ricevere  il  visdomi- 
no, né  di  ricevere  più  il  sale  dai  ve- 
neti, giacché  nel  Ferrarese  se  ne 
aveva  a  buon  mercato.  Terminò  di 
rompere  la  reciproca  armonia,  quan- 
do alcuni  fanti  della  repubblica  in- 
seguirono in  Ferrara  un  faentino 
colpevole  di  delitto,  per  non  dire 
di  altre  cose  finanziarie,  e  persino 
di  lesa  giurisdizione  ecclesiastica , 
per  cui  si  ritirò  a  Venezia  il  vis- 
domino. Nel  punto  che  speravasi 
una  riconciliazione  Girolamo  Riario. 
per  l'autorità  che  gli  concedeva  lo 
zio  Sisto  IV  ,  compose  in  Venezia 
una  lega  contro  Lodovico  il  .Moro 
reggente  di  Milano ,  ed  Ercole  I , 
perché  questi  era  amico  dei  Medici 
nemici  del  Papa,  e  perchè  Girolamo 
ai  dominii  d'Imola  e  di  Forlì  ne  vo- 
leva aggiungere  altri.  Incomincia- 
rono i  veneti  sui  confini  del  Pole- 
sine di  Rovigo  a  ledere  i  diritti 
del   duca   nel  1481,  mentre  gli  a- 


FEU  in 

mici  del  duca  fecero  capitano  ge- 
nerale del  loro  esercito  il  valoroso 
Federico  duca  di  Urbino.  Finalmen- 
te a' 2  maggio  1482  il  senato  ve- 
neto dichiarò  con  pubblico  decreto 
la  guerra  ad  Ercole  I,  quindi  i  ve- 
neti presero  Adria  e  Comacchio, 
mentre  dalla  parte  di  Romagna  il 
loro  alleato  Malatesta  .dovette  limi- 
tarsi alle  devastazioni.  Il  duca  sul- 
le prime  liberò  Ficarolo,  antemu- 
rale di  Ferrara,  di  essere  superato, 
con  strage  de'  nemici,  e  si  pose  in 
grado  di  trattenere  la  flotta  veneta  ri- 
tirata a  Ravale  ;  tutta  volta  ai  ripetu- 
ti assalti  il  castello  di  Ficarolo  cad- 
de in  potere  del  generale  Roberto  da 
Sanseverino  capitano  de' veneti,  cosi 
fu  pure  espugnato  Rovigo  capitale 
del  Polesine,  onde  i  circostanti  luo- 
ghi vennero  agevolmente  in  potere 
del  nemico. 

Comacchio  fu  ripresa  dai  suoi 
abitanti,  ed  il  duca  non  poteva  ri- 
cevere soccorsi  dal  re  di  Napoli  suo 
principale  alleato,  perchè  l'armata 
condotta  dal  suo  figlio  Alfonso  duca 
di  Calabria,  e  composta  di  quat- 
tromila cavalli,  dopo  avergli  im- 
pedito il  conte  Riario  d'avanzarsi , 
era  stata  interamente  battuta  a 
Velletri  da  Roberto  Malatesta,  co- 
mandante delle  milizie  papali.  In 
Ferrara  mori  il  duca  di  Urbino 
generale  della  lega ,  la  quale  poco 
soccorreva  Ercole  I,  e  gli  fu  sosti- 
tuito Sforza  Visconte  milanese,  ri- 
putato militare.  Intanto  in  Ro- 
ma morì  il  Malatesta,  e  in  Ferra- 
ra la  peste  e  la  fame  accresceva  le 
sciagure,  oltre  la  grave  malattia  in 
cui  cadde  il  duca,  ma  la  duches- 
sa con  eroica  intrepidezza  assunse 
il  governo,  bene  assistita  dal  Revi- 
lacqua  giudice  de' savi.  Della  fa- 
miglia Revi'acqua,  oltre  il  Frizzi  e 
lo  Zazzera    ne  trattano    altri   auto- 


ii2  FER 

ri,  fra'  quali  Valerio  Seta  nella  Ge- 
nealogia della  famiglia  Bevilacqua, 
ed  aggiunta  sino  ai  tempi  nostri 
da  F.  agostino  Superbi ,  Ferrara 
1626.  Nel  1606  ivi  il  Seta  aveva 
pubblicato  il  Compendio  istorìco  di 
questa  nobile  famiglia.  11  citato 
Frizzi  ne  ba  trattato  ancbe  a  par- 
te, nelle  Memorie  storiche  ec.,  Par- 
ma 1779.  Il  furore  marziale  vene- 
to si  rallentò  per  le  perdite  fatte, 
e  per  le  difese  cbe  l'Estense  oppose. 
Però  non  andò  guari  cbe  il  San- 
severino  pose  di  nuovo  lo  spaven- 
to a  Ferrara  coll'avvicinarsi  sino  a 
Confortino.  11  popolo  suonò  le  cam- 
pane per  uscir  contro  i  nemici  ; 
ma  il  Bevilacqua  <on  eloquente 
ragionamento  lo  persuase  a  tratte- 
nersi alla  più  sicura  difesa  delle 
mura.  La  duchessa  mandò  in  sal- 
vo i  figli  a  Modena,  e  fece  convo- 
car il  magistrato ,  ed  ogni  ordine 
del  popolo.  Ad  alta  voce  espose 
le  compassionevoli  circostanze  del 
consorte,  i  meriti  della  casa  d'  Este, 
le  conseguenze  d' un  cangiamento 
di  principe,  in  una  parola  infiam- 
mò tutti  per  modo,  che  unanime 
fu  il  gridò  :  Diamante,  Diamante  , 
difesa  3  difesa  :  o  casa  d' Este  o 
morte.  Indi  fu  distribuito  il  popo- 
lo sulle  mura  dalla  parie  del  ne- 
mico, da  Rinaldo  fratello  naturale 
del  duca;  ma  i  veneti  non  si  avan- 
zarono, limitandosi  a  saccheggiare 
e  malmenare  le  circostanti  ville, 
mentre  nella  città  arrivavano  ga- 
gliardi soccorsi  degli  alleati,  si  ac- 
crescevano le  fortificazioni,  e  s'im- 
plorava il  divino  aiuto.  Riuscì  fi- 
nalmente agli  ambasciatori  de' col- 
legati di  scuotere  il  sacro  collegio 
sul  pericolo  che  Ferrara  cadesse 
nell'estero  dominio,  come  di  vin- 
cere con  promesse  il  conte  Girolamo 
Riario,  laonde  fu  conchiusa  la  pace 


FER 

tra  il  Papa  da  un  lato  e  il  re  di 
Napoli  dall'altro  co' suoi  alleati,  e  di 
più  riuscì  a  condurre  Sisto  IV  nel- 
la lega  contro  la  repubblica  di 
Venezia ,  ciò  che  con  gran  tripu- 
dio de'  ferraresi  fu  notificato  nel 
dicembre  1482.  Da  Pietro  Cyrneo 
abbiamo  Commentarla  de  bello 
ferrariensi  ab  anno  1482  usque  ad 
annum  i4<H»  exstat  inter  Rerum 
italicar.  script.  Muratori,  tom.  XXI. 
Sanuto  Marino,  Commentari  della 
guerra  di  Ferrara  tra  li  veneziani 
ed  il  duca  Ercole  d'Este  nel  1  482, 
Venezia  1829.  La  guerra  tra  fer- 
raresi e  veneziani  nel  1482,  Fer- 
rara i843.  Questo  è  un  poemetto 
storico  d'autore  vivente  nel  secolo 
XV,  con  annotazioni  dell'ab.  Anto- 
nelli  sullodato. 

Sisto  IV  spedi  un  vescovo  a  Ve- 
nezia ad  intimar  alla  repubblica  di 
desistere  dalle  ostilità,  e  di  rende- 
re l'occupato,  colla  minaccia  della 
scomunica  :  ciò  fu  inteso  con  repu- 
gnante sorpresa ,  ed  in  vece  i  ve- 
neti di  arrendersi,  raddoppiarono  il 
fervore  per  proseguir  la  guerra , 
mentre  giunse  in  Ferrara  il  cardi- 
nal Gonzaga  legato  di  Bologna  e 
dell'esarcato,  per  assistere  il  duca 
d' ordine  del  Pontefice ,  e  poscia 
Alfonso  duca  di  Calabria  con  rag- 
guardevole armata,  il  conte  di  Pit- 
tigliano  generale  de'  fiorentini ,  e 
Virginio  Orsini  generale  del  Papa 
con  buon  numero  di  cavalleria  e 
fanteria.  Ristabilitosi  Ercole  I ,  re- 
se Ferrara  pressoché  imprendibile, 
e  munitissima  di  viveri  e  di  mu- 
nizioni, rendendosi  perciò  inutili  gli 
ulteriori  tentativi  del  nemico.  In- 
tanto a'  2.5  maggio  si  pronunziò  la 
scomunica  contro  la  repubblica  ve- 
neta con  una  lunga  forinola, che  poi 
fu  stampata  in  Roma  nel  1606. 
Contemporaneo   fu  il  diversivo  del 


FER 
duca  di  Milano,  e  del  marchese  di 
Mantova  di  attaccare  i  veneziani  in 
quelle  parti.  Nel  Ferrarese  il  duca 
riportò  qualche  vantaggio,  ma  mag- 
giore fa  quello  degli  alleati  nelle 
parti  superiori.  Dopo  alcuni  tenta- 
tivi di  pace  Sisto  IV  rinnovò  la 
scomunica  contro  i  veneziani,  e  i 
loro  aderenti  :  pesava  a  tutti  la 
guerra,  ed  ognuno  ne  bramava  il 
fine.  A' 7  agosto  1484  fu  conchiu- 
sa la  pace ,  restituendosi  tutto  al 
duca,  meno  le  Polesine  di  Rovigo, 
e  ripristinandosi  in  Ferrara  le  pre- 
rogative godute  dai  veneziani.  Al- 
l' annunzio  di  questa  pace,  Sisto  I\ 
essendo  infermo,  gli  si  aggravò  dal 
dispiacere  il  male,  che  ne  mori  ai 
1 3  agosto.  Il  nuovo  Pontefice  In- 
nocenzo VIII,  vedendo  che  i  vene- 
7Ìaiii  oltre  le  Polesine  di  Rovigo 
ritenevano  Adria,  ed  alcuni  luoghi 
del  territorio  ferrarese,  e  perciò  di 
ragione  della  Chiesa,  sospese  la  sot- 
toscrizione della  pace.  Tuttavolta 
Ercole  I  per  le  promesse  di  alcu- 
ni collegati  fece  pubblicar  la  pace 
nella  sua  capitale,  che  fu  ricevuta 
con  universal  mormorazione.  Alber- 
to ripatriò,  e  in  premio  di  essersi 
ricusato  di  unirsi  a' nemici,  s'ebbe 
il  perdono,  comoda  provvigione,  e 
il  palazzo  Pasini  poi  de'  Bentivo- 
glio.  La  guerra,  la  fame,  e  la  pe- 
ste, si  vuole  che  costasse  al  Feria- 
rese  centomila  persone,  e  cinquan- 
tamila trecento  e  più  case.  L'uni- 
versità si  riaprì,  e  il  veneto  visdo- 
mino  ripigliò  in  Ferrara  le  sue 
funzioni  ,  avendo  Innocenzo  Vili 
assoluta  la  repubblica  veneziana 
dalle  censure. 

Ercole  I  mandò  ambasciatori  a 
fare  omaggio  al  Pontefice,  e  restò 
neutrale,  ammaestrato  dal  passato, 
nella  guerra  tra  lui,  e  il  re  di  Na- 
poli.   In    questo    tempo    la    poesia 

VOL.    XXIV, 


FER  n3 

teatrale  italiana  ricevette  nobile  in- 
cremento, massime  in  Ferrara  ;  ed 
il  duca  fu  benemerito  della  poesia 
drammatica.  Portandosi  il  duca  a 
s.  Giacomo  di  Galizia  per  iscioglie- 
re  un  voto,  ciò  spiacque  a  diversi 
gabinetti  sospettando  qualche  trat- 
tato, laonde  a  Milano  ricevette  or- 
dine da  Innocenzo  VIII  di  retroce- 
dere, commutandogli  il  voto  nella 
visita  della  basilica  vaticana.  Ubbi- 
dì il  duca ,  ed  entrò  in  Roma  ai 
22  maggio  1487;  e  ne' i3  giorni 
che  vi  si  trattenne  fu  servito  a  spe- 
se della  camera  apostolica,  riportò 
la  rinnovazione  dell'  investitura  del 
ducato  di  Ferrara,  e  pacificò  diver- 
si potentati  col  Papa,  il  quale  sod- 
disfatto dell'ubbidienza  di  Ercole  I 
gli  concesse  altre  grazie,  e  riconob- 
be il  di  lui  figlio  Ippolito  per  ar- 
civescovo di  Strigonia ,  per  nomi- 
na fatta  dal  cognato  del  duca  Mat- 
tia re  d'  Ungheria  ,  ad  onta  della 
tenera  età  del  principino.  Dedito  il 
duca  a  frequenti  viaggi,  e  a  dispen- 
diosi spettacoli,  le  cose  del  gover- 
no non  camminavano  troppo  bene; 
omicidii ,  ingiustizie  ,  ed  estorsioni 
n'erano  le  principali  conseguenze , 
e  le  spese  delle  doli  per  le  sorelle 
e  fighe  costrinsero  il  duca  ad  im- 
porre una  gravissima  tassa  sui  sud- 
diti. Eletto  Alessandro  VI  Borgia 
nel  i4<P>  il  duca  gli  spedì  a  ren- 
dergli omaggio  il  primogenito  Al- 
fonso con  altri  ambasciatori.  In  que- 
st'  anno  in  Ferrara  s' introdusse  il 
giuoco  del  lotto,  che  allora  diceva- 
si  ventura,  e  per  essere  stati  espul- 
si dalla  Spagna  gli  ebrei,  si  accreb- 
bero quelli  che  vi  erano,  ed  ebbe 
origine  nelle  loro  scuole  quella  di- 
stinta col  nome  di  spagnuola,  co- 
me poi  si  dissero  portoghesi  quelli 
venuti  dal  Portogallo.  Intanto  il 
duca  sfogavasi  senza  freno  iu  eri- 
8 


n4  FER 

gere  edifizi ,  cooperando  in  questo 
tempo  all'  unione  dell'  abbazia  di 
Pomposa  co' benedettini  dì  s.  Giu- 
stina di  Padova .  Penuriando  in 
Ferrara  le  case  a  proporzione  de- 
gli abitanti,  Ercole  I  credendo  che 
sempre  più  dovessero  aumentarsi , 
nel  i497  prese  la  grande  risolu- 
zione di  ampliare  la  città  a  più 
del  doppio,  a  seconda  della  descri- 
zione che  ne  fa  il  Frizzi  tom.  IV, 
pag.  i5a,  e  dice  che  ciò  riuscì  gra- 
ve a  tutti  i  sudditi,  mentre  a  pag. 
i5q  parla  della  salubrità  dell'aria 
e  della  fertilità  delle  campagne  pro- 
curata col  disseccare,  e  col  rimove- 
re le  paludi  tanto  dal  duca,  che 
dal  suo  predecessore  Borso.  Riuscì 
a  Lodovico  il  Moro  duca  di  Mila- 
no, di  fare  entrare  nella  lega  che 
avea  fatto  col  Papa  e  co'  veneti  il 
duca  Ercole  I,  ma  senza  esposizio- 
ne, mentre  Ippolito  venne  creato 
cardinale,  e  mentre  agli  ir  ottobre 
i493  moriva  la  duchessa  Eleono- 
ra, che  meritò  i  più  grandi  elogi 
dai  letterali ,  ch'essa  beneficò  in 
modo  singolare. 

Alla  venuta  in  Italia  di  Carlo 
Vili  re  di  Francia  per  la  conqui- 
sta del  regno  di  Napoli,  essendo 
morto  Ferdinando  I,  e  successogli  Al- 
fonso cui  erano  uniti  Alessandro  VI 
e  i  fiorentini,  il  duca  di  Milano,  se- 
guendo Carlo  VIII  nominò  suo 
luogotenente  nel  ducato  Ercole  I , 
per  la  sua  neutralità.  Ma  per  la 
lega  che  fu  fatta  contro  il  re  di 
Francia  ,  questi  precipitosamente 
rientrò  nel  suo  regno ,  perdendo 
quello  di  Napoli  ricuperato  da  Fer- 
dinando II  figlio  di  Alfonso.  Si  aprì 
il  passaggio  Carlo  Vili  nella  pia- 
nura del  Taro  colla  nota  strepi- 
tosa battaglia,  con  sagrifizio  di  gran 
parte  del  suo  esercito,  e  del  ricco 
bottino    fatto  in     Italia,  la    quale 


FER 

peto    dovè  deplorare  la   perdita  di 
molti  de' suoi. 

Nel  1496  per  morte  del  vesco- 
vo, il  duca  amò  che  si  dasse  a 
successore  il  figlio  cardinal  Ippoli- 
to, ma  invece  Alessandro  VI  a  sì 
pingue  benefizio  vi  destinò  suo  ni- 
pote cardinal  Giovanni  Borgia.  Er- 
cole I  s'  impossessò  delle  entrate 
della  mensa,  ciò  che  fu  cagione 
dell'  interdetto  mandato  dal  Papa 
alla  città  e  che  gli  ecclesiastici  dai 
6  di  settembre,  sino  agli  1 1  giugno 
dell'  anno  dopo  si  astennero  d' in- 
tervenir alla  cattedrale,  ed  alle  al- 
tre chiese  ai  divini  uffizi  ed  ai  fu- 
nerali. A  Carlo  Vili  successe  Lo- 
dovico XII,  il  quale  vinto  Lodovi- 
co il  Moro,  conquistò  il  ducato  di 
Milano,  nella  cui  città  entrò  trion- 
fante a'  6  ottobre  i499>  co"  Er- 
cole I  al  fianco,  e  promise  in  iscrit- 
to ad  ogni  evento  la  sua  protezio- 
ne alla  casa  d'Este,  per  cui  i  fer- 
raresi divennero  più  che  prima 
portati  pei  francesi.  Quindi  il  re 
volendo  pur  conquistare  il  regno 
di  Napoli,  per  rendersi  amico  Ales- 
sandro VI,  dichiarò  il  di  ini  diletto 
figlio  Cesare  Borgia  duca  di  Va- 
lentinois  nel  Delfìnato,  indi  gli  spe- 
dì molta  soldatesca,  per  procacciarsi 
il  principato  di  Romagna.  Soldatesca 
che  passando  pegli  stati  Estensi,  ben- 
ché amici,  vi  commise  insopportabili 
iniquità,  massime  in  Argenta,  in 
Bondeno,  ed  in  s.  Agata.  Cesare  oc- 
cupò Imola,  Forlì,  Cesena,  ed  altri 
luoghi,  sospendendo  i  suoi  progres- 
si 1'  abbandono  de'  francesi ,  a  cui 
Lodovico  avea  ritolto  Milano.  In 
questo  tempo  gli  Estensi  divenne- 
ro signori  della  metà  dì  Carpi,  re- 
stando l'altra  ai  Pii.  Ma  imprigio- 
nato e  vinto  Lodovico  dai  france- 
si, questi  tornarono  a  favorire  Ce- 
sare Borgia  che   spogliò   delle  loro 


..* 


FEIi 
città  i  feudatari  di  Romagna,  e  del- 
la Marca,  e  ne  fu  preservato  il 
Ferrarese  all'  ombra  della  Francia. 
Tuttavolta  volendo  il  Papa  mag- 
giormente nobilitare  la  sua  famiglia, 
divisò  di  dare  in  moglie  al  vedovo 
Alfonso  erede  di  Ercole  I  la  pro- 
pria figlia,  la  famosa  Lucrezia  Bor- 
gia, che  in  olio  anni  era  stata  mo- 
glie di  tre  mariti.  Essa  allora  avea 
venticinque  anni,  assai  bella,  e  di  mol- 
lo spirito,  ed  era  stata  investita  dal 
padre  delle  signorie  di  Sermoneta, 
Bassiano,  Ninfa,  Cisterna ,  ed  altre 
terre,  tolto  il  tutto  alla  casa  Cae- 
tani ,  non  che  dichiarata  govei  na- 
trice di  Spoleti  ;  anzi  dovendo  il 
Pontefice  Alessandro  VI  nell'anno 
1 5o  i  partir  da  Roma  per  far  guer- 
ra ai  Colonnesi ,  la  lasciò  nel  pro- 
prio appartamento  al  governo  se- 
colare della  capitale.  Sulle  prime 
Ercole  I  ed  Alfonso  vi  ripugnarono, 
ma  a  cagione  dei  potenti  mediato- 
ri, e  nel  riflesso  di  fatali  conseguen- 
ze, per  volere  della  Francia  vi  ac- 
consentirono. Allora  il  Papa  conces- 
se loro  la  riduzione  del  censo,  e 
1'  ampliazione  dell'  investitura  di 
Ferrara,  la  donazione  di  Cento,  e 
della  Pieve  di  Cento,  e  la  dote  di 
ventimila  ducati  in  oro  e  gemme, 
e  di  centomila  in  contanti,  pel  gran- 
de amore  che  portava  alla  figlia. 
Ciò  stabilito  il  Papa  annunziò  al 
concistoro  il  matrimonio  a'  4  set- 
tembre i5oi,  col  continuo  scarico 
delle  bombarde  di  Castel  s.  Angelo, 
e  a'  2  settembre  si  pubblicò  in  Fer- 
rara a  suon  di  trombe  e  di  campa- 
ne. Il  Papa  con  bolla  sottoscritta 
da  ventitre  cardinali  esaltò  i  meri- 
ti di  Ercole  J,  e  gli  estese  l'investi- 
tura del  vicariato,  e  di  quello  di 
Massa-Lombarda,  Conselice,  Ronca- 
della,  Zeppa,  Scantamantello,  Ba- 
guacavallo  ,    Saulagata  ,    Barbiauo  , 


FER  n5 

Cunio,  e  Zagonara,  dalla  terza  ge- 
nerazione a  cui  solo  era  prima  con- 
ceduta, ad  omnes  praefati  Hercn- 
lis  ducis  descendentes  in  -perpe- 
tuimi, con  l'ordine  però  di  primo- 
genitura; indi  confermò  loro  il  tito- 
lo di  duchi  di  Ferrara,  nel  cui  du- 
cato restarono  cosi  per  la  prima 
volta  inclusi  i  luoghi  qui  mentova- 
ti, che  prima  venivano  dati  per  inve- 
stitura a  parte  ;  poi  ridusse  il  cen- 
so di  questo  feudo  dai  quattromila 
ducati  annui,  a  soli  cento  fiorini  fin- 
ché fossero  vissuti  Ercole  I  ed  Al- 
fonso, ed  i  maschi  che  fossero  nati  da 
Lucrezia  sua  moglie ,  dopo  i  quali 
pei  successivi  chiamati  doveva  cre- 
scere fino  a  mille  fiorini  soltanto. 
In  seguito  con  moto-proprio  Ales- 
sandro VI  approvò  la  cessione  fatta 
nel  1 42  *  dall'arcivescovo  di  Raven- 
na al  marchese  IN'icolò  III,  e  le  suc- 
cessive investiture  delle  terre  di  Ar- 
genta. 

Le  nozze  furono  celebrate  con 
quello  sfarzo  da  ambe  le  parti  che 
la  compiacenza  del  Pontefice,  eia 
magnificenza  del  duca  potevan  pro- 
durre, tulto  descritto  dal  Frizzi  a 
pag.  1 89  e  seg.,  in  un  al  grandio- 
so equipaggio,  e  nobile  cavalcata 
colla  quale  fu  presa  la  sposa  in 
Roma,  alla  testa  della  quale  era- 
no il  cardinale,  e  gli  altri  fratelli 
di  Alfonso:  furono  incontrati  da 
Cesare  Borgia,  dai  cardinali,  e  dagli 
ambasciatori,  venendo  agli  Esten- 
si dato  albergo  nel  palazzo  apo- 
stolico. Il  cardinale  ebbe  dal  Papa 
iu  dono  un  palazzo  in  Roma,  e 
poi  lo  nominò  all'  arcivescovato  di 
Capua  ;  d.  Ferrante  sposò  Lucre- 
zia a  nome  di  suo  fratello,  pre- 
senti il  Papa  e  i  cardinali.  Nei 
primi  di  gennaio  1D02,  tutti  par- 
tirono da  Roma  colla  sposa,  la  qua- 
le portava  seco  un  valore  di  cento  di- 


n6  FER 

ciassetle  mila  ducati  in  gioie  non 
comprese  nella  dote,  ed  un  pro- 
porzionato corredo  di  vestiti  ed  al- 
tro. Il  cardinal  di  Cosenza  legato, 
il  duca  Valentino,  il  cardinal  Bor- 
gia, e  diversi  altri  signori,  e  gran 
numero  di  familiari  formarono  lo 
accompagnamento  di  Lucrezia,  che 
in  un  al  ferrarese  formava  una 
comitiva  di  seicento  persone  ,  le 
quali  per  tutto  Io  stato  furono  trat- 
tate a  spese  dalla  camera  aposto- 
lica. Incontrata  la  sposa  da  Alfon- 
so e  dal  duca,  il  primo  restò  in- 
cantato della  sua  avvenenza  ,  indi 
a'  i  febbraio,  segui  in  Ferrara  la 
solenne  entrata,  incedendo  Lucrezia 
sotto  baldacchino  in  mezzo  al  coiv 
sorte,  e  al  suocero,  in  modo  il  più 
splendido  e  festevole,  che  lungo  sa- 
rebbe a  riportare,  come  le  feste  e 
gli  spettacoli  che  ebbero  luogo,  con 
incredibile  sfarzo  e  spesa,  alla  qua- 
le dovettero  concorrere  i  sudditi 
Estensi.  Reciproci  e  molteplici  furo- 
no i  regali;  il  redi  Francia  donò 
ad  Ercole  I  la  terra  di  Cotignola , 
già  della  casa  Sforzale  il  Papa  rega- 
lò per  un  vescovo  l'Estense  Alfonso 
di  ricca  berretta  ducale,  che  gli  fu 
posta  con  solennità  in  duomo,  con- 
cedendo per  quell'  anno  a'  ferraresi 
una  proroga  al  carnevale,  e  come 
scrive  il  Frizzi,  sino  alla  domenica 
lactare.  Abbiamo  da  Nicolò  Cagnolo, 
la  Relazione  dell'ingresso  in  Ferrara 
di  Lucrezia  Borgia  sposa  d'Alfonso 
d?  Estefioìogaa.  1 84 1 ,  pubblicata  per 
cura  dell'abbate  Giuseppe  Antonel- 
li.  Per  1'  eccidio  che  Cesare  Borgia 
fece  della  famiglia  nobilissima  Vara- 
no signora  di  Camerino,  essa  in  det- 
to anno  si  trapiantò  in  Ferrara. 
Cadde  gravemente  malata  Lucrezia 
per  un  aborto,  ed  il  Papa  gli  mandò 
il  proprio  medico  vescovo  di  Ve- 
nosa, benché  fosse   curata    dal  fer- 


FE  U 
rarese  Carri:  il  primo  la  die  per 
morta;  il  secondo  la  guarì.  Nel 
i5o3  Ercole  1  dovette  cedere  alla 
amicizia  colla  corte  di  Francia,  e 
prender  parte  nella  guerra  che  so- 
steneva nel  regno  di  Napoli  cogli 
spaglinoli ,  e  nel  Milanese  con  tre 
cantoni  svizzeri.  A' 18  agosto  morì 
Alessandro  VI,  e  successe  il  cam- 
biamento di  scena  per  l' insaziabile 
Cesare  Borgia,  e  il  termine  delle 
sue  iniquità ,  sollevandosi  tutti  i 
luoghi  da  lui  con  iniqui  mezzi  oc- 
cupati. Il  nuovo  Papa  Pio  III,  Pic- 
colomini,  fece  vescovo  di  Ferrara  il 
cardinal  Ippolito,  seguendo  le  di- 
sposizioni del  predecessore;  ma  do- 
po pochi  giorni  morì,  e  gli  succes- 
se Giulio  II.  Questi  si  pose  in  a- 
nimo  di  ricuperare  alla  Chiesa  ciò 
che  aveale  usurpato  Cesare  Borgia, 
che  per  salvezza  erasi  rifugiato  a 
modo  di  prigione  in  Castel  s.  An- 
gelo, ed  anco  quanto  altri  sotto 
qualunque  titolo  avessero  occupato. 
Intanto  disperando  i  ministri  del 
duca  Valentino  in  Romagna  di  con- 
servargli le  rocche  ad  essi  affidate, 
tentarono  salvargli  i  suoi  tesori,  col- 
l' inviarli  alla  sorella  in  Ferrara, 
ma  i  bolognesi  li  predarono;  e  co- 
sì spogliato  il  duca  Valentino  di 
ogni  indegno  acquisto,  tradotto  ad 
una  carcere  nella  Spagna,  e  di  là 
fuggito,  mentre  militava  sotto  il 
suo  cognato  re  di  Na varrà  restò 
ucciso. 

La  guerra  di  Lodovico  XII  re 
di  Francia,  con  Ferdinando  V  re 
di  Spagna,  terminò  col  restare  a 
questi  il  regno  di  Napoli.  Vuoisi 
che  allora  Lodovico  XII  meditasse 
compensarsi  sui  veneziani,  al  mo- 
do che  poi  stabilì  nella  famigerata 
lega  di  Cambrai;  e  non  straniero 
a  tale  scopo  fu  il  viaggio  intrapre- 
so da  Alfonso  a  Parigi,  a  Biusselles 


FER 

ed  in  Inghilterra.  Nei  primi  del 
i5o5  passò  all' altra  vita  Ercole  I, 
di  cui  fanno  ampio  elogio  gli  stori- 
ci, per  la  sua  pietà  addimostrata 
nelle  chiese  e  monasteri  da  lui 
fondati,  nell'assistenza  a' divini  uf- 
fici, nella  lavanda  che  faceva  di 
centinaia  di  poveri  nella  settimana 
santa  ec.  ;  pel  suo  coraggio  nelle 
imprese  militari;  per  la  sontuosità 
delle  cnccie  e  di  altri  spettacoli; 
per  l'amore  ch'ebbe  pei  sudditi; 
per  la  munificenza  usata  co' suoi 
famigliari  ed  amici,  non  con  titoli 
vani  e  sterili  pergamene,  ma  con 
belli  palazzi  e  pingui  possessioni  ; 
pel  favore  accordato  al  commercio, 
alle  arti  ed  all'agricoltura;  per  la  sua 
magnificenza,  e  per  la  protezione  che 
accordò  agli  uomini  di  lettere,  che 
egli  pure  amò  e  coltivò;  per  diversi 
atti  di  clemenza,  e  per  altre  egre- 
gie qualità.  Nel  dì  stesso  di  sua 
morte  si  portò  il  giudice  de'  savi 
in  Castello,  e  colle  cerimonie  con- 
suete presentò  al  duca  Alfonso  I  il 
bastone  e  la  spada,  ed  il  popolo 
lo  riconobbe  per  suo  signore  .  Il 
duca  si  portò  con  nobile  cavalca- 
ta in  mezzo  al  vescovo  cardinal  Ip- 
polito, e  al  visdomino  de' veneti,  ed 
i\i  (ccc  al  primo  il  solito  giura- 
mento. L'esaltazione  di  Alfonso  I, 
fu  seguita  da  una  catena  non  in- 
terrotta di  tristi  avvenimenti,  es- 
sendo il  primo  una  general  carestia, 
cui  successe  una  mortalità  epidemica. 
La  duchessa  Lucrezia  ritiratasi  a 
Rovigo  di  nuovo  abortì,  e  l' uni- 
versità si  chiuse,  intimandosi  ferie 
ai  tribunali.  I  danni  del  terremo- 
to, le  spese  del  passaggio  di  trup- 
pe e  i  precedenti  disastri  obbliga- 
rono il  duca  ad  imporre  tasse  che 
produsse  malcontento.  Dedito  il  nuo- 
vo duca  alle  arti  meccaniche  del 
torno,   della    fonderia  dei  metalli, 


FER  117 

massime  delle  artiglierie,  delle  ma- 
nifatture d'acciaio,  e  nel  dipinge- 
re le  maioliche,  divenne  in  esse  ec- 
cellente .  Trattando  sempre  fami- 
liarmente cogli  artefici,  non  si  rego- 
lava con  quel  contegno  proprio 
della  sua  dignità,  mentre  il  fratel- 
lo Ferrante  educato  nella  fastosa 
corte  di  Napoli  concepì  il  reo  di- 
segno di  usurpare  il  potere.  Face- 
va a  ciò  ostacolo  il  temuto  cardi- 
nal Ippolito,  che  col  fratello  duca 
eia  legato  con  particolare  affetto, 
per  cui  deliberò  di  disfarsi  d'am- 
bedue, profittando  dell'  accecamen- 
to prodotto  dal  cardinale  all'  altro 
fratello  Giulio,  pe' motivi  che  nar- 
ra il  Frizzi  al  tom.  IV,  pag.  206. 
Più  volte  Ferrante,  d'  accordo  col- 
lo sdegnato  Giulio,  tramò  congiure 
per  uccidere  gli  altri  due  loro  fra- 
telli, finché  il  cardinale  se  ne  av- 
vide, avvertendone  il  duca.  Tutti 
i  complici  perderono  la  testa,  e  fu- 
rono squartati.  Ferrante  e  Giulio 
mentre  aveano  salito  il  palco  nel- 
la corte  del  castello  per  essergli 
troncato  il  capo,  impietositosi  il 
bel  cuore  del  duca,  fece  loro  gra- 
zia, commutandogli  la  pena  in  per- 
petua carcere  separata ,  e  i  beni 
loro  confiscati  li  donò  a"*  suoi  fa- 
migliari. Dal  pericolo  evitato,  Al- 
fonso I  prese  una  saggia  lezione, 
cangiò  affatto  contegno,  e  tutto  si 
dedicò    agi'  interessi  dello  stato. 

Molestando  i  veneziani  il  Ferra- 
rese, fermo  Giulio  II  di  ricupera- 
re i  dominii  della  Chiesa,  intimò 
ad  essi  la  restituzione  di  Ravenna, 
e  degli  altri  luoghi  da  loro  occu- 
pati, mentre  il  duca  si  die  a  ri- 
sarcire le  fortificazioni  di  Ferrara. 
Nel  i5o6  Giulio  II  in  persona  si 
portò  a  Perugia,  e  la  tolse  a  Gio. 
Paolo  Baglioue,  ed  assediata  Bolo- 
gna la    tolse    a  Giovanni    lì   Ben-- 


ri8  FER 

tivoglio;  dovendo  il  duca  di  Fer- 
rara come  vassallo  prestar  soccorsi 
al  Papa;  e  più  tardi  il  cardinal  Ip- 
polito debellò  sul  Panaro  il  Benti- 
voglio  che  andava  a  tentar  la  ri- 
cupera di  Bologna .   Nei  primi   del 

i5o8  Alfonso  I  grandemente  con- 
corse alla  benefica  istituzione  del 
monte  di  pietà  in  Ferrara,  ed  ai 
4  aprile  Lucrezia  die  alla  luce  il 
primogenito,  che  fu  Ercole  II .  La 
repubblica  di  Venezia  colla  formi- 
dabile sua  potenza  avendo  ingelo- 
sito i  gabinetti  di  Europa,  fu  age- 
vole ai  re  di  Francia,  di  Spagna, 
ed  all'imperatore  l'unirsi  col  Pa- 
pa nella  massima  di  piombar  sui 
veneti  per  rivendicar  ciascuno  quan- 
to a  loro  aveangli  tolto,  e  diminuir- 
ne la  possanza ,  il  perchè  fu  sti- 
pulata dalle  parti  una  lega  in  Cam- 
brai,  lasciandovi  luogo  ad  entrarvi 
al  marchese  di  Mantova,  e  ai  du- 
chi di  Savoia  e  di  Ferrara,  al  qua- 
le Giulio  II  per  mezzo  del  vesco- 
vo d' Adria  nel  duomo  gli  avea 
fatto  dono  della  rosa  d'  oro  bene- 
detta. A  ciò  aggiunse  Giulio  II  la 
promessa  della  restituzione  delle 
Polesine  di  Rovigo,  l'abolizione  del 
visdomino  veneto  in  Ferrara,  e  la 
liberazione  degli  antichi  patti  col- 
la repubblica;  di  altrettanto  lo  assi- 
curò Lodovico  XII  re  di  Francia. 
Alfonso  I  non  attendendo  all'esem- 
pio del  genitore,  dall'  esca  restò  sa- 
grifìcato,  perchè  s' invischiò  tra  fie- 
ri disastri,  e  dal  Papa  venne  di- 
chiarato gonfaloniere  della  Chiesa 
inviandogliene  lo  stendardo ,  che 
colle  dovute  solennità  gli  venne  pre- 
sentato nel  duomo.  Nell'aprile  del 
i5og  Giulio  II  intimò  ai  venezia- 
ni di  dimettere  le  città  della  Ro- 
magna, sotto  pena  di  scomunica.  I 
francesi  intanto  aprirono  la  cam- 
pagna,  colla   celebre   sconfitta   dei 


FER 
veneti  a  Ghlaradadda,  quindi  com- 
parve in  scena  il  duca  di  Ferrara, 
dopo  aver  licenziato  il  visdomino 
veneziano  Francesco  Doro,  die  fu 
l'ultimo  residente  nella  città  per  la 
repubblica;  mentre  nella  Romagna 
Francesco  Maria  della  Rovere  du- 
ca di  Urbino ,  e  nipote  del  Papa 
qual  generale  della  Chiesa  era  com- 
parso con  un  esercito;  ma  non  fu 
d'uopo  di  usarne,  perchè  i  veneti 
ubbidirono  al  pontificio  monitorio, 
cedendo  senza  contrasto  i  luoghi  di 
Romagna.  Le  armi  spagnuole  ed 
imperiali  nel  regno  di  Napoli  e  in 
lombardia  ebbero  pure  felice  suc- 
cesso. Volendo  allora  Alfonso  I  ri- 
cuperar le  Polesine  di  Rovigo,  tro- 
vandosi in  armi  da  quindicimila 
uomini,  gli  fu  facile  il  ricupero,  in- 
sieme ad  Este  e  Monselice,  oltre 
Rovigo  :  i  due  primi  luoghi  poco 
dopo  andarono  perduti,  mentre  Lu- 
crezia dava  alla  luce  Ippolito  poi  car- 
dinale. L' imperatore  Massimiliano 
dopo  aver  rinnovato  ad  Alfonso  I 
le  antiche  investiture  d'Fste  e  di 
Montagnana,  collo  sborso  di  qua- 
rantamila ducati ,  fece  ritorno  in 
Germania. 

I  veneziani  6i  chiamarono  adon- 
tati pel  contegno  del  duca  di  Fer- 
rara, per  cui  formalmente  gl'inti- 
marono  la  guerra.  Alfonso  I  allo- 
ra vide  il  turbine  che  gli  sovra- 
stava, richiamò  le  forze  dal  Pole- 
sine, e  le  impiegò  alla  difesa  del 
Ferrarese,  onde  le  Polesine  venne- 
ro occupate  dai  veneti,  che  fecero 
avanzare  pel  Po  la  loro  flotta,  che 
sulle  prime  affrontarono  il  duca  e 
il  cardinale,  e  questi  con  molta  in- 
telligenza e  valore,  qualità  che  a- 
vea  in  altri  fatti  d'armi  addimo- 
strato. Comacchio  fu  preso  e  sac- 
cheggiato, quando  Alfonso  I  spedì 
per  soccorsi  al  Papa  il  celebre  poe- 


FER 

ta  Lodovico  Ariosto,  e  n'ebbe  pur 
di  Francia,  e  d'altre  parti,  per  cui 
col  cardinale  raddoppiarono  i  loro 
sforzi,  riportando  gloriosa  vittoria 
sulla  flotta  veneta  scompigliata  e  di- 
strutta, colla  perdita  di  circa  quat- 
tromila uomini ,  e  questa  fu  la 
famosa  battaglia  della  Policella.  I 
veneziani  con  uno  de'  più  illustri 
esempi  di  loro  connaturale  saga- 
cità  e  prudenza,  delusero  le  mag- 
giori potenze  d'Europa  congiurate 
ad  annientarli .  Compresero  che 
Giulio  II  era  il  loro  più  potente 
contrario,  si  umiliarono  a  lui,  e  do- 
mandarono pace,  e  l'assoluzione  della 
scomunica.  Considerando  il  Papa  che 
il  suo  nella  Romagna  era  stato  ricu- 
perato, e  che  lo  stesso  aveano  ottenu- 
to i  principali  collegati,  il  pericolo 
cui  si  esponeva  l' Italia,  con  l' in- 
grandimento di  altri  principi,  e  la 
perdita  che  si  faceva  colla  repub- 
blica di  un  valido  antemurale  con- 
tro i  turchi,  nel  febbraio  i5io  mo- 
strandosi padre  comune  capitolò 
colla  repubblica  per  la  pace.  Su  di 
che  può  consultarsi  Ippolito  d'E- 
ste,  Storia  della  vittoria  del  duca 
Alfonso  sopra  V armata  navale  dei 
veneziani^  Ferrara,  Selli  da  Carpi 
i5io;  questa  operetta  tradotta  in 
latino  da  Celio  Calcagnine  trovasi 
a  pag.  4$4  delle  di  lui  opere, 
stampate  a  Basilea  i544-  Tra  le 
condizioni  che  riguardano  Ferrara, 
fu  dichiarata  libera  la  navigazione 
per  l'Adriatico  ai  sudditi  della  Chie- 
sa ed  ai  ferraresi,  e  di  più  tolto 
il  tribunale  del  visdoraino  in  Fer- 
rara, come  città  dell'alto  dominio 
della  Chiesa,  e  aboliti  gli  antichi 
patti  fra  i  veneziani  e  i  ferraresi, 
che  furono  sorgente  di  continue 
discordie,  ma  del  ripromesso  Po- 
lesine non  se  ne  fece  motto.  Lo- 
dovico XII    si  chiamò    offeso  di  sì 


FER  119 

fatta  pace  conchiusa  senza  sua  in- 
telligenza, ne  l'assenso  de'confede- 
rati;  ma  il  Papa  non  prendendo  ciò 
in  considerazione,  procurò  di  stac- 
cargli l'imperatore,  di  concertargli 
contro  l' Inghilterra ,  e  i  genovesi, 
e  a  danno  del  duca  di  Milano 
strinse  lega  cogli  svizzeri.  Tuttavol- 
ta  i  francesi,  gl'imperiali,  e  i  fer- 
raresi mossero  contro  i  veneti  le  lo- 
ro forze,  e  restituirono  al  duca  le 
Polesine  di  Rovigo.  In  questo  men- 
tre Giulio  li  intimò  ad  Alfonso 
I,  che,  come  feudatario  e  gonfalo- 
niere della  Chiesa,  desistesse  di  mo- 
lestare i  veneziani  amici  della  Chie- 
sa stessa,  di  separarsi  dai  francesi, 
di  non  fabbricare  sale  in  Comac- 
chio  in  pregiudizio  delle  saline  di 
Cervia  ritornate  alla  Chiesa,  com'e- 
ragli  vietato  quando  esse  stavano 
sotto  i  veneziani.  11  duca  per  di- 
verse ragioni  non  vi  aderì,  ricu- 
perando frattanto  anche  Este  e 
Monselice. 

Venuto  il  giorno  di  s.  Pietro, 
ricusò  il  Papa  di  ricevere  il  pa- 
gamento del  feudo  che  gli  fece  al 
solito  presentare  il  duca,  uè  volle 
ascoltar  rimostranze ,  indi  intimò 
al  cardinal  Ippolito  di  separarsi  dal 
fratello  e  di  portarsi  in  Roma,  ma 
in  vece  passò  a  Parma.  Da  qui 
ebbero  principio  le  lunghe  ed  a- 
spre  guerre  tra  Giulio  II,  e  il  du- 
ca, che  licenziandosi  dal  campo  fran- 
cese ed  imperiale  pensò  a  premu- 
nirsi dalle  future  contingenze,  tol- 
se alcuni  dazi  per  affezionarsi  il 
popolo,  e  sospese  la  fabbricazione 
del  sale  in  Comacchio  per  guada- 
gnarsi il  cuore  del  Papa.  Questi  in 
vece  ordinò  al  duca  di  Urbino  di 
marciare  colle  milizie  pontificie,  che 
s'impadronirono  delle  principali  ter- 
re del  Ferrarese;  e  non  volendosi 
il  duca  separare  dai  francesi  risol- 


lao  FER 

vette  difendersi  a  tutto  potere,  in- 
vocando l' aiuto  di  Lodovico  XII, 
che  gli  mandò  più,  di  diciassette 
mila  combattenti.  A'9  agosto  i5io 
Giulio  II  scomunicò  il  duca  di  Fer- 
rara, lo  dichiarò  decaduto  dal  du- 
cato, e  lo  privò  del  gonfalone  di 
s.  Chiesa.  11  duca  di  Urbino  col 
cardinal  legato  di  Bologna  occu- 
parono Modena,  e  la  rocca  di  Lu- 
go,  mentre  i  veneti  alleati  del  Pa- 
pa ripresero  le  Polesine  di  Rovi- 
go ed  altri  luoghi.  Dopo  la  pre- 
sa di  Carpi,  ed  altri  luoghi,  il 
duca  d'Urbino  occupò  Bondeno, 
ed  avanzossi  verso  Ferrara,  nel- 
l'atto che  i  veneti  spinsero  una  flot- 
ta a  Francolino.  Resa  pubblica  la 
scomunica  in  Ferrara  si  chiusero  i 
sagri  templi,  cessarono  i  divini  of- 
fici, tacquero  le  campane,  e  i  mor- 
ti si  seppellirono  in  luogo  profano. 
Ferdinando  V  re  di  Spagna  ab- 
bandonò la  lega,  e  si  uni  a  Giu- 
lio II,  che  volendo  ad  ogni  costo  i 
francesi  fuori  di  Italia,  passò  a  Bo- 
logna .  Allora  riuscì  ad  Alfonso  I 
d' impadronirsi  d'Adria,  di  Rovigo 
e  del  Polesine;  e  i  veneziani  alle- 
stita altra  flotta,  invitarono  qua- 
lunque privato  a  farne  parte,  pro- 
mettendogli il  conquistato,  e  si  di- 
vise in  tre  parti  pel  Po,  ma  senza 
successo.  Però  i  veneti  avendo  da- 
ta una  rotta  ai  francesi  invasero 
nuovamente  il  Polesine.  Lodovico 
XII  volle  continuare  la  guerra  con 
più  rigore,  il  perchè  inoltrandosi  i 
francesi  nel  Modenese,  l'infermo  Giu- 
lio II  s'indusse  a  trattar  con  loro  la 
pace  :  accertato  però  del  soccorso  del 
re  di  Spagna  insano,  e  non  volle  più 
trattare  la  concordia,  fulminando 
un  monitorio  di  scomunica  contro 
i  francesi,  se  avessero  continuato  ad 
aiutare  il  duca  di  Ferrara.  Intanto 
l'imperatore  avendo  fatto  valere  le 


FER 
ragioni  dell'impero,  i  papalini  gli 
cedettero  Modena  a  condizione  elio 
non  la  dasse  al  duca.  Vedendo 
questi  che  Giulio  II  voleva  avan- 
zarsi contro  la  città,  arringò  il  po- 
polo, animandolo  alla  difesa,  laonde 
tutti,  e  persino  i  frati  e  i  preti  si 
portarono  a  fortificar  le  mura  della 
città.  Differì  il  Papa  d'inoltrarsi,  e 
in  vece  rivolse  le  sue  forze  ad  as- 
sediar la  forte  città  di  Mirandola, 
difesa  dai  francesi,  stimolato  dal  ce- 
lebre letterato  Gio.  Francesco  Pico 
che  n'era  stato  cacciato  dal  fratel- 
lo :  colla  presenza  del  Papa,  che 
agiva  come  un  valoroso  generale, 
siccome  è  noto  a  tutti,  la  piazza 
cadde  ne' primi  di  gennaio  i5ii. 
La  consegnò  al  detto  Gio.  Fran- 
cesco, e  ritornò  a  Bologna,  donde 
per  sicurezza  passò  in  Ravenna  ; 
indi  inviò  il  vescovo  di  Carinola  con 
un  esercito  alla  Bastia,  ma  calan- 
do all'improvviso  il  duca  lo  sba- 
ragliò compiutamente,  senza  che 
Giulio  II  restasse  punto  smarrito. 

Bologna  fu  presa  da'  francesi,  e 
siccome  il  cardinal  legato  Alidosio 
ne  incolpava  il  duca  di  Urbino , 
questi  l'uccise,  onde  il  Papa  tutto 
amareggiato  ritornò  in  Roma.  Al- 
lora Alfonso  I  riprese  Cento,  Lu- 
go,  e  il  resto  della  Romagna  fer- 
rarese, come  fecero  i  francesi  della 
Mirandola,  indi  Carpi  e  le  Pole- 
sine di  Rovigo  caddero  nelle  forze 
ferraresi.  Il  re  di  Francia  tuttavia 
ordinò  al  Triulzio  maresciallo  di 
Francia  suo  generale,  che  astenen- 
dosi dal  molestargli  stati  della  Chie- 
sa, cogl' imperiali  continuasse  la 
guerra  a  danno  de'  veneti.  Giulio 
li  intanto  depose  alcuni  cardinali 
scismatici,  che  avevano  osato  con- 
vocare un  conciliabolo  a  Pisa,  ed  in 
vece  intimò  il  concilio  generale  la- 
teranense  V,  e  fermo    nel    cacciar 


FER 

dall'  Italia  i  francesi ,  come  di  an- 
nichilare il  duca  di  Ferrara,  unì 
alla  lega  Enrico  Vili  re  d'Inghil- 
terra. I  veneti  rientrarono  nelle  Po- 
lesine, e  l'esercito  pontificio  sotto 
il  comando  del  cardinal  Giovanni 
de' Medici,  poi  Leone  X,  e  del 
general  Fabrizio  Colonna  riprese 
l'offensiva  nel  i5ì2,  ma  non  gli 
riuscì  prendere  Bologna  ,  ad  onta 
che  Ira  papalini  e  spagnuoli  fosse 
composto  di  ventimila  uomini.  In- 
di i  francesi  colle  artigliere  di  Al- 
fonso I  si  diressero  ad  assediar  Ra- 
venna, che  difesa  da  Marc' Anton  io 
Colonna  vigorosamente,  mille  e  cin- 
quecento nemici  vi  restarono  ucci- 
si, per  gli  aiuti  dati  al  Colonnese 
dal  viceré  di  Xapoli  Raimondo  Car- 
dona,  e  dal  cardinal  de'Medici  col 
resto  dell'esercito  pontifìcio  e  spa- 
guuolo,  oltre  la  morte  di  Sciatti- 
gliene della  casa  di  Coligny.  Allo- 
ra Gastone  di  Foix  governatore  di 
Milano,  per  mancanza  di  viveri  si 
vide  costretto  a  battersi,  ed  affi- 
dandosi al  suo  straordinario  ardi- 
re collocò  nella  sua  vanguardia  il 
duca  di  Ferrara  colle  sue  artiglie- 
rie, e  seguitato  dal  cardinal  Fede- 
rico Sanseverino  legato  del  conci- 
liabolo di  Pisa,  nello  stesso  giorno 
di  Pasqua  andò  ad  attaccare  il  ne- 
mico. Il  Cardona  fermo  ne'  ripari, 
si  difese  con  tal  valore,  che  il  Foix, 
massimamente  perchè  le  artiglierie 
ferraresi  miravano  troppo  alto,  era 
già  per  cedere.  Avvedutosene  Al- 
fonso I,  levò  le  artiglierie  dalla 
froute,  e  fatto  un  giro  andò  ad 
appostarle  ad  un  fianco,  ed  alla 
coda  de'  nemici  in  luoghi  opportu- 
nissimi,  e  di  là  dirigendole  alle  gam- 
be di  essi ,  li  obbligò  a  stendersi 
col  petto  a  terra.  In  sì  fatta  po- 
sizione non  potendo  i  medesimi  com- 
battere,   anzi    soffrendo   numerose 


FER  i2t 

uccisioni,  uscirono  per  disperazione 
in  campo  aperto  seguendo  l'esem- 
pio di  Fabrizio  Colonna.  Quivi  ri- 
cominciò la  battaglia  con.  tal  fu- 
rore, che  poche  ad  essa  possouo 
paragonarsi,  ed  Alfonso  I  si  dipor- 
tò valorosamente,  giacché  dopo  cir- 
ca sei  ore  di  arrabbiato  combatti- 
mento, la  vittoria  si  dichiarò  pei 
francesi,  e  al  duca  di  Ferrara  se 
ne  diede  il  merito  principale.  Fra 
l'ima  e  l'altra  parte  si  contarono 
circa  dieciottomila  morti,  con  molti 
uflìziali,  e  lo  stesso  Fois.  con  ram- 
marico de*  francesi.  Fabrizio  Co- 
lonna si  diede  al  duca  con  patto 
di  non  essere  consegnato  a'  fran- 
cesi. Terminata  la  battaglia  il  du- 
ca intimò  la  resa  alla  città  di  Ra- 
venna che  fu  accordata,  e  contro 
i  patti  soggiacque  al  sacco  il  più, 
iniquo  e  crudele,  non  risparmian- 
dosi le  chiese  e  i  monisteri.  Il  car- 
dinal de'Medici  dovette  lavila  al 
coraggio  d' un  suo  famigliare,  che 
con  un  fendente  tagliò  la  mano 
di  quello  che  aveva  afferrato  le 
redini  del  cavallo  turco  che  caval- 
cava, per  farlo  prigioniero,  salvan- 
dosi a  Modena.  Conseguenza  della 
vittoria  si  fu,  che  molte  città  del 
Papa  in  Romagna  si  dierono  ai 
vincitori,  i  quali  non  profittarono 
di  essa  pel  loro  numero  diminui- 
to, e  per  mancanza  di  generale.  In 
tanta  prosperità  chi  non  avrebbe 
presagito  a  Lodovico  XII  pieno 
trionfo,  e  ad  Alfonso  I  una  lunga 
sicurezza  e  riposo?  Ma  già  dall'In- 
ghilterra, dalla  Spagna  e  dagli  sviz- 
zeri ad  istanza  di  Giulio  li  e  dei 
veneziani  si  minacciava  la  Francia, 
e  il  ducato  di  Milano.  Massimilia- 
no erasi  distaccato  dalla  lega  di 
Cambiai ,  ed  il  Papa  col  re  di 
Spagna  ricomposero  l'esercito  di 
Romagna,  ciò  che  costrinse  i  fran- 


122  FER 

cesi  a  partir  da  essa  ed  accorrere 
alla  difesa  del  Milanese,  ed  Alfon- 
so I  ad  accrescere  le  fortificazioni 
della  sua  capitale.  A  cagione  delle 
esorbitanti  spese  della  guerra,  di- 
minuì il  duca  quelle  della  corte, 
pigliò  denaro  a  frutto,  impegnò  le 
cose  preziose,  le  gioie  di  Lucrezia, 
gli  argenti  di  tavola,  supplendo  col- 
le maioliche  fabbricate  e  dipinte  di 
sua  mano.  I  francesi  perderono  il 
Milanese,  e  Parma  e  Piacenza;  le 
quali  città  eransi  date  al  Papa , 
quando  il  duca  di  Urbino  nel  mag- 
gio avendo  ricuperato  l'alta  Roma- 
gna rientrò  nel  Ferrarese  e  in  Bo- 
logna ,  per  cui  i  Ben  ti  voglio  per 
sempre  si  ritirarono  in  Ferrara,  es- 
sendo Annibale  marito  di  Lucre- 
zia figlia  di  Ercole  I,  sorella  di  Al- 
fonso I.  V.  il  Sansovino,  Orìgine 
e  fatti  delle  famiglie  illustri  d'I- 
talia, Della  famiglia  Benlivogli.  Ri- 
mase dunque  Alfonso  I  tra  due 
fuochi,  il  Papa  da  un  lato,  i  ve- 
neti dall'altro  ;  la  sua  rovina  era 
imminente,  e  la  sola  magnanimità 
che  lo  distingueva  potè  salvarlo. 
Grato  Fabrizio  Colonna  dell'amo- 
revole suo  trattamento  qual  pri- 
gioniero, e  della  sua  liberazione,  si 
offri  di  riconciliarlo  con  Giulio  II, 
il  quale  fece  sospendere  le  sue  ar- 
mi, e  permise  che  Alfonso  I  si  por- 
tasse in  Roma  a  trattar  la  pace , 
lasciando  al  governo  di  Ferrara  il 
cardinal  Ippolito.  In  pieno  conci- 
storo il  duca  chiese  perdono  a  Giu- 
lio II  della  passala  condotta,  gli 
furono  sospese  le  censure,  e  si  de- 
putarono sei  cardinali  a  concertar 
una  composizione.  Essa  non  ebbe 
effetto  perchè  il  Papa  voleva  il 
ducato  di  Ferrara  devoluto  alla 
santa  Sede ,  ed  ogni  altro  feudo 
deHa  Chiesa,  qual  pena  legittima 
di  ribelliouej  e  solo  a  grazioso  corn- 


FER 

penso  esibì  la  città  di  Asti.  Ve- 
dendosi il  duca  mal  sicuro  in  Ro- 
ma, e  che  l'esercito  pontificio  con- 
tinuava le  conquiste,  col  favore  dei 
Colonnesi  con  pena  gli  riuscì  di 
fuggire  travestito  or  da  cacciatore, 
or  da  frate,  or  da  famiglio  nell'ar- 
mata che  Prospero  Colonna  con- 
duceva in  Lombardia.  Pervenne  il- 
leso a  Ferrara,  e  trovò  che  solo 
Argenta  e  Comacchio  erangli  ri- 
maste de'  suoi  dominii.  Allora  Giu- 
lio II  raddoppiò  il  mezzo  delle  ar- 
mi per  conquistare  il  duca ,  chia- 
mò il  cardinal  in  Roma,  mentre  gli 
spagnuoli  raffreddandosi  fu  colto 
dalla  morte  a'  2  1  febbraio  1 5 1 3, 
restando  Alfonso  I  così  liberato  da 
ogni  timore,  ricuperando  pronta- 
mente vari  luoghi.  L'assunzione  al 
pontificato  del  cardinal  de'  Medici 
che  prese  il  nome  di  Leone  X  rad- 
doppiò le  contentezze  e  le  speran- 
ze del  duca.  Come  vassallo  della 
Chiesa  spedì  subito  a  tributargli 
omaggio  e  a  chiedere  la  liberazio- 
ne dall'interdetto  alcuni  ambascia- 
tori, i  quali  furono  ben  accolti,  ed 
anco  pei  Bentivogli  impetrarono 
l'assoluzione  dalle  censure.  Avendo 
il  Papa  esternato  desiderio  di  ve- 
der presente  alla  sua  coronazione 
Alfonso  I,  questi  si  recò  in  Roma 
con  bella  compagnia  ;  e  nella  gran 
solennità  agli  1 1  aprile  addestrò  il 
cavallo  del  Pontefice,  cioè  quello 
stesso  in  cui  un  anno  prima  nel 
medesimo  giorno  era  stato  fatto 
prigioniero,  ed  in  abito  ducale  por- 
tò lo  stendardo  della  Chiesa  come 
suo  gonfaloniere,  benché  di  quella 
dignità  lo  avesse  spogliato  Giulio  II. 
Il  Cancellieri  nella  Storia  de'  pos- 
sessi, parlando  di  questo  di  Leone 
X,  racconta  che  il  duca  montò  sul 
cavallo  del  Papa,  lo  cavalcò  per 
provarlo  alquanti  passi,  e  poi  smou- 


*» 


FER 
tato  tenne  la  staffa  a  Leone  X,  gli 
assettò  i  paramenti,  condusse  per 
alcun  tratto  il  cavallo,  e  passò  a 
prender  luogo  tra  i  due  ultimi  car- 
dinali diaconi  vestiti  de'  sagri  pa- 
ramenti, cioè  Sigismondo  di  Man- 
tova, ed  Alfonso  di  Siena.  A'  27 
aprile  pieno  di  lusinghe  il  duca 
partì  per  Ferrara,  restando  in  Ro- 
ma il  cardinal  Ippolito  suo  fratello 
con  sontuosa  corte,  per  giovare  ai 
di   lui  negozi. 

Intanto    si    collegarono    i     fran- 
cesi   coi    veneziani,  i   quali    conces- 
sero   al    duca    una    tregua ,    men- 
tre l' Italia   continuò  ad  essere  dal- 
la    guerra    travagliata.     Alfonso    I 
estraneo  ad  essa,  si  diede  a  fabbri- 
car   la    delizia    di    Belvedere,  che 
molti  scrittori  credettero   che    riu- 
scisse senza  paragone.  Leone  X,  nel 
1 5  1 4-  assolvette  il  duca  e  suoi  ade- 
renti dalle  censure,  annullò  la  con- 
fisca di  Ferrara  fatta  da  Giulio  II, 
approvò  la  riduzione  del  censo  ac- 
cordata da  Alessandro  VI    pel  vi- 
cariato,   pose   il    duca   nell'  intero 
suo  diritto  sopra  Cento  e  Pieve,  lo 
prese    co'  suoi    successori    sotto    la 
protezione  della  Sede  apostolica,  e 
gli  promise  restituirgli  Reggio,  pre- 
via la  rinunzia  di  Alfonso    I  sulle 
saline  di  Comacchio,  che    fu  effet- 
tuata; ma  Modena  fu  venduta  al  Pa- 
pa dall'imperatore  Massimiliano  che 
ì'avea  in  suo  potere,  per  quaranta 
mila  ducati  d'oro.  Ciò  addolorò  l'a- 
nimo del  duca,  perchè    dal  mede- 
simo imperatore  eragli    stata    con- 
fermata   l'investitura    di    Modena. 
Leone  X  tuttavolta  promise  al  car- 
dinal d'  Este,  che  l' avrebbe    resti- 
tuita, tosto    che    ne    avesse   conse- 
guito  il  possesso.    Eguali    speranze 
ebbe  in   Milano  da  Francesco  I  re 
di  Francia,  che  avea  riconquistato 
quel  ducato^  ma  senza  effetto^  bcu- 


FER  ia3 

che  offrisse  il  duca  la    restituzione 
al  Papa  della  somma    sborsata ,  e 
certo  compenso  di  spese:  Parma  e 
Piacenza  furono  riunite  al  Milane- 
se.  "Nel    i5i6  la    duchessa    partorì 
Francesco,    e    il  cardinale    concepì 
l' idea  di  far  scrivere    la   storia  di 
Ferrara,  e  di  casa  d'Este,    dando- 
ne l' incarico   a   Celio    Calcagnini , 
ma  non  si  hanno  prove    che   l'ef- 
fettuasse: Peregrino    Prisciani    con 
immensa  fatica    ne  avea    preparati 
i  materiali.  Nel    io  18  morì  Lucre- 
zia Borgia  d'anni  quarant'  uno  per 
un    aborto ,    e    fu    sotterrata  nella 
chiesa  interna  del   Corpus  Domini. 
L'amarono    egualmente    il    marito 
e  i  sudditi  per  le  graziose  sue    ma- 
niere, e  per  la  pietà  alla  quale  la- 
sciate le  mondane  pompe  cfrasi  de- 
dicata :  in  essa  soprattutto  spiccava 
la    liberalità    verso    i    poveri   ed   i 
letterati,  impiegava    la    mattina  in 
orazioni,  e  la  sera  invitava  le  gen- 
tildonne in  più,  partite    ad    eserci- 
tarsi a  vicenda  nel  ricamo,   in  cui 
riusciva  più.  che    eccellente.    Quin- 
di divenne  imperatore  Carlo  V  re 
di  Napoli  e  di  Spagna,    e  sovrano 
de'  Paesi-Bassi  ;   mentre  il  cardinal 
Ippolito  rinunziò  al  nipote  di  egual 
nome  e  d'anni  dieci  il  pingue  arci- 
vescovato di  Milano,  riservandose- 
ne l'entrate  finché  viveva.  Narrano 
parecchi  storici  che   Leone    X    se- 
gretamente non  fosse   amico    degli 
Estensi,  e  che  bramando  dare  alla 
sua  famiglia   Medici  Ferrara  e   gli 
altri  luoghi,  lasciò  sempre  inadem- 
pite le  promesse  fatte    ad    Alfonso 
I,  che  anzi  fu  in  qualche  pericolo 
di  vedersi  occupata  la  capitale  dal 
vescovo  di   Ventimiglia  Fregoso,  o 
da    Uberto    Gambara.    Nel     i520 
terminò  i  suoi  giorni  in  Ferrara  il 
cardinal  Ippolito  ;   e  neh'  anno  se- 
guente vedendo  Alfonso    I    gli  ar- 


124  FER 

rnamenti  di  Leone  X,  e  scopren- 
done le  mire,  e  l'eccidio  che  di  lui 
si  meditava,  die  di  piglio  alle  ar- 
mi, mentre  l'esercito  pontifìcio  per 
maggior  danno  del  duca  riprese 
Parma  e  Piacenza,  e  cacciati  i  Iran- 
cesi  da  Milano,  fu  dato  a  France- 
sco Maria  Sforza.  Ma  nel  declinar 
del  i52i  Leone  X  dopo  aver  man- 
dato l' interdetto  a  Ferrara  mori, 
e  subito  il  duca  ricuperò  alcuni 
luoghi  da  ultimo  occupali  dalle 
sue  armi,  come  il  duca  di  Urbino 
riprese  il  suo  stato.  Eletto  in  suc- 
cessore Adriano  VI,  sebbene  dimo- 
rante nella  Spagna,  subito  Alfonso 
I  gl'invio  un  ambasciatore  per  pre- 
stargli omaggio,  informarlo  di  sua 
causa,  e  chieder  giustizia,  che  il 
nuovo  Papa  promise  di  fare.  Nel 
mese  di  luglio  sospese  al  duca  ed 
a  Ferrara  Y  interdetto,  onde  si  ri- 
presero nella  città  l' ecclesiastiche 
funzioni.  Giunto  Adriano  VI  in 
Roma  vi  si  portò  pure  Ercole  pri- 
mogenito del  duca ,  e  benché  di 
soli  quattordici  anni,  davanti  al  Pon- 
tefice ed  al  sagro  collegio  recitò 
una  perorazione  in  favore  del  pa- 
dre nella  lìngua  latina  che  posse- 
deva perfettamente,  con  tanto  spi- 
rito che  sorprese,  e  venne  in  sin- 
goiar modo  accarezzato.  Di  poi  riu- 
scì agli  ambasciatori  Estensi  di  ot- 
tenere l'assoluzione  de'  precedenti 
interdetti,  la  conferma  in  Alfonso 
I  e  successori  dell'  investitura  di 
Ferrara  ne'  termini  di  quella  di 
Alessandro  VI,  e  che  ogni  anno  il 
duca  somministrerebbe  al  Papa  cen- 
to armati  a  cavallo,  metà  balestrie- 
ri e  metà  archibugieri  per  sei  mesi 
a  spese  del  duca,  e  che  questi  non 
farebbe  mai  più.  sale  in  Cornac - 
chio. 

L' imperatore    Carlo  V   per  ab- 
battere meglio  i   francesi  in  Italia, 


FER 

volle  togliergli  l'aderenza  co'  vene- 
ziani e  coli' Estense,  il  quale  per 
procacciarsi  la  protezione  imperia- 
le,  senza  disgustare  Francesco  I, 
promise  di  non  procedere  mai  con- 
tro Carlo  V,  e  di  accordare  allo 
sue  milizie  il  passo  ne' propri  stati, 
ed  ebbe  in  vece  la  promessa  che 
gli  sarebbe  reso  Modena  e  Reggio 
collo  sborso  di  cento  cinquanta  mi- 
la scudi  d'oro.  Indi  il  duca  permi- 
se ai  bolognesi  che  mettessero  l'al- 
veo del  Reno  sotto  a  Cento.  Vo- 
lendo Adriano  VI  ricuperare  Ri- 
mini  dai  Malatesta,  ordinò  ad  Al- 
fonso I  di  mandarvi  le  lassate  mi- 
lizie, che  colle  aggiunte  artiglierie 
facilitarono  la  spedizione,  ma  non  an- 
dò guari  che  il  Papa  a'i4  settembre 
i5i3  cessò  di  vivere,  e  il  duca  ri- 
cuperò Reggio,  mentre  in  Roma  fu 
creato  Clemente  VII  Medici,  cugino 
di  Leone  X  ed  antico  nemico  dell'E- 
stense, a  cui  domandò  la  restituzione 
di  Reggio,  ed  ingelosito  della  gran- 
dezza di  Carlo  V,  segretamente  si 
attaccò  a  Francesco  I.  Questi  nel 
i5i5  fu  dagl'imperiali  fatto  pri- 
gione a  Pavia,  e  sebbene  il  duca 
per  secondare  il  genio  del  Ponte- 
fice lo  avesse  soccorso  ,  ai  29  giu- 
gno Clemente  VII  ricusò  il  cen- 
so di  Ferrara.  Intanto  nel  i5i(j 
successe  in  Cagnach  la  santa  lega. 
fra  il  Papa,  i  veneziani,  i  fiorenti- 
ni, i  re  d' Inghilterra  e  di  Fran- 
cia, e  lo  Sforza  per  abbassar  l'im- 
periai possanza,  gareggiando  le  par- 
ti nel  trarre  al  loro  partito  Alfon- 
so I.  Il  Papa  gli  offrì  il  comando 
di  sue  armate,  la  restituzione  di 
Modena,  la  sicurezza  di  ciò  che 
possedeva;  e  Carlo  V  offersegli  pu- 
le il  comando  delle  sue  armi  in 
Italia,  la  protezione  de'  suoi  stati, 
e  le  nozze  di  Margherita  sua  na- 
turale col  primogenito  Ercole.  Sul- 


FER 

le  prime  il  duca  si  accostò  al  Pa- 
pa, poscia  passò  dalla  parte  dell'im- 
peratore, che  lo  dichiarò  capitano 
generale,  gli  promise  ammetterlo 
in  tutte  le  leghe,  di  riconciliarlo 
col  Papa,  rinnovandogli  l' investi- 
tura degli  stati  che  riconosceva  dal- 
l'impero; indili  duca  ricusò  altri 
patti  vantaggiosi  offertigli  da  Cle- 
mente VII.  Penuriando  di  viveri 
e  denaro  il  duca  di  Borhone,  il 
principe  Filiberto  di  Oranges,  il 
marchese  del  Vasto,  e  Giorgio  Fran- 
sperg,  generali  imperiali  sparsi  nella 
Lombardia,  si  accordarono  di  pro- 
cacciarsene negli  stati  della  Chiesa  e 
di  Firenze.  Vuole  il  Guicciardini 
che  allora  Alfonso  I  per  liberarsi 
dalle  contribuzioni ,  ad  un  tempo 
stesso  abbattere  chi  cercava  la  sua 
oppressione,  consigliasse  il  general 
cesareo  a  portarsi  a  saziar  la  sua 
brama  fin  dentro  Roma.  Al  contra- 
rio il  Muratori  accerta  che  invi- 
tato Alfonso  I  dal  Borbone  a  se- 
guirlo in  Toscana,  se  ne  scusò,  e 
che  solo  trattò  della  metà  di  Car- 
pi cedutagli  dall'imperatore,  per- 
chè confiscata  ad  Alberto  Pio  ri- 
belle all'  impero,  ed  eterno  noce- 
volissimo  nemico  degli  Estensi.  Il 
Borbone  prosegui  il  suo  viaggio 
per  Roma;  nell'assalto  cadde  mor- 
to ,  ma  sottentrò  al  comando  del- 
l'esercito  il  principe  d'Oranges,  ed 
a'  6  maggio  la  capitale  del  cristia- 
nesimo fu  presa  ed  orrendamente 
saccheggiata,  rifugiandosi  il  Papa 
coi  cardinali  in  Castel  s.  Angelo. 
Tra  quelli  che  profittarono  dell [av- 
venimento fuvvi  il  duca  che  s' im- 
padronì di  Finale  e  di  Modena , 
mentre  i  veneti  presero  Ravenna 
e  Cervia,  dicendo  conservarle  al 
Papa. 

La  lega  santa  si  rafforzò,  e  Fran- 
cesco I  spedi   in  Italia    un    formi- 


FER  ii5 

dabile  esercito  comandato  da  Odet- 
to di  Foix  signore  di  Lautrec.  In- 
vitato dal  cardinal  Cibo,  e  dagli 
ambasciatori  Alfonso  I  ad  unirsi 
alla  lega,  colla  minaccia  di  dichia- 
rargli guerra,  vedendosi  in  pericolo, 
con  pena  cedette,  facendo  ciò  co- 
noscere all'  ambasciatore  di  Carlo 
V  residente  in  Ferrara.  Si  promi- 
se al  duca  l'investitura  di  Ferra- 
ra, e  di  altri  luoghi  a  nome  del 
Papa,  senza  sborso  alcuno  ;  l'abo- 
lizione delle  precedenti  convenzio- 
ni sopra  il  sale  di  Comacchio ,  e 
la  libertà  di  fabbricarne  a  suo  pia- 
cere, purché  noi  mandasse  ne'  do- 
mimi de'  confederati  contro  loro 
voglia  ;  la  rinunzia  del  Papa  ad 
ogni  pretesa  su  Modena,  Reggio  e 
Castel  di  Novi,  e  sopra  il  rimbor- 
so dello  speso  da  Leone  X  per  la 
compra  di  que'  luoghi;  il  cappello 
cardinalizio  e  il  vescovato  di  Mo- 
dena al  suo  figlio  Ippolito  ;  la  re- 
stituzione di  Cotignola ,  allora  in 
potere  de'  veneti,  e  de'  palazzi  E- 
stensi  di  Venezia  e  di  Firenze; 
le  nozze  di  Renea  figlia  di  Lodo- 
vico XII  col  primogenito  Ercole  ; 
la  mallevadoria  della  ritenzione  del- 
la conseguita  metà  di  Carpi  ;  pri- 
vilegi, ed  onori  senza  fine.  In  vece 
il  duca  si  obbligò  contribuire  alla 
lega  cento  corazze,  e  seimila  scudi 
d'oro  ad  ogni  mese  per  un  seme- 
stre. Il  tutto  fu  approvato  in  di- 
cembre, mentre  Clemente  VII  fug- 
gì da  Castel  s.  Angelo  ad  Orvieto, 
ove  il  duca  spedì  un  ambasciatore 
a  far  le  sue  congratulazioni,  indi  ne 
inviò  un  altro  perchè  risiedesse  pres- 
so di  lui.  Ma  il  Papa  px-otestandosi 
debitore  di  sua  salvezza,  non  alla 
lega,  ma  ai  sagrifizi  fatti  di  grandi 
somme,  ed  al  rischio  della  fuga  e 
di  aver  promesso  nella  capitolazio- 
ne dì  non  essere    più  contrario   a 


ia6  FEll 

Carlo  V,  negò  di  approvare  il  con- 
cordato di  Ferrara,  persuaso  che 
il  duca  losse  stato  l'istigatore  del 
Borbone  al  sacco  funesto  di  Roma. 
Ciò  non  dispiacque  gran  fatto  ad 
Alfonso  I  restando  libero  di  adem- 
piere allo  stipulato,  e  sperò  con- 
servarsi la  grazia  di  Carlo  V  cui 
avea  mandato  le  sue  giustificazio- 
ni. Nell'Italia  intanto  nel  i528  si 
rinnovarono  gli  orrori  della  guerra. 
Sulle  prime  i  francesi  prevalsero , 
ma  tolto  Lautrec  dalla  peste,  che 
in  un  alla  fame  desolava  gl'italiani, 
la  fortuna  cangiò  loro  faccia  :  la 
peste  rapì  al  Ferrarese  più  di  ven- 
timila persone,  mentre  il  duca  man- 
dò ad  effetto  il  matrimonio  di  Re- 
nea  cognata  di  Francesco  I,  ed  il 
suo  figlio  Ercole  ebbe  in  dote  due- 
cento cinquantamila  scudi  d'oro, 
proporzionato  corredo,  il  ducato  di 
Chartres,  per  cui  ne  prese  il  titolo, 
e  fu  pur  dichiarato  visconte  di  Caen, 
Follese  e  Bajusa.  Il  suocero  spedi 
a  Pienea  in  Parigi,  ove  celebraron- 
si  gli  sponsali,  un  regalo  di  gioie 
del  valore  di  centomila  scudi  d'oro. 
Quando  i  fiorentini  intesero  la 
prigionia  di  Clemente  VII,  licenzia- 
rono i  Medici,  e  riassunsero  il  go- 
verno democratico,  eleggendo  per 
capitano  generale  Ercole,  che  si  fe- 
ce da  altri  rappresentare.  Quindi 
Clemente  VII  strinse  pace  e  con- 
federazione con  Carlo  V,  ciò  che 
al  vivo  ferì  Alfonso  I,  perchè  il 
secondo  promise  al  primo  la  ma- 
no di  Margherita  d'Austria  ad  A- 
lessandro  de'  Medici,  e  la  restitu- 
zione di  Modena,  Reggio  e  Ru 
biera  senza  pregiudizio  delle  parti, 
e  con  essi  luoghi  Cervia  e  Raven- 
na tenute  dai  veneti.  Inoltre  Carlo 
V  promise  al  Papa  aiuto  affine  di 
levar  il  ducato  di  Ferrara  all'E- 
stense considerato  come  ribelle  della 


FER 

santa  Sede.  Nò  men  dolorosa  riu- 
scì al  duca  la  pace  che  a'  5  ago- 
sto i52g  il  re  di  Francia  stabilì 
coll'istesso  imperatore;  lasciandosi 
tuttavia  luogo  di  entrarvi  ai  ve- 
neti ,  fiorentini  ,  e  ad  Alfonso  I. 
Per  tal  modo  rinnovaronsi  gli  e- 
sempi  di  quelle  leghe ,  al  fin  delle 
quali  il  sagrifizio  è  de'  collegati  mi- 
nori. In  questo  tempo  portandosi 
Carlo  V  in  Bologna  per  abboccarsi 
col  Papa,  il  duca  lo  fece  trattare 
magnifìcentissimamente  in  Reggio 
ed  in  Modena  ove  si  portò  ad  os- 
sequiarlo, e  tanto  fece  con  lui  e 
co'  suoi  ministri  che  gli  riuscì  di 
guadagnarli,  e  l'imperatore  promi- 
se la  sua  mediazione  con  Clemen- 
te VII  ;  e  sino  ai  confini  di  Bolo- 
gna l'Estense  fu  sempre  al  fianco 
di  Carlo  V,  indi  per  ammollire  il 
Papa  fece  rinunziare  ad  Ercole  il 
generalato  de'  fiorentini.  Il  risulta- 
to del  congresso  di  Bologna  si  fu, 
per  parlare  di  quanto  appartiene 
al  nostro  proposito  ,  che  si  rista- 
bilisse in  Milano  il  duca  France- 
sco Maria  Sforza  con  investitura 
imperiale;  che  i  veneziani  restituis- 
sero all'  imperatole  1'  occupato  da 
essi  nel  regno  di  Napoli,  e  al  Pa- 
pa Ravenna  e  Cervia  ;  e  che  fos- 
se lega  perpetua  tra  il  Papa,  l'im- 
peratore, il  re  d'Ungheria,  i  ve- 
neziani, i  duchi  di  Milano  e  di 
Savoia,  e  i  marchesi  di  Mantova 
e  Monferrato,  con  abilitarvi  il  du- 
ca di  Ferrara  a  prendervi  luogo , 
qualora  però  fossero  le  sue  verten- 
ze col  Papa  composte,  punto  che 
incontrò  maggiori  difficoltà  d'  ogni 
altro,  per  i  motivi  che  si  leggono 
nel  tomo  IV,  pag.  291  del  dotto 
e  accurato  Frizzi  ;  né  fu  concesso 
ad  Alfonso  I  di  trovarsi  presente 
alle  coronazioni  che  fece  Clemente 
VII  su  Carlo  V  in  Bologna.  Tut- 


FER 

tavolta  riuscì  all'imperatore  che  nel 
marzo  i53o  il  Papa  permettesse 
al  duca  di  portarsi  a  loro.  Dopo 
lunghe  dispute  si  venne  ad  un 
compromesso  sulle  vicendevoli  pre- 
tese di  Modena,  Reggio,  Rubiera, 
Ferrara  e  Cotignola  nel  giudizio 
di  Carlo  V,  ed  intanto  che  questi 
fosse  il  depositario  di  Modena.  Ivi 
si  portò  l' imperatore ,  e  il  duca 
gliene  fece  la  consegna,  indi  l' ac- 
compagnò a  Mantova  ove  dichiarò 
duca  quel  marchese,  ed  ottenne  per 
centomila  ducati  d'  oro  l' investi- 
tura di  Carpi,  negata  sebbene  ri- 
chiesta dal  Papa  ad  Alberto  Pio, 
che  poscia  mori  privato  in  Parigi. 
V.  Giovanni  Boscharini,  Piae  stir- 
pi s  procerum  elogia  his lorica,  Fer- 
rariae  1672.  Giorgio  Marchesi,  La 
galleria  dell'  onore  ec.  della  città 
di  Ferrara,  ove  si  dà  conto  delle 
famiglie  dei  Pii. 

Frattanto  nel  castello  di  Mode- 
na dai  rappresentanti  delle  parti 
s' incominciò  il  processo  per  rischia- 
rar i  fatti  e  le  ragioni  del  Papa  e 
del  duca;  e  quando  fu  terminato 
si  spedì  all'imperatore.  In  Gand, 
nel  primo  aprile  i53r,  Carlo  V 
pubblicò  il  laudo  o  decisione  della 
gran  lite,  la  quale  conteneva  in 
sostanza:  che  Alfonso  I  fra  due 
mesi  chiedesse  perdono  al  Pontefi- 
ce d'ogni  commessa  mancanza  ;  che 
pagasse  annualmente  settemila  du- 
cati d'oro  alla  camera  apostolica  a 
titolo  di  censo  per  il  ducato  di 
Ferrara,  in  luogo  del  tenue  censo 
impostogli  da  Alessandro  VI;  che 
se  ne  dovesse  a  lui  rinnovare  l'in- 
vestitura ,  pagando  egli  per  essa 
centomila  ducati  simili  dentro  un 
anno;  che  Modena  rimanesse  in  de- 
posito all'imperatore  fino  all'adem- 
pito pagamento,  indi  si  rendesse 
liberamente    al    duca;     che    questi 


FER  17- 

fosse  assoluto  dalla  restituzione  che 
da  lui  pretendeva  il  Papa  di  Reg- 
gio, Rubiena  e  Cotignola,  e  da 
ogni  altra  richiesta  a  lui  fatta  ;  che 
si  osservasse  nel  resto  la  conven- 
zione del  ID24  fra  il  Papa  e  il 
duca.  Ne  giunse  la  fausta  nuova  a 
Ferrara  a' 3  maggio:  furono  fatti 
pubblici  ringraziamenti  a  Dio,  in- 
di il  duca  ricevuto  il  laudo  spedi 
all'  imperatore  un  ambasciatore  per 
ringraziarlo  vivissimamente.  Inviò 
in  pari  tempo  in  Roma  Ghellino 
vescovo  di  Comacchio,  che  a'  1 9 
giugno  fece  l'atto  di  umiliazione 
col  Papa,  prostrato  a'  suoi  piedi,  e 
venne  al  duca  accordato  e  a'  suoi 
aderenti  il  perdono,  purché  fossero 
salvi  i  diritti  della  santa  Sede,  ed 
osservasse  Alfonso  1  i  doveri  di 
buon  vassallo.  Rinnovate  poscia  le 
formalità  in  concistoro,  il  Ghellino 
richiese  l'investitura  di  Ferrara  nei 
termini  prescritti  nel  laudo.  Allora 
il  Pontefice  in  altro  tuono  rispose, 
che  non  aveva  accettato,  né  accet- 
terebbe giammai  il  laudo  finché 
fosse  vissuto.  Dopo  questa  disgusto- 
sa risposta  seppe  il  duca  che  in 
vari  luoghi  si  radunavano  armati 
per  restituir  Carpi  ad  Alberto  Pio, 
onde  il  duca  guarnì  colle  sue  fa- 
mose e  tremende  artiglierie  le  mu- 
ra di  Ferrara,  Modena,  Reggio  e 
Carpi,  ciò  che  fece  cangiar  pensie- 
ro a  chi  proponevasi  aggredirlo. 
Frattanto  Carlo  Y  fece  consegnare 
Modena  al  duca  ;  Renea  avendo 
partorito  Anna,  il  duca  pregò  Cle- 
mente VII  di  tenerla  al  sagro  fon- 
te, e  non  seppe  negarglielo  ;  ma 
in  vece  d' Ippolito  d'Este,  fece  ve- 
scovo di  Modena  Giovanni  Moro- 
ne ,  mentre  Carlo  V  dichiarò  du- 
ca di  Firenze  Alessandro  de'  Me- 
dici. 

Alfonso  I  per  far  cosa    grata  al 


128  FER 

Papa  od  all'imperatore,  nel  i532 
spedì  un  corpo  di  truppe  contro  i 
turchi  die  minacciavano  l'Unghe- 
ria; ma  Clemente  VII  nella  pub- 
blicazione della  bolla  In  Corna 
Domini,  espressamente  vi  comprese 
il  duca  di  Ferrara  come  usurpato- 
re alla  chiesa  di  Modena  e  Reg- 
gio, ed  alle  lagnanze  dell'impera- 
tore si  rispose  con  parole  evasive. 
Nel  dicembre  il  duca  accolse  splen- 
didamente iti  Modena  Callo  V  , 
che  passò  in  Bologna  per  un  se- 
condo congresso  con  Clemente  VII. 
In  esso  a'  27  febbraio  restò  con- 
chiusa la  lega  tra  il  Papa,  l'impe- 
ratore, il  re  di  Ungheria,  il  duca 
di  Milano,  i  genovesi,  i  sauesi,  ed 
i  lucchesi  per  conservare  la  quiete 
d'Italia,  ed  invitatovi  Alfonso  I  se 
ne  scusò  per  le  pendenti  vertenze. 
La  scusa  produsse  il  desiderato  ef- 
fetto, giacché  Carlo  V  se  non  potè 
indurre  il  Papa  ad  accettar  il  lau- 
do, ottenne  parola  di  non  far  al- 
cun passo  con  tra  il  duca  per  die- 
ciotlo  mesi,  purché  il  duca  entras- 
se nella  lega,  ciò  che  fece.  In  que- 
sto anno  mori  in  Ferrara  il  cele- 
berrimo poeta  Lodovico  Ariosto; 
poscia  Renea  partorì  a'  22  novem- 
bre Alfonso  li.  Mentre  stava  per 
terminar  la  tregua,  la  morte  di 
Clemente  VII,  avvenuta  a' 25  set- 
tembre 1 534 ,  tolse  il  duca  d'in- 
quietudine, e  gli  successe  Paolo  III 
Farnese,  con  grande  suo  piacere , 
ch'ebbe  termine  colla  vita  nel  dì 
ultimo  ottobre.  L' acume ,  la  de- 
strezza, la  probità,  il  bel  cuore,  la 
giustizia,  la  clemenza,  il  coraggio  , 
la  perizia  nelle  armi,  la  fortezza 
nelle  avversità,  massime  nelle  di- 
verse congiure  ed  inondazioni ,  ac- 
compagnarono la  vita  di  questo 
principe,  fornito  di  altre  belle  qua- 
lità di  sopra  rammentale,  e  di  al- 


FER 

tre  molte,  per  cui  fu  degno  de'  più 
alti  encomi.  Dal  giudice  de'  savi 
nel  dì  seguente  fu  inaugurato  il 
primogenito  del  defunto  Ercole  II, 
mentre  al  padre  si  die  sepoltura 
nella  chiesa  interna  del  Corpus 
Domini.  Il  nuovo  duca  a  mezzo 
del  suo  ambasciatore  in  Roma  co- 
minciò a  far  pratiche  perchè  si 
accettasse  il  laudo  di  Carlo  V,  e 
per  terminarle  vi  si  portò  a'  g  ot- 
tobre i535,  Dicendo  la  solenne  en- 
trata alcuni  giorni  dopo.  Gli  furo- 
no dati  sette  cardinali  per  trattare, 
ma  insorsero  gravi  difficoltà.  Sen- 
tendo il  duca  giunto  in  Napoli  Car- 
lo V,  andò  ad  inchinarlo,  e  ne 
riportò  la  rinnovazione  dell'inve- 
stiture imperiali  di  casa  d'  Este , 
mentre  Renea  die  alla  luce  Lu- 
crezia. La  duchessa  benché  saggia, 
pia  e  dotta  prevaricò  nelle  massi- 
me religiose.  Si  dedicò  al  prestigio 
dell'astrologia  ancora  in  voga,  e 
volle  istudiar  teologia  dal  più  ce- 
lebre novatore  che  infestasse  a  quel 
tempo  l'Europa,  Giovanni  Calvino, 
che  sotto  altro  nome  era  occulto 
nella  sua  corte,  il  quale  presto  la 
imbevcrò  delle  pestilenti  sue  dot- 
trine. L'inquisizione  lo  scuoprì,  ma 
gli  riuscì  fuggire  a  Ginevra,  come 
fuggirono  gli  altri  prevaricatori  fran- 
cesi della  corte.  Renea  come  figlia 
di  Lodovico  XII,  più  facilmente 
cadde  nell'orrore,  pel  mal  umore 
che  aveva  contro  la  santa  Sede; 
ma  il  marito  acerbamente  la  ri- 
prese, e  l' indusse  a  ripigliar  le 
pratiche  della  cattolica   credenza. 

Nel  i536  si  portò  in  Roma  Car- 
lo V,  ed  oltre  a'  suoi  interessi  trat- 
tò quelli  di  Ercole  II,  sebbene  sen- 
za conclusione.  Chiamato  l'impera- 
tore a  succedere  al  ducato  di  Mi- 
lano, si  risvegliarono  in  Francesco 
1  le  antiche  pretensioni;  ma  gh.e- 


FER 

sempi  de!  padre  e  dell'avo  furono 
al   duca  di  ammaestramento  a  non 
seguire    in  casi    simili    alcun    par- 
tito, e  nel  caso  presente    fu    facile 
a  disimpegnarsi  come    cognato  del 
re,  e  feudatario  di  Carlo  V .  Indi 
ebbe  in  Romagna  una    conferenza 
con    Pier    Luigi    Farnese    figlio  di 
Paolo  III,  e  gonfaloniere  della  Chie- 
sa. 11  rimettere  l'erario  lasciato  e- 
sausto  da  Alfonso  I,  ed  il  riparare 
ai  disordini  interni  dello    stato,  fu 
dal  duca  giudicato  di  maggior  pro- 
fitto che  il  rnercar  gloria  militare. 
All'antico    pregiudizio    del    duello, 
per  la  falsa  idea  dell'onore    caval- 
leresco   avevano    prestato    fomento 
gli  Estensi  col  l'accordar    a    chiun- 
que campo  aperto  in  Ferrara.  Ma 
Ercole  11  abolì  tale    abuso,  come 
il    far    la    battaglinola    i    fanciulli. 
Frattanto  a'  19  giugno    i537    Re- 
nea  partorì  Eleonora  ;  mentre  con- 
tinuandosi   in    Roma    le  trattative 
il  duca  vi  spedi  il     fratello    Fran- 
cesco a  fine  di  perfezionarle,  ed  in 
Ferrara  ne  giunse  il  favorevole  an- 
nunzio della  convenzione   stipulata 
tra  Paolo  III,  ed  Ercole  II  nel  gen- 
naio  i539,  quando  la  corte  tripu- 
diava   per    aver    dato    Renea  alla 
luce  Luigi.  Condotto  il  Papa    alla 
pace  universale,  e  mosso  dalle  me- 
diazioni di  Carlo  V,  di  Francesco 
I,  della    repubblica    di    Venezia,  e 
del    suo    nipote    cardinal    Farnese 
camerlengo,  promise  di  rinvestir  il 
duca  e  suoi  discendenti  maschi  le- 
gittimi e  naturali  per  linea  di  pri- 
mogenitura,   finché  ve    ne    fossero 
stati,  del  ducato  di  Ferrara,  e  del- 
le sue  pertinenze,  coll'annuo  censo 
di  settemila  ducati  d'  oro    in  oro  , 
del  valore  d'uno  scudo  d'oro  e  di 
dieci  quattrini   per  ciascun  ducato, 
e  il  duca  promise   in    più  termini 
sborsar  alla  camera  apostolica  cen- 

VOL.    XXIV. 


FER  129 

tottantamila  ducati  simili  per  pre- 
teso compenso  di  danni,  e  soddisfa- 
cimento di  condanne  alle  quali  fos- 
s' egli  tenuto,  e  di  ricevere  ad  uno 
stabilito  prezzo  della  camera    ven- 
timila sacchi  di  sale  ogni  anno,  ri- 
mettendosi le  parti,  quanto    al  ri- 
manente, all'investitura  di  Alessan- 
dro VI ,  ed  ai  capitoli  di   Adriano 
VI,    senza    farsi  il    minimo    cenno 
del  laudo  di  Carlo  V,  derivato  dal 
compromesso  di  Clemente  VII,  che 
si  pretese  invalido  per  mancanza  di 
consenso  per  parte  del    sagro    col- 
legio. Il  tutto  fu  dalle    parti    veri- 
ficato, e  corroborato  con  pontificia 
bolla,  indi  Paolo  III  creò  cardinale 
Ippolito    d' Este    fratello    del  duca 
ed  arcivescovo  di  Milano.  Nel  i54o 
mori  in  prigione  lo  sventurato  Fer- 
rante   d' Este ,    indi    Ercole    II  in. 
Copparo    edificò    una    delizia    con 
vasto    palazzo.    Il    duca    si    recò  a 
Peschiera     ed    a    Lucca    per    osse- 
quiare Carlo   V,    ed    incontrandosi 
due  volte  con  Cosimo    I    duca    di 
Firenze,  Ercole  II  si   prese  la  drit- 
ta, ed  ebbe  la  precedenza   quando 
l' imperatore  si  lavò    le  mani,  per 
cui  di   tutto  volle  che  se  ne  faces- 
se rogito,  ciò  che  dispiacque  a  Co- 
simo   I,    ed    ebbe    origine  la  fiera 
lite  di  precedenza.  Nel    i543  por- 
tandosi Paolo  III   a  Busseto,  passò 
per  Modena  e  per   Reggio  trattato 
a  spese  del  duca,  e  per  suo  invito 
recossi  in  Ferrara  per  un   nobilis- 
simo bucintoro.  A  Bondeno    entrò 
in  carrozza  col  duca,  pernottò  al- 
l'isola di  Belvedere,    ed    a'  22    a- 
prile  fece  il  Papa   il    suo  ingresso 
in  Ferrara,  con  un  seguito  di  cir- 
ca   tremila    persone ,    tra    le  quali 
circa  venti  cardinali,  quaranta    ve- 
scovi, e  molti  ambasciatori  di  prin- 
cipi.   Alla    porta    di    s.  Giorgio,  il 
duca  in  un  bacile    d'oro    gli    pie- 


i3o  FER 

sento  le  chiavi  della  città,  gli  ba- 
ciò i  piedi,  e  gli  recitò  un'orazio- 
ne. Il  Papa  lo  benedì,  e  lo  baciò 
in  fronte,  indi  portato  su  maesto- 
sa sedia,  e  sotto  nobilissimo  bal- 
dacchino, preceduto  dal  duca  a  pie- 
di, a  cui  egli  però  comandò  che 
salisse  a  cavallo,  e  passando  sotto 
cinque  archi  festivi,  entrò  in  duo- 
mo, apparato  coi  tappeti  o  arazzi 
ducali,  quattro  de'  quali  si  valuta- 
vano sessantamila  scudi  d'oro.  Pao- 
lo III  fu  alloggiato  in  castello,  ed 
il  seguito  nelle  case  de' privati;  e 
poscia  il  dì  24,  dedicato  a  s.  Gior- 
gio protettore  di  Ferrara,  celebrò 
pontificalmente  la  messa  nella  cat- 
tedrale, ove  donò  la  rosa  d'oro,  lo 
stocco  e  il  cappello  benedetti  al 
duca.  Finalmente  dopo  quattro  gior- 
ni di  permanenza ,  il  Papa  partì 
per  Bologna  regalando  Renea  di  un 
diamante,  e  di  un  flore  pur  di 
diamanti  di  grandissimo  valore,  ol- 
tre altri  diversi  generosi  doni  di- 
stribuiti alla  corte.  Poscia  il  duca 
tornò  a  trattar  Paolo  III,  quan- 
do passando  pe'  suoi  stati,  fece  ri- 
torno a  Busseto  per  abboccarsi  con 
Carlo  V. 

Nel  i544  ebbe  origine  il  primo 
conservatorio  di  zitelle  in  Ferra- 
ra, e  nel  i5^6  il  duca  ampliò  il 
circuito  di  Modena,  ove  essendovi 
nel  i548  vi  capitò  il  già  re  di  Tu- 
nisi Muleasse ,  che  pur  recossi  a 
Ferrara  ospitato  dal  medesimo  du- 
ca. Nel  settembre  i549  scoppiò  in 
Ferrara  violenta  pestilenza ,  e  si 
arrestò  il  male  con  provvidenze  ri- 
gorose ;  e  per  morte  di  Paolo  III, 
gli  successe  Giulio  411,  che  Ercole  II 
andò  in  Roma  a  venerare.  Bramo- 
so Alfonso,  principe  ereditario,  di 
militare,  fuggì  in  Francia,  ove  fu 
fatto  capitano  con  pingue  pensione; 
ma  ciò  dispiacque  estremamente  al 


FER 
genitore,  anco  nel  timore  che  Car- 
lo V  lo  giudicasse  parziale  della 
Francia,  essendo  sempre  guardingo 
dal  dare  sospetti.  Continuando  Re- 
nea segretamente  a  seguir  1'  eresia, 
perchè  troppo  temeva  il  marito,  ge- 
losissimo di  conservar  la  cattolica 
religione  ne'  suoi  stati,  ai  tempi  in 
cui  il  calvinismo  e  il  luteranismo 
faceva  progressi ,  il  duca  venne  a 
discoprire ,  che  gran  numero  dei 
primi  di  lei  famigliari  erano  infet- 
ti di  tali  errori,  e  diede  loro  il  ban- 
do. Allora  la  duchessa  mostrandosi 
disgustata  si  ritirò  nel  palazzo  E- 
stense  di  Consandalo;  ma  nel  can- 
giar stanza  non  cangiò  il  cuore , 
continuando  occulte  corrispondenze 
col  suo  Calvino,  e  facendo  alunni 
nella  vicina  terra  di  Argenta.  Fi- 
nalmente il  duca,  vinto  ogni  riguar- 
do, la  fece  trasportare  nella  stan- 
za del  cavallo,  dell'antico  palazzo 
d' Este,  con  due  sole  donne,  men- 
tre le  tre  figlie  vennero  custodite 
nel  monistero  del  Corpus  Domini. 
Renea  astutamente  si  finse  conver- 
tita, e  rientrò  in  grazia  del  mari- 
to, che  gli  riconsegnò  le  figlie.  In 
questo  tempo  il  duca  si  riconciliò 
col  figlio  Alfonso,  che  dopo  essersi 
trovato  in  diverse  azioni  nella  guer- 
ra di  Fiandra  si  restituì  in  Ferrara. 
Eletto  nel  1 555  Marcello  II,  il  du- 
ca si  portò  a  Roma  con  solenne 
cavalcata  per  fargli  omaggio,  ma  a 
cagione  di  sua  morte  attese  l' ele- 
zione del  successore,  che  fu  Paolo  1 V, 
per  adempire  un  tal  debito  come 
vassallo  della  santa  Sede.  Ne'due  con- 
clavi il  fratello  cardinal  Ippolito 
fu  vicino  al  pontificato  contrasta- 
togli dagl'imperiali,  perchè  racco- 
mandato dalla  Francia  di  cui  era 
protettore.  Dopo  la  peste  che  afflis- 
se Ferrara,  l'Italia  fu  sossopia  [.el- 
la  leea  contralta    da   l'aolo  IV   col 


FER 

re  di  Francia  Enrico  II,  contro  Fi- 
lippo II  re  di  Spagna  figlio  di  Cal- 
lo V.  Vinto  Ercole  II  dalle  minac- 
ele del  Papa,  e  dalle  preghiere  del 
cognato  duca  di  Guisa,  fu  obbliga- 
to ad  allontanarsi  dal  suo  sistema 
di  pace,  e  die  il  suo  nome  alla  le- 
ga, coll'appannaggio  e  grado  di  ca- 
pitano generale ,  di  luogotenente 
generale  del  re  in  Italia,  e  la  ces- 
sione di  Cremona  conquistata  che 
fosse,  dovendo  intanto  prestare  al 
re  di  Francia  settecentoventi  mila 
tornesi.  Prevenne  intanto  i  colle- 
gati il  duca  d'Alba  vice-re  di  Na- 
poli per  Filippo  II,  per  invadere  al- 
cune città  pontificie  nel  i55y.  Pao- 
lo IV  pel  suo  cameriere  conte  Ales- 
sandro Sacrati  rimise  ad  Ercole  II 
uno  stocco  riccamente  guarnito,  ed 
un  cappello  di  velluto  nero ,  inse- 
gne del  generalato,  di  cui  solenne- 
mente l' investi  nel  duomo  il  car- 
dinal legato  Caraffa  nipote  del  Pa- 
pa ,  e  reduce  da  Venezia.  Indi  il 
duca  cominciò  a  fortificare  Ferra- 
ra, ed  assoldò  gente ,  il  perchè  fu 
costretto  d' imporre  gravezze ,  e  di 
appropriarsi  le  rendite  dell'univer- 
sità che  fu  chiusa;  questa  fu  l'u- 
nica occasione  che  il  buon  duca 
dovette  aggravare  i  sudditi.  Consi- 
gliato il  duca  dai  veneziani  neutra- 
li, non  fece  gran  cosa,  scuoprendo 
le  mire  de' collegati,  limitandosi  a 
poche  imprese,  ed  a  fornir  di  aiu- 
ti i  francesi  e  i  papalini,  scusan- 
dosi per  una  congiura  intentata 
contro  la  sua  vita,  di  non  partire 
da' suoi  stati,  insieme  a  motivi  di 
salute  ed  altro.  Allora  il  Papa  ve- 
dendo mancare  anche  1'  appoggio 
della  Francia  conchiuse  onorevole 
pace,  lasciando  esposto  il  duca  per- 
chè non  compreso  ;  ma  dopo  alcu- 
ni fatti  d' armi,  per  la  mediazione 
dei  veneti ,  e  del    duca    Cosimo  I, 


FER  i3i 

Ercole  II  fu  riconciliato  cogli  spa- 
gnuoli  ,  e  tutto  si  restituirono  le 
parti  quanto  avevano  occupato,  in- 
di ebbe  luogo  lo  sposalizio  di  Lu- 
crezia figlia  di  Cosimo  I  con  Al- 
fonso primogenito  del  duca ,  che 
poco  dopo  partì  per  Parigi  lascian- 
do la  sposa  a  Firenze. 

Dopo  breve  malattia  a'  3  otto- 
bre iòooy  mori  Ercole  II:  le  sue 
lodi  di  cui  sono  piene  le  carte  non 
possono  essere  più  giuste.  Pruden- 
te, pio,  colto,  generoso,  introdusse 
in  Ferrara  l'arte  di  fabbricar  gli 
arazzi  all'  uso  di  Fiandra  ,  e  l'ab- 
bellì in  modo  che  per  lui  conservò  il 
vanto  di  una  delle  più  colte  e  più 
belle  città  d'Italia.  Rimasero  di 
Ercole  II  figliuoli  legittimi  e  natu- 
rali Alfonso  II,  Luigi,  Anna,  Lu- 
crezia, ed  Eleonora,  oltre  ad  altra 
Lucrezia  naturale,  monaca  :  alcuni 
dicono  anche  un  Cesare  naturale 
detto  Trotti.  Alla  morte  del  duca 
il  cardinal  Ippolito  era  in  concla- 
ve, ed  Alfonso  II  principe  eredita- 
rio trovavasi  col  fratello  Luigi  a 
Parigi.  Assunse  il  governo  la  du- 
chessa Renea,  e  spedì  l'avviso  del 
caso  funesto  al  figlio  Alfonso,  che 
partì  dalla  Francia  con  l'annua 
pensione  di  ventimila  scudi  d'oro, 
e  giunse  a  Ferrara  incognito  a'  20 
novembre.  Incominciò  il  suo  gover- 
no con  magnanima  azione,  pemen- 
do  in  libertà  Giulio  d'  Este  fratel- 
lo di  Alfonso  I,  che  da  cinquanta- 
trè  anni  era  prigione  nel  castello, 
ove,  come  dicemmo,  era  morto  Fer- 
rante suo  fratello.  Il  giubilo  di 
Giulio ,  e  T  applauso  dei  pubblico 
fu  immenso;  Giulio  morì  poi  ai 
■24  mano  i56i.  Alfonso  II  ricevet- 
te lo  scettro  dal  giudice  de'  savi. 
Subito  inviò  al  nuovo  Papa  Pio  IV 
un  ambasciatore ,  acciocché  unitosi 
coli'  ambasciatore  ordinario  in  Ro- 


i32  FER 

ma  gli  facessero  omaggio,  impetras- 
sero in  unione    del  cardinal  Ippo- 
lito  e    di    altri    il    cardinalato  pel 
fratello  Luigi;  indi  dovessero   con- 
chiudere un  cambio  di  quel  piccolo 
tratto  di  territorio  ravennate  che  sta 
a  sinistra    della    foce    di   Primaro, 
con  altro  terreno  a  destra,  onde  poter 
munire  di  argini  il  primo  a  difesa 
delle  valli  di  Comacchio,  il  che  non 
si  vide  mai  ottenuto,  perchè  in  ra- 
gion politica  non  avrà  mai   voluto 
il    Papa    privarsi    del    dominio    di 
ambe  quelle    sponde   che   lo  costi- 
tuivano   padrone   di    tutta   la   foce 
del  fiume  ;    in  fine  l'accomandasse- 
ro il  gran  negozio  delle  acque  bo- 
lognesi in  cui  ebbe  già  mano  Pio  IV, 
quando  come  cardinale  Gio.  Angelo 
de'  Medici  ne  fu  incaricato  da  Paolo 
III.  Alla  clemenza  successe  nel  nuovo 
duca  1'  amore  delle  scienze ,  riaprì 
1'  università  ,  accrebbe  la  biblioteca 
Estense,   e  protesse   i  dotti.   A'  i4 
febbraio  i56o   fece    il   solenne    in- 
gresso in  Ferrara  la  duchessa  Lu- 
crezia de'  Medici,  indi  nell'aprile  il 
duca  volle  portarsi  a  baciar  il  pie- 
de a  Pio  IV:  questi  fece  doglianze 
perchè  Renea  si  mostrava  pertinace 
negli  errori  di  religione,  il  perchè 
tornato   Alfonso  II  in  Ferrara  inli- 
mò alla  madre  o  di  cangiar  sistema, 
odi  allontanarsi.  Renea  elesse  il  se- 
condo partito,  e  con  una  corte  di 
trecento   persone  si    ritirò   nel   suo 
castello  ora  città  di  Montargis  nel- 
l'Orleanese,  che  divenne  il  rifugio 
degli  ugonotti,  che  tenevano  in  ri- 
volta il  reame.  Nel  i56i   regnò  in 
Ferrara  una  crudel  carestia,  ed  ai 
26    febbraio    il    fratello    del    duca 
Luigi  fu    da  Pio  IV  creato   cardi- 
nale. Non  ostante   tal  flagello  nel- 
la città    fu   corte    bandita    per   tre 
giorni  ,  con    due  tornei    esprimenti 
fatti  romanzeschi  ;  ma  a'  2 1     apri- 


FER 
le  morì  la  duchessa  Lucrezia,  che 
poco  gradita  era  al  marito  pei  dis- 
sapori tra  le  case  d'Este,  e  Medici, 
massime  per  la  dispula  di  prece- 
denza. Da  quel  punto  sì  fatte  ga- 
re vennero  in  moda  anco  tra  gli 
ambasciatori  esteri ,  in  quasi  tutte 
le  corti  di  Europa,  e  dierono  per- 
sino disturbi  al  concilio  di  Trento. 
La  Francia,  Paolo  III  ed  altri  ave- 
vano dato  la  preferenza  all'  amba- 
sciatore ferrarese  sul  fiorentino; 
ma  poi  quel  Papa  die  la  prece- 
denza a  quel  di  Cosimo  I.  Indi  Fi- 
lippo If,  e  l'imperatore  Ferdinando  I 
dierono  la  precedenza  al  ferrarese, 
e  il  secondo  avocò  a  sé  la  causa  , 
mentre  Pio  IV  la  voleva  decidere 
lui,  ed  intanto  nelle  pubbliche  fun- 
zioni in  Roma  ,  1'  ambasciatore  di 
Ferrara  per  evitare  contestazioni  si 
fingeva  incomodato.  Sotto  Massimi- 
liano II  riuscì  al  duca  di  Ferrara 
nel  i568  di  trasportar  la  causa  da 
Roma  a  Vienna;  ma  s.  Pio  V  final- 
mente, tutto  propenso  per  Cosimo  I, 
nel  1569  Io  dichiarò  gran  duca  di 
Toscana,  e  gli  concedette  persino  la 
corona  reale ,  intendendo  per  tal 
guisa  di  decider  tacitamente. 

Nel  i562  il  terremoto,  le  inon- 
dazioni, la  fame,  e  la  siccità  fla- 
gellarono in  un  al  morbo  epide- 
mico il  Ferrarese.  La  generosità 
di  Alfonso  II  non  fu  minore  di 
quella  di  Borso  e  di  Ercole  I  in 
rimunerare  con  ragguardevoli  doni 
in  contante,  in  possessioni,  ed  in 
altro  molti  suoi  cortigiani.  Nel 
i564  Alfonso  II  si  portò  a  Lione 
da  Carlo  IX  re  di  Francia  per  rea- 
lizzar il  suo  credito  di  un  milione 
e  mezzo  d'oro,  ma  non  riportò  che 
promesse;  indi  s'incominciò  la  bo- 
nificazione delle  Polesine  di  s.  Gio. 
Battista,  ed  a  cagione  dell'estenuato 
erario  Estense  il  duca  aumentò   le 


FER 

pubbliche  gramezze,  ciò  che  dimi- 
nuì l'amor  de'ferraresi  verso  il  prin- 
cipe, ove  in  passato  fra  i  popoli 
d' Italia  erano  notati  per  singolari 
in  quella  virtù.  Alfonso  II  sposò 
l'avvenente  Barbara  sorella  dell'im- 
peratore Massimiliano  II,  colla  dote 
di  centomila  fiorini  del  Reno,  ed 
a'  5  dicembre  i565  la  duchessa 
fece  la  sua  solenne  entrata  in  Fer- 
rara ,  cui  seguirono  splendidissime 
feste.  Verso  questo  tempo  il  gran 
Torquato  Tasso  entrò  nella  corte 
del  duca  col  titolo  di  gentiluomo; 
venne  provveduto  di  tutto,  e  non 
gli  s' impose  obbligo  alcuno,  affin- 
chè potesse  attender  con  comodo 
a'  suoi  studi,  e  specialmente  al  poe- 
ma della  Gerusalemme  liberata , 
già  incominciato  da  più.  anni.  Il 
suo  padre  Bernardo  era  stato  se- 
gretario di  Renea,  poi  passò  nella 
corte  del  cardinal  Ippolito  lì ,  indi 
del  duca  di  Mantova  con  egual 
qualifica,  avendo  prima  fatto  entra- 
re in  grazia  della  corte  di  Ferra- 
ra il  figlio  Torquato.  Massimiliano 
li  nel  i566  invitò  il  cognato  ad 
aiutarlo  contro  i  turchi ,  onde  il 
duca  si  portò  in  Ungheria  colle  sue 
truppe,  e  non  potè  recarsi  in  Ro- 
ma a  baciar  i  piedi  al  nuovo  Pon- 
tefice s.  Pio  V,  inviandole  in  vece 
lo  zio  Francesco.  Al  campo  impe- 
riale Alfonso  II  per  la  sua  magni- 
ficenza e  lusso  superò  ogni  altro 
principe,  e  recò  stupore:  però  si 
fatto  lusso,  che  pur  dovevano  se- 
guire i  suoi  gentiluomini,  era  ca- 
gione ne'  ferraresi  di  malcontento  , 
perchè  rovinava  le  famiglie,  e  le 
costringeva  a  vendere  le  possessio- 
ni, ed  a  far  debiti.  Nel  i56o,  Car- 
lo arciduca  d'Austria  fu  in  Ferra- 
ra a  trovar  la  sorella ,  ed  ebbero 
luogo  diverse  feste.  Neil'  anno  se- 
guente   Lucrezia    sorella    del    duca 


FER  i33 

sposò  Francesco  Maria  della  Rove- 
re primogenito  del  duca  di  Urbino. 
La  sposa  colla  sorella  di  Alfonso 
II  Eleonora  si  salvarono  per  prodi- 
gio dal  terremoto,  giacché  Eleo- 
nora, donna  coltissima  e  di  molto 
spirito,  per  certo  affettato  stoicismo 
vantava  di  non  temer  punto  la 
morte,  e  non  voleva  colla  sorella 
muoversi  dal  suo  appartamento 
presso  il  castello;  crescendo  il  pe- 
ricolo appena  uscite  le  principes- 
se rovinò  il  tetto  ed  uccise  tre  fa- 
migliari. All'  ampiezza  delle  stra- 
de e  de'  giardini  riconobbe  il  popo- 
lo la  sua  salvezza ,  alla  quale  ac- 
correndo il  duca,  il  medesimo  po- 
polo gli  restituì  in  parte  la  sua  af- 
fezione. Tal  flagello  si  ripetè  per 
nove  mesi  quasi  ogni  giorno ,  e 
qualche  volta  ne'  successivi  anni, 
cessando  del  tutto  nel  i5gi:  non 
si  mancò  di  ricorrere  al  divino  a- 
iuto  ;  in  quanto  poi  alla  rovina 
delle  fabbriche  non  è  possibile  far- 
ne la  descrizione. 

Il  duca  nel  1573  si  avviò  in 
Germania  per  congratularsi  coll'im- 
peratore  suo  cognato,  dell'elezione 
di  Ridolfo  suo  primogenito  in  re 
de'  romani ,  nel  quale  anno  morì 
la  buona  duchessa  Barbara,  che  fu 
seguita  dal  cardinal  Ippolito  morto 
in  Roma.  La  singoiar  attitudine  ai 
negozi  di  gabinetto,  il  genio  straor- 
dinario, unito  alla  liberalità  verso 
i  letterati ,  e  la  magnificenza  cui 
non  ebbe  pari,  diedero  all'immor- 
talità il  nome  del  defunto,  detto  il 
cardinal  di  Ferrara,  a  distinzione 
di  Luigi  detto  il  cardinal  d' Este: 
fu  egli  che  edificò  la  famosa  villa 
d'  Este  in  Tivoli,  tuttora  dell'  au- 
gusta famiglia  Estense.  Nel  i5y3 
Alfonso  II  andò  a  Roma  per  adem- 
piere con  Gregorio  XIII  i  doveri  di 
vassallo  ;  e  nell'  anno  seguente  pas- 


i34  FÉ  11 

so  ad  Innspiuck  a  far  visita  all'ar- 
ciduca d'Austria,  lasciando  il  gover- 
no a  sua  sorella  Eleonora,  ed  indi 
prese  il  titolo  di  altezza  in  vece 
dell'  eccellenza,  usando  anche  il  se- 
renissimo, titoli  che  dappoi  assun- 
se anche  qualche  altro  principe  d'I- 
talia. Vacato  il  trono  elettivo  di 
Polonia,  Alfonso  li  vagheggiò  d'oc- 
cuparlo ,  per  cui  fece  delle  prati- 
che co'  magnati  elettori ,  ma  pre- 
valse il  Battori  principe  di  Tran- 
silvania.  Enrico  III  re  di  Francia, 
il  cardinal  Boncompagni  nipote  del 
Papa ,  e  i  duchi  di  Savoia  e  di 
Mantova  onorarono  di  loro  presen- 
za Ferrara,  per  non  nominare  al- 
tri grandi  personaggi,  tutti  trattati 
con  sovrana  magnificenza.  Nel  i5j5 
mori  Renea,  la  corte  prese  il  bru- 
no ,  ma  non  gli  celebrò  funerale , 
siccome  pertinace  nell'  eresia.  Ma- 
terie di  nuovi  disgusti  al  popolo 
diedero  gli  editti  del  1577  intorno 
alle  caccie,  e  le  sproporzionate  pe- 
ne de' contravventori.  Intanto  Tas- 
so colla  vivacità  e  colla  nobiltà  dei 
versi  tutti  sorprendeva,  e  si  guada- 
gnò un  luogo  distinto  nelle  grazie 
del  suo  signore,  e  delle  principesse 
sorelle  Lucrezia  ed  Eleonora.  La 
gloria  letteraria,  e  il  favore  de'gran- 
di  non  gli  mancò,  ma  i  suoi  amo- 
ri per  Lucrezia  Bendedei ,  e  per 
Eleonora  Sanvitali,  e  soprattutto  il 
carattere  sospettoso,  e  la  tetra  ma- 
linconia che  abitualmente  l'agitava 
lo  strascinarono  per  una  carriera 
infelicissima:  molti  nemici  ebbe  in 
Ferrara,  e  in  corte,  il  cui  numero 
era  ingrandito  dalla  sua  fantasia 
fervida,  che  lo  fece  credere  in  dis- 
grazia del  duca,  perseguitato  dall'in- 
quisizione ,  ed  avvelenato,  ad  onta 
delle  ragioni  che  gli  amici  si  affa- 
ticarono portargli  per  liberarlo  dal- 
la fissazione.*  Fa   vedere   il  Serassi 


FER 
nella  vita  di  lui  che  sono  baie  gli 
arditi  suoi  amori  con  Eleonora  d'E- 
ste ,  per  i  quali  si  è  creduto  che 
meritasse  la  prigione.  Alfonso  II 
procurò  in  più  modi  sollevarlo,  ma 
inutilmente,  e  Torquato  fuggì  da 
Ferrara  nel  luglio  1577.  Vi  ritor- 
nò ben  accolto,  e  poi  scomparve  , 
dopo  aver  detto  parole  sconvene- 
voli contro  la  corte. 

Mancava  il  duca  di  prole  ,  spe- 
rò di  ritraila  da  un  terzo  matri- 
monio, sposando  Margherita  Gon- 
zaga figlia  del  duca  di  Mantova. 
Ritornando  il  Tasso  a  corte  pro- 
ruppe pubblicamente  in  maledizio- 
ni contro  il  duca,  e  i  suoi  cortigia- 
ni, laonde  Alfonso  II  pensò  di  far- 
lo curare ,  facendolo  rinchiudere 
nell'ospedale  di  s.  Anna.  Nel  i58o 
passò  per  la  seconda  volta  per  Fer- 
rara il  cardinal  s.  Carlo  Borromeo, 
e  il  duca  per  fargli  cosa  grata  so- 
spese i  divertimenti  carnevaleschi  ; 
indi  il  male  catarrale  del  castrone 
infierì  nella  città,  che  nel  seguente 
anno  perde  la  principessa  Eleono- 
ra, che  visse  virtuosamente  e  riti- 
rata. Ella  protesse  al  pari  della  so- 
rella Lucrezia  il  Tasso,  il  quale  la 
ritrasse  poi  sotto  il  nome  di  Sofro- 
nia nella  Gerusalemme.  Piansero  i 
poeti  la  sua  morte,  con  varie  poe- 
sie alla  cui  raccolta  fu  dato  il  ti- 
tolo di  Lagrime  ec.  quando  furono 
stampate.  Proseguendo  il  duca  le 
fortificazioni  di  Ferrara  ,  per  tali 
lavori  scrisse  Orazio  della  Rena 
che  Ferrara  e  Padova  erano  dive- 
nute le  più  forti  città  d'Italia;  e 
che  la  prima  con  un  presidio  di 
dieciottomila  persone ,  avrebbe  po- 
tuto resistere  a  qualunque  assedio. 
Intanto  Alfonso  zio  del  duca  con- 
chiuse  il  matrimonio  del  suo  figlio 
d.  Cesare,  con  Virginia  de'  Medici 
figlia  del  gran  duca  Cosimo  I,  col- 


FER 
la  Jote  di  centomila  scudi  d'oro, 
effettuandosi  il  matrimonio  a'  6 
febbraio  i586.  Dovendo  poi  Alfon- 
so II  spedire  a  Roma  un  ambascia- 
tore pel  solito  complimento  al  nuo- 
vo pontefice  Sisto  V,  scelse  lo  stes- 
so d.  Cesare.  Procurò  il  duca  di 
sollevare  il  Tasso ,  che  fu  visitato 
da  molti  persouaggi,  che  apposita- 
mente recaronsi  a  Ferrara,  e  per 
interposizione  di  vari  principi ,  di 
Sisto  V,  e  dell'  imperatore  Ridolfo, 
essendo  il  sublime  poeta  migliorato 
nel  fisico  e  nel  morale,  lo  lasciò 
in  libertà  consegnandolo  al  princi- 
pe ereditario  di  Mantova  nel  lu- 
glio di  detto  anno.  In  Mantova 
trovò  cortesie  ed  onori  quanti  ne 
meritava,  ma  nauseato  di  quel  sog- 
giorno andò  vagando  per  molte 
città,  ed  in  fine  mori  in  Roma  nel 
i5g5  nel  convento  di  s.  Onofrio, 
nella  cui  chiesa  è  sepolto,  ed  ora 
il  eh.  scultore  cav.  Giuseppe  Fabris 
è  avanzato  nel  compiere  un  mar- 
moreo mausoleo,  che  in  suo  onore 
vuoisi  ivi  eretto.  Un  sensato  ed  e- 
i  udito  articolo  sulla  prigionia  del 
Tasso  neir  ospedale  di  s.  Anna,  asi- 
lo destinato  ai  poveri  infermi,  ed 
anco  alla  custodia  de'  pazzi  e  fre- 
netici, e  delle  cause  che  gli  fecero 
soffrire  tante  sventure ,  si  legge  in 
quello  che  il  eh.  Celestino  Masetti 
inserì  nel  tomo  IV  dell'Album,  di- 
stribuz.  2.  In  detto  anno  a'  3o  di- 
cembre terminò  pure  i  suoi  giorni 
il  cardinal  Luigi  d'Este,  zelante 
della  religione ,  munifico  coi  lette- 
rati ,  e  prodigo  co'  poveri.  Colla 
speranza  che  non  andò  fallita  di 
riempire  quel  vuoto,  Alessandro 
d'  Este  fratello  di  d.  Cesare,  a'  7  a- 
prile  dell'anno  i587  prese  l'abito 
clericale;  ma  questi  due  fratelli  il  di 
primo  novembre  perdettero  il  loro 
genitore  Alfonso  marchese  di  Mon- 


FER  i35 

(occhio ,  salito    in  fama  per  valore 
militare. 

A  sciogliere  un  voto  al  santua- 
rio di  Loreto,  visi  portò  nel  i58g 
Alfonso  II.  Vedendosi  senza  prole , 
cominciò  a  riflettere  seriamente  sul- 
la scelta  di  un  successore.  E  da 
premettersi  che  dopo  l'investitura 
conceduta,  come  si  disse,  da  Paolo 
III  al  duca  Ercole  II  l'anno  i53g, 
ristretta  ai  soli  discendenti  suoi  le- 
gittimi e  naturali,  stabilirono  per 
via  di  bolle  i  Pontefici  s.  Pio  V 
nel  1067,  Gregorio  XIII  nel  1571, 
e  Sisto  V  nel  i586,  che  in  avveni- 
re le  città,  terre  e  castella  dalla  Se- 
de apostolica  concedute  in  feudo, 
se  avvenisse  caso  di  linea  estinta 
degli  investiti,  avessero  a  devolve- 
re ,  né  più  si  potessero  ad  altri 
concedere.  Mancata  dunque  che 
fosse  in  Alfonso  II  la  linea  di  Er- 
cole II,  si  prevedeva  che  la  santa 
Sede  in  vigore  di  quelle  bolle  a- 
vrebbe  dichiarato  devoluto  a  lei  il 
ducato  di  Ferrara.  Rimanevano 
bensì  vegete  due  altre  linee  Esten- 
si, quella  cioè  di  Sigismondo  di 
Nicolò  III  che  fu  detta  de'  marche- 
si di  s.  Martino  in  Rio ,  e  quella 
di  Alfonso  nato  da  Alfonso  I  e  da 
Laura  di  rara  beltà,  insieme  ad  Al- 
fonsino, in  istato  libero,  il  primo 
de' quali  ebbe  dal  padre  Montec- 
chio  castello  del  Reggiano,  che  poi 
fu  eretto  in  marchesato,  ed  il  se- 
condo ebbe  la  signoria  di  Castel 
Nuovo  fra  Reggio  e  Brescello.  Fu- 
rono questi  due  figli  naturali  di 
Alfonso  I,  al  dire  del  Muratori  le- 
gittimati dal  cardinal  Gbo  con 
privilegio  imperiale  e  pontificio,  e 
nel  testamento  Alfonso  I  legittimol- 
li,  coni'  egli  si  esprime,  di  se  solu- 
to tt  una  soluta.  Oltre  a  ciò  non 
mancano  scrittori  che  affermauo 
che   Alfonso  ed   Alfonsino   divenis- 


i36  FER 

sero  legittimati  dal  matrimonio  di 
Alfonso  I  con  Laura,  seguito  nel 
i534  poco  prima  ch'egli  morisse; 
ma  autori  parimenti  di  chiaro  no- 
me hanno  impugnato  il  fatto,  e 
quindi  ne  risultò  una  lunga  dispu- 
ta, che  per  le  conseguenze  che  da 
essa  si  facevano  dipendere,  fu  una 
delle  più  strepitose  tra  le  storiche 
e  le  politiche,  comesi  può  appren- 
dere dai  voluminosissimi  scritti  pub- 
blicati sopra  di  essa ,  il  di  cui  ca- 
talogo voleva  riportare  il  Frizzi  nel 
tomo  V  delle  sue  Memorie  per  la 
storia  di  Ferrara,  e  poi  noi  oltre  al- 
le succitate  opere ,  e  a  quelle  che 
citeremo,  parlammo  delle  ragioni 
prò  e  contra,  cóme  delle  analoghe 
scritture  ,  all'  articolo  Comacchio. 
Ma  comunque  potessero  le  linee 
de'  marchesi  di  s.  Martino,  e  di 
Mon lecchi o  pretendere  come  prete- 
sero poi  di  avere  ragioni  derivate  da 
più  antiche  investiture ,  e  di  non 
aver  avuta  parte  nella  transazione 
fatta  da  Paolo  HI  cqn  Ercole  II  pri- 
mogenito di  Alfonso  I,  ciò  non  o- 
stante  sulla  scelta  del  successore  il 
duca  Alfonso  II  voleva  andar  più 
sicuro,  e  troncar  le  radici  ad  ogni 
futuro  contrasto,  il  perchè  mandò 
nel  i58g  il  suo  segretario  Monte- 
catino  a  Sisto  V  a  fine  di  procu- 
rare un'investitura  per  persona  da 
nominarsi  da  esso  duca ,  ma  non 
venne  concessa. 

Nel  i5c)o  l'Italia  fu  desolata  da 
una  tremenda  carestia,  ed  il  Fer- 
rarese e  gli  altri  domimi  Estensi 
provarono  gli  effetti  della  pruden- 
za e  generosità  di  Alfonso  II.  Man- 
cato a'  viventi  Sisto  V,  e  poco  do- 
po il  suo  successore  Urbano  VII, 
salì  sulla  veneranda  cattedra  di  s. 
Pietro  Gregorio  XIV  della  nobile 
famiglia  milanese  Sfondrati.  Spedì 
il  duca  a  rendergli  omaggio  ed  ub- 


FER 
bidienza  Filippo  di  Sigismondo 
d'Este  marchese  di  s.  Martino,  ma- 
rito della  sorella  del  duca  di  Sa- 
voia, e  fratello  di  Sigismonda  d'E- 
ste vedova  del  barone  Paolo  Sfon- 
drati fratello  del  Papa .  Per  tal 
cagione  il  duca  in  quella  circostan- 
za chiamò  a  Ferrara  il  marchese 
Filippo ,  Io  ammise  ai  segreti  del 
suo  gabinetto,  e  gli  diede  negozi 
da  trattarsi  in  quella  ambasceria , 
fra'  quali  il  procurare  il  cardinala- 
to al  giovanetto  Alessandro  d'  Este 
fratello  di  d.  Cesare  marchese  di 
Montecchio,  e  l'altro  più  importan- 
te della  successione  al  ducato  di 
Ferrara,  giacché  al  duca  venivano 
sempre  meno  le  speranze  di  prole. 
Aveva  egli  più  che  sufficienti  indi- 
dizi  dell'  ottime  disposizioni  di  quel 
Pontefice,  ed  uno  fu  che  nella  con- 
ferma che  Gregorio  XIV  colla  bol- 
la Romanus  Ponti/ex ,  data  a'  19 
dicembre,  fece  delle  precedenti  bol- 
le di  s.  Pio  V,  Gregorio  XUI,  e 
Sisto  V,  dichiarò  che  le  medesime 
non  si  dovessero  intendere  estese 
a'  feudi  non  ancor  devoluti ,  se  u- 
na  evidente  utilità  della  Chiesa 
lo  consigliasse.  Intanto  Alfonso  II 
nel  1 59 1  ad  istanza  del  Papa 
estirpò  certi  banditi  che  infestava- 
no il  Ferrarese  ed  altri  luoghi  ; 
per  guadagnarne  l'affetto  fece  ogni 
possibile  cortesia  alla  vedova  co- 
gnata di  Gregorio  XIV,  quando 
passò  per  Ferrara  nel  condursi  a 
Roma,  oltre  altre  cose  per  raggiun- 
gerne lo  scopo  che  sembrava  propi- 
zio. Ed  è  perciò  che  il  duca  di- 
cendo di  portarsi  ai  santuari  di 
Loreto  e  di  Assisi,  passò  con  ma- 
gnifico corteggio  in  Roma ,  ove  il 
marchese  Filippo  operava  lentamen- 
te. Fu  incontrato  da  molti  cardi- 
nali e  principi  romani,  e  fu  con- 
dotto    ad     alloggiare    nel     palazzo 


FER 

slesso    del    Papa    a   t.  Marco ,    con 
una  guardia  di    cinquanta  alabar- 
dieri :  questa   lo  accompagnava  per 
Roma  ,  contro  il  solito    in  casi  si- 
mili, col  seguito  di  dodici  palafre- 
nieri pontifìcii  ,  e  di   molte  carroz- 
ze, che  talora  arrivarono  a   cento; 
ed  ebbe  da  tutti  il  titolo  di  altez- 
za, fuori    che  dall'ambasciatore  di 
Spagna.  A' 12  agosto  e  qualche  altra 
volta  ancora  pranzò  solo  col  Papa 
ad  una  tavola    separata,  ed  a'    i5 
nella  cappella  dell'Assunzione  della 
B.  Vergine,  che  dal  Papa  si  tenne 
nella  chiesa  d'Aracoeli,  sedette  fra 
i  due  ultimi    cardinali    diaconi.   Si 
venne  poscia  al  grande  affare ,  pel 
quale  il  Pontefice  nel  concistoro  dei 
diciannove  deputò  una  congregazione 
di  tredici  cardinali   ad  esaminare  se 
il  caso  di  Alfonso  li  fosse  compre- 
so nella    bolla    di  s.  Pio  V.  Ke  ri- 
cercò anco  il    parere  del  tribunale 
della    rota,  e  dall' una  e  dall'altra 
u  ebbe  risposta  affermativa.  Propo- 
se allora   il  dubbio  :  se  per  cagione 
di  evidente    utilità   o  necessità   po- 
tesse il  Papa  concedere  in  feudo  i 
beni  della  Chiesa ,  e  la  risposta  fu 
parimenti    affermativa ,     ma     colla 
condizione  che  tal  necessità  o  van- 
taggio apparisse.  Chiese  inoltre  ,  se 
a   provar    questa,  l'asserzione    del 
Pontefice  bastasse,  e  fu  involuta  la 
risposta  fra  molte  distinzioni.   11  Pa- 
pa a  liberarsene,  di   autorità  asso- 
luta in  altro  concistoro  dichiarò  il 
caso  del  duca   non    compreso  nella 
bolla  Piana,  ed  ordinò  l'estensione 
della  bolla  d' investitura. 

Pareva  il  negozio  ridotto  a  buon 
termine,  quando  due  gravi  difficol- 
tà gli  si  attraversarono.  11  duca  non 
era  contento  di  un  moto-proprio 
semplice,  e  non  sottoscritto  dai  car- 
dinali, e  il  Papa  desiderava  che  il 
successore  si  uomiuasse  fin  d'allora. 


FER  i37 

La  sua  lusinga  era    che  tal  nomi- 
na cadesse  in  Filippo  d'Este  mar- 
chese di  san  Martino,  parente  della 
famiglia  Sfondrati,  e  raccomandato 
dal  re   di  Spagna ,    e   dal    duca   di 
Savoia  suo  cognato;  ma  Alfonso  II 
nel  segreto    del  suo    cuore    mirava 
a    d.   Cesare  suo    cugino,    in  favo- 
re   di   cui    stava    il   gran    duca    di 
Toscana   Ferdinando    suo    cognato, 
che  assai  potente  presso  i  cardina- 
li,  muoveva  ogni  pietra  per  impe- 
dire   la    nomina    del    marchese    di 
s.  Martino.    Fece   anche  il  duca   di 
Ferrara     offerte     di     ragguardevoli 
compensi  alla    Sede  apostolica,  ma 
non  furono  dai  cardinali    accettate, 
mentre    morì    Gregorio  XIV    nella 
notte  de'  i4  ottobre.    11    duca  che 
abbattuto  nelle  speranze    si  era  già 
ritirato  a  Caprarola,  pervenne  a' 16 
a    Ferrara,  ove  gli    si    accrebbe  il 
malcontento  nel  sentir  eletto  Inno- 
cenzo  IX    Facchinetti  di  Bologna , 
ch'era  stato    uno    de'  tredici    cardi- 
nali contrari  all'  investitura.   E  ben 
manifestò    il    nuovo    Pontefice    gli 
stessi    sentimenti,  allorquando   a' 4 
novembre   confermò    la    bolla  di  s. 
Pio  V,  e  rivocò  la  dichiarazione  di 
Gregorio  XIV.  Parve  però  un  rag- 
gio benigno  ad  Alfonso  II  la  rapi- 
da   mancanza    d' Innocenzo   IX  ,    e 
l'esaltazione    del    cardinal     Ippolito 
Aldobrandino    nato   in    Fano,    ed 
oriundo  di  Firenze,  avvenuta  a'  3o 
gennaio  \5qi,  col  nome  di  Clemen- 
te Vili.   Imperciocché  sebbene  que- 
sti  fosse  stato  delia  medesima  con- 
gregazione, nacque  lusinga  che  po- 
tesse   avere    qualche    riguardo    alla 
casa  d'  Este  benemerita  di    sua  fa- 
miglia, perchè  il  di  lui   padre  Sil- 
vestro, celebre  giureconsulto,  era  sta- 
to  uditore  del  cardinal   Ippolito  II, 
consigliere  del    duca  Ercole  li,  ed 
uditore  generale  in  Ferrara  al  car- 


,38  FER 

dirmi  Accolti  arcivescovo  di  Raven- 
na ,  ed  abbate    commendatario    di 
s.  Bartolo.  In   Ferrara  furono  edu- 
cali i  suoi  figliuoli  Ippolito  che  sa- 
lì al  pontificato,  Tommaso  che  ser- 
vì   in    corte  al    nominato    cardinal 
d' Este ,  Elisabetta    che    fu    madre 
del  cardinal     Cinzio    Passeri  Aldo- 
brandini,  Giovanni  che  fu  laurea- 
to nell'università  ferrarese  poi  car- 
dinale, Pietro  che  divenne  avvoca- 
to concistoriale,  ed  intimo  segreta- 
rio   di    Paolo  III.    Tali  lusinghe    e 
speranze  sparirono,  quando  Clemen- 
te  Vili    a'   i4    febbraio    confermò 
colla  costituzione  Ad  Romani  Pon- 
tificis,  presso  il  Bull.  Rom.  tom.  V  , 
par.  I,  pag.  334,  'a  bolla  di  s.  Pio 
V,  e  rivocò  di   nuovo  la  dichiara- 
zione   di   Gregorio  XIV.    Ad    onta 
di  questo  non  potè  a  meno  Alfon- 
so 11   d'inviargli  il  consueto  omag- 
gio per  mezzo  di  d.  Cesare  suo  cu- 
gino ,  senza  che  questi    facesse  pa- 
rola dell'affare.  Allora  il  duca  po- 
se in   dimenticanza  il  grave    nego- 
zio, e  non  pensò  che  a  procacciar- 
si   continui    piaceri ,    che    il  lodato 
Frizzi  descrive  nel  tom.  IV,  a  pag. 
4' 3  e  seg.,  con  corti  bandite,  giuo- 
chi, spettacoli,  musiche  di  suoni    e 
canti,  danze,  cavalcate,  caccie,  di- 
vertimenti ginnastici^  tornei,  giostre, 
festini,    commedie,  mascherate,  di- 
spute   letterarie  ,  gite    alle    diverse 
ville    e    delizie  ducali  :    il  suono    e 
il  canto   giunse  al    fanatismo,   per 
cui  dame  e  semplici  donne,  nobi- 
li e  plebei  cantavano    e    suonava- 
no, e  molti  per   eccellenza  a  segno 
che    il  genio    armonico    si    trasfuse 
fino  ne'  monasteri    di  monache,  ed 
alcuno  disse  che  Ferrara  era  dive- 
nuta un  teatro  musicale. 

Nel  i5o,4  Eleonora  sorella  di 
d.  Cesare  sposò  Carlo  Gesualdo 
principe  di    Venosa    nel    regno   di 


FER 

Napoli ,    mentre    Ippolita    altra    di 
lui  sorella  si    congiunse    in  matri- 
monio con    Federico  Pico  principe 
della  Mirandola  :   indi  a'  27   marzo 
a  d.   Cesare  nacque  Luigi   che  poi 
divenne  generale  de' veneziani.  Sem- 
pre Alfonso  II   tenendo  rivolto  1'  a- 
nimo  a  d.  Cesare,  già  destinato  suo 
erede,  lo  ammise  ai  segreti  del  ga- 
binetto, indi    riportò    dall'  impera- 
tore Rodolfo  II    con   diploma  degli 
8  agosto,  l' investitura  di  Modena, 
Reggio,  Carpi,  Este  e  Rovigo  a  se- 
conda delle  antiche,  e  per  persona 
da  nominarsi,  sborsando  perciò  più 
di    trecentomila   scudi    all'  impera- 
tore   che  ne  aveva  bisogno  per  la 
guerra  contro  il  turco,    premiando 
decorosamente    chi    vi    aveva    coo- 
perato, e  ringraziando  il  re  di  Spa- 
gna che  in  ciò  l'avea  protetto.  Fi- 
nalmente Alfonso  II  fece  testamen- 
to a' 17    luglio   i5g5,    nominando 
suo    successore  ed    erede    in  man- 
canza di  figliuoli   propri  d.  Cesare 
d'Este.    Per    tanti  segni    di  predi- 
lezione avendo    la  città  cominciato 
a  corteggiar  d.  Cesare,  il  duca  cu- 
gino gl'intimo    d'incedere  più  di- 
messo, e  gli  prescrisse  i   gentiluomi- 
ni di  compagnia.  Nel  i5qj  Alfon- 
so li  cadde  infermo,  indi  convocò 
i  nobili,  e  principali  cittadini,  fece 
aprite  il   testamento  e  pubblicò  l'e- 
rede ;    ed  il  Laderchi    come  primo 
ministro  vi  aggiunse    un'  esortazio- 
ne a    quel    consesso    a    conservarsi 
fedele  alla  casa  d'Este,  ed  a  rico- 
noscere d.  Cesare  per  suo  principe; 
il  che  seguito,  al  declinar  del  gior- 
no 27   il  duca  rese  l'anima  al  crea- 
tore.   Copiosi    furono  gli    encomii , 
che    giustamente    si  resero    ad  Al- 
fonso li,  quinto  ed  ultimo  duca  di 
Ferrara.  Geloso  custode  dell'eredi- 
taria religione  cattolica,  non  la  per- 
donò a  Renea  sua   madre,  ed  ebbe 


FER 
Jotle  di  pio ,  perchè  favori  le  fon- 
dazioni di  vari  orfanotrofi,  dispen- 
sò dotazioni ,  prese  cura  degli  or- 
fani, e  represse  gli  abusi  de' tutori. 
Fu  temperante  nel  vitto,  e  ne'  co- 
stumi casto  ;  si  distinse  per  acutez- 
za di  mente,  e  per  maturità  di 
consiglio;  nello  splendor  della  cor- 
te superò  i  predecessori ,  massime 
ne'  trattamenti  coi  forestieri.  Ince- 
deva sempre  con  numeroso  corteg- 
gio, e  sceglieva  pel  suo  servigio  e 
per  l'ambascierie  belle  persone.  Suf- 
ficientemente colto,  possedeva  una 
naturale  eloquenza,  essendo  giudice 
competente  nell'  architettura  mili- 
tare. Amava  sopra  tutto  beneficare 
le  persone  di  lettere,  delle  quali  se- 
guitò Ferrara  ad  essere  all'età  sua 
dolce  ricetto.  Alfonso  II  fu  bello,  e 
robusto  di  corpo  ;  mirabile  nello 
sguardo ,  i  suoi  occhi  esprimevano 
il  sentimento  dell'animo;  maestoso 
nel  portamento ,  fu  di  affabili  ma- 
niere ,  e  di  amena  conversazione. 
Fra  i  suoi  difetti  principalmente 
gli  viene  rimproverato  l' accresci- 
mento de'  dazi,  e  d'altri  pesi ,  che 
al  dir  del  Muratori  disgustò  i  sud- 
diti cogli  Estensi  ;  cosi  viene  accu- 
sato di  soverchia  ambizione  del  pro- 
prio merito  ,  d' invidia  all'  altrui 
grandezza,  d' iracondia,  e  di  nutri- 
re risentimento.  Con  Alfonso  II  ter- 
minò in  Ferrara  il  dominio  dell'in- 
clita casa  d'Este,  e  quanto  a'suoi 
principi  debba  il  Ferrarese,  si  po- 
trà dedurre  da  quanto  compendio- 
samente riunimmo  in  questo  articolo, 
e  dai  tanti  suoi  storici. 

Mancato  il  duca,  il  conte  Ca- 
millo Rondinelli  giudice  de'  savi 
provvide  alla  sicurezza  della  città, 
e  lettosi  il  testamento  del  defunto 
egli  decretò  che  l'erede  d.  Cesare 
fosse  riconosciuto  per  duca  di  Fer- 
rara, il    che    notificato    al    popolo 


FER  i39 

al  suon  di  tromba  fu  applaudilo 
colle  pubbliche  acclamazioni.  Egli 
per  primo  suo  atto  inviò  il  fra- 
tello Alessandro  a  pigliar  in  suo 
nome  possesso  di  Modena  e  Reg- 
gio. Indi  a'29  ottobre  il  magistra- 
to si  recò  in  castello,  e  coll'usate 
cerimonie  presentò  lo  stocco  e  lo 
scettro  al  nuovo  priucipe,  che  po- 
scia recossi  al  duomo  in  cavalcata, 
ove  fu  benedetto  dal  vescovo  Fon- 
tana, e  dalla  pubblica  rappresen- 
tanza ricevè  il  giuramento  di  fe- 
deltà. Nel  giorno  dopo  Cesare  in- 
viò la  partecipazione  del  suo  esal- 
tamento per  mezzo  di  ambasciato- 
ri a  quasi  tutte  le  corti  d'Europa. 
Intanto  Clemente  Vili  informato 
minutamente  di  quanto  accadeva 
in  Ferrara  per  fide  corrisponden- 
ze, e  per  vari  ferraresi  ch'erano 
nella  sua  corte,  il  primo  de'quali 
era  il  maggiordomo  Tassoni,  e  se- 
guendo i  principii  di  Giulio  II,  e 
di  altri  suoi  predecessori  di  ricu- 
perare alla  vacanza  gli  antichi  stati 
infeudati  dalla  Chiesa,  e  ritenendo 
che  Cesare  d' Este  non  avesse  giu- 
sto titolo  di  succedere  a  quello 
di  Ferrara,  si  accinse  tosto  ad  e- 
spellerlo  dal  ducato.  Nel  concisto- 
ro de'  2  novembre  tutti  i  cardina- 
li applaudirono  la  sua  risoluzione, 
meno  il  cardinale  Sfondrato  paren- 
te degli  Estensi.  Indi  giunse  in 
Roma  l'ambasciatore  di  Cesare  , 
notificò  al  Papa  la  morte  di  Al- 
fonso II,  e  lo  supplicò  a  riconoscere 
Cesare  per  successore  nel  ducato 
di  Ferrara;  ma  Clemente  Vili  ri- 
spose che  d.  Cesare  Jasciasse  im- 
mediatamente lo  stato,  altrimenti 
sarebbe  stato  trattato  da  usurpa- 
tore, punito  colle  censure,  e  cac- 
ciato dalla  forza.  L'  ambasciatore 
conte  Girolamo  Gigltoli  volle  insi- 
stere   perchè   almeno    fosse    prima 


140  FER 

discusso  ulteriormente  quel  punto, 
e  fu  replicato  che  prima  si  con- 
segnasse Ferrara  alla  Sede  aposto- 
lica, e  poi  si  producessero  quante 
ragioni  si  pretendesse  avere  sopra 
di  essa,  e  in  questi  risoluti  termi- 
ni l'inviato  ebbe  congedo.  Dichia- 
rò poscia  il  Papa  formalmente  nel 
dì  4  devoluto  il  ducato  di  Fer- 
rara alla  Chiesa,  intimò  a  Cesare 
la  dimissione  sotto  pena  di  scomu- 
nica, e  gli  assegnò  quindici  giorni  a 
comparire  in  Roma,  a  produrre  in 
persona  le  sue  prelese.  Il  monito- 
rio si  affisse  tosto  a'  luoghi  pubbli- 
ci in  Roma ,  e  fu  spedito  e  pub- 
blicato in  seguito  in  Bologna  ed 
in  Cervia.  Partirono  nel  tempo 
stesso  da  Roma  tre  prelati  col  ti- 
tolo di  nunzi  apostolici  straordi- 
nari, destinati  a  portarsi  divisamen- 
te a  diverse  corti  cattoliche  per 
informarle  dell'avvenuto,  e  si  ordi- 
nò una  sollecita  recluta  di  milizie 
sì  nello  stato  che  fuori. 

I  comacchiesi  alla  voce  sparsa 
del  pubblicato  monitorio  in  Cer- 
via, si  levarono  contro  il  governato- 
re ducale;  altrettanto  accadde  in 
Cento.  Cesare  intanto  non  si  sgo- 
mentò, sapendo  di  essere  compreso 
nelF  investitura  di  Alessandro  VI 
ad  omnes  descendentes  di  Ercole 
I  suo  proavo  ;  credeva  tolta  di 
mezzo  abbastanza  l'apposta  fellonia, 
e  la  confìsca  fulminata  da  Giulio 
11,  e  da  Leone  X  contro  Alfonso 
I  suo  avo,  per  mezzo  del  laudo  di 
Carlo  V,  e  della  transazione  fra 
Ercole  li,  e  Paolo  III;  intendeva 
poi  che  questa  non  potesse  nuoce- 
re a  lui  parente  trasversale  di  Er- 
cole II,  e  non  concorso  colla  sua 
linea  in  quella  transazione;  si  per- 
suadeva iti  fine  di  provare  la  le- 
gittimità de  natali  del  proprio  ge- 
nitore   Alfonso.    Per    tutte    queste 


FER 
ragioni,  comunque  fossero  di  quel- 
le che  poteva  avere  anche  l'altra 
linea  Estense,  allora  sussistente,  dei 
marchesi  di  s.  Martino.  Cesare  si 
determinò  di  voler  sostenere  le  pro- 
prie. Coll'appoggio  dunque  del  car- 
dinal Tarugi  ,  e  dell'  ambasciatore 
della  repubblica  di  Venezia ,  alla 
quale  stava  a  cuore  il  tener  lou- 
tano  dal  proprio  confine  il  Papa, 
principe  più  potente  dell'Estense, 
e  d'impedire  che  si  eccitassero  tur- 
bolenze capaci  di  tirar  armi  stra- 
niere in  Italia,  fece  proporre  a 
Clemente  Vili:  che  la  controver- 
sia si  rimettesse  al  giudizio  di 
qualche  sovrano,  o  di  qualche  tri- 
bunale confidente;  che  si  sospen- 
desse intanto  la  scomunica;  che  si 
fosse  accresciuto  il  censo  di  Ferra- 
ra,  anche  al  doppio  del  solito; 
che  fosse  ceduta  alla  santa  Sede 
la  Romagna  ferrarese,  con  Cento, 
Pieve,  Comacchio,  e  altra  porzione 
degli  stati  Estensi,  oppure  che  di 
essa  ne  facesse  Cesare  un  feudo 
in  favore  di  Gio.  Francesco  Al- 
dobrandino nipote  del  Papa;  che 
Cesare  oltre  a  ciò  sbottasse  al  Pa- 
pa una  somma,  non  però  maggiore 
di  cinquecentomila  scudi  ;  che  per 
ultimo  si  stabilisse  matrimonio  tra 
una  figlia  di  Gio.  Francesco  sud- 
detto e  il  primogenito  di  Cesare. 
Ma  Clemente  Vili  immobile  dis- 
se di  non  voler  giudici  sopra  di 
lui,  e  di  non  essere  per  dar  ascollo 
a  proposizioni  se  prima  non  gli 
veniva  consegnata  Ferrara.  Tolta 
adunque  per  tal  modo  a  Cesare  o- 
gni  speranza  della  negoziazione ,  e- 
gli  si  determinò  a  resistere,  ed  a 
premunirti,  benché  l'erario  fosse  e- 
sauslo,  ed  un  numeroso  partito  di 
ferraresi  bramasse  di  cangiar  pa- 
drone, per  gli  accennati  malcon- 
tenti ravvivati  dall'editto  sulle  cac- 


FER 
eie,  e  da  Cesare  rinnovato.  Questi 
non  pertanto  proseguì  le  fortifica- 
zioni, aumentò  j  presidii  de'Iuoglii 
forti ,  rendendo  con  tal  apparato 
manifesta  la  sua  intenzione  di  op- 
porsi al  Pontefice  ,  il  quale  in  ve- 
ce affrettò  1'  allestimento  del  suo 
esercito,  a  cui  concorse  con  denaro 
e  gente  tutto  lo  stato ,  e  chiamò 
ad  unirvisi  dodicimila  fanti  ,  e 
mille  cavalli ,  che  avea  spediti  in 
Ungheria  sotto  Aldobrandino  suo 
nipote,  ed  in  un  mese  potè  met- 
tere in  armi  circa  trentacinquemi- 
la uomini.  Il  generale  cui  affidò 
l'esercito  con  due  brevi  segnati  li 
8  novembre,  fu  il  cardinal  Pietro 
Aldobrandino  suo  nipote,  giovane 
di  ventisei  anni,  il  quale  ponendo- 
si in  viario  coi  caoitani  e  coll'e- 
sercito,  prese  alloggio  in  Faenza. 
Fu  veduto  intanto  il  12  novembre 
affisso  alle  porte  del  duomo,  né  si 
seppe  per  qual  mano  ,  1'  interdetto 
pontifìcio,  ma  fu  tosto  da  alcuni  le- 
vato. 

Per  fuggire  le  inquietudini  e  i 
pericoli,  Eleonora  si  ritirò  in  Na- 
poli presso  al  marito,  e  Marghe- 
rita vedova  di  Alfonso  II  si  ritirò 
a  Mantova.  11  cardinale  si  avan- 
zò coli' esercito,  e  nacque  qualche 
scaramuccia,  mentre  Cesare  lusin- 
gandosi di  pacifica  composizione, 
spedì  in  Roma  a'  2  3  dicembre  il 
conte  Ercole  Rondinelli  con  una 
supplica  riportata  dal  Fausti  ni.  Ma 
in  quel  giorno  stesso  Clemente  Vili 
avea  già  in  s.  Pietro  pubblicata 
la  scomunica  colle  maggiori  solen- 
nità, e  colle  più  ampie  forinole. 
Allora  i  comacchiesi  di  nuovo  ri- 
bellaronsi,  intanto  che  Cesare  co- 
noscendo di  aver  circa  trentamila 
uomini  in  Ferrara  atti  alle  armi, 
scelse  dodici  nobili ,  che  chiamò 
caporioni, pei  diversi  quartieri  del- 


FER  141 

la  città,  e  diede  severi  ordini  per- 
chè non  fosse  introdotto  alcun  do- 
cumento dell'emanate  censure,  con- 
tando su  di  estraneo  soccorso.  Ma 
Clemente  Vili  di  vasta  mente,  ve- 
nerato e  temuto,  avea  ben   saputo 
guadagnar  il  favore    o  l'indifferen- 
za    de' gabinetti    in    questo    affare; 
Ridolfo  II  era  minacciato  da'turchi, 
ed  Enrico    IV  re    di    Francia    era 
disposto  di  difendere  i  diritti  della 
Sede    apostolica    colle  armi,  il  che 
però    la    prudenza    del    Papa    non 
credè   accettare.    Filippo    II   re    di 
Spagna  si  mostrò  indifferente,   e  la 
repubblica  veneta  poco  fece:  il  gran 
duca  di  Toscana,  e  i  duchi  di  Ur- 
bino  e    di  Savoia  non  vi    presero 
parte.  Intanto    la  scomunica  ovun- 
que si  pubblicava,  ed  una  congiu- 
ra s'intentò  contro  Cesare,  che  già 
ne  avea  scoperta  altra.  In  tal  fran- 
gente Cesare  domandò  consiglio  al 
suo  teologo  p.   Palma   gesuita,  che 
lo    persuase  ad    evitar  una    guerra 
con    evidente    pericolo ,     di    temer 
gli    effetti    delle   ecclesiastiche   cen- 
sure, e  serbarsi    in  pace    il  ducato 
di  Modena    e  Reggio,  ed  a  rimet- 
tere al  favore  del  tempo  le  sue  ra- 
gioni.    A     tali    saggi     suggerimenti 
Cesare  si  attenne,  ed  inviò  la  du- 
chessa d'Urbino  Lucrezia  sorella  di 
Alfonso  II  a  Faenza,  per  concerta- 
re   col    cardinal    Aldobrandino  un 
accordo  men  dannoso  che  fosse  pos- 
sibile:   tale    scelta  non  fu     lodata, 
perchè     Lucrezia     era     nemica    di 
Cesare.   Ad  onta  del  rigore,  la  sco- 
munica  fu    consegnata    al    vescovo 
di  Ferrara,  il  quale  a'  3i    dicem- 
bre   i5g7  la  pubblicò  senza  timore 
nel  duomo,  e  fece  affiggere  alla  por- 
ta   maggiore.     Lucrezia    giunse    al 
cardinal   Aldobrandino,   e  lo  trovò 
col  cardinal  Bandini   legato  di  Ro- 
magna   datogli    per    assistente.    Si 


^!K1  FER 

■vuole  che  Lucrezia  d'  Este  avesse 
istruzione  di  salvare  almeno  la 
Romagna  ferrarese,  e  l'artiglierie, 
l'ima  come  allodi  della  casa  d'E- 
ste  acquistati  col  proprio  denaro, 
l' altre  come  costrutte  in  maggior 
parte  da  Alfonso  I  di  sua  mano 
e  col  proprio  erario,  mentre  si  di- 
ce che  il  cardinale  aveva  inten- 
zioni moderate. 

L'armistizio,  la  spedizione  in 
Faenza  del  principe  Alfonso  figlio 
di  Cesare  d'anni  sette  in  qualità 
di  ostaggio,  e  la  deposizione  da  far- 
si da  Cesare  nelle  mani  del  ma- 
gistrato di  Ferrara  dell'  insegne  del 
ducato  ferrarese,  furono  i  capitoli 
preliminari .  In  esecuzione  di  ciò 
Cesare  licenziò  gli  operai  delle  o- 
perazioni,  a'  q  gennaio  rinunziò 
al  magistrato  i  simboli  della  si- 
gnoria che  da  lui  aveva  ricevuti , 
e  spedi  il  figlio  a  Bologna;  men- 
tre Clemente  Vili  a  suppliche  del- 
la città  di  Ferrara  compresa  nella 
scomunica,  facoltizzò  il  cardinal  ni- 
pote di  assolvere  que'  ferraresi  che 
si  fossero  staccati  dal  partito  di 
Cesare,  e  l' interdetto  fu  sospeso  a 
a  tutto  il  mese  di  gennaio.  La  co- 
pia della  concordia  che  si  veniva 
concertando  in  Faenza  si  dovette 
più.  volte  portare  a  Ferrara  per- 
chè Cesare  fece  de'  cangiamenti;  in- 
fine concordati  i  quindici  capitoli  da 
ambe  le  parti,  Clemente  Vili  con 
breve  de'  io  gennaio  autorizzò  il 
cardinale  ad  accettarli,  il  che  seguì  il 
1 2  o  1 3  con  solenne  istromento  sti- 
pulato in  Faenza.  I  capitoli  li  riporta 
il  Frizzi,  nel  tom.  V,  p.  12  e  seg., 
de'  quali  si  contenteremo  darne  un 
sunto.  Che  d.  Cesare  sia  assoluto 
in  forma  amplissima  da  tutte  le 
censure  in  un  ai  suoi  successori  e 
aderenti,  rilasciando  però  il  pos- 
sesso del  ducato  di     Ferrara    colle 


FER 

sue  pertinenze  di  Cento,  e  della 
Pieve,  e  de' luoghi  di  Romagna.  Che 
sua  Santità  piglia  sotto  la  prote- 
zione della  Sede  apostolica  d.  Ce- 
sare e  i  suoi  successori,  e  non  la- 
scierà  molestare  i  suoi  stati  impe- 
riali. Che  sia  permesso  a  d.  Cesa- 
re mandar  fuori  di  Ferrara  tutte 
le  gioie,  ori,  argenti,  ed  altre  cose 
preziose,  i  sali,  i  grani,  le  biade, 
le  farine,  e  i  mobili  e  semoventi, 
ed  altrettanto  a  chi  lo  seguirà  ; 
che  le  carte  e  le  scritture  sarebbe- 
ro separate,  e  date  alle  parli  quel- 
le che  gli  appartenessero,  e  le 
artiglierie  e  munizioni  esistenti  in 
Ferrara  ed  altri  luoghi  si  divide- 
rebbero tra  le  parti.  Che  a  d .  Ce- 
sare e  successori  rimanessero  tutti 
i  beni  allodiali,  con  privilegio  di 
immunità,  e  volendoli  comprare  la 
camera  apostolica  se  gli  diano  a 
giusto  prezzo.  Che  d .  Cesare  possa 
riscuotere  tutti  i  crediti  che  si  tro- 
verà avere  in  Ferrara,  e  ne'  luoghi 
che  si  lascieranno:  rimangono  a  lui 
e  successori  il  gius  patronato  della 
preposilura  di  Pomposa,  e  quello 
della  Pieve  di  Bondeno.  Che  sua 
Santità  faccia  dare  a  d.  Cesare  tut- 
te le  possessioni  delle  lame  del 
Carpigiano  colle  loro  case  ed  edili- 
zi. Che  la  camera  apostolica  dia 
ogni  anno  a  d.  Cesare  e  suoi  ere- 
di quindicimila  sacchi  di  sale  nei 
magazzini  di  Cervia  pel  medesimo 
prezzo  e  misura  che  dava  ad  Al- 
fonso li,  e  che  pel  Po  e  ducato 
ferrarese  lo  possa  trasportar  via 
senza  pagamento  di  dazio.  Che  d. 
Cesare  ritenga  i  gradi,  prerogative 
e  preeminenze  per  grazia  speciale, 
che  avevano  i  principi  d' Este 
mentre  possedevano  il  ducato  di 
Ferrara.  Che  per  li  beni  precariati 
della  badia  di  Nonantola,  sua  Sali- 
tila  si   degni  concedere  alla   città  di 


FER 
Modena,  e  a  quei  di  Nonanlola 
conforme  alla  Bonifaciana,  o  alme- 
no conceda  poterli  appropriare  come 
liberali  della  detta  badia  al  cinque 
per  cento  a  stima  de'  periti.  Che 
in  grazia  di  d.  Cesare  il  Papa  fac- 
cia Carpi  città.  Che  il  cardinal  Al- 
dobrandino né  altri  per  la  sede 
apostolica  possa  entrare  in  Ferra- 
ra prima  del  29  presente  mese, 
e  che  le  sue  robe  rimaste  gli 
si  manderanno.  Che  il  cardinale 
ed  altri  per  la  Sede  apostolica 
dopo  il  detto  termine  entrino  in  Fer- 
rara pacificamente,  e  provveda  che 
niuno  ne  riceva  danno.  Che  quel- 
li che  seguiranno  d.  Cesare  pos- 
sino  godere  in  un  agli  eredi,  be- 
ni mobili ,  ed  immobili  come  se 
abitassero  in  Ferrara  ec.  ec.  V. 
Convenzioni  e  capitoli  fatti  nella 
restituzione  del  ducato  di  Ferrara 
Ira  N.  S.  ed.  Cesare  df  Este  al- 
ti i3  gennaio  i5g8  in  Faenza, 
Bologna  e  Cesena  1598;  Gaspare 
Sardi  oltre  le  Historie  ferraresi, 
Ferrara  i556,  ci  ha  pur  dato,  il 
Libro,  delle  storie  ferraresi  aggiun- 
tivi di  più  quattro  libri  del  dott. 
Faustini  sino  alla  devoluzione  del 
ducato  di  Ferrara  alla  santa  Sede, 
Ferrara  1646.  Il  suo  continuatore 
fu  il  detto  Agostino  Faustini,  che 
ci  die  \'  Aggiunte  alla  Storia  di 
Ferrara,  libri  IV,  co' quali  giunge 
appunto  alla  devoluzione  del  ducato 
alla  santa  Sede.  Il  Blavio  tratta  del 
ducato  di  Ferrara,  nel  suo  Thea- 
trum  orbis  terrarum ,  come  nel 
Thealrum  civitatum.  Giovanni  Ghi- 
ni,  Defensio  /unum  Sedis  apostoli- 
cae  prò  responsione  ad  manifestum 
pubblicatimi  ex  parte  ducis  Mu- 
tinae  super  praelensa  occupa  tione 
ducalus  Ferrariae. 

Qui  però  noteremo,  che  sebbene 
gli  storici  affermino  essere  stata  con- 


FER  .43 

chiusa  la  pace  tra  Clemente  VIII 
e  Cesare  d'Este  in  Faenza  ,  pure 
si  legge  nell'  Album  del  1843,  pag. 
289  un  erudito  articolo  su  Sola- 
rolo  (di  cui  parleremo  all'articolo 
Ravenna,  Fedi),  castello  di  Roma- 
gna, del  dotto  e  eh.  professore  Igna- 
zio Montanari,  in  cui  egli  dice,  che 
Lucrezia  duchessa  d'Urbino,  man- 
dataria  di  Cesare  Estense  duca  di 
Ferrara,  trattò  la  cessione  di  quel- 
la città  al  pontefice  coi  cardinali 
Aldobraudini  e  Bandini  legati  di 
Clemente  VIII  in  Solarolo;  ed  ag- 
giunge, che  se  deve  darsi  credenza 
a  voce  che  ancor  si  mantiene,  l'at- 
to di  cessione  fu  scritto  sotto  le 
mura  a  un  tiro  di  moschetto,  so- 
pra un  ponticello  che  ancora  man- 
tiene il  nome  di  ponte  degli  atti. 
Non  si  deve  inoltre  tacere ,  che  il 
più  recente  faentino  che  compilò  la 
storia  patria,  cioè  il  eh.  Bartolomeo 
Righi  nei  lodati  suoi  Annali  della  cit- 
tà di  Faenza,  all'anno  1598,  narra 
che  d.  Lucrezia  in  recarsi  a  Faen- 
za per  la  convenzione  in  discorso , 
fu  molto  onorevolmente  accolta  dai 
due  cardinali ,  che  con  numerosa 
comitiva  di  cavalli  l' incontrarono 
fino  a  Solarolo;  e  che  ricevuta  in 
città  (Faenza)  dagli  anziani  e  dal 
rimanente  dell'esercito  papale,  ven- 
ne pomposamente  al  pubblico  pa- 
lazzo; quivi,  continua  l'annalista,  a'dì 
i3  gennaio  098  fu  conclusa  e  pub- 
blicata la  pace,  intorno  a  che  eb- 
bero luogo  in  Faenza  due  iscrizio- 
ni, l'uua  nella  facciata  della  catte- 
drale a  cura  di  monsignor  vescovo 
De  Grassi,  e  l'altra  nella  sala  mag- 
giore del  pubblico  palazzo  per  ope- 
ra del  governatore. 

Adempito  ch'ebbe  Lucrezia  alla 
sua  legazione  si  restituì  a  Ferrara, 
ed  il  cardinale  da  Faenza  andò 
a  Bologna.    A    Cesare    fu    di    con- 


i44  TER 

forto  Ir  rinnovazione  dell'investi- 
tura, che  gli  fece  l'imperatore  Ri- 
dolfo IT,  di  Modena,  Reggio,  ed 
altri  luoghi  che  la  sua  casa  rico- 
nosceva dall'impero.  A'  17  gennaio 
giunsero  in  Ferrara  monsignor  Mat- 
teucci  arcivescovo  di  Raglisi  per 
la  divisione  delle  scritture ,  e  Ma- 
rio Farnese  generale  delle  artiglie- 
rie pontificie  per  la  divisione  del- 
le artiglierie  e  munizioni  da  guer- 
ra: queste  in  numero  di  settanta- 
due stavano  nel  magazzino,  e  fu- 
rono divise  a  sorte  e  in  peso  e- 
guale.  V'erano  tra  loro  quattro  can- 
noni famosi  allora  e  per  la  gran- 
dezza e  per  l'artefice  che  fu  Al- 
fonso I,  appellati  il  gran  diavolo 
ed  il  terremoto  che  toccarono  al 
Papa,  e  la  regina  e  lo  spazzacam- 
pagna  che  rimasero  al  duca  di 
Modena.  In  quello  stesso  giorno 
Clemente  Vili  spedi  bolla  sotto- 
scritta da  tutti  i  cardinali,  colla 
quale  ratificò  la  convenzione,  rivo- 
cò  affatto  la  scomunica,  e  deputò 
il  cardinal  nipote  a  prendere  pos- 
sesso di  Ferrara  a  nome  della  santa 
Sede.  Vari  altri  brevi  fino  a  do- 
dici dal  Papa  si  emanarono  poi, 
dichiarando  lo  stesso  nipote  legato 
a  Intere  del  ducato  di  Ferrara , 
con  amplissime  facoltà.  Cesare  spe- 
dilo a  Modena  il  suo  archivio  pri- 
vato e  prezioso ,  e  celebre  tanto 
per  l'uso  che  ne  fece  poi  il  dottis- 
simo Muratori  nell'illustrare  le  an- 
tichità de'bassi  tempi,  e  la  sua  non 
men  pregevole  biblioteca,  e  il  museo, 
colle  artiglierie  e  i  mobili  di  sua 
pertinenza,  nel  dì  28  gennaio  en- 
trò nella  cattedrale  ove  1'  arcive- 
scovo Matteucci  celebrando  la  mes- 
sa lo  ribenedì.  Passò  poscia  nel 
castello,  e  di  là  preceduto  dalla 
moglie  e  figliuoli,  e  dalla  corte  in 
numerose  carrozze,  egli  soloinun'al- 


FER 
tra,  scortato  da  seicento  cavalleg- 
gieri,  duecento  archibugieri  a  ca- 
vallo, e  trecento  soldati  di  fante- 
ria, senza  levar  mai  gli  umidi  oc- 
chi da  una  lettera  che  leggeva,  at- 
traversando il  giardino  detto  del 
padiglione,  si  avviò  verso  la  por- 
ta degli  Angeli,  ed  ivi  rammen- 
tandosi de' carcerati  delle  prigioni 
del  castello,  e  di  quelle  comuni 
del  podestà  sotto  il  palazzo  del- 
la Ragione  ,  mandò  a  liberar- 
li, meno  uno  reo  di  enormissimi 
misfatti.  Dato  questo  ultimo  coman- 
do Cesare  s' incamminò  pel  suo  du- 
cato di  Modena,  seguito  dal  suo  se- 
gretario di  stato  Laderchi.  Al  du- 
ca fu  mandato  in  Modena  il  figlio 
Alfonso  da  Bologna,  dove  il  duca 
di  Poli  Lotario  Conti  n'era  stato 
il  custode. 

Appena  fu  partito  Cesare  da  Fer- 
rara i  due  notali  che  fecero  il  ro- 
gito della  convenzione  faentina,  la 
presentarono  al  magistrato  della 
città,  e  gli  notificarono  l'assoluzio- 
ne pronunziata  dal  cardinal  legato 
della  scomunica  che  aveva  sospesa. 
Il  magistrato  che  aveva  spedito 
fino  dal  giorno  17  alcuni  amba- 
sciatori a  Bologna  a  far  compli- 
mento a  nome  del  pubblico  al 
cardinale,  altri  ne  deputò  in  que- 
sta occasione  a  portargli  i  pubbli- 
ci ringraziamenti.  Dagli  uni  e  da- 
gli  altri  accompagnato,  mosse  final- 
mente lo  stesso  legato  nel  giorno 
19  gennaio  1598  alla  volta  di 
Ferrara  ,  preceduto  e  seguitato  da 
dodicimila  cavalli,  e  ottomila  fan- 
ti .  Giunto  al  confine  ferrarese 
fece  alcuni  alti  possessorii  per  ro- 
gito de'  mentovati  notali;  ed  alla 
vista  di  Castel  Tedaldo  il  magi- 
strato col  corteggio  del  collegio  dei 
dottori,  e  de' corpi  delle  arti  gli 
conseguo  le  chiavi  delle  porte  della 


FER 
città  e  delle  prigioni.  Egli  salì  so- 
pra una  superba  chinea,  e  sotto 
un  baldacchino  sostenuto  da  ven- 
tiquattro giovani  cittadini  in  vaga 
divisa,  entrò  per  quella  porta,  den- 
tro la  quale  si  trovò  incontro  il 
vescovo  con  l'uno  e  l'altro  clero, 
e  passando  per  le  vie  adorne  di 
tre  archi  trionfali  e  di  tappeti, 
fra  il  suono  di  molti  strumenti, 
e  lo  strepito  delle  artiglierie  delle 
mura,  entrò  nella  cattedrale,  fece 
gettare  al  popolo  dalla  loggia  che 
pn  quella  porta  maggiore 
duecento  scudi  in  piastre,  e  in  fi- 
ne si  ricovrò  nel  castello.  I  detti 
sostenitori  del  baldacchino  furono 
creati  cavalieri  aurati ,  date  loro 
due  medaglie  allusive  all'acquisto  di 
Ferrara,  l'una  d' oro,  l'altra  di  ar- 
gento, e  gli  fu  assegnato  alloggio 
e  pensione  di  scudi  dieci  mensili, 
qualora  si  fossero  portati  ad  abi- 
tare in  Roma.  Si  fecero  per  tre 
notti  continue  pubbliche  illumina- 
zioni dai  cittadini.  La  relazione  di 
questa  entrata  fu  stampata  in  Ro- 
ma dalla  tipografìa  camerale  l'an- 
no stes-*>  1 5t)8.  Nel  secondo  gior- 
no si  accrebbe  il  peso  del  pane, 
si  spiegarono  alle  quattro  torri  del 
castello  gli  stendardi  del  Papa,  e 
fu  permesso  col  carnovale  l' uso 
della  maschera,  in  quell'anno  non 
ancor  permessa.  Fu  sollecito  il  le- 
gato di  spedire  diversi  prelati  a  pren- 
dere possesso  de'  principali  luoghi 
del  ducato,  come  di  Comacchìo, 
fìondeno ,  Cento,  Pieve,  Ragnaca- 
valio,  ec  Nel  solennizzare  l' anni-: 
versano  della  coronazione  di  Cle- 
mente Vili  riformò  gli  antichi  da- 
zi ,  molti  minorandone  tino  alla 
metà  meno,  molti  togliendoli  affat- 
to; di  altri  dazi  soppressi,  e  del 
nuovo  sistema  di  finanza ,  il  Friz- 
zi ne  tratta  al  tomoli,  pag.  a3i 
vot.   xuv. 


FER  145 

e  i3i.  Sei  ambasciatori  inviò  il 
magistrato  a  Roma,  a  prestar  o- 
maggio  al  nuovo  immediato  sovra- 
no. Intanto  il  legato  chiamò  a  sé 
il  diritto  antichissimo  statutario  del 
magistrato  di  eleggere  il  proprio 
podestà,  lasciando  la  scelta  del  vi- 
cario al  magistrato;  presto  restò 
abolita  la  carica  del  podestà  e  dei 
giudici  subalterni,  e  come  si  disse 
vennero  introdotti  i  luogotenenti; 
ed  a' 7  febbraio  prestò  il  magistra- 
to a  nome  del  popolo  il  giuramen- 
to di  fedeltà  al  nuovo  sovrano. 
Non  solo  Clemente  Vili  colla  bol- 
la Sanctissimus ,  data  19  gennaio 
1598,  Bull.  Rom.  tom.  V,  par. 
II,  pag.  ao5,  dichiarò  formalmente 
il  ducato  di  Ferrara  ricaduto  alla 
sauta  Sede,  come  soggetto  alla  co- 
stituzione di  s.  Pio  V  di  non  alie- 
nare i  beni  della  Chiesa,  ma  lo 
consegnò  perpetuamente  al  patroci- 
nio dei  ss.  apostoli  Pietro  e  Pao- 
lo mediante  la  bolla  medesima. 

La  duchessa  di  Urbino  Lucrezia 
mori  a'  ia  febbraio,  senza  che  si 
fòsse  effettuato  il  conferimento  del 
titolo  di  duchessa  di  Bertinoro  pro- 
messogli. Istituì  suo  erede  univer- 
sale il  cardinal  Aldobrandino,  tras- 
curando il  proprio  cugino  duca  di 
Modena,  ed  il  marito  duca  d'Ur- 
bino, egualmente  da  lei  abboniti. 
Alla  perdita  che  fece  il  duca  di 
Modena  di  sì  pingue  eredità,  si 
unirono  le  pretese  che  gli  promos- 
se contro  il  cardinale,  ch'ebbe  in 
compenso  diecimila  scudi  sui  cre- 
diti di  Francia,  e  sessantamila  scu- 
di in  tanti  beni  nel  Ferrarese.  In 
pari  tempo  Auna  Estense,  altra  so- 
rella di  Alfonso  II  ,  già  duchessa 
di  Guisa  ed  allora  di  Nemours, 
prelese  i  beni  e  credili  della  casa 
d'Este  in  Francia,  importanti  un 
milione  e  mezzo  d  oro ,  ed  il  par- 
10 


i46  FER 

lamento  di  Parigi  decise  in  SUO  fa- 
vore. Oltre  ad  un  legato  a  Intere, 
destinò  il  Papa  al  governo  della 
provincia  di  Ferrara  un  prelato 
con  titolo  di  vice- legato,  ed  il  pri- 
mo fu  monsignor  Alessandro  Cen- 
turioni arcivescovo  di  Genova;  in- 
di furono  pubblicati  i  bandi  gene- 
rali sopra  le  materie  criminali,  e 
la  costituzione  di  riforma  del  foro 
civile,  il  tutto  colle  stampe.  Ma  la 
compiacenza  di  Clemente  Vili  per 
l' incruento  acquisto  di  Ferrara  non 
era  completa  se  non  veniva  a  ve- 
derla, ed  a  mettervi  l'ordine  in  per- 
sona. Egli  annunziò  dunque  agli 
i  i  febbraio  in  concistoro  la  sua 
determinazione  d' intraprendere  con 
gran  seguilo  questo  viaggio,  in  cui 
varie  altre  ragioni  politiche  notò  il 
cardinal  d'Ossat  nel  tom.  Ili  delle 
sue  Lettere.  Comunque  fosse,  la  ri- 
soluzione del  Papa  non  piacque  a 
parecchi  cardinali  ,  sì  per  le  spese 
e  gì'  incomodi  particolari  eh'  erano 
per  sostenere  nell' accompagnarlo, 
come  pel  dispendio  della  camera 
apostolica  stessa  ;  ma  niuno  aperta- 
mente si  oppose.  Mentre  il  gran  se- 
guito ed  equipaggio  si  allestiva,  il 
Papa  dichiarò  uditore  di  rota  mon- 
signor Sacrati  ferrarese,  indi  inviò  a 
Ferrara,  ove  giunsero  a'  1 4  marzo, 
i  monsign.  Tassoni  ferrarese,  e  Mal- 
vasia bolognese  in  qualità  di  forieri 
a  preparare  l'occorrente  per  la  sua 
venuta.  In  fine  preceduto  dalla  ss. 
Eucaristia  (V.  Eucaristia  che  pre- 
cede i  Papi  ne'  viaggi  ,  ove  pure 
si  dice  di  quella  del  presente  con 
analoghe  notizie,  cioè  a  pag.  169 
del  voi.  XXII  del  Dizionario),  il 
Papa  uscì  da  Roma  li  12  aprile, 
ivi  lasciando  con  sommi  poteri  il 
cardinal  Innico  Avalos  d*  Aragona. 
Il  cardinal  Aldobrandino  gli  si  por- 
tò incontro    sino    a    Macerata  con 


FER 
molti  nobili  ferraresi ,  ma  per  la 
penuria  degli  alloggi  dovettero  fer- 
marsi a  Ravenna.  A  Rimini  Cle- 
mente Vili  ricevette  gli  ossequi  del 
duca  di  Modena,  e  di  Alessandro 
suo  fratello,  e  li  tenne  alla  sua  ta- 
vola; ed  a  Ravenna  gli  baciarono 
il  piede  i  mentovati  ferraresi ,  fa- 
cendo loro  il  Papa  le  migliori  ac- 
coglienze, e  promise  ricompense  ed 
avanzamenti  ai  ferraresi  nella  cor- 
te di  Roma,  ed  intanto  fece  cava- 
lieri alcuni  deputati  della  Roma- 
gna ferrarese ,  che  si  avanzarono 
colà  a  prestargli  omaggio  :  per  quel- 
la parte  Clemente  Vili  entrò  nel 
Ferrarese  tra  i  viva  e  i  festeggia- 
meli li  dei  tripudiane  suoi  novelli 
sudditi. 

Nella  villa  di  s.  Nicolò  gli  fu 
incontro  il  vice-legato  con  altri  fer- 
raresi, ed  a' 6  maggio  il  ss.  Sagra  - 
mento  accompagnato  dal  sagrista 
fr.  Angelo  Rocca  agostiniano,  che 
di  questo  viaggio  ci  die  minuta 
descrizione  ,  pervenne  alla  chiesa 
suburbana  di  s.  Giorgio,  incontra- 
to con  lumi  processionalmente  dal 
clero.  A  quel  monistero  di  Olive- 
tani giunse  il  Papa  nella  sera  se- 
guente, ed  ivi  prese  riposo  nella 
notte.  Nella  mattina  degli  8  cele- 
brò la  messa ,  e  dopo  il  pranzo  si 
pose  sotto  una  loggia  nobilmente 
eretta  sulla  piazza;  allora  il  magi- 
strato uscì  dalla  porta  s.  Giorgio, 
e  per  mano  del  giudice  de'  savi  gli 
consegnò  le  chiavi  della  città;  com- 
piuta la  qual  cerimonia  assunse  il 
Papa  gli  abili  pontificali  ed  il  tri- 
regno ,  e  cominciò  il  suo  maesto- 
sissimo ingresso  per  detta  porta,  e 
coli'  ordine  seguente.  Prima  di  tut- 
ti precedettero  ottantacinque  muli 
con  rosse  gualdrappe;  indi  due  cor- 
rieri; quattro  compagnie  di  lancie- 
ri  e   archibugieri;    i    cavai  leggieri 


FER 
del  Papa;  i  mazzieri  de'  cardinali 
a  cavallo  colle  valigie  de'  padroni. 
e  loro  famiglie;  i  curiali  laici  ,  il 
barbiere  e  sartore  del  Papa,  con 
dodici  palafrenieri  con  altrettante 
cbinee  bianche  a  mano  nobilmente 
guarnite,  col  maestro  di  stalla;  sei 
trombetti;  i  caudatari  de' cardinali  ; 
gli  scudieri  del  Papa  con  vesti  ros- 
se ;  i  camerieri  extra  muros  colle 
vesti  rosse;  due  aiutanti  di  came- 
ra del  Papa  con  due  valigie  di  vel- 
luto rosso;  tre  avvocati  concisto- 
riali col  procuratore  fiscale,  e  i  se- 
gretari con  cappucci  paonazzi;  i  cu- 
biculari apostolici  del  collegio  par- 
tecipanti; i  cappellani  segreti  del 
Papa;  i  nobili  ferraresi  e  forestie- 
ri ;  i  camerieri  di  onore  e  segreti 
del  Papa,  quattro  de'  quali  porta- 
vano i  cappelli  pontificali;  i  segre- 
tari apostolici;  gli  abbreviatoli;  gli 
accoliti;  i  chierici  di  camera;  gli 
uditori  di  rota  nell'abito  loro  ne- 
gro, con  rocchetto  e  mantelletta;  i 
suddiaconi  apostolici  con  vesti  pao- 
nazze e  rocchetto;  i  baroni,  titola- 
ti, principi,  duchi,  marchesi,  con- 
ti; l'ambasciatore  di  Bologna  solo; 
gli  ambasciatori  di  Francia,  Venezia 
e  Savoia  del  pari;  altri  sei  trombet- 
ti; i  principi  del  soglio  pontifìcio; 
il  vescovo  col  clero  di  Ferrara  a 
piedi;  i  mazzieri  pontificii  a  caval- 
lo; i  maestri  delle  cerimonie;  due 
maestri  ostiari  virgo,  rubea;  il  cro- 
cifero del  Papa  suddiacono  aposto- 
lico in  abito  pontificale  colla  croce; 
due  chierici  della  cappella  con  lan- 
ternoni accesi,  e  venti  di  essi  con 
torcie  accese  accompagnando  il  ss. 
Sagramento  portato  sotto  baldac- 
chino da  una  bianca  chinea,  le  cui 
aste  sostenevano  otto  preti  con  cot- 
ta; monsignor  sagrista  colla  ferula 
in  mano,  e  i  monaci  di  s.  Gior- 
gio ;  i  principi  che  sogliono  sedere 


FER  li- 

nei banco  de'  cardinali  qui  avreb- 
bero dovuto  cavalcare.  Incedevano 
quindi  ventisette  cardinali  sopra 
mule;  monsignor  tesoriere  che  get- 
tava danaro  da  ogni  canto  di  stra- 
da; un  palafreniere  colle  chiavi 
della  città;  trenta  paggi  ferraresi 
riccamente  vestiti.  Il  sommo  Pon- 
tefice in  sedia  gestatoria  portato  da 
otto  palafrenieri  sotto  un  baldac- 
chino che  sostenevano  i  dottori  le- 
gisti, e  medici  della  città,  fra  due 
ale  numerose  di  guardie  svizzere; 
il  maestro  di  camera  del  Papa  con 
due  camerieri  segreti,  cioè  il  cop- 
piere e  il  segretario  d'  ambasciata  ; 
il  medico,  il  caudatario,  e  gli  aiu- 
tanti di  camera  del  Papa  pure  a 
cavallo.  Noteremo  che  il  p.  Gatti- 
co,  Ada  caeremonialia,  pars  se- 
cunda,  pag.  193,  De  itinere  Cle- 
mentis  FUI  Ferrariam  versus,  et 
de  ejus  reditu  ad  urbem,  ec,  dice 
che  i  cardinali  cavalcarono  dopo  il 
Papa  colle  cappe  e  cappelli  rossi, 
sopra  le  mule  pontificalmente  or- 
nate. In  fine  cavalcavano  un  gran 
mimerò  di  prelati  con  mantelloni, 
cappelli,  e  nude  pontificalmente  or- 
nate ,  fra'  quali  quaranta  fra  pa- 
triarchi, arcivescovi  e  vescovi,  pri- 
ma quelli  vestiti  in  pontificale  , 
poi  gli  altri  ;  indi  i  protonotari 
apostolici ,  i  referendari  di  segna- 
tura, ed  altri  togati.  Per  le  vie 
della  Ghiaia,  di  s.  Pietro,  del  Sa- 
raceno, di  s.  Francesco,  della  Gio- 
vecca,  e  per  la  piazza  del  duomo 
il  Papa  pervenne  in  questo.  Quan- 
to sfoggiassero  i  ferraresi  nell'ador- 
na re  le  loro  case  lungo  le  nomi- 
nate strade  con  tappeti ,  arazzi, 
pitture  ed  archi  può  ciascuno  im- 
maginarlo. Dalla  cattedrale  Clemen- 
te \  III  passò  al  castello,  e  il  nu- 
meroso corteggio  fu  distribuito  fra 
le  migliori  abitazioni. 


i48  FER 

Per  Ire  notti  fu  illuminata  tuffa  la 
città,  ma  nella  seconda  a  cagione  di 
un  fuoco  artificiale  festivo,  acceso  da 
un  bombardiere  anconitano  papalino 
sulla  torre  del  castello  della  Mar- 
chesana, ove  al  presente  sta  l'oro- 
logio pubblico ,  rimase  essa  nella 
estremità  tutta  consunta  dalle  fiam- 
me. Accorsero  i  ferraresi  alla  solita 
chiamata  della  campana  ,  e  i  no- 
bili singolarmente  a  cavallo  con 
armi  bianche  secondo  l'uso  di  quei 
tempi,  e  gli  artigiani  come  prescri- 
ve lo  statuto  di  Ferrara:  si  mise- 
ro in  armi  pure  le  scorte  militari 
del  Papa,  e  tutta  la  città  fu  piena 
di  spavento.  Il  sospetto  di  una  sol- 
levazione consigliò  il  Pontefice  nel 
bisbiglio  senza  attendere  schiarimen- 
ti di  fuggire  a  piedi  con  pochi  fa- 
migliari fuori  del  castello,  e  andò 
al  palazzo  del  vescovo.  Ivi  tutti 
dormivano ,  e  se  vegliava  alcuno 
era  preso  da  egual  timore,  onde 
per  quanto  si  bussasse  ,  mai  fu 
aperta  la  porta.  Allora  Clemente 
Vili  per  la  scala  del  cortile  duca- 
le salì  all'appartamento  della  de- 
funta duchessa  d'Urbino,  dove  rag- 
giuntolo il  cardinal  legato,  lo  in- 
formò della  vera  cagione  del  disor- 
dine, e  gli  rese  la  calma,  aiutando 
poi  con  limosine  le  famiglie  di  quel- 
li  ch'erano  periti  per  l'incendio, 
i  quali  suffragò  con   una  messa. 

Nello  spazio  di  sei  mesi  e  mez- 
zo circa  di  sua  dimora  in  Ferrara, 
il  Papa  si  applicò  principalmente 
a  stabilire  nuovo  ordine  di  gover- 
no, avendo  in  vista,  da  quel  grafi- 
d*  uomo  eh'  egli  era,  il  passato,  la 
magnifica  corte  Estense,  le  preva- 
lenti passioni,  e  calcolò  pure  l'am- 
bizione, gli  onori  e  l'interesse  dei 
feria  resi.  Colla  costituzione  detta 
Centumvirale,  pubblicata  a'  i5  giu- 
gno,   creò    un  consiglio  stabile  da 


FER 
rinnovarsi  però  ad  ogni  tre  anni, 
composto  di  cento  cittadini ,  nel 
quale  ripose  la  generale  rappresen- 
tanza del  popolo.  Lo  divise  in  Ire 
ordini:  nel  primo  circoscritto  a  ven- 
tisette luoghi,  pose  altrettanti  no- 
bili scelti  da  quelle  famiglie  che 
poterono  allora  somministrare  in- 
dividui per  l'età  e  prudenza  capa- 
ci di  reggere  i  pubblici  negozi:  volle 
che  ad  ogni  rinnovazione  fosse  riser- 
vata a  sé  ed  a'suoi  successori  la  lo- 
ro elezione,  sebbene  poi  aggiungen- 
dovene  egli  stesso  nel  1601  aldi 
cinque,  ed  i  Pontefici  che  vennero 
dopo  fino  a  Clemente  XII,  altri 
ventotto,  ascendessero  fino  a  ses- 
santa, e  fossero  confermati  di  trien- 
nio in  triennio  finché  vivessero  e 
sino  a  che  durò  il  consiglio.  Nel 
secondo  ordine  collocò  cinquantacin- 
que altri  soggetti  indistintamente 
nobili ,  ed  onorati  cittadini  ,  e  ne 
lasciò  la  rinnovazione  triennale  al 
consiglio  medesimo.  Compose  l'or- 
dine terzo  di  dieciotto  tra  mercan- 
canli  ed  artefici,  de'  quali  lasciò  sin 
da  principio  la  nomina  agli  stessi 
corpi  delle  arti,  che  limitò  a  quel- 
le de' Setaioli,  drappieri,  mereiai, 
banchieri,  aromatari,  fabbri,  ed  ore- 
fici ,  sebbene  poi  i  banchieri  nel 
1 7^7  ne  fossero  levali,  coli' essere 
resi  capaci  dell'ordine  secondo. 

Colla  stessa  costituzione  Clemen- 
te Vili  istituì  un  magistrato  de- 
cemvirale  da  trarsi  annualmente 
dai  consiglieri  medesimi ,  dal  loro 
corpo;  uno  cioè  dal  primo  ordine 
coli' aulico  titolo  di  giudice  de'  sa- 
vi, sette  dal  secondo  e  due  dal  ter- 
zo col  titolo  parimenti  usalo  in 
addietro  di  savi.  Fra  questi  corpi 
divise  le  facoltà  di  provvedere  ai 
bisogni  pubblici,  con  subordinazio- 
ne però  a'  cardinali  legati,  senza  la 
intelligenza     e     l'approvazione    dei 


FER 

quali    in  sostanza  nulla  si   lasciasse 
eseguire.   Ivi  aggiunse  ancora  varie 
entrate  all'erario  della  comunità,  le 
quali  furono    calcolate    a    ventisei- 
mila scudi.   Dichiarò  ancora   inclu- 
se uel  ducato    e  legazione  di  Fer- 
rara   la    città    di    Cotnacehio,  e  le 
terre  di  Cento,    di    Pieve    e  della 
Romagna     bassa.     La    costituzione 
Centumvirale  produsse  mirabilmen- 
te gli  sperati    effetti  :    ogni   ordine 
del  popolo  si  trovò  interessato  nel- 
le elezioni  de'  propri  rappresentan- 
ti e  ministri  pubblici,  nel  maneg- 
gio   del    pubblico    patrimonio ,  nel 
regolamento  dell'annona,  dell'uni- 
versità, de'  fiumi,  e  nell'esercizio  di 
altri   diritti,  che  prima  era  serbato 
in  gran  parte  al  duca:  cosi  fu  prov- 
veduto   alla    vanità    di  molti,  e  le 
immagini  e  lagionameuti  de'  tempi 
Esteusi    a    poco    a  poco  svanirono 
dalla  mente  de'  ferraresi.  Maggior- 
mente   assodò    la    loro  affezione  al 
nuovo  sovrauo,  e  specialmente  dei 
nobili  e  facoltosi,    la  conferma  che 
fece  Clemente  \  111  di  tutti  gli  an- 
tichi  loro  privilegi,  ed  esenzioni  di 
pubblici   pesi   personali ,    reali,    mi- 
sti   ec. ,    ampliandoli  anche  ad  al- 
cune famiglie  benemerite  della   san- 
ta Sede.    L'  argomento  delle  acque 
e  de'lìumi,  che  da  settanta  anni  te- 
neva i   ferraresi  in  discordia  co'  vi- 
cini bolognesi  e  ravennati,  fu  preso 
dal  Papa  in  considerazione   al  mo- 
do che  descrive  il  più  volte  citato 
Frizzi  a  pag.  27  e  seg.  del  tomo  V. 
In  mezzo    a    si    gravi   occupazioni, 
Clemente     Vili     nella    dimora     in 
Ferrara  ricevè  i  complimenti  degli 
ambasciatori    de'principi,  come  dei 
principi     sovrani    che    enumera    il 
'  Frizzi  a  pag.  29,  i  quali   vi  si  re- 
carono con  splendido  corteggio.  Ten- 
ne   ivi    il   Papa    anche    concistori, 
creando  in  uno  vescovo  di  Baguo- 


FER  i49 

rea  il  ferrarese  Trotti,  e  in  quello 
de'  3 1  luglio  accettò  la  rinunzia 
del  cardinalato  da  Alberto  arcidu- 
ca d'Austria;  in  altro  fece  vescovo 
d'Alife  il  ferrarese  Gavazzi  il  se- 
niore, francescano  conventuale.  A' 19 
agosto  Clemente  \1II  in  lettica  ac- 
compagnato da  sette  cardinali  e  da 
molli  nobili  ferraresi,  si  fece  portare 
alla  delizia  Estense  di  Behiguardo, 
donde  a'24  recatosi  a  celebrar  la  mes- 
sa a  Voghiera,  si  restituì  alla  città. 
Ai  2  3  settembre  fece  una  gita  alla 
Mesola ,  e  di  là  a  Comacchio,  cui 
accordò  privilegi,  gli  donò  tre  di 
quelle  valli  camerali,  colFobbligo  di 
provvedere  quattro  prebende  della 
cattedrale,  e  di  sovvenir  l'ordina- 
rio. Tra  le  sagre  funzioni  che  si 
videro  in  Ferrara  nella  dimoia  del 
Papa,  oltre  la  frequenza  della  chie- 
sa di  s.  Cristoforo  de'  baslardini,  le 
più.  solenni  furono  cinque,  in  cui 
con  solennità  vi  presero  parte  tutta 
la  corte  e  curia  romana  numero- 
sissima. 

La  prima  fu  per  la  pace  con- 
clusa tra  la  Francia  e  la  Spagna 
a  sua  cooperazione ,  per  cui  Cle- 
mente \IH  dopo  aver  detto  messa 
bassa  nella  cattedrale,  intuonò  il 
Te  Deum.  Vi  ritornò  il  seguente 
giorno  cou  maestosissima  proces- 
sione dal  convento  di  s.  Francesco, 
vestito  pontificalmente  e  in  sedia 
gestatoria,  indi  assistè  alla  gran 
messa,  ascoltò  analoga  orazione,  e 
fece  vescovo  d'Adria  Girolamo  dei 
conti  di  Porzia.  La  seconda  fu  per 
la  solennità  del  Corpus  Domini, 
nella  quale  il  Pontefice  benché  po- 
dagroso,  a  piedi  nudi  portò  il  ss. 
Sagramento  nella  processione,  sotto 
una  dirottissima  pioggia.  La  terza 
fu  quando  a'  29  gnigno  il  duca 
di  Sessa,  ambasciatore  di  Spagna 
a  Roma,  dal  palazzo  de'  Diamanti 


i5o  FÉ  II 

o v'era  alloggiato  si  portò  ad  offri- 
re al  Papa  il  tributo  consueto  della 
chinea  pel  regno  di  Napoli  ;  ma 
essendo  Clemente  Vili  in  letto  per 
la  podagra,  in  duomo  ne  fece  le 
veci  il  cardinal  di  Verona.  Nella 
stessa  chiesa  seguì  la  quarta  fun- 
zione a'  i  4  ottobre  ,  pel  sontuoso 
funerale  del  defunto  Filippo  II  re 
di  Spagna.  Ultima  e  maggiore  di 
ogni  altra  solennità  fu  la  celebra- 
zione de'-  due  matrimoni,  l'uno  di 
Filippo  III  re  di  Spagna  con  Mar- 
gherita d'  Austria,  l'altro  di  Alber- 
to d'Austria  già  cardinale  con  Isa- 
bella figlia  del  defunto  Filippo  II. 
Non  vennero  a  Ferrara  il  re  e  la 
sorella,  ma  furono  rappresentati 
l'uno  dall'arciduca  Alberto,  l'altra 
dal  duca  di  Sessa.  L'arciduca  pro- 
veniente da  Vienna  colla  nipote 
Margherita,  avea  un  seguito  di 
quattromila  persone  fra  militari , 
ministri,  donne,  e  servi,  e  per  la 
porta  degli  Angeli  fecero  il  loro 
pubblico  ingresso  con  pompa  sor- 
prendente, e  coli'  intervento  di  die- 
cinove cardinali  vestiti  di  colore 
paonazzo,  molti  prelati,  ambascia- 
tori ec.  Pranzarono  col  Papa,  ad 
una  mensa  per  altro  diversa,  ed 
a'  i5  novembre  seguirono  i  due 
sponsali  per  mano  di  Clemente 
Vili,  ed  ebbero  luogo  diverse  fe- 
ste, partendo  da  Ferrara  ai  18.  Il 
Novaes  aggiunge  nella  vita  di  Cle- 
mente Vili,  ch'egli  donò  la  rosa 
d'oro  benedetta  a  Margherita  ar- 
ciduchessa d'Austria,  e  che  ivi  in 
concistoro  pubblico  e  con  distin- 
zione ricevè  il  cardinal  de'  Medici, 
che  poi  il  successe  col  nome  di 
Leone  XI,  reduce  di  Francia,  che 
nella  pace  di  Vervins  avea  pacifi- 
cata colla  Spagna.  Diede  finalmen- 
te il  Papa  gli  ordini  perchè  si 
preparasse  l'occorrente  per    la   sua 


FER 

partenza;  e  fatta  la  rassegna  degli 
abitanti  di  Ferrara,  furono  trovati 
senza  gli  ecclesiastici,  i  forastieri, 
ed  altri  circa  quarantaduemila  per- 
sone, mentre  gli  ecclesiastici,  e  gli 
ebrei  ascendevano  ad  ottomila.  Cle- 
mente Vili  raccomandò  al  consi- 
glio centumvirale  la  fedeltà  e  la 
quiete,  annunziandogli  il  suo  vicino 
ritorno  in  Roma,  che  fu  stabilito 
pel  giorno  27.  Disceso  in  quel  dì 
il  Papa  alla  cattedrale,  benedì  il 
popolo,  e  per  la  via  di  Cento  si 
diresse  per  Bologna  con  tutta  la 
corte  romana  :  la  porta  di  Castel 
Tedaldo,  donde  il  Papa  uscì,  venne 
tosto  chiusa  per  sempre  fino  a  che 
fu  smantellato  quel  castello.  Al  go- 
verno della  legazione  in  luogo  del 
cardinal  Aldobrandino,  che  ritenne 
bensì  la  dignità  e  titolo  di  legato, 
ma  ne  fu  quasi  sempre  assente , 
rimase  col  titolo  di  collegato  il  car- 
dinal Francesco  Blandrata  de'  conti 
di  s.  Giorgio.  Di  questo  viaggio 
ne  fanno  la  descrizione  il  Vittorelli 
nelle  Addizioni  al  Ciacconio,  tom. 
IV,  col.  256  e  seg.  ;  il  Piatti  nella 
Storia  de  Pontefici,  tom.  XII,  pag. 
25  e  seg.  ;  la  Lettera  che  raggua- 
glia l'entrata  in  Ferrara  di  Cle- 
mente Vili,  Roma  1 598  ;  ed  I- 
sabella  Cervoni ,  Orazione  sopra 
V  impresa  di  Ferrara  dedicata  a 
Clemente  Vili  3  Bologna  1598. 
Abbiamo  pure  da  Domenico  An- 
cajani,  De  Ferrarla  sub  Fcclesiae 
Rom.  ditione  feliciter  recepta,  ora- 
tio,  Romae   i5gg. 

Giunto  Clemente  Vili  in  Roma 
con  grande  applauso  de'  romani 
per  sì  lieto  avvenimento  a'  20  di- 
cembre, volle  che  della  felice  im- 
presa di  Ferrara  si  rinnovasse  ogni 
anno  la  rimembranza  nel  giorno 
dell'ingresso  del  cardinal  Aldobran- 
dino nella  città,  con  messa  solenne, 


FER 

visita  e  offerte  de' conservatori,  prio- 
re de'  caporioni,  e  senatore  di  Ro- 
ma alla  Chiesa  di  s.  Eustachio 
(Fedi),  con  altre  offerte  alla  Chie- 
sa di  s.  Maria  d ' Aracoeli  (Vedi), 
e  con  un  corso  di  cavalli  nel  car- 
novale. Oltre  quanto  in  proposito 
dicemmo  ai  due  citati  articoli,  si 
può  leggere  nel  p.  Casimiro  da 
Roma,  a  pag.  4^7,  Memorie  ec,  di 
s.  Maria  in  Aracoeli,  l'offerta  ad 
essa  decretata  per  l' universale  al- 
legrezza sentita  in  Roma  per  la  ri- 
cupera di  Ferrara ,  che  anzi  nel 
calice  d'  argento  d'offerta  si  doves- 
sero coli'  insegne  del  popolo  roma- 
no scolpir  le  parole  :  ob  ferrabiam 
recuperatasi.  Inoltre  nel  palazzo  del 
Campidoglio  il  senato  romano  col- 
locò a  memoria  dell'  avvenimento 
una  marmorea  iscrizione.  Aveva  il 
cardinal  Aldobrandino  appostati  al- 
cuni cannoni  sopra  i  tre  baluardi 
di  Alfonso  li  a  mezzodì,  rivolgen- 
doli contro  la  città  ;  ma  Clemente 
Vili  volendo  rendere  sicuro  que- 
sto ricuperato  dominio,  perchè  me- 
glio fòsse  guardato,  ordinò  nel  par- 
tire che  si  fabbricasse  una  compiu- 
ta e  regolare  fortezza.  Si  diede 
dunque  principio  all'edilizio  nella 
quaresima  del  1^99,  nell'angolo 
della  città  fra  mezzogiorno  ed  oc- 
cidente, dov'  era  Castel  Tedaldo,  e 
fu  quindi  destinata  alla  rovina  una 
delle  più  fabbricate  e  popolose  por- 
zioni della  città,  risarcendosi  i  dan- 
ni a  quelli  che  ne  avevano  soffer- 
to.  La  pianta  pentagona  si  stese 
parte  dentro,  parte  fuori  della  cit- 
tà, ma  richiese  nove  anni  il  com- 
pimento del  lavoro.  De'  luoghi  de- 
moliti ne  là  il  novero  il  Frizzi , 
loco  citato,  pag.  36,  comprensiva- 
mente a  diverse  chiese,  delizie,  ed 
il  famoso  Castel  Tedaldo.  Prose- 
guendosi i  baluardi  sino  sotto  Paolo 


FER  r 5t  1 

V,  per  lo  che  nel  centro  della  piaz- 
za d'armi  gli  fu  eretta  una  statua 
colossale  di  marmo,  poi  decapila 
ta,  rovesciata,  e  sepolta  neh'  inva- 
sione francese  del  1796.  A  quel 
Pontefice  per  aver  condotto  a  ter- 
mine la  fortezza,  gli  furono  conia- 
te due  medaglie,  e  sotto  Urbano 
Vili  ne'  torbidi  di  guerra  si  ag- 
giunsero le  mezze  lune  che  copro- 
no le  cortine.  II  JVovaes  dice  che 
questa  fortezza  costò  due  milioui 
d'oro. 

Il  nuovo  ordine  di  governo  del- 
la provincia  ferrarese ,  portò  seco 
la  riforma  ancora  del  metodo  nel- 
la pubblica  economia.  Finché  visse 
Clemente  Vili  non  cessò  di  dispen- 
sar grazie  ai  ferraresi.  Con  breve 
del  primo  marzo  1599  accordò  lo- 
ro la  prerogativa  di  tenere  in  Ro- 
ma un  ambasciatore  ordinario,  che 
aveva  luogo  nella  cappella  pontifi- 
cia, e  in  ogni  altra  funzione  a  cui 
intervenissero  gli  ambasciatori  del- 
le corone.  E  perchè  quello  che  vi 
aveva  con  egual  privilegio  la  città 
di  Bologna,  mosse  tosto  pretese  di 
precedenza,  fu  deciso  che  il  primo 
luogo  nelle  funzioni  lo  avessero 
questi  due  a  vicenda.  Si  pose  to- 
sto io  possesso  dell'onorifico  diritto 
Ferrara,  col  l'eleggere  il  conte  Gi- 
rolamo Giglioli,  e  col  sostituirglie- 
ne senza  interruzione  altri  venti- 
sette, che  realmente  risiedettero, 
ed  esercitarono  la  carica  nella  cor- 
te romana  sino  alla  metà  circa  del 
secolo  XVIII,  nel  qual  tempo  a  solo 
motivo  di  volontaria  economia  ne 
furono  sospese  le  elezioni ,  e  fu 
supplito  con  un  provvisionale  re- 
sidente, finché  terminò  ancor  que- 
sto, quando  cessò  Bologna  di  no- 
minai l'ambasciatore.  L' ultimo  re- 
sidente interino,  in  tutto  il  ponti- 
ficato di  Pio  VI  fu  monsignor  Clau- 


i5a  FER 

dio  Tedeschi.  Il  Cancellieri  ne' suoi 
Possessi,  parla  dell'ambasciatore  di 
Ferrara  a  pag.  209,  210  e  281; 
e  noi  in  vari  luoghi  del  Diziona- 
rio, massime  nel  volume  V  ,  pag. 
3 02.  Nel  Diario  Ferrarese  non  so- 
lo è  riportata  l'istituzione  ed  in- 
terruzione dell'ambasciatore  di  Fer- 
rara in  Roma,  ma  evvi  il  novero 
di  tutti  gli  ambasciatori  e  residen- 
ti presso  di  essa.  Sotto  il  pontifi- 
cato di  Leone  XII  fu  ripristinata 
una  rappresentanza  della  provincia 
di  Ferrara ,  e  la  prima  persona 
che  l'assunse  ebbe  il  titolo  di  de- 
putato, nel  quale  ufficio  fu  nomi- 
nato monsignor  Carlo  Emmanuele 
Muzzarelli.  Nella  promozione  de' 3 
marzo  Clemente  Vili  creò  due  fer- 
raresi cardinali,  cioè  Ronifazio  Be- 
vilacqua patriarca  di  Costantino- 
poli, ed  Alessandro  d'Este  fratello 
del  duca  di  Modena.  Inoltre  Cle- 
mente Vili  concesse  alla  città  di 
Ferrara  la  singolare  ed  onorevole 
prerogativa,  che  nel  celebre  e  be- 
nemerito tribunale  della  sagra  ro- 
mana rota,  sempre  vi  fosse  un  po- 
sto pei  ferraresi,  come  si  dirà  me- 
glio all'articolo  Uditori  di  Rota 
{Vedi).  Al  presente  meritamente  è 
uditore  di  rota  ferrarese  monsignor 
Carlo  Emmanuele  de'  conti  Muz- 
zarelli, il  cui  nome  è  splendido  e- 
logio  nella  repubblica  letteraria.  11 
Frizzi  nel  tom.  Ili  delle  sue  Me- 
morie, nelle  annotazioni  all'  albero 
della  famiglia  Estense,  pag.  25,  n. 
2  3,  dice  che  una  Bianca  di  Gu- 
rone  Estense  fu  maritata  nel  i573 
al  nobile  Annibale  Muzzarelli  fer- 
rarese; che  la  famiglia  Muzzarelli 
è  antica  e  originaria  di  Bologna, 
e  nelle  fazioni  di  quella  città,  e 
nelle  pubbliche  cariche  di  quel  co- 
mune viene  molte  volte  nominata. 
Aggiungo  il  chiaro  storico,  che  da 


FER 
un  albero  genealogico  di  essa  ap- 
parisce che  Lippo,  Giovanni,  e  Bat- 
tista Muzzarelli  verso  il  i/^ti  di- 
ramarono la  loro  famiglia  in  Fer- 
rara, ove  ebbe  tosto  e  conserva  al 
presente  luogo  tra  le  patrizie,  ed 
ha  prodotti  uomini  assai  chiari  per 
dignità,  per  valore,  e  per  lettere, 
nelle  quali  da  ultimo  cotanto  si 
distinse  il  canonico  Alfonso,  autore 
di  famigerate  opere,  ed  il  conte 
Gaetano  di  cui  si  hanno  alle  stam- 
pe eleganti   poesie. 

Un  benefizio  di  gran  conseguen- 
za apportò  a  Ferrara  l'erezione  che 
fece  il  Papa  Clemente  "Vili  del  tri- 
bunale della  rota,  composto  di  cin- 
que uditori  da  pagarsi  dalla  ca- 
mera apostolica,  con  quella  giuris- 
dizione che  si  contiene  nella  co- 
stituzione che  Clemente  Vili  pub- 
blicò in  forma  di  breve  a'  29  mag- 
gio. Questo  rispettabile  tribunale 
esistette  sino  agli  ultimi  anni  del 
secolo  decorso ,  e  compone  vasi  di 
cinque  avvocati  uditori,  de' quali 
l'uno  per  turno  era  pretore  :  l'ul- 
timo eletto  entrava  nel  terzo  anno 
del  quinquennio ,  e  proseguiva  a 
tutto  il  secondo  anno  del  nuovo 
quinquennio.  Il  pretore  della  rota 
avea  la  precedenza  su  tutti  gli  al- 
tri giudici  della  città  e  ducato;  ed 
era  giudice  di  seconda  istanza  di 
tutte  le  cause  de'  secolari  della  pro- 
vincia. L'intiera  rota  era  giudico 
di  terza  ed  ulteriore  istanza  ;  le 
cause  si  decidevano  per  pluralità 
di  voti,  ed  il  ponente  non  votava 
se  non  in  caso  di  parità  per  diri- 
merla. V.  Erectio  et  constilutionex 
almae  Rotae  Ferrariae ,  ejusque 
ducatus  auditorii  a  Clemente  Vili 
promnlgatae ,  Ferrariae  1^99.  Con- 
sdii  centumviralis  magìstralus  de- 
cemvirum  et  Rotae  auditorii  Fer- 
rariae instilutioj  a   Clementi  Vili 


FER 
P.  pracscripta ,  cui  sitbjunguntur 
diplomala  varii  generis,  Ferrarne 
jbo4-  Con  breve  de'  12  giugno 
ìlioo  Clemente  Vili  confermò  i 
privilegi  dell'università,  ed  accreb- 
be quelli  tle'  professori  e  degli  sco- 
lari. Aveva  il  Papa  dichiarato  il 
giudizio  della  rota  ferrarese  inap- 
pellabile, ad  eludere  i  cavilli  in- 
sorti ,  con  breve  de'  14  ottobre 
1600,  e  poi  da  Urbano  Vili  con 
breve  de'  io  marzo  1625,  in  più 
chiari  termini  si  proibirono  le  ap- 
pellazioni in  Roma,  così  nelle  cau- 
se criminali,  che  nelle  civili,  eccet- 
tuate però  le  camerali  e  le  eccle- 
siastiche. Indi  diedero  a  che  fare 
multo  al  nuovo  governo  pontifi- 
cio il  Po  glande,  e  il  Po  di  Pri- 
maro;  e  persino  le  milizie  ferra- 
resi ebbero  da  Clemente  Vili  pri- 
vilegi. 

Paolo  V  confermò  legato  il  car- 
dinal Aldobrandino  ,  e  collegato  il 
cardinal  Blandrata,  indi  fece  legato 
nel  1606  il  cardinal  Orazio  Spino- 
la, e  nel  161 5  il  cardinal  Giaco- 
mo Serra.  Gregorio  XV  nel  creare 
cardinale  il  ferrarese  Sacrati,,  il  pri- 
mo uditore  di  rota  dopo  la  con- 
cessione di  Clemente  Vili  elevalo 
alla  porpora ,  nell'  uditorato  gli 
surrogò  monsignor  Merlini  forlivc 
se  cittadino  di  Ferrara  per  privi- 
legio. Molte  grazie  e  privilegi  ac- 
cuidò  Gregorio  XV  a'ferraresi,  ol- 
tre la  conterma  di  quelli  dispensati 
da  Clemente  Vili  e  Paolo  V;  elesse 
un  generale  delle  truppe  residente  in 
Ferrara,  ed  alla  tortezza  prepose 
per  primo  castellano  il  cav.  Sci- 
pione Anzidei  di  Perugia,  e  riunì 
in  Ferrara  delle  truppe  per  le  guer- 
re della  Valtellina.  Urbano  Vili 
nel  1623  dichiarò  legato  il  cardi- 
nal Ippolito  Aldobrandino,  cui  poi 
fu   sostituito    il    cardinal  Francesco 


FER  i"J3 

Cennini  de'Salamandri  ;  indi  il  ter- 
remoto afflisse  il  Ferrarese)  e  orren- 
damente la  terra  di  Argenta.  Con- 
tinuando le  vertenze  della  Valtel- 
lina, Urbano  Vili  armò  un  corpo 
di  truppe  e  destinò  loro  per  piazza 
d' arme  la  città  di  Ferrara  sotto 
il  comando  del  nipote  d.  Taddeo 
Barberini  generale.  Decretò  quel 
Papa  per  via  di  un  breve  de'  17 
novembre  1620,  che  il  luogo  oc- 
cupato allora  fra  gli  avvocati  con- 
cistoriali dal  conte  Antonio  Mon- 
tecatino,  dovesse  sempre  in  avve- 
nire conferirsi  ad  un  ferrarese,  che 
il  magistrato  aveva  da  nominare; 
ma  questa  nomina  non  fu  sempre 
libera,  e  spesso  si  prevenne  con 
rinunzie  degli  avvocati  attuali  a 
determinali  soggetti  prima  delle  va- 
canze del  posto,  e  senza  che  ne 
avesse  notizia,  o  lo  potesse  impe- 
dire il  magistrato.  Attualmente  è 
avvocato  concistoriale  di  Ferrara  il 
degno  e  rispettabile  conte  Tom- 
maso cav.  Gnoli  ferrarese  decano 
del  suo  collegio,  coadiutore  dell'av- 
vocato de'  poveri,  ed  avvocato  del- 
l'inclito  popolo  romano.  Nel  1627 
Urbano  Vili  fece  legato  il  cardinal 
Giulio  Sacchetti,  e  nel  1629  per  la 
successione  degli  stati  di  Mantova 
e  Monferrato  aumentò  il  presidio 
di  Ferrara;  indi  la  peste  desolò  il 
Ferrarese.  Per  la  nomina  del  cardi- 
nal Antonio  Barberini  nipote  del 
Papa  in  legato  a  Lilere  nelle  tre 
Provincie  di  Ferrara ,  Bologna  e 
Romagna,  il  cardinal  Sacchetti  di- 
venne collegato,  cui  successe  nel 
i63i  col  titolo  di  legato  il  cardi- 
nal Giovanni  Battista  Pallolta.  Nel 
i634  Urbano  V  111  conferì  la  lega- 
zione al  cardinale  Stefano  Durazzo, 
e  nel  1637  al  cardinal  Ciriaco  Roc- 
ci,  nel  quale  anno  rimase  preda  del 
fuoco  uno    de'  più    rari    musei  che 


1 54  f  i«:  r 

fossero  allora  in  Europa,  si  pel  nu- 
mero, come  per  la  preziosità  delle 
pitture  eccellenti,  delle  medaglie,  e 
monete  antiche,  de'  bronzi  e  marmi 
eruditi,  degli  originali  disegni  e  ma- 
noscritti d*  illustri  pittori  e  scrit- 
tori ,  e  di  ogni  altra  classe  di  ri- 
cercate anticaglie,  che  Roberto  Ca- 
nonici nobile  ferrarese  con  molto 
discernimento  e  a  proprie  spese 
avea  riunito  in  sua  casa,  e  tra- 
mandato agli  eredi.  Nel  i63o,  il 
cardinal  Matteo  Ginnetti  fu  fatto 
legato  da  Orbano  Vili.  Intanto 
Ira  questo  Papa,  e  il  duca  di  Par- 
ma Odoardo  Farnese  feudatario 
della  Chiesa,  sovrano  di  Parma  e 
Piacenza  scoppiò  la  guerra.  Nota- 
bile fu  il  numero  de'  ferraresi  che 
si  angolarono  nelle  milizie  papali,  e 
i  confini  del  Ferrarese  andarono 
muniti.  Il  duca  di  Parma  con  tre- 
mila cavalli  entrò  nello  stato,  e 
giunse  sino  ad  Acquapendente  con 
tal  sfrenata  soldatesca ,  che  ovun- 
que spargeva  il  terrore,  ne  da  que- 
sto andò  esente  Roma,  e  in  modo 
che  il  Papa  ritirassi  al  Vaticano 
per  essere  pronto  al  bisogno  di  ri- 
fugiarsi in  Castel  s.  Angelo.  Per 
tali  trambusti,  e  perchè  in  Ferra- 
ra eravi  debole  guarnigione,  Fran- 
cesco I  duca  di  Modena  trovandosi 
armato  per  sì  latte  vicende ,  si  av- 
visò che  quello  fosse  un  momento 
propizio  per  ricuperare  ciò  che  ave- 
va perduto  Cesare  suo  avo.  Se  ne 
avvide  il  cardinale  Ginnetti  legato, 
prese  opportune  provvidenze,  e  di- 
scopertosi tutto,  il  duca  cangiò  di- 
visamente. Nel  i643  avendo  Urba- 
no Vili  armato  poderoso  esercito 
per  affrontare  il  Farnese,  questi  si 
ritirò  per  Modena  ne'  suoi  stati , 
dopo  aver  soggiogato  Orvieto.  L'in- 
segni I  esercito  papalino  temendo 
per  Rologua  e  per  Ferrara,  il  per- 


FER 

che  di  nuovo  nel  1641  fu  fatto  il 
cardinal  Barberini  legato  delle  tre 
provincie  col  richiamo  del  cardinal 
Ginnetti. 

Andato  a  vuoto  a  Francesco  I 
duca  di  Modena  il  meditato  colpo 
di  mano  sopra  Ferrara ,  si  rivolse 
ai  maneggi.  Fece  stendere  in  for- 
ma di  manifesto  le  ragioni  che  pre- 
tendeva di  avere  sopra  questa  pro- 
vincia, e  sopra  gli  antichi  allodiali 
di  sua  casa  passati  alla  camera  apo- 
stolica, e  lo  fece  spargere  in  varie 
corti;  principalmente  spedi  a  pro- 
moverle a  Roma  il  marchese  di 
Guilia  suo  maggiordomo ,  ma  non 
ne  riportò  risposte  concludenti.  Il 
cardinal  Barberini  domandò  di 
passare  colla  truppa  sino  al  Par- 
migiano ,  onde  comprendesse  che 
Urbano  Vili  non  solo  era  in  gra- 
do di  difendere  Ferrara,  ma  di  ri- 
cuperare Parma  e  Piacenza  :  dopo 
alcune  scritture  si  pose  all'  affare 
silenzio.  Nel  1 643  il  duca  Farnese, 
che  si  poteva  considerare  collegato 
co'  veneti,  saccheggiò  orrendamente 
Bondeno,  per  la  codardia  del  fran- 
cese Valencé  maestro  di  campo  pon- 
tificio, che  avea  forze  da  imporre 
al  nemico,  come  dell'altro  codar- 
do Muricone  napolitano,  coman- 
dante la  guarnigione  di  Bondeno, 
perciò  decapitato.  Indi  il  Farnese 
con  un  corpo  di  truppe  veneziane 
prese  la  fortezza  della  Stellata  di- 
venendo padrone  del  Ferrarese  da 
quella  parte,  ed  i  veneti  avanzaro- 
no le  loro  conquiste,  manometten- 
do i  nemici  i  circostanti  territorii, 
massime  Codigoro  e  il  Cesenatico. 
Per  lare  un  diversivo  i  papalini  in- 
vasero alcuni  luoghi  del  Parmigia- 
no e  del  duca  di  Modena,  che  in 
cento  modi  agiva  come  fosse  stato 
altro  collegllo  del  Farnese,  il  per- 
chè questi  co'  veneti   volevano  fare 


FER  FER  i55 
altrettanto  sul  Bolognese,  però  non  gistralo  romano,  cavalcò  d.  Ascanio 
gli  riuscì ,  anzi  i  papalini  riporta-  Pio  di  Savoia,  ambasciatore  presso 
rono  dei  vantaggi,  ma  a  Nonanto-  la  santa  Sede  della  città  di  Ferra- 
la furono  respinti,  passando  poi  in  ra ,  al  quale  il  defunto  Pontefice 
vece  a  depredare  le  Polesine  di  Ro-  erasi  esternato  con  sensi  di  grati- 
vigo,  per  cui  i  veneti  inutilmente  tudine  e  promesse  di  beneficenze 
tentarono  di  unire  a  loro  i  duchi  pe' mali  sofferti  dal  Ferrarese.  An- 
di  Modena  e  di  Parma  per  com-  zi  va  qui  notato  che  Urbano  Vili 
battere  1'  inimico  comune.  Nella  accordò  al  magistrato  la  nomina 
Toscana,  nel  Bolognese,  e  nel  Mo-  semestrale  de' governatori,  che  fa- 
denese  pure  lungamente  si  conti-  cevasi  dalla  sagra  consulta ,  dei 
nuò  con  grande  ardore  a  com-  luoghi  principali  della  provincia  , 
battere,  sebbene  con  vicendevole  che  poi  furono  cangiati  in  mi- 
fortuna;  ma  col  i644  venne  la  pa-  nori. 

ce  che  tulli  bramavano,  massi-  Innocenzo  X  nel  1646  mandò 
me  il  Papa ,  che  sebbene  in  età  legato  in  Ferrara  il  cardinal  Bene- 
decrepita  contornato  da  parenti,  e  detto  Odescalchi,  che  nel  1676  di- 
dai  loro  partigiani,  fu  capace  di  venne  Papa  col  nome  d'Innocenzo 
poter  vedere  nel  loro  vero  aspetto  XI.  Intanto  continuando  per  tutto 
le  cose,  quali  a  lui  le  rappresentò  lo  stato  l'armamento  per  la  guer- 
il  cardinal  Bichi ,  il  quale  come  ra  che  si  riaccese  col  duca  di  Par- 
plenipotenziario  della  Francia  non  ma,  e  che  produsse  Fincameraruen- 
temeva  riguardi ,  ne  si  potè  chiù-  to  di  Castro  e  Ronciglione ,  non 
dergli  l'accesso  al  Papa,  che  ven-  che  l'atterramento  del  primo,  sul 
ne  a  conoscere  che  immensa  rovi-  Ferrarese  come  sul  Bolognese  si 
na  portava  allo  stato  ecclesiastico  mandarono  milizie  pontifìcie.  Nel 
la  guerra,  specialmente  al  Ferrare-  i65i  il  cardinal  Odescalchi  fu  con- 
se,  e  da  quante  menti  inesperte  era  sagrato  vescovo  di  Novara  nel  duo- 
regolata,  sacrificando  intere  popò-  mo,  e  lo  successe  nella  legazione  il 
lozioni.  La  pace  fu  dal  cardinal  cardinal  Alderano  Cibo,  cui  Inno- 
Donghi  conchiusa  a  Venezia  a'  3i  cenzo  X  nel  i654  gli  die  a  succes- 
marzo,  in  conseguenza  di  che  Bon-  sore  il  cardinal  Giovanni  Battista 
deno  e  la  fortezza  della  Stellata  fu-  Spada.  Nel  i655  divenne  Papa  A- 
rono  dal  Farnese  restituiti  al  Papa,  lessandro  VII  Chigi,  che  dal  1629 
e  questi  rilasciò  Castro  e  Ronciglio-  al  1 634 eia  stalo  vice-legato  di  Fcr- 
ne  al  duca  di  Parma  :  i  forti  eret-  rara,  per  cui  ad  essa  si  mostrò  bo- 
ti nei  confini  dai  papalini,  dai  ve-  nefìco.  In  questo  tempo  la  celebre 
neti,  e  dal  duca  di  Modena  si  do-  regina  di  Svezia  Cristina  passò  per 
vettero  distruggere.  In  detto  anno  Ferrara  nel  condursi  a  Roma,  e  fu 
il  cardinal  Giovanni  Stefano  Don-  ricevuta  con  tutti  gli  onori.  Qui  av- 
ghi  fu  dato  legato  a  Ferrara,  men-  vertiremo,  che  se  si  dovessero  regi- 
tre  poco  dopo  mori  Urbano  VIII ,  strare  quanto  riguarda  l'altare  delie 
e  per  la  morte  del  cardinale  Ben-  acque  del  Po,  del  Reno,  di  altri  fiu- 
livoglio  ferrarese  restò  agevolata  mi  e  torrenti,  usdressimo  dal  nostro 
F  elezione  d' Innocenzo  X  Parnphi-  compendioso  scopo,  e  di  assai  si  di- 
ly,  nel  possesso  del  quale,  dopo  gli  lungheressimo.  Suppliscano  in  parte 
uditoli  di   rota ,    ed  avanti  al  ma-  le  opere  citate,  e  le  taule  altre  che 


i56  FER 

sopra  s\  grave   punto  furono  stam- 
pate. Calcolandosi  a  cento  mila  scu- 
di   annui  il  sollievo,    che   Alessan- 
dro "VII  portò  alle  pubbliche  casse 
ferraresi  in  più.  modi,  il  magistra- 
to nel  1659  gli  decretò  un  pubbli- 
co monumento  di  gratitudine,  nel- 
l'erezione di  una    statua  di  bronzo 
sedente  e  più  grande  del  naturale, 
la  quale  fu    collocata    nella    piazza 
davanti  al  duomo,    sopra  un  gran 
piedistallo    ornato    d' inscrizioni    in 
tavole  di  bronzo.  Però  nel  1675  la 
statua  fu  trasferita  sulla  piazza  nuo- 
va, e  poi  nel  1796  i  furibondi  re- 
pubblicani la  spezzarono  con  quel- 
le di  Borso  e  di  Nicolò  III  d'Este. 
Mentre  n'era  legato  il  cardinal  Lo- 
renzo Imperiali    abolì  la  lira  mar- 
chesina,  ideale  moneta  ch'ebbe  ori- 
gine nel  i386,  e  prescrisse    invece 
a  cagione   dell'  ulteriore    suo  nota- 
bile decrescimento,  il  conteggiare  a 
scudi,  baiocchi  e  denari  romani:  di 
questo  argomento  ne  tratta  a  pie- 
no il  Bellini.  Al  cardinal    Lorenzo 
Imperiali  fatto  legato  nel  1657,  fu 
dato  in  successore  il  cardinal  Gia- 
como Fransoni  nel  1 660  ;  indi  nel 
1662   Alessandro   VII   fece  senatore 
di    Roma    il    conte    Giulio    Cesare 
Nigrelli    ferrarese,    che    nell'  anno 
precedente  avea  terminato  il  corso 
di  sua  ambasceria  ordinaria  per  la 
patria  in  Roma  ;  ed  in  lui  il  Papa 
cangiò  ne'  senatori  il  titolo  d'illu- 
strissimo in  eccellenza,  che  in  quel- 
l'età era  giustamente  dato  con  mol- 
ta parsimonia.    Nelle  differenze  in- 
sorte   tra  Alessandro  VII,    e  il  re 
di    Francia    Luigi  XIV ,    che  colla 
legge  del  più  forte  invase  Avigno- 
ne e  il  contado  Venosino,   dominii 
della  sanla  Sede  in  Provenza,  non 
mancò  il  Papa  di  far  allestire  un'ar- 
mata per  guarnire  Bondeno  ed  al- 
tri luoghi  del  Ferrarese.  Nella  pa- 


FER 
ce  che  segui  poi  a  Pisa  a'  in  feb- 
braio 1 664  ,  cora'  erasi   fatto    nella 
precedente  de' Pirenei,  s'innestò  an- 
co l'affare  delle  pretese  su  Comac- 
chio  di  Alfonso  IV  duca  di  Mode- 
na.   Si  stabilì    dunque,  che   quella 
città  colle  sue    valli  rimanesse  alla 
camera    apostolica  ;    che    questa    si 
addossasse  il  monte  Estense,  già  for- 
mato in    Roma  a  carico    de'  duchi 
di  Modena ,    ascendente    allora    fra 
capitale  e  frutti  non  pagati  a   tre- 
cento cinquantamila  scudi;  che  si- 
milmente il  Papa  sborsasse  al  du- 
ca di  Modena  quarantamila  scudi , 
ovvero  gli  cedesse ,    come  appunto 
fece,  un  palazzo  in  Roma;    che  di 
più  confermasse  alla  casa  d'  Este  i 
giuspatronati  dell'  abbazia  di  Pom- 
posa, e  dell'  arciprelura   di   Bonde- 
no ;  che  in  fine    il  duca  di  Mode- 
na   rinunciasse    a  qualunque    altra 
pretesa  contro  la    camera  apostoli- 
ca. Ma  il  Papa  fece  poi  una  pro- 
testa nella  quale  impugnando  l'ac- 
cordo di  Pisa,  disse  di  esservi  sla- 
to indotto  dalla  violenza  delle  cir- 
costanze, che  minacciavano  pregiu- 
dizi alla  religione,  e  guerra  all'Ita- 
lia.   Anche    il  duca    di  Modena    si 
dimostrò  malcontento,   mostrandosi 
enormemente  leso  nella  convenzio- 
ne, dappoiché  la  camera  apostolica 
traeva     dalle     pesche     comacchiesi 
quarantamila  scudi  annui.  Nel  i6G5 
divenne   legato  il  cardinal    Girola- 
mo Buonvisi  ;  e  nel  1667  gli  suc- 
cesse il  cardinal  Nereo  Corsini  fio- 
rentino. Clemente  X  nel  1670  fece 
legato  il  cardinal    Nicola  Acciaino- 
li ;    e  poi  nel  1673    conferì  eguale 
incarico  al  cardinal  Sigismondo  Chi- 
gi  nipote  di   Alessandro   VII  ;    indi 
nel  1676  al  cardinal  Galeazzo  Ma- 
rescotti,  sotto  del  quale  e  nel  pon- 
tificato   d'  Innocenzo  XI   i   ferraresi 
furono    afflitti    dalle    inondazioni , 


FER 
massime  del  Reno,  da  carestia,  e 
da  mortalità  d'uomini  e  di  bovi. 
Nel  1680  per  la  seconda  volta  fu 
latto  legato  il  cardinal  Nicola  Ac- 
ciainoli. Alessandro  Vili  nel  1690 
gli  die  in  successore  il  cardinal  Giu- 
seppe Renato  Imperiali.  Innocenzo 
Xll  tolse  a  Ferrara  una  gabella, 
e  vedendo  parecchie  armate  in  Lom- 
bardia aumentò  per  ogni  buon  fi- 
ne il  presidio  della  città.  Nel  1696 
tu  promosso  a  questa  legazione  il 
cardinal  Ferdinando  d'Adda,  e  nel 
1699  vi  fu  surrogato  il  cardinal 
Fulvio  Astalli,  nel  qual  anno  il 
Papa  pei  timori  della  guerra  spedi 
in   Ferrara  altra  truppa. 

Coli' elezione  di  Clemente  XI 
nel  1700,  per  la  morte  di  Carlo  II 
re  di  Spagna  ebbe  principio  la  fu- 
nesta guerra  di  successione  di  quel- 
la monarchia  fra  Luigi  XIV  che 
sosteneva  il  testamento  del  defun- 
to in  favore  del  duca  d'Angiò  suo 
nipote,  poi  re  Filippo  V,  e  l'im- 
peratore Leopoldo  I  per  le  ragio- 
ni dell'arciduca  Carlo  suo  figlio, 
poi  imperatore  Carlo  VI  ,  le  cui 
conseguenze  le  provò  il  Ferrare- 
se più  di  qualunque  altra  parte 
dello  stato  pontifìcio.  Siccome  di 
ciò  ne  trattammo  al  volume  XV  , 
pag.  36  e  seg.  del  Dizionario,  mas- 
sime per  ciò  che  riguarda  Comac- 
chio,  anche  de'  seguenti  pontificati, 
così  qui  ci  limiteremo  ad  un  cen- 
no delle  cose  più  principali.  Le 
corti  di  Madrid  e  di  Parigi  trasse- 
ro dal  loro  partito  i  duchi  di  Man- 
tova e  di  Savoia ,  e  questo  fecero 
generalissimo  dell'armata  d'Italia, 
mentre  l'imperatore  oppose  loro  il 
celebre  principe  Eugenio  di  Savo- 
ia, le  cui  truppe  subito  danneggia- 
rono diversi  territorii  del  Ferrare- 
se, occupando  i  gallo-ispani  Reg- 
gio e  Modena,  per  cui  il  duca  Ri- 


FER  iJ- 

naldo,  che  nel  169^  ei-a  successo  a 
Francesco  II,  fuggi  a  Rologna.  Do- 
po diverse  violazioni  di  confini ,    e 
depredazioni  de'  suoi    sudditi  vitti- 
me   delle    parti     belligeranti  ,     nel 
1704  Clemente  XI   vedendo  che  il 
suo  stato    diveniva    il   teatro    della 
guerra  non  sua,  prese  il  tuono  di 
sovrano ,    e  a    mezzo    del    cardinal 
Astalli  fece  intimar  ai  generali  del- 
le parti  che    partissero  dal  Ferra- 
rese, altrimenti    avrebbe    fatto  uso 
della  scomunica,  e  delle  proprie  ar- 
mi.  Tutto  fu  promesso,  quasi  nul- 
la eseguito  ;  anzi  ad  onta  della  neu- 
tralità di  Clemente  XI,  ritenendolo 
gì'  imperiali  loro  male  affetto  e  fa- 
vorevole ai  gallo-ispani  ,    perchè  a 
Ficarolo  il  general  Paolucci  coi  pa- 
palini era  stato  costretto  dai  fran- 
cesi ad  unirsi  a  loro,  contro  di  lui 
si  rivolsero    all'  esaltazione  di  Giu- 
seppe I.  Ciò  a  Vienna  fu  preso  per 
tradimento,    e  il    Papa    stesso   non 
ne  dubitò,  per  cui  lo  fece  arresta- 
re in  un  agli  altri  capi;  ma  poi  si 
conobbe  essere   stato    piuttosto  in- 
considerato   che    malizioso    il    loro 
procedimento,  pel  processo  che   fe- 
cegli    il    tesoriere   generale    monsi- 
gnor Lorenzo  Corsini,  poi   Clemen- 
te XII,  mandato  dal  Papa  per  tali 
emergenze   a  Ferrara.    Morto  Leo- 
poldo I  gli  successe  il  figlio   impe- 
ratore Giuseppe  I,  che  dimostrando 
del  mal  umore  colla  corte  di  Ro- 
ma, ne  richiamò  l'ambasciatore,  fa- 
cendo   altrettanto    il  Pontefice   del 
suo    nunzio    di    Vienna  ;    mentre  i 
fiumi   portarono  ai  ferraresi  grandi 
calamità,  sebbene  maestri,  anche  a 
giudicio  degli  esteri,  nell' infrenare 
i   fiumi,  benché  inferiori  a  tutti  di 
situazione,    che  è  quanto  dire  con- 
dannati   dalla   natura    a    sostenere 
unito  il  carico   di  tante  acque    su- 
periori. 


i58  FER 

Nel  1706  la  prosperità  ritornò 
nelle  armi  austriache ,  né  più.  da 
loro  si  divise  fino  al  terminar  del- 
la guerra.  Inviandosi  i  tedeschi  nel 
1706  pel  Ferrarese  a  Torino,  sac- 
cheggiarono case  e  chiese  per  dove 
passarono  ,  e  ne'  quartieri  d' inver- 
no dovette  soffrire  il  peso  di  allog- 
giare la  cavalleria,  e  i  soldati  non 
solo  pretesero  colla  forza  il  vitto 
per  loro  e  pei  cavalli,  ma  anco  le 
vestimenta  ;  tutto  in  somma  era 
trattamento  da  nemico,  sehhene 
non  vi  fosse  guerra  dichiarata.  Man- 
dò il  Papa  a  Milano  dal  principe 
Fugenio  l'abbate  Riviera  per  un 
procedere  sì  aspro  con  potenza  neu- 
trale,  e  riuscì  nel  febbraio  1707 
di  ottenere  promessa  di  ritiro  di 
truppe,  e  di  compensi  pei  danni 
sofferti.  Però  in  Roma  ed  in  Vien- 
na fu  disapprovato  l'accordo,  e  poi 
dopo  qualche  tempo  ratificato.  In- 
tanto per  (juello  fatto  tra  gli  au- 
striaci ed  i  borbonici ,  i  primi  ac- 
quistarono il  ducato  di  Milano,  e 
allora  e  per  sempre,  a  cagione  di 
essere  stati  fautori  della  Francia  e 
della  Spagna^  benché  feudatari  del- 
l' impero,  perdendo  Ferdinando  Gon- 
zaga ì\  suo  principato  di  Castiglione, 
e  Francesco  Pico  il  suo  ducato  della 
mirandola,  che  fu  venduto  al  du- 
ca di  Modena  Rinaldo ,  e  Ferdi- 
nando Carlo  Gonzaga  il  suo  ducato 
di  Mantova.  Agli  acquisti  fatti  in 
Italia,  l'imperatore  desiderò  unire 
il  regno  di  Napoli  che  si  teneva 
dai  francesi  e  dagli  spagnuoli  per 
Filippo  V.  Mentre  si  domandava  al 
Papa  il  passaggio  per  gli  stati  del- 
la Chiesa,  il  conte  Daun  destinato 
all'impresa  se  lo  prese  anticipata- 
mente, mentre  nel  dicembre  1707 
i\i  latto  legato  di  Ferrara  il  cardi- 
nal Lorenzo  Casoni.  Il  fermento 
tra  le  corti   di   Vienna  e  di  Roma 


FER 
crebbe  per  violazioni  di  diritto  sul 
ducato  di  Parma  e  Piacenza,  e  sul 
regno  di  Napoli  ;  i  ministri  di  quel- 
le di  Parigi  e  di  Madrid  eccitaro- 
no con  minacce  e  promesse  Cle- 
mente XI  a  prendere  qualche  ener- 
gica misura,  ed  inutilmente  i  car- 
dinali Colloredo  ed  Acciaiuoli  fecero 
conoscere  non  essere  caso  quello 
da  procedere  colle  brusche,  trattar- 
si di  contrasto  col  più  forte,  essere 
priva  la  santa  Sede  di  sufficienti 
ufficiali  e  soldati,  poter  mancare  i 
decantati  soccorsi,  come  si  verificò, 
non  esservi  danaro  sufficiente  a  sos- 
tenere una  guerra,  e  doversi  ten- 
tare tutte  le  vie  possibili  de'  trat- 
tati e  delle  interposizioni.  Comin- 
ciarono dunque  nel  maggio  1708 
a  ricomparire  dalla  parte  del  Mo- 
denese nel  Ferrarese  gli  imperiali, 
colla  scusa  di  procurarsi  sussisten- 
za, ma  con  altre  mire.  Continuava 
la  casa  d' Este  a  nudi-ire  la  spe- 
ranza di  riacquistare  il  ducato  di 
Ferrara,  e  il  duca  di  Modena  Ri- 
naldo cognato  dell'  imperatore  e 
suo  aderente  nella  guerra ,  giudi- 
cando propizia  l'occasione,  implorò 
la  di  lui  protezione,  e  per  conse- 
guirla si  studiò  di  persuadere  Giu- 
seppe I  che  la  città  di  Comacchio 
colle  feconde  sue  paludi,  che  frut- 
tava allora  alla  camera  apostolica 
annui  scudi  trentaduemila,  fosse  di 
antichissimo  sovrano  diritto  dell'im- 
pero, da  cui  gli  Estensi,  e  non  dal- 
la santa  Sede  l'avevano  avuta  in 
feudo,  e  che  Clemente  Vili  non 
per  altro  la  facesse  sua ,  che  per 
averla  confusa  col  ducato  di  Fer- 
rara; conquistata  che  fosse  dall'im- 
peratore ,  si  credeva  il  duca  quasi 
certo  di  riportarne  da  lui  l'inve- 
stitura :  tenne  la  corte  di  Vienna 
1'  invito,  e  non  tardò  a  profittarne. 
I    nominali     tedeschi     comandali 


FER 
da  A  al  mai  od  e  da  Boneval  $  av- 
viarono alle  valli  di  Comacchio 
chiedendo  pane  e  vino,  e  passaggio 
per  Trieste,  ed  in  vece  entrarono 
nella  città  in  aspetto  di  conqui- 
statori a  bandiere  spiegate,  ed  a 
tamburo  battente,    e  con  editto  dei 

3i     mastio    il  conte  di    Valmarod 

co 

dichiarò  di  aver  preso  possesso  di 
Comacchio  e  delle  sue  valli  a  no- 
me dell  imperatore,  a  cui  fece  in 
seguito  che  giurassero  fedeltà  i 
pubblici  rappresentanti;  e  nello  spa- 
zio di  due  settimane  si  occuparono 
Ostellato,  Argenta,  Vaccolino,  Lon- 
gaslrino,  Codigoro,  s.  Giovanni 
detto  s.  Zango,  Massafiscaglia,  Mi- 
gliaio, Portomaggiore,  Filo,  s.  Bia- 
gio, e  s.  Alberto,  benché  non  ap- 
partenessero queste  terre  e  ville 
al  distretto  di  Comacchio.  Altissi- 
me querele  contro  siffatta  sorpre- 
sa fece  giungere  il  Papa  a  A  ienna 
in  più  guise,  senza  risultalo.  Vo- 
lendo quindi  Clemente  XI  far  pra- 
va delle  sue  armi  temporali  ingros- 
sò i  presidii  dello  slato,  mise  in 
piedi  un'  armata  di  ventimila  uo- 
mini sotto  il  comando  del  conte 
Luigi  Ferdinando  M  arsigli,  che  i 
politici  nou  giudicarono  a  propo- 
sito. Ferrara  e  Faenza  si  destina- 
rono piazze  d'armi.  Quindi  Roma 
impugnò  un'arma  più  a  lei  fami- 
liare delle  spade  e  de'cauiiuni,  nel 
maneggio  della  quale  ebbe  sempre 
iiunieiosi  ed  abili  professori,  e  fu 
la  penna.  Monsignor  Giusto  Fon- 
tanini,  e  monsignor  Lorenzo  Zac- 
cagna  preselo  a  difendere  con  mol- 
ta forza  l'aito  dominio  della  Sede 
apostolica  in  Comacchio.  Lodovico 
Antonio  Muratori,  con  altrettanto 
impegno  prese  a  dimostrarlo  spet- 
tante a)!'  impero.  i\e  uscirono  per- 
ciò da  ambe  le  parti  assai  stima- 
bili scritture  a  stampa  e    scritte  a 


FER  09 

mano,  le  quali  se  non  valsero  in- 
teramente a  far  decidere  con  pace 
il  punto  controverso,  giovarono  al- 
meno alla  letteratura  co'molli  no- 
velli lumi  che  sparsero  sulla  tene- 
brosa storia  degli  infimi  tempi;  ed 
all'articolo  Comacchio  è  riportalo 
il  novero  di  tali  opere.  Del  guer- 
resco apparato  del  Papa  non  ebbe 
gran  timore  Giuseppe  I,  ma  bensì 
delle  moleste  conseguenze  che  po- 
teva produrre.  Prese  per  unissi  ma 
di  non  entrar  in  guerra  aperta  col 
Papa,  ma  solo  di  stringerlo  in  cir- 
costanze che  dovesse  essere  il  pri- 
mo a  chiedere  di  concordarsi.  Il 
Pontefice  mandò  ottomila  uomini 
a  Ferrara  delle  sue  recenti  reclu- 
te, continuò  l' armamento,  perchè 
non  si  fidava  delle  pacifiche  inten- 
zioni dell'imperatore,  risoluto  di 
non  lasciar  passare  per  lo  stato 
armi  straniere,  e  di  sgombrarlo  da 
quelle  che  vi  erano  entrate.  In- 
tanto i  banditi  e  contrabbandieri 
della  provincia  di  Romagna  infe- 
starono i  tedeschi,  e  molti  ne  ta- 
gliarono a  pezzi.  Ma  Ostellato  fu 
distrutto  e  massacrato  dal  nemico, 
per  cui  le  terre  de' dintorni,  come 
Codigoro,  Massafiscaglia  ed  altre, 
procurarono  comprarsi  la  quiete 
dal  general  Boneval.  Bondeno  fu 
preso  e  saccheggiato  ad  onta  delta 
gloriosa  dilèsa  che  ne  fece  il  co- 
lonnello Francesco  Maria  Medici  di 
Camerino,  che  in  premio  ebbe  la 
carica  perpetua  di  governatore  del- 
ie armi  di  Ferrara. 

Seguitò  la  sorte  di  Bondeno  il 
forte  della  Stellata ,  ed  il  barone 
di  Regal  pubblicò  un  editto  in  tuo- 
no di  governatore  della  provincia 
di  Ferrara  in  nome  dell'imperato- 
re, e  nello  stesso  tempo  la  notte 
de*  4  novembre  1708  cominciò  a 
cingere    di     largo    blocco   la    città  , 


1lSo  FER 

mentre  il  general  Daun  oon  sei- 
mila cavalli  avea  occupato  Cento, 
bloccato  il  forte  Cibano,  entrando 
in  Bologna  con  bandiere  spiegate 
e  tamburo  battente,  e  in  tal  modo 
proseguì  sino  a  Jesi.  Tratlavasi  la 
pace  in  Roma,  ma  la  frastornava 
la  Francia  con  promesse  e  minac- 
ce. Conobbe  il  Papa  cbe  v'era  ne- 
cessità in  Ferrara  di  un  esperto  e 
non  dipendente  direttore  degli  affari 
della  guerra,  ed  elesse  perciò  col 
titolo  di  generale  Anton  Domenico 
Balhiani  piemontese,  il  qual  ripu- 
tato militare,  vestito  da  villano  po- 
tè entrar  nella  città,  cbe  ben  pre- 
sto ebbe  rovinati  i  borghi  di  s. 
Luca  e  di  s.  Giorgio,  e  si  sentì  in- 
timare tre  volte  la  resa,  sebbene 
l'istruzioni  di  Vienna  erano  di  non 
impegnarsi  colla  forza  nel  conqui- 
sto. Mentre  ciò  accadeva  nel  Fer- 
rarese, l'esercito  germanico  di  Je- 
si teneva  i  romani  in  agitazione, 
e  già  il  Papa  pensava  a  ritirarsi 
in  Castel  s.  Angelo,  oppure  fare 
una  gita  in  Avignone,  quando  la 
pace  fu  sottoscritta  a'  i5  gennaio 
1709.  Le  condizioni  furono  che  il 
Papa  avrebbe  ridotto  tutte  le  trup- 
pe dello  stato  a  cinquemila  tra 
cavalli  e  fanti ,  com'  erano  prima 
della  guerra;  che  avrebbe  levati  i 
presidii  posti  in  quell'occasione;  che 
le  truppe  alemanne  sarebbero  u- 
scite  dallo  stato  ecclesiastico,  salvo 
il  passaggio  al  regno  di  Napoli;  che 
le  pretese  dell'Estense  si  sarebbero 
giudicate  in  Roma  da  una  congre- 
gazione in  forma  giudiziaria;  che 
le  imperiali,  riguardo  a  Comacchio, 
Parma  e  Piacenza,  si  sarebbero  di- 
scusse estragiudizialmcnte  coll'am- 
basciatore  Saint-Prie  ;  cbe  Comac- 
chio fino  a  ragione  decisa  sarebbe 
rimasto  in  potere  de' tedeschi  :  sen- 
za   nominare    altri    articoli    segreti 


FER 
concernenti  il  risarcimento  al  Papa 
de'  danni  sofferti,  del  trattamento 
regio  per  l' arciduca  Carlo,  senza 
pregiudizio  degli  spaglinoli  e  fran- 
cesi, i  cui  ministri  inutilmente  pro- 
testarono. 11  duca  di  Modena  non 
rimase  punto  contento  dell'accordo, 
ed  incominciatasi  la  discussione  di 
sue  pretese  su  Ferrara  e  Comac- 
chio, mai  se  ne  vide  il  fine.  Fer- 
rara fu  lasciata  libera,  ma  il  Bo- 
neval  esercitò  in  Comacchio,  nelle 
città  e  ville  occupate  all'intorno 
delle  valli  un  pieno  dominio,  e  poi 
ribellandosi  al  suo  sovrano,  rinegò 
il  cattolicismo  e  divenne  bassi»  tur- 
co. Nel  17  io  il  cardinal  Tomma- 
so Ruffo  fu  preposto  alla  legazio- 
ne di  Ferrara,  e  con  esempio  nuo- 
vo anche  a  quella  di  Ravenna. 
Nel  171  1  sembrava  sicura  la  re- 
stituzione di  Comacchio  alla  Sede 
apostolica,  salvo  il  diritto  dell'im- 
pero, per  la  qual  causa  non  ci 
convenne  Clemente  XI.  Seguì  la 
morte  di  Giuseppe  I,  gli  successe 
Carlo  VI,  e  il  negozio  restò  sospe- 
so per  molti  anni. 

Nel  1714  divenne  legato  il  car- 
dinal Giulio  Piazza  ;  enei  1  7  18  per 
sospetto  di  parzialità  del  Papa  ver- 
so i  francesi  egli  spagnuoli,  Carlo  VI 
ruppe  la  buona  armonia  con  Roma, 
nel  qual  anno  il  cardinal  Giovan- 
ni Patrizi  ebbe  la  legazione.  Dive- 
nuto Papa  Innocenzo  XIII  nel 
1722,  die  all'imperatore  Carlo  VI 
la  tanto  contrastata  investitura  dei 
regni  di  Napoli  e  Sicilia,  de'  quali 
il  monarca  n'  era  in  possesso,  me- 
diante il  consueto  tributo,  e  si  di- 
venne alla  ricupera  di  Comacchio 
dietro  diverse  condizioni,  la  cui  e- 
secuzione  restò  nel  1724  sospesa 
per  la  morte  del  Pontelìce,  cui  gli 
successe  Benedetto  XIII.  Sotto  di 
questi  ebbe   dunque  termine  l'affa- 


FER 
re  di  Cornacchie»,  mediante  accordo 
col   quale  non    s'intese    tolta  o  ag- 
giunta alle  parti  contraenti,  ne  alla 
casa  d'Este  ragione  alcuna  a  quel- 
le che  avessero  avute  sopra  quella 
città  e    sue    valli    prima  che    fosse 
in  potere  dell'imperatore;  che  tali 
ragioni  si  dovessero    in  seguito  di- 
scutere  e    decidere;  che  la    came- 
ra apostolica    seguita  la    restituzio- 
ne di  Comacchio  dovesse  rilasciare 
a    quella  di    Vienna    i    quattordici 
mila    scudi    depositati    in    Ferrara, 
a  fine  di  pareggiar  qualunque  pre- 
tesa della    stessa  camera    imperiale 
sopra  quelle  valli,  appalti,    ripara- 
zioni,   ed    altro  fatto    a  loro    van- 
taggio; e  che  tornassero  al  Papa  le 
artiglierie    che    vi    aveva    prima,  e 
nel    1725   Comacchio  fu  consegna- 
to a  monsignor  Fabrizio  Serbello- 
ni   vice-legato  di    Ferrara .    Mentre 
il  cardinal  Patrizi  con  nuovo  esem- 
pio fungeva    il  terzo  triennio  della 
legazione,    mori     in    Ferrara    nel 
1727.  Egli  fu  il   primo  legato    che 
lasciò  le   sue    ossa  in  questa  città, 
ed  ebbe  in  successore  lo  stesso  ve- 
scovo cardinal  Tommaso  Ruffo,  già 
legato  della    medesima,    che    tenne 
splendidissima  corte,    ov' erano    ca- 
valieri gerosolimitani,  mori,  e  suo- 
natori d'istromenti  da   fiato:  siffat- 
ta   munificenza  1'  esercitò  pure  coi 
poveri.  Nel    1780  salì  al  pontifica- 
to Clemente  XII,    il    quale    fece  il 
nuovo  legato  nella  persona  del  car- 
dinal Alessandro  Aldobrandino.  Nuo- 
va cagione    di    guerra  e  di  sciagu- 
re pullulò  pel  Ferrarese  nel    1 733, 
per  la  successione  del  regno  di  Po- 
lonia ,    sostenendone    i    pretendenti 
varie   potenze,    laonde  ebbero  luo- 
go  passaggi    di    truppe,  e    qualche 
conflitto.   A'  i4    agosto    1734  mori 
il  cardinal    Aldobrandino,  succedu- 
to   dal    cardinal     Agapito     Mosca. 
vol.  xxiv. 


FER  161 

Divenuto  Carlo  infante  di  Spagna 
re  di  Napoli,  e  duca  di  Toscana, 
e  di  Parma  e  Piacenza,  per  la  pa- 
ce seguita  tra  l' imperatore  e  la 
Francia  questo  ducato  con  quello 
di  Milano  fu  ceduto  all'Austria,  e 
quello  di  Toscana  a  d.  Francesco 
già  duca  di  Lorena  e  di  Bar,  i  cui 
dominii  erano  stati  uniti  alla  Fran- 
cia, giacché  era  morto  il  grandu- 
ca Gio.  Gastone  de'  Medici  privo 
affatto  di  discendenza.  Non  com- 
portando il  re  di  Spagna  Filippo 
V  che  al  suo  figlio  fossero  tolti 
i  ducati  di  Toscana,  e  di  Parma 
e  Piacenza,  venne  a  guerreggiare 
coli'  imperatore ,  per  cui  lo  stato 
pontificio  fu  inondato  di  truppe. 
Si  ordinò  da  Roma  ai  legati  di  ne- 
gar ad  esse  foraggi  e  viveri ,  ciò 
che  eseguendo  il  solo  legato  di  Fer- 
rara, il  Ferrarese  soggiacque  lun- 
gamente a  discrezione  della  solda- 
tesca austriaca,  che  commise  sac- 
cheggi e  violenze  continue. 

Nel  1788  fu  ricevuta  con  tutti 
gli  onori  in  Ferrara  Maria  Amalia 
figlia  del  re  di  Polonia,  che  an- 
dava a  Napoli  sposa  del  re  Carlo. 
Nel  conclave  per  l'elezione  di  Be- 
nedetto XIV  fi*.  Bonaventura  da 
Ferrara  cappuccino ,  di  cognome 
Barberini  al  secolo,  uomo  di  vir- 
tù singolari ,  e  di  non  mediocre 
dottrina ,  già  generale  del  suo  or- 
dine e  da  ventidue  anni  predica- 
tore del  palazzo  apostolico,  riportò 
nove  voti  pel  pontificato,  con  raro 
esempio ,  come  notammo  altrove. 
Benedetto  XIV  nel  1740  si  deter- 
minò a  nominare  legato  di  Fer- 
rara il  cardinal  Rainiero  d'  Elei 
che  aveva  rinunziato  a  lui  questo 
arcivescovato,  il  quale  venne  confe- 
rito al  lodato  p.  Barberini.  L'  e- 
stinzione  della  linea  maschile  della 
nobilissima  casa  d'Austria,  avvenu- 
1 1 


r62  FER 

la  fino  dal  giorno  20  ottobre  1740 
per  la  morte  dell'imperatore  Carlo 
VI,  fu  l'annunzio  di  nuova  guer- 
ra all'  Europa,  perchè  alla  di  lui 
eredità  ed  all'  unica  figlia  Maria 
Teresa  regina  d'Ungheria  e  di  Boe- 
mia, e  moglie  del  suddetto  France- 
sco granduca  di  Toscana,  fecero 
guerra  Federico  III  re  di  Prussia, 
Carlo  Alberto  elettore  di  Baviera, 
e  Lodovico  XV  re  di  Francia,  non 
che  il  re  di  Spagna  Filippo  V,  per 
ricuperare  i  ducati  di  Milano,  di 
Parma  e  Piacenza.  In  tal  modo  si 
vide  di  nuovo  esposto  il  Ferrarese 
al  passaggio  sempre  rovinoso  delle 
truppe,  e  ad  altre  non  calcolabili 
conseguenze,  tenendo  le  parti  degli 
spagnuoli  Francesco  III  duca  di 
Modena,  la  quale  fu  occupata  dai 
savoiardi  nel  mese  di  giugno.  Nel 
1743  si  ristabilirono  i  confini  tra 
i  torri  toni  di  Bologna  e  Ferrara 
stabiliti  nel  1^79;  ed  il  terremoto 
fece  non  pochi  danni  alla  città. 
Nel  1744  il  cardinal  Marcello  Cre- 
scenzi  successe  al  migliore  delega- 
ti, il  cardinal  d' Elei,  e  poi  diven- 
ne arcivescovo  di  Ferrara  stessa, 
quando  a  sua  vece  venne  fatto  le- 
gato il  cardinal  Camillo  Paolucci. 
A' 29  giugno  del  1748  Benedetto 
XIV  con  applauso  de'ferraresi  pub- 
blicò la  bolla  pel  commercio  libe- 
ro delle  provincie  pontificie,  che 
essendo  stata  poi  sospesa,  nel  pon- 
tificato di  Pio  VII  si  ripristinò. 
Neil'  anno  seguente  si  rinnovò  lo 
stabilimento  de'  confini  veneti  e 
papalini,  ed  ebbe  luogo  la  pace 
universale,  restando  assicurati  alla 
casa  di  Borbone  lo  stato  di  Parma 
e  Piacenza,  coi  reami  di  Napoli  e 
Sicilia,  ed  alla  casa  di  Lorena  di- 
venuta austriaca ,  i  ducati  di  Mi- 
lano e  di  Mantova,  e  il  gran  du- 
cato di  Toscana:    così   restò  libera 


FER 

1'  Italia  da  truppe  straniere.  Nel 
1751  intraprese  la  sua  legazione 
il  cardinal  Gio.  Battista  Barni,  e 
vi  morì  a' 25  gennaio  1754.  Fu 
destinato  a  succedergli  il  cardinal 
Gio.  Francesco  Banchieri.  V.  il 
Trattato  fra  la  santa  Sede,  e  sua 
maestà  l'imperatrice  regina  sopra 
lo  stabilimento  de  limiti,  ed  altre 
controversie  privale  miste,  vertenti 
fra  il  Mantovano  e  il  Ferrarese, 
Mantova    1757. 

La  laguna  di  Comacchio^  rino- 
mata tanto  per  l'ubertà  e  squisi- 
tezza di  sua  pesca,  e  costituita  dal- 
la natura  agli  abitatori  delle  iso- 
lette sparse  per  essa  in  luogo  di 
territorio,  soleva  da  più  secoli  con- 
cedersi in  locazione  da  chi  domi- 
nava in  Ferrara ,  a  profitto  della 
camera  fiscale.  Avvegnaché  ren- 
desse agli  Estensi  cinquantaduemi- 
la scudi  del  valore  antico,  pure 
deteriorata  per  varie  cagioni  sul 
principio  del  secolo  XV III  non  ne 
dava  che  ventimila  circa  de'  cor- 
renti, e  nel  1749  si  dovè  conce- 
derla all'appaltatore  Carlo  Ambro- 
gio Lepri  milanese  per  soli  dieci- 
mila settecento  ventiquattro.  Si  po- 
se in  animo  il  Lepri  di  renderla 
più.  fertile  per  via  di  lavori  dispen- 
diosi, e  di  nuovi  artifizi,  e  vi  riu- 
scì a  meraviglia  in  due  novenni 
di  sua  condotta.  A  maggior  gua- 
dagno poi  la  camera  apostolica  nel 
1755,  e  negli  anni  dopo,  obbligò 
con  autorità  assoluta  quella  comu- 
nità, e  que'  privati  che  possedevano 
le  porzioni  di  essa  laguna,  anzi  le 
paludi  ancora  non  pescabili ,  ma 
solo  produttrici  di  canne  e  pasco- 
lo di  bovi,  e  di  adiacenza  del  Po- 
lesine di  s.  Giorgio ,  a  cederle  al- 
la medesima  camera  a  titolo  di  valli 
da  nasse ,  o  da  terra  ,  giacché  tali 
porzioni  restavano  anticamente  divi- 


FER 

se  dalle  valli  camerali  per  mezzo  di 
argini,  detti  Cavallaro  di  s.  Lon- 
gino, e  del  Mantello  ;  ma  logori  i 
medesimi  dal  tempo,  e  dalle  per- 
cosse delle  acque  in  burrasca,  fino 
dal  i6o3  più  non  apparivano.  E 
siccome  esse  valli  erano  il  ricetta- 
colo delle  acque  dolci  di  quel  Po- 
lesine, cos'i  la  temperatura  che  na- 
sceva delle  acque  dolci  colle  salse 
rendeva  più  fecondo  e  insieme  più 
squisito  il  loro  pesce,  e  di  più 
traeva  a  sé  il  pesce  della  laguna 
della  camera,  che  non  era  divisa 
fuorché  da  linee  di  pali  fìtti  nell'ac- 
qua. Aumentati  per  tal  guisa  agli 
appaltatori  i  vantaggi,  si  potè  nel 
1772  locare  la  laguna  di  Cornac- 
chie per  annui  cinquantacinquemi- 
la scudi,  nel  1781  per  sessantami- 
la, e  nel  1790  per  sessantaunmila 
duecento  sessantuno  ,  oltre  ai  pesi, 
regali,  e  condizioni  non  poche  di 
gran  rilevanza,  in  prò  della  came- 
ra e  del  suo  ministero.  Avendo 
il  ducato  di  Ferrara  molti  privile- 
gi per  1'  estrazione  del  frumento  , 
Benedetto  XIV  volle  esaminarli,  e 
a  questo  fine  mandò  in  quella  città 
due  deputati,  i  quali  avendo  rac- 
colti detti  privilegi,  li  presentarono 
alla  camera,  ed  il  Papa  colla  bolla 
Circutnspecla,  data  a'  22  gennaio 
1754,  ne  confermò  alcuni,  altri  li 
restrinse,  principalmeute  quelli  che 
ad  alcuni  particolari  famiglie  era- 
no concessi,  non  solo  pei  beni  che 
di  presente  godevano ,  ma  anche 
per  gli  altri  da  acquistarsi.  Cle- 
mente XIII  accordò  la  proroga  di 
altro  triennio  al  cardinal  Banchie- 
ri nella  legazione.  Fra  gli  allodiali 
beni  che  nel  i5o,8  furono  ricono- 
sciuti di  pertinenza  della  casa  d'E- 
ste  nel  Ferrarese,  aveva  il  primo 
luogo  la  Mesola,  vasta  tenuta  di 
cui    si    è    data    breve  coutezza    in 


FER  i63 

principio  di  questo  articolo  ;  ma 
nel  1759  il  duca  di  Modena  Fran- 
cesco III  la  vendette  all'imperatore 
Francesco  I,  il  quale  a  mezzo  del 
suo  residente  in  Ferrara,  consiglie- 
re e  questore  Joannon  de  Saint- 
Laurent  lorenese  suo  amministra- 
tore, introdusse  co'  vasti  suoi  lumi 
in  quella  amena  solitudine  alcune 
arti  e  manifatture ,  ed  innalzovvi 
nel  1778  una  chiesa,  che  poi  stral- 
ciata nel  1787  dalla  cura  di  A- 
riano,  divenne  parrocchia,  e  cosi 
rese  quel  luogo  popolato  e  alquan- 
to mercantile  e  commerciale. 

Nel  1761  Clemente  XIII  fece 
legato  di  Ferrara  l'arcivescovo  del- 
la medesima  cardinal  Crescenzi,  già 
altra  volta  legato,  e  tenne  la  le- 
gazione altri  cinque  anni,  come 
grande  amico  del  Papa.  Indi  no- 
minò successore  nel  1766  il  car- 
dinal Nicolò  Serra ,  che  nel  me- 
desimo anno  passò  all'altro  mon- 
do, venendo  eletto  in  suo  luogo  il 
cardinal  Girolamo  Spinola,  che 
stava  terminando  la  legazione  di 
Bologna.  Nel  1768  il  duca  di  Mo- 
dena incominciò  a  far  segreti  pre- 
parativi per  tentai*  la  ricupera  di 
Ferrara;  ma  Clemente  XIII  ne  ac- 
crebbe i  presidii,  e  col  mezzo  del- 
l' imperatrice  Maria  Teresa  fece 
cangiar  pensiero  al  duca.  V.  la  Re- 
lazione del  cardinal  Conti  visita- 
tore delle  acque  delle  provincie  di 
Bologna,  Ferrara  e  Romagna  a 
Clemente  XIII,  Roma  1764.  Nel 
1769  divenne  Papa  Clemente  XIV, 
indi  a'  29  maggio  passò  per  Fer- 
rara, reduce  da  Roma,  l'imperatore 
Giuseppe  II  avendo  preso  il  titolo  di 
conte  di  Falchenstein.  Sotto  il  nuo- 
vo Pontefice,  e  per  lo  zelo  del  fer- 
rarese monsignor  Riminaldi,  l'uni- 
versità, come  si  disse,  fu  riforma- 
ta con  nuove    leggi,  prerogative  e 


]G4  FER 

vendite;    quindi  nel    1772  fu    no- 
minato legato  il  cardinale  Scipione 
Borghese.    Nel    1775  fu    sublimato 
al  triregno  Pio    VI  che    confermò 
il  legato  in  questa  legazione,  e  nel- 
1'  anno    1777    fece    arcivescovo    di 
Ferrara  monsignor  Alessandro  Mat- 
tei  romano.  Nell'anno  seguente  eb- 
be la    legazione  il    cardinal    Fran- 
cesco Caraffa,  ch'era    stato  già  vi- 
ce-legato dal     1748  al    1754.  Nel- 
l'anno   1782   a'  27    gennaio    passò 
per  Ferrara   Paolo  Petrowitz,  allo- 
ra granduca    ereditario  delle   Rus- 
sie, con  Maria  di  Wùrtenberg  sua 
moglie,    sotto    il    privato  nome    di 
conti    del    Nord.     Avendo    stabilito 
Pio  VI  di  recarsi  in  detto  anno  a 
Vienna    dall'  imperatore    Giuseppe 
II,  parti  da  Roma  a' 27   febbraio; 
a' 7   marzo  giunse    a    Bologna,    da 
dove    per    la  via  di    Cento    giunse 
ai  9    a    Ferrara.    Nel    Diario    che 
di    questo    viaggio    fece    monsignor 
Dini  prefetto    delle  cerimonie  pon- 
tificie, e    pubblicato  nel  medesimo 
anno  colle  stampe,  si   legge  quanto 
segue.  Pio  VI  giunse  a  Ferrara  ad 
ore  22,  e  scese  dalla  carrozza   alla 
porta    della  chiesa  di  s.  Domenico, 
ricevuto  dal  cardinal   Caraffa   lega- 
to,  da    monsignor    Mattei    arcive- 
scovo ,     e    dal    tesoriere     marchese 
Antonio  Gnudi,  non  che  dal  clero, 
magistrato,  e  nobiltà,  ricevendo  la 
benedizione  col  ss.   Sagrameli to  dal 
p.    priore    de'  religiosi    domenicani. 
Passato  ad    alloggiare  nel  contiguo 
convento,  ammise    all'  udienza  e  al 
bacio    del     piede    tutti    i    nominati 
personaggi  ed    individui.   In  questo 
tempo  giunse  da  Vienna  una  guar- 
dia nobile  imperiale  ungherese,  con 
lettera    di   Giuseppe  11,   in  cui    fra 
le  altre  cose  pregava  il  Papa  a  pren- 
dere alloggio  nella  sua  capitale  den- 
tro il  palazzo    imperiale  a  tal  fine 


FER 
preparato.  Pio  VI  die  pronta  ri- 
sposta accettando  la  gentile  offerta. 
Nel  dì  seguente,  ch'era  la  (piatta 
domenica  di  quaresima,  il  Papa 
assistè  alla  messa  nella  cappella  in- 
terna del  convento,  ed  alle  ore  do- 
dici salutato  da  cento  cinquanta 
tiri  di  cannone  partì  da  Ferrara, 
servito  dal  cardinal  legato  sino  a 
Ponte  Lagoscuro  alla  riva  del  Po. 
Ivi  ascese  il  bucintoro  preparato 
nobilmente,  vi  ammise  alcuni  dei 
principali  del  suo  seguito,  passando 
il  rimanente  nelle  altre  barche,  e  ad 
un'ora  di  notte  sbarcò  a  Chioggia. 
Dipoi  partito  Pio  VI  da  Vien- 
na, e  dopo  essere  stato  a  Venezia, 
pernottò  a'  19  maggio  a  Padova, 
e  quindi  nel  dì  seguente  giunto  a 
Canaro  confine  dello  stato  veneto,  si 
trovarono  ivi  a  riceverlo  il  cardinal 
Delle  Lanze  per  commissione  del 
re  di  Sardegna,  che  in  partire  da 
Ponte  Lagoscuro  l'avea  fatto  osse- 
quiare dal  suo  ciamberlano  conte 
Bianchi ,  non  che  il  cardinal  Ca- 
raffa legato  di  Ferrara,  scortato  dai 
cavalleggieri  della  legazione.  Alle 
ore  23  giunse  il  Papa  nella  città, 
salutato  da  una  triplice  salva  di 
artiglieria,  ed  al  convento  di  s.  Do- 
menico fu  ricevuto  dal  cardinal 
Boncompagno  legato  di  Bologna, 
da  monsignor  Mattei  arcivescovo, 
da  d.  Abbondio  Rezzonico  senato- 
re di  Roma,  e  dalla  nobiltà  ferra- 
rese. In  questo  alloggio  nella  sera 
ammise  all'udienza  i  nominati  per- 
sonaggi ,  ed  altri  distinti  signori, 
mentre  la  città  si  vide,  come  nella 
sera  seguente,  tutta  splendidamente 
illuminata.  Martedì  21  maggio  l'io 
VI  celebrò  messa  nell'annessa  chiesa 
di  s.  Domenico,  ornata  con  magni- 
ficenza, indi  nella  sagristia  ammise 
al  bacio  del  piede  le  dame.  Accom- 
pagnato poi  dai  nominati  cardìna* 


F  E  R 
li.  senatore,  corte  pontificia  e  no- 
biltà, scortato  dalle  guardie  a  pie- 
di ed  a  cavallo,  il  Papa  si  portò  a 
visitare  la  cattedrale,  ove  alla  por- 
ta lo  ricevette  monsignor  arcive- 
scovo ed  il  suo  clero:  da  dove  es- 
sendo asceso  nel  palazzo  arcivesco- 
vile, ivi  ammise  al  bacio  del  piede 
tutto  il  capitolo,  molti  ecclesiastici 
e  regolari ,  e  nobiltà ,  dando  poi 
dalla  loggia  corrispondente  sulla 
piazza  la  benedizione  al  numeroso 
popolo.  Passato  dipoi  al  vicino  ca- 
stello, residenza  del  cardinale  lega- 
to, ivi  ancora  il  Pontefice  si  com- 
piacque di  ammettere  al  bacio  del 
piede  altra  nobiltà ,  e  dalla  gran 
loggia  magnificamente  ornala  die- 
de altra  benedizione  al  popolo.  Ser- 
vito quindi  di  carrozza  a  sei  ca- 
valli dal  cardinal  legato,  con  que- 
sti e  col  cardinal  Delle  Lanze  lece 
ritorno  ai  convento  di  s.  Domeni- 
co ,  ove  con  tutti  i  contrassegni 
di  c.emenza  ammise  ali  udienza  il 
magistrato  della  città,  i  professori 
dell'uni  versila  e  molti  individui  del 
clero  secolare  e  regolare.  tVel  gior- 
no medesimo  Pio  VI  fece  intende- 
re con  particolare  avviso  a'  cardi- 
nali Delle  Lanze,  Boncompagno  e 
Caraffa,  che  nella  mattina  seguen- 
te nella  sagrestia  della  metropoli- 
tana avrebbe  tenuto  il  concistoro 
segreto.  In  fatti  vi  si  recò  alle  ore 
i3,  e  con  particolare  allocuzione 
significò  ai  cardinali  che  intendeva 
dichiarare  e  pubblicare  cardinale 
di  s.  Chiesa  monsignor  Alessandro 
Mattei  arcivescovo  di  Ferrara,  che 
a\ea  già  creato  cardinale  e  r 
vato  in  petto  sino  dai  12  luglio 
1779,  *utn  interpose  il  consueto 
decreto.  Compito  l'atto  concistoria- 
le, il  Papa  passò  nella  chiesa  ,  \i 
ascoltò  la  messa ,  e  ritornando  in 
^stid ,    culle   cousuete  formalità 


FER  i65 

fece  F  imposizione  della  berretta 
rossa  al  novello  cardinale.  Qui  no- 
teremo che  nel  numero  7-4  del 
Diario  di  Roma  si  dice  che  la  ri- 
serva in  petto  del  cardinalato  di 
Mattei,  fu  nel  concistoro  de'  2  3  giu- 
gno 1777.  Indi  Pio  VI  prendendo 
seco  iu  carrozza  i  cardinali  Caraf- 
fa e  Boncompagno,  partì  da  Fer- 
rara per  Sammartina  e  per  Bolo- 
gna ,  ed  in  Imola  die  il  cappello 
cardinalizio,  Fanello  e  il  titolo  al 
cardinal  Mattei. 

La  gran  tenuta  della  Mesola  fu 
acquistata  da  Pio  VI  per  la  came- 
ra apostolica,  ed  alla  legazione  se- 
gnalata e  memorabile  del  cardinal 
Caraffa  ,  nel  1 786  Pio  VI  gli  die 
il  cardinal  Ferdinando  Spinelli.  Nei 
giorni  6,  7  e  8  aprile  1791  si  eb- 
bero in  Ferrara  Ferdinando  IV  ìe 
di  Napoli  con  la  regina  Maria  Cri- 
stina sua  moglie,  e  Luigia  Maria 
loro  figlia;  e  Pietro  Leopoldo  im- 
peratore, co'  principi  suoi  figli,  cioè 
Ferdinando  granduca  di  Toscana, 
Alessandro  e  Carlo  arciduchi.  Scop- 
piata era  in  questo  tempo  la  trop- 
po famosa  e  malaugurata  rivolu- 
zione in  Francia,  donde  ne  venne 
la  nuova  forma  di  costituzione  de- 
mocratica ,  la  quale  in  quel  regno 
proclamata  li  22  settembre  1702 
diede  incominciamento  all'era  re- 
pubblicana francese;  avvenimento 
strepitoso  le  cui  tremende  e  disgra- 
ziate conseguenze  ancora  deploria- 
mo. Primo  effetto  che  ne  provò 
F  Italia  e  lo  stato  ecclesiastico  fu  il 
gran  numero  de'(  secolari  ed  eccle- 
siastici che  per  non  aver  giurato, 
dovettero  ivi  cercarsi  un  asilo.  In- 
tauto  nel  1795  fu  preposto  alla 
ferrarese  legazione  il  cardinal  Fran- 
cesco Piguattelli .  Rapidissimi  pro- 
gressi facea  quindi  la  rivoluzione 
francese,  e  dilatandosi  era  già  uscita 


166  FER 

in  molte  armate  divisa  dai  propri 
confini  ;  s'era  inoltrata  a  portar  l'al- 
bero simbolico  dell'effimera  libertà 
nelle  Fiandre  austriache ,  e  nella 
Olanda;  avea  oltrepassato  i  Pirenei, 
e  varcato  il  Reno  erasi  affacciata 
alle  Alpi  Cozie.  Sforzate  le  porte 
d' Italia ,  ed  occupato  il  Piemonte, 
gli  altri  popoli  italiani  cominciaro- 
no a  temere  di  loro  sorte;  ed  il 
Papa  non  potè  dubitare  che  i  suoi 
stati  sarebbero  soggetti  alle  comu- 
ni vicende.  Non  ostante  tentò,  ben- 
ché senza  profitto,  la  via  di  qual- 
che trattato  e  maneggio  onde  sal- 
var i  sudditi  dall'imminente  procel- 
la; mentre  i  legati  di  Bologna  e 
di  Ferrara  vedendo  le  due  provin- 
ole per  le  prime  esposte,  presero 
quegli  espedienti  che  giudicarono 
migliori .  Quando  agli  8  maggio 
1796  comparve  in  Ferrara  Erco- 
le III  Rinaldo  duca  di  Modena,  il 
quale  inviato  prima  per  il  Po  a 
Venezia  il  ragguardevole  suo  teso- 
ro, correva  in  compagnia  di  due 
principali  suoi  ministri  a  mettersi 
in  salvo  in  quella  capitale,  giacché 
i  commissari  francesi  in  Eeggio  ed 
in  Modena  aveano  intimato  una 
contribuzione  a  que'  popoli.  Final- 
mente a'  18  giugno  una  colonna 
di  francesi  entrò  a  Bologna,  e  ne 
armò  la  piazza,  venendo  licenziato 
quel  cardinal  legato  Vincenti  con 
tutto  il  ministero.  Indi  a'  1 1  giu- 
gno un  uffiziale  francese  recò  let- 
tere del  suo  generale  al  cardinal 
legato ,  al  giudice  de'  savi,  ed  al 
castellano  della  fortezza,  nelle  qua- 
li col  più  ristretto  e  risoluto  laco- 
nismo intimava  loro ,  che  si  tro- 
vassero sul  mezzogiorno  in  Bolo- 
gna, ad  intendere  la  volontà  del 
medesimo  generale.  Per  prudenza 
il  cardinale  vi  si  recò  col  giudice 
de'  savi    e    col   castellano,  il    quale 


FER 
nella  fortezza  non  aveva  che  un 
tenuissimo  presidio,  e  mancava  di 
istruzioni  per  farsi  rispettare.  Giun- 
ti che  furono  alla  presenza  del  ge- 
nerale in  capo  Napoleone  Bonapar- 
te,  fu  intimato  al  cardinale  e  al  ca- 
stellano di  non  far  più  ritorno  a 
Ferrara,  onde  1'  uno  dopo  qualche 
giorno  fu  lasciato  partire  per  Ro- 
ma, e  l'altro  dichiarato  prigioniero 
di  guerra,  ebbe  poi  facoltà  di  ri- 
tirarsi sulla  parola  alla  sua  patria. 
Il  solo  giudice  de'  savi  fu  riman- 
dato immediatamente  a  Ferrara, 
con  ordine  di  preparare  alloggi  e 
viveri  ad  un  corpo  di  truppa  fran- 
cese destinato  per  questa  città,  e  di 
imporre  al  consiglio  il  giuramento 
di  fedeltà  ed  ubbidienza  alla  re- 
pubblica francese,  a  nome  della 
quale  il  generale  in  capo  promise 
salvezza  alla  religione,  alla  vita,  ed 
alla  proprietà  delle  persone.  Nel  Dia- 
rio Ferrarese  è  riportato  l' elenco 
dei  castellani  della  fortezza ,  come 
dei  prelati  vice-legati,  e  de'  cardi- 
nali legati. 

Al  ritorno  in  Ferrara  del  giu- 
dice de'  savi ,  sul  far  della  notte 
monsignor  vice-legato  partì  per  Ro- 
ma, mentre  la  soldatesca  del  presidio 
della  città  ,  della  fortezza ,  di  Co- 
macchio  e  della  Stellata  prese  la 
fuga.  Rimasta  per  tal  guisa  Ferra- 
ra senza  governo,  e  senza  forza  ar- 
mata, meno  i  birri ,  il  magistrato 
s' incaricò  di  vegliare  al  buon  or- 
dine sino  all'arrivo  de'  francesi.  Nel 
giorno  11  i  centumvirali  consiglie- 
ri presero  1'  accennato  giuramento 
colla  clausola  promessa  dal  gene- 
rale, il  che  poi  fecero  gli  altri  cor- 
pi municipali,  i  giudici,  i  ministri, 
e  l'uno  e  l'altro  clero  pei  loro  rap- 
presentanti. Ricevuto  eh'  ebbe  Na- 
poleone in  Bologna  il  documento 
dell'atto  consigliare,  nel  dì  25  fece 


FER 
uiarciaie  per  Ferrara  dodici  dragoni, 
e  circa  cinquecento  uomini  di  fan- 
teria, i  quali  occuparono  le  porte, 
la  piazza  di  s.   Crespino,  e  la  for- 
tezza ,  ed  agli  stemmi  del  Papa  si 
sostituirono    gli    emblemi    della  li- 
bertà francese  ,    spiegandosi  il  ves- 
sillo repubblicano  a  tre  colori,  ros- 
so, bianco    ed  azzurro.    Tuttavolta 
avendo  poi  voluto  Lugo  e  Cotigno- 
la  opporre  resistenza  al  nemico,  fu- 
rono segno  di  stragi,  di  saccheggio, 
d' incendi     ed    altre     rovine    vera- 
mente deplorabili.    Intanto  Pio  VI 
vedendo  che    non    si  potevano  ar- 
restare  le    vittoriose  armi  francesi, 
eh'  era  inutile  resistere  ad  una  for- 
za che  1'  opinione    e  le  circostanze 
mostravano  invincibile,  a*  iZ  giu- 
gno medesimo    1 796  fece  conchiu- 
dere   un    armistizio ,    i  cui  articoli 
sebbene   gravosi    ed    umilianti,  fu- 
rono nondimeno  creduti    indispen- 
sabili da  Pio  VI,  e  dalla  sua  con- 
gregazione cardinalizia    di  stato  di 
piena   ratifica.    Oltre    la    perdita  e 
sagrifizio  di  gran  parte  de* suoi  stati, 
cioè  della   legazione  di  Bologna,  di 
questa  di  Ferrara,  e  della  città  di 
Faenza,  ed  oltre  alla  richiesta  pur 
umiliante  di  dover  chiedere  scusa  al 
direttorio  di  Parigi  per  la  morte  del 
francese  Basville ,  trucidato  in  Ro- 
ma dal  popolo    per    le  sue  gravis- 
sime   provocazioni     rivoluzionarie, 
dovè   Pio  VI    anche   soggiacere  ad 
altre   dure   obbligazioni.    Indi    a'  9 
luglio  Bonaparte  riunì  in  una  sola 
le    due    repubbliche    da    sé  prima 
formate ,   Cispadana  e  Traspadana, 
poscia    regno   d' Italia ,    di  cui  poi 
fu  coronato    re    nel     i8o5;    e  per 
meglio  sistemarla,  e  maggiormente 
ingrandirla,    vi   fece  riunire  le  le- 
gazioni   di    Ferrara  e    di  Bologna, 
come  pure  l'Emilia  ed  altri  popo- 
li, proclamando    cosi   la  nuova  re- 


FER  167 

pubblica  indipendente.  I  direttori 
di  essa  credendosi  autorizzati  a  fer- 
ia riconoscere  per  tale  dalle  poten- 
ze, ebbero  l' impudenza  di  spedire 
a  Roma  un  ministro  coli'  opportu- 
ne credenziali,  perchè  fosse  ricono- 
sciuta da  Pio  \  I  come  potenza  in- 
dipendente, e  fu  obbligato  riguar- 
darla per  tale;  in  contraccambio  in- 
viò quindi  un  suo  pontificio  rap- 
presentante colla  qualifica  d' invia- 
to della  santa  Sede,  nella  persona 
del  maggior  Bussi ,  divenendo  il 
Ferrarese  il  dipartimento  del  bas- 
so Po. 

Non  mancando  di  pretesti  i  fran- 
cesi per  compiere  l' intera  occupa- 
zione dello  stato  pontificio,  e  ilde- 
tronizzamento    di    Pio  VI ,    questi 
volendo    esaurire    l' obbligo  di    so- 
vrano, oppose  la  forza  alle  loro  ul- 
teriori   esigenze  ;  ma    siccome    più 
potenti  e  forti,  facile  fu  il  superar- 
la a  Faenza  (Vedi),  seguendo  im- 
mediatamente 1'  invasione  del  resto 
dello  stato.  Allora  Pio  VI  costret- 
to da  imperiosa  necessità    doman- 
dò la  pace,  coli' influente  mediazio- 
ne del  cardinal  Mattei  arcivescovo 
di  Ferrara,  assai    stimato  dal  for- 
tunato    conquistatore     Napoleone  , 
onde    dessa    fu  conchiusa    e    sotto- 
scritta  a'  19  febbraio   1797  a  To- 
lentino, dovendo  il  Pontefice  sotto- 
porsi    ad    incredibili    privazioni    e 
sommi   sagrifizi,  come  a    rinunzia- 
re formalmente  i  suoi  sovrani  diritti 
sopra  Avignone,    il  contado  Veno- 
sino ,    e  sopra   le  tre    legazioni  di 
Bologna,  di  Ferrara    e    di    Roma- 
gna.   Il    cardinal    Mattei   come     il 
primo  de' plenipotenziari   pontificii, 
sottoscrisse  1'  accordo  contenuto  in 
ventisei  articoli  che  si   ledono  nel 
Beccattini,  Storia  di  Pio    VI,  tom. 
IV,  pag.  69  e    seg.  Ciò    non  per- 
tanto nell'anno   seguente  i   repub- 


168  FÉ  li 

blicani  francesi,  profittando  della 
uccisione  del  general  Duphot,  ef- 
fettuarono l' intera  invasione  dello 
stato  della  Chiesa,  ed  a'20  febbraio 
1798  fecero  prigioniero  Pio  VI,  e 
lo  portarono  in  Francia,  morendo 
in  Valenza    nell'agosto   1799. 

Ma  ritornando  a  Ferrara  e  sua 
provincia,  essa  soggiacque  a  tutti  gli 
onori  che  vi  commisero  i  repub- 
blicani con  ruberie,  imposizioni,  e 
proscrizione  di  qualunque  culto  re- 
ligioso, persecuzione  degli  ecclesia- 
stici ,  non  che  alla  coscrizione  o 
leve  d'uomini  per  l'esercito  fran- 
cese, per  cui  molti  giovani  prefe- 
rirono l'abbandono  della  patria, 
che  far  parte  di  sanguinose  guer- 
re. Nell'aprile  1799  però  incomin- 
ciarono le  ostilità  tra  gli  austriaci 
e  i  gallo-cisalpini  ne' dintorni  di 
Verona,  e  siili'  Adige,  ove  i  secon- 
di furono  vinti,  e  i  vincitori  en- 
trarono in  Milano;  indi  altre  cit- 
tà e  luoghi  della  Lombardia  cad- 
dero in  potere  degli  austriaci  o 
de'  russi  ad  esso  loro  collegati,  e 
combattenti  in  modo  che  nel  Fer- 
rarese si  riteneva  prossima  la  ve- 
nuta degli  austro-russi  ;  giacché  ave- 
vano occupato  Reggio  e  Modena 
cacciandone  i  gallo  cisalpini.  Allora 
i  francesi  per  cattivarsi  la  benevo- 
lenza del  popolo  ripristinarono  il 
pubblico  esercizio  del  culto  religio- 
so, mentre  non  tardarono  gli  au- 
stro-russi ad  impadronirsi  del  Fer- 
rarese, del  Lughese,  e  del  Rave- 
gnano  territorio  nel  mese  di  mag- 
gio, colle  solite  conseguenze  che 
portano  le  truppe,  sebbene  vanti- 
no di  liberare  i  popoli  dall'altrui 
oppressione.  Il  presidio  cisalpino  di 
Lugo  affrontò  gli  austriaci,  ma  fu 
sbaragliato,  ed  intanto  a'  3o  luglio 
Mantova  cadde  in  potere  dei  me- 
desimi austriaci,  cui  segui  la  presa 


FER 
di  Ancona.  Nel  mese  di  marzo 
1 800  ,  e  nel  conclave  di  Venezia 
venne  eletto  il  Pontefice  Pio  VII; 
ma  dopo  la  memorabile  battaglia 
di  Marengo  gli  austriaci  dovendo 
ritirarsi  dietro  la  linea  del  Mincio, 
i  francesi  d'  un  tratto  divennero  si- 
gnori di  Genova,  Savona,  Coni,  Ce- 
va  ,  Torino  ,  Tortona,  Alessandria  , 
Milano,  Pizzighetlone,  Arona,  della 
Liguria,  del  Piemonte,  e  della  re- 
pubblica Cisalpina,  per  cui  i  pa- 
triotti  partigiani  della  repubblica 
di  nuovo  eressero  gli  alberi  della 
libertà  nel  Ferrarese. 

Dopo  aver  fatto  il  Ferrarese 
parte  del  regno  italico,  debellato 
dalle  potenze  alleate  Napoleone 
Bonaparte,  il  Ferrarese  nel  1814 
fu  occupato  dagli  austriaci  ,  ed  in 
forza  del  celebre  congresso  di  Vien- 
na del  181 5  desso  colle  altre  le- 
gazioni fu  restituito  al  pieno  do- 
minio della  santa  Sede,  ed  a  Pio 
VII.  Questo  Pontefice  nel  1800  era 
stato  reintegrato  de'  suoi  domimi  ad 
eccettuazione  delle  legazioni  e  di 
altre  provincie,  che  descrivemmo  al 
volume  XIX,  pag.  206  del  Dizio- 
nario; ma  avendo  gì' imperiali  fran- 
cesi occupato  i  medesimi  di  nuovo, 
nel  1809  l'avevano  imprigionato  e 
condotto  in  tal  modo  in  varie  par- 
ti, finché  nel  1814  riebbe  lo  stato, 
e  fece  ritorno  gloriosamente  in 
Roma.  Qui  va  notato  che  nella  re- 
stituzione della  provincia  di  Fer- 
rara, come  superiormente  si  disse, 
quella  parte  che  a  lei  spettava, 
posta  sulla  riva  sinistra  del  Po , 
restò  all'Austria;  e  si  convenne 
che  quella  potenza  tenesse  guarni- 
gione nella  fortezza  di  Ferrara,  ed 
in  Comacchio.  Il  cardinal  Consalvi 
a' 5  luglio  18 1 5  partecipò  in  no- 
me di  Pio  VII  alle  legazioni  il  de- 
creto   di   restituzione  del  congresso 


FER 

alla  santa  Sede;  indi  a'  18  dello 
stesso  mese  il  barone  Stefanini  le 
rimise  nelle  mani  dei  delegati  apo- 
stolici. Neil' anno  seguente  Pio  "VII 
delle  tre  provincie  di  Ferrara,  Ra- 
venna o  Romagna,  e  Bologna  for- 
mò tre  legazioni ,  al  modo  che 
dicesi  all'  articolo  Delegazioni  apo- 
stoliche (Vedi) ,  e  per  quarta  fece 
Forlì:  ivi  è  pure  riportato  quanto 
riguarda  il  riparto,  e  la  forma  di 
governamento  sì  di  Leone  XII, che 
del  regnante  Gregorio  XVI.  A  le- 
gato di  Ferrara  Pio  VII  vi  prepo- 
se il  cardinal  Tommaso  Arezzo,  e 
per  vice-legato  monsignor  Alessan- 
dro Giustiniani  poi  cardinale;  e 
Leone  XII  il  confermò  nella  lega- 
zione, nel  qual  tempo  si  stabilì  in 
Ferrara  la  residenza  dell'ordine  e- 
questre  gerosolimitano,  trasferitovi 
da  Catania  nell'agosto  1826.  Po- 
scia questo  nobilissimo  ordine  nel 
luglio  i834  fissò  la  sua  residenza 
in  Roma  nella  persona  del  suoba- 
lio  luogotenente  del  magistero  fra 
Carlo  Candida  eletto  dal  Papa,  e 
deprimali  membri  dell'ordine.  Pio 
Vili  nel  i83o  die  in  successore  al 
cardinal  Arezzo  il  cardinal  Dome- 
nico De  Simone;  facendo  vice-le- 
gato monsignor  Fabio  Asquini,  avan- 
ti che  il  primo  lasciasse  la  lega- 
zione. Intanto  essendo  in  detto  an- 
no a'  3o  novembre  morto  il  Papa, 
il  cardinal  De  Simone  si  portò  in 
Roma  al  conclave,  laonde  il  sagro 
collegio  inviò  in  Ferrara  per  pro- 
legato monsignor  Paolo  Mangelli 
Orsi,  al  presente  cardinale,  ritiran- 
dosi monsignor  Asquini  ad  Udine 
sua  patria  con  permesso  del  sagro 
collegio.  Durante  la  pro-legazione 
scoppiò  la  rivoluzione  in  Bologna, 
che  si  propagò  in  diverse  provin- 
cie dello  stato  ecclesiastico  ,  e  in 
Ferrara  a'   7   febbraio   i83i,  iguo- 


FER  169 

raudosi  in  tali  luoghi  che  a'  3  del- 
lo stesso  mese  era  in  Roma  stato 
eletto  in  sommo  Pontefice  il  re- 
gnante Gregorio  XVI. 

In  Ferrara  monsignor  Mangelli 
fu  forzato  a  partire,  e  si  scelse  un 
governo  provvisorio,  di  cui  fecero 
parte  alcuni  probi  cittadini  .  Indi 
si  organizzò  la  guardia  civica,  e 
fra  gli  alti  tumultuari  di  quell'e- 
poca infelice,  non  è  da  tacersi  la 
espulsione  de'  benemeriti  gesuiti  dal 
loro  collegio,  di  cui  era  degno  ret- 
tore il  p .  Giovanni  Perrone,  che 
poi  si  è  reso  tanto  celebre  coli'  o- 
pera  sulla  teologia,  della  quale  già 
si  hanno  diverse  edizioni  e  tradu- 
zioni in  più  lingue;  ma  i  gesuiti 
col  ripristinameuto  del  governo  le- 
gittimo, con  plauso  de' buoni,  fu- 
rono reintegrati  del  collegio.  Anche 
il  resto  della  provincia  ferrarese  si 
rivoluzionò  per  opera  di  alcuni, 
ovvero  si  adattò  al  nuovo  ordine 
di  cose.  Fu  breve  però  questa  ri- 
voluzione di  alcune  provincie  dello 
stato  pontificio,  ed  in  Ferrara  durò 
meno  che  nelle  altre  tre  legazioni. 
La  santa  Sede  invocò  il  braccio 
delle  armate  austriache  ,  le  quali 
prima  di  avanzarsi  nelle  altre  le- 
gazioni, occuparono  Ferrara,  nella 
cui  fortezza  già  erano  in  guarni- 
gione pel  trattato  di  Vienna .  In- 
tanto il  cardinal  Bernetti  segreta- 
rio di  stato,  a  mezzo  del  generale 
in  capo  delle  truppe  tedesche  ba- 
rone Frimont,  ordinò  a  monsignor 
Asquini  eh'  era  ancora  in  Udine, 
di  partire  subito  per  Ferrara  on- 
de prendere  le  redini  del  governo 
della  provincia  nella  qualità  di  vi- 
ce-legato, mentre  le  truppe  austria- 
che avrebbero  occupato  la  città, 
ciocché  si  verificò  a' 6  marzo,  co- 
mandate dal  tenente  maresciallo 
principe  di  Benlheim,  che  prese  al- 


lyo  FER 

loggio  nel  castello.  11  prelato  giun- 
se nella  città  la  sera  seguente,  e 
all'  indomani  si  cantò  nella  catte- 
drale il  solenne  Te  Deum  in  rio* 
graziameuto  a  Dio  del  ristabilimen- 
to del  governo  pontificio,  e  della 
elezione  del  nuovo  Pontefice,  ciò 
che  non  potè  prima  aver  luogo  per 
la  seguita  rivoluzione.  V  interven- 
nero l' arcivescovo  monsignor  Fi- 
lonardi ,  il  principe  di  Bentheim, 
il  vice-legato ,  e  le  autorità.  JNfel 
breve  intervallo  che  corse  tra  la 
occupazione  di  Ferrara  dalle  forze 
austriache,  e  l' arrivo  del  prelato, 
alcuni  cittadini  coti  intelligenza  del 
comandante,  in  nome  del  Papa  as- 
sunsero il  governo,  chiamandosi 
reggenza  pontificia  della  città  e 
provincia  di  Ferrara  .  Frattanto  il 
presidente  del  governo  provvisorio 
di  Bologna,  e  delle  così  dette  pro- 
vincie  unite  italiane,  fece  una  spe- 
cie di  protesta  per  l' occupazione 
di  Ferrara  fatta  dagli  austriaci. 

Il  giorno  21  marzo  il  barone 
Frimont  principe  di  Antrodoco  , 
fece  il  -suo  ingresso  in  Bologna  al- 
le ore  dodici  meridiane;  e  le  trup- 
pe che  si  trovavano  in  Ferrara 
col  principe  di  Bentheim  ancor  esse 
marciarono.  I  ribelli  abbandonaro- 
no la  città  e  fuggirono  verso  An- 
cona, conducendo  seco  loro  come 
in  ostaggio  il  cardinal  Benvenuti 
legato  a  Intere.  Tutto  ciò  produs- 
se che  V  intera  provincia  di  Ferra- 
ra si  sottopose  al  legittimo  gover- 
no di  Gregorio  XVI.  Allora  il  car- 
dinal Opizzoni  arcivescovo  di  Bo- 
logna fu  dichiarato  dal  Papa  lega- 
to a  Intere  delle  quattro  legazioni, 
e  monsignor  Asquini  come  vice-le- 
gato governò  Ferrara  sotto  la  sua 
dipendenza.  Verso  il  mese  di  giu- 
gno cessò  il  cardinale  nella  lega- 
zione a  lettere,  e  le  legazioni  si  res- 


FER 
sero  ciascheduna  da  sé  col  mezzo 
di  un  pro-legato,  e  di  una  congre- 
gazione governativa,  gli  uni  e  le  al- 
tre nominati  dal  Papa.  In  Ferra- 
ra assunse  perciò  il  titolo  di  pro- 
legato monsignor  Asquini,  e  con 
tal  dignità  e  titolo  la  governò  sino 
circa  alla  metà  del  i836:  le  altre 
legazioni  ebbero  per  pro-legali  tre 
signori  secolari ,  dopo  aver  Ferrara 
spedito  a  Roma,  come  fecero  le  altre 
Provincie  e  luoghi  insorti,  deputa- 
zioni a  promettere  al  regnante  Pon- 
tefice fedeltà  e  sommissione.  Il  per- 
chè il  Papa  fece  pubblicare  il  ce- 
lebre editto  sui  sedotti  e  sui  se- 
duttori, mentre  1'  ambasciatore  di 
Francia  presso  la  santa  Sede  pub- 
blicò una  nota,  negando  per  parte 
della  Francia  la  protezione  vanta- 
ta dai  ribelli.  Avendo  il  governo 
pontificio  accresciuto  notabilmente 
la  truppa  di  linea,  gli  austriaci  do- 
po alcuni  mesi  che  occupavano  le 
legazioni,  si  ritirarono,  stabilendosi 
in  pari  tempo  nelle  medesime  le- 
gazioni d'ordine  del  Papa  le  guar- 
die civiche.  Intanto  fu  istituita  la 
legazione  di  Urbino  e  Pesaro,  co- 
me la  legazione  di  Velletri  nell'an- 
no seguente;  divenendo  così  sei  le 
pontificie  legazioni.  Si  pubblicò  l'e- 
ditto sull'ordinamento  delle  comu- 
nità e  delle  provincie.  Camerino , 
Ascoli,  Rieti  e  Civitavecchia  furo- 
no ristabilite  in  delegazioni  :  indi 
fu  pure  pubblicato  il  regolamento 
legislativo  per  l' ordinamento  giu- 
diziario, cioè  il  regolamento  orga- 
nico dei  tribunali  di  Roma,  e  del- 
lo stato;  le  prescrizioni  per  le  cau- 
se del  fisco,  per  le  cause  ecclesia- 
stiche, pei  giudici  che  debbono  giu- 
dicarle; ed  il  regolamento  organi- 
co di  procedura  criminale  e  di  pro- 
cedura civile.  Fu  ripristinato  il  tri- 
bunale di  appello  in   Macerata  ;    e 


FER 

siccome  Bologna  si  oppose  agli  ul- 
timi regolamenti,  venne  punita.  La 
ritirata  delle  truppe  tedesche,  segui- 
ta nel  mese  di  luglio,  fu  dannosa 
alle  legazioni ,  dappoiché  nelle  tre 
legazioni  di  Bologna,  Ravenna  e 
Forlì,  e  nella  Romagnola  soggetta 
alla  legazione  di  Ferrara  ebbero 
luogo  delle  sedizioni,  e  quasi  una 
nuova  rivoluzione,  sebbene  paten- 
temente non  si  fosse  dichiarato  de- 
stituito il  governo  pontificio. 

Nel  i832  essendosi  concentrate 
le  truppe  pontificie  ai  confini  del- 
le quattro  legazioni,  ebbero  ordine 
di  marciare  nelle  medesime,  onde 
porre  termine  ai  disordini  delle  le- 
gazioni. Il  cardinal  Albani  legato 
di  Urbino  e  Pesaro  fu  dal  Papa 
nominato  commissario  apostolico 
straordinario  delle  quattro  legazio- 
ni di  Bologna,  Ferrara,  Ravenna  e 
Forlì,  quindi  colle  medesime  trup- 
pe incominciò  il  suo  ingresso  da 
Forlì.  Ivi  nacque  grave  trambusto, 
il  perchè  il  cardinal  commissario 
si  vide  costretto  di  richiamare  le 
truppe  austriache  a  coadiuvare  le 
papali.  Quelle  tanto  dalla  parte  di 
Modena,  che  di  Ferrara  ove  eran- 
si  concentrate ,  entrarono  nelle  le- 
gazioni ,  e  così  venne  dato  riordi- 
namento alle  cose  pubbliche.  Ciò 
non  pertanto  venendo  Ancona  agi- 
tata da  molti  ostinati  ribelli,  a'  2  1 
giugno  contro  questi  fu  pubblicata 
la  scomunica  maggiore;  laonde  di- 
poi vi  rientrò  il  delegato  pontificio 
nella  persona  di  monsignor  Gaspa- 
re Grasselli  ni,  mentre  venne  posto 
in  esecuzione  il  nuovo  regolamento 
sui  delitti  e  sulle  pene.  Nel  com- 
missariato delle  legazioni  era  suc- 
cesso monsignor  Giacomo  Brignole 
ora  cardinale,  quando  nel  1 833  fu 
latto  commissario  straordinario  pel 
governo  delle  legazioni  al  di  là  di 


FÉ  II  171 

Pesaro  il  cardinal  Ugo  Pietro  Spi- 
nola s  continuando  nelle  rispettive 
legazioni  i  prò- legati  secolari,  cioè 
in  Bologna  il  conte  Cesare  Alessan- 
dro Scarselli,  in  Forlì  il  marchese 
Paolucci  de  Calboli,  ed  in  Raven- 
na il  cav.  Gio.  Battista  Codronchi 
Ceccoli  ,  mentre  in  Ferrara  conti- 
nuò ad  essere  pro-legalo  monsignor 
Asquini.  Fu  in  quest'anno  che  la 
segreteria  di  stato  fu  divisa  in  due 
segreterie,  l'una  propriamente  det- 
ta segreteria  di  stato,  l'altra  segre- 
teria per  gli  affari  di  stalo  interni, 
e  ad  ambedue  si  die  un  cardinale 
per  segretario.  Nel  1 834  ne"e  le- 
gazioni furono  istituiti  i  volontari 
pontificii,  specie  di  corpi  di  guar- 
die civiche,  e  s'incominciò  a  pub- 
blicare la  raccolta  delle  leggi  e  di- 
sposizioni di  pubblica  amministra- 
zione. Nel  i835  venne  pubblicata 
la  nuova  tariffa  delle  monete,  e  se- 
guì la  coniazione  di  tutte  le  mo- 
nete in  proporzione  decimale  nel- 
le zecche  di  Roma  e  Bologna  :  il 
cardinal  Vincenzo  Macchi  successe 
nel  commissariato  al  cardinal  Spi- 
nola. 

Ritornando  a  Ferrara ,  monsi- 
gnor Asquini  fu  fatto  delegato  apo- 
stolico di  Ancona  ,  succedendogli 
nella  pro-legazione  monsignor  An- 
ton Maria  Cagiano  de  Azevedo. 
Monsignor  Asquini  durante  il  suo 
governo  in  Ferrara,  mediante  pie 
elargizioni,  fu  il  principal  fondato- 
re della  casa  di  ricovero  ed  in- 
dustria per  le  fanciulle  che  pri- 
ve di  mezzi  di  sussistenza ,  o  ab- 
bandonate dai  parenti,  facilmen- 
te cadevano  nei  lacci  del  mon- 
do. Prima  si  prese  una  casa  a  fit- 
to ,  poi  alla  partenza  de'  membri 
dell'ordine  gerosolimitano  per  Ro- 
ma ,  il  Pontefice  concesse  allo  sta- 
bilimento   il    convento    o  locale  di 


i72  FER 

s.  Gio.  Battista  che  spettava  al  no- 
minato ordine  equestre.   Vi  fu  sta- 
bilito   a  presidente    il    preside   pio 
tempore  della  provincia,  a  vice-pre- 
sidente   il    gonfaloniere,    ed  alcuni 
cittadini  in  deputati  al  suo  gover- 
namelo; e  già    numerose  sono  le 
fanciulle    ricovra  te,  perchè    fiorisce. 
Fra  i  suoi    insigni    benefattori  no- 
mineremo  a   cagione    di    onore    il 
marchese  Alessandro  Fiaschi,  ed  il 
cav.  Silvestro  Camerini  che  forma- 
no parte  de' superiori    deputali  del 
medesimo,  ed    eziandio  il  beneme- 
rito   prelato    pro-legato,    a    cui  fu 
«•etto  nello  stabilimento  una  rico- 
noscente   marmorea    iscrizione,    ed 
un  busto  di    marmo    opera  dell'  e- 
gregio  scultore    Francesco  Vidoni , 
di  cui  ne  riporta    l' incisione  come 
l' iscrizione,  e  1'  origine  dello  stabi- 
limento, l' Album    nel  tom.  IV,  di- 
stribuz.  II,  mediante  l'articolo  scrit- 
to dal  eh.  Giuseppe  Maria  Bozoli. 
Nella  stessa  pro-legazione  di   mon- 
signor  Asquini  ebbe  luogo  l'erezio- 
ne della  statua    colossale  di  Lodo- 
vico   Ariosto    nella    piazza    per  lui 
delta  Ariostea  ,  scolpita  in  marmo 
dal   lodato   Vidoni ,  che  ci  rappre- 
sentò il   gran  poeta    come  inspira- 
to dalle  muse  :    nella  colonna    che 
gli  serve  di    base  fu    incisa  questa 
iscrizione  :  a  Lodovico    Ariosto  la 
patria.     Finalmente    a'   i5    luglio 
i836  fu  dal  Papa  sciolto  il  com- 
missariato   di  Bologna,  e  ristabili- 
to nelle  legazioni  di  Bologna,  Fer- 
rara ,  Ravenna  e  Forlì    il  governo 
dei  cardinali  legati.  Dopo  poco  più. 
di  un  anno  che  monsignor  Cagiano 
amministrava  la  provincia,  fu  pro- 
mosso a  segretario  di  consulla,  e  ri- 
mise il  governo  nelle  mani  del  car- 
dinal Gabriele  della   Genga  arcive- 
scovo   di  Ferrara  ;    quindi    Grego- 
rio XVI    dichiarò    legato    aposloli- 


FER 

co  in  Ferrara  il  cardinal  Giu- 
seppe Ugolini,  che  meritò  di  esse- 
re confermato  dopo  il  primo  trien- 
nio, ed  attualmente  con  zelo  e  pru- 
denza governa  la  legazione.  Oltre 
i  citati  storici,  scrissero  la  storia  di 
Ferrara  i  seguenti  scrittori. 

Girolamo    Baruffa  Idi    il  seniore, 
Dell'  istoria    di  Ferrara  libri  IX , 
dall'anno  i655  sino  al  17003  Fer- 
rara 1700.  Gio.  Vincenzo  Bonomi, 
De  sita,  aauisy  aere,  et  morbis  etri' 
deiniis  Ferrariae  disscrtatio,  Ferra- 
riae  1781.   Pirro  Ligorio,  Dell'  an- 
tichità di  Ferrara,  Venezia  1675. 
Questa  opera  venne  tradotta  in  la- 
tino ,    e    per  errore    attribuita    ad 
Alfonso  Cagnaccini    con    questo  ti- 
tolo :  Fragmenlum   historicum  anli- 
quitalis   urbis  Ferrariae  ,  exstat  in 
Graev.    Thes.   antiq.    et    hist.  Ital. 
tom.  VII,  p.  1,    1676.    Chronichon 
Ferraiiense    ab    orìgine    Ferrariae 
adanno  1264,  exstat  inter  Rerum 
ital.  script.,    tom.  VIII.    Compen- 
diosa descrizione  dello  stato  di  Fer- 
rara, ivi  1 663.    Lettera  di  un  fer- 
rarese ad  un  suo  amico  in  corre- 
zione di  alcuni   suoi   errori  conte- 
nuti nella  storia  di  Ferrara  di  Gi- 
rolamo  Baruffaldi,  Padova    1713. 
Gio.    Battista    Minzoni,  Riflessioni 
sulla  memoria  pubblicata  dal  Pas- 
seri intorno  una    lapide  trovala  in 
Voghenza  nel  Ferrarese  tanno  1671, 
Venezia  1780.    Dominicus  Tuscus, 
De  Ferrariae  civitatis,  et  ej'us  sla- 
tutis  etc.    in    conci.  Praet.  ut    Jur. 
L.  F.  Giuseppe  Bartoli,  Stato  di  tut- 
te l'entrate  e  spese    della    città  dì 
Ferrara,  colla  spiegazione,  dell  ori- 
gine di  ciascuno  de'  membri,  Fer- 
rara  1712.  Antonio  Musa   Brasavo- 
la.    Opuscula  varia  h.  e.  de  coena 
et  prandio,  de  temperie  aeris  Fer- 
rariens.  commentario,  in  prognosti- 
ca etc. ,  liguri  i5J5.    11  Baruffai- 


\ 


FER 
di  ci  die  il  Commentario  dell'iscri- 
zione eretta  nello  studio  di  Ferra- 
ra in  memoria  di  Antonio  Afusa 
Brasatoli,  in  cui  si  tratta  della 
famiglia  Brasatoli.  Alberto  Pen- 
na, Descrizione  compendiosa  dello 
stato  di  Ferrara,  ivi  i663.  Giu- 
seppe Mani  ni,  Compendio  della 
storia  sagra  e  politica  di  Ferra- 
ra. Degli  storici  ferraresi  ne  trat- 
ta il  Frizzi  nel  tom.  I  delle  sue 
Memorie  a  pag.  XII.  Del  sigillo  di 
Ferrara  ne  parla  il  Muratori  al 
tom.  II,  pag.  ^i5  delle  sue  Disser- 
tazioni. 

Finalmente  noteremo,  che  la  cit- 
tà di  Ferrara  ha  per  protettore 
un  cardinale,  essendo  l'odierno  il 
cardinal  Giacomo  Filippo  Fransoni 
di  Genova  per  cui  va  letto  l'opu- 
scolo intitolato  :  Prose  e  rime  de- 
gli accademici  A  ri  os  tei,  lette  nel- 
la solenne  adunanza  del  1 3  giugno 
1 84 1  ì  assumendo  il  prolettorato 
della  città  di  Ferrara  t eminenlis- 
simo  cardinal  Giacomo  Filippo 
Fransoni,  Ferrara  1841,  tipografia 
di  Gaetano,  Bresciani.  INel  suppli- 
mento  al  mini,  66  del  Dia? io  di 
Roma  del  1S42  si  legge  non  solo  la 
descrizione  delle  feste  fatte  in  Fer- 
rara per  il  nuovo  cardinal  protet- 
tore ,  e  quelle  per  la  conferma  di 
legato  per  altro  triennio  al  cardi- 
nal Ugolini  ;  ma  sono  enumerate 
le  beneficenze  accordale  dal  regnan- 
te Gregorio  XVI  alla  città  e  pro- 
vincia di  Ferrara.  Ivi  si  fa  memo- 
ria della  sedia  accordata  ai  giure- 
consulti ferraresi  nel  tribunale  di 
appello  di  Bologna ,  dei  cui  giu- 
dizi formano  tanta  parte  gì'  inte- 
ressi privati  del  vasto  e  fertile  ter- 
ritorio ferrarese;  le  opere  pubbli- 
che e  sontuose  approvate  ,  incorag- 
gite  ed  aiutate;  autorizzate  ed  aper- 
te strade  e  ponti;  agevolato,  e  gra- 


FER  i73 

zie  concesse  all'abbellimento  della 
città,  ed  al  commercio,  con  appro- 
vazione di  nuovi  canali  e  naviga- 
zione; condonazioni  e  concessioni  al 
comune;  pronti  e  paterni  soccorsi 
nelle  calamità  ed  inondazioni  re- 
centi ;  distinzioni  ed  onori  compar- 
titi alle  persone  di  parecchi  tra  i 
suoi  gonfalonieri  al  dimetter  degli 
uffici  j  conferma  de' privilegi  specia- 
lissimi accordati  ai  professori  della 
sua  celebre  università;  facoltà  co- 
muni con  le  università  di  prima 
classe,  ai  collegi  di  questa  ;  istitu- 
zione di  una  scuola  speciale  idrau- 
lica, graziosamente  restituita  alla 
città,  che  in  queste  discipline  e  ma- 
terie tanto  in  ogni  tempo  si  distin- 
se; una  scuola  agraria  per  ultimo 
esercitata  nella  città  capo  di  un 
territorio  eminentemente  agricola  , 
per  tacere  di  tanti  altri  benefizi  ed 
onorificenze. 

Non  si  può  stabilire  con  sicu- 
rezza l'epoca  dell'origine  della  se- 
de vescovile  di  Ferrara,  come  del- 
la predicazione  del  vangelo  nel  Fer- 
rarese. Che  Ferrara,  dacché  prese 
forma  e  grado  di  città,  non  ricono- 
scesse altro  culto  religioso  fuorché 
il  cristiano,  sembra  cosa  da  non  met- 
tersi in  dubbio.  Sorla  bensì  questa 
città  in  tempo  incerto,  ma  tuttavia 
con  tutta  la  probabilità  comparsa  so- 
lo ne'bassi  secoli,  trovò  con  tutta  la 
verosimiglianza  dissipala  in  queste 
contrade  affatto  la  gentilesca  super- 
stizione, che  vi  aveva  dominato 
sotto  i  romani,  e  seguitò  la  religio- 
ne di  Gesti  Cristo,  che  siccome  lo 
era  in  Ravenna  ,  in  Bologna ,  in 
Comacchio ,  e  nelle  altre  città  al- 
l' intorno  più  antiche  di  lei ,  così 
in  queste  paludi  doveva  essere  sta- 
ta per  tempo  introdotta.  Quindi 
troppo  giusta  e  ragionevole  è  sta- 
ta <[uv.ìl'  Apologia   in  difesa  dell'ori- 


174  FER 

gine  della  città  di  Ferrara  nata 
cristiana  di  religione,  e  non  idola- 
tra come  pretende  il  dottor  Ber- 
nardo Tanucci,  di  Girolamo  Baruf- 
faldi  il  seniore,  exstat  nel  tona.  VI 
degli  Opuscoli  del  Calogerà  stani p. 
del  1732.  E  un  mero  effetto  del- 
la voracità  del  tempo,  come  si  e- 
sprime  il  Frizzi  nel  tom.  V,  pag. 
265,  se  non  restano  al  giorno  pre- 
sente indizii  e  prove  della  vera  re- 
ligione tra  i  ferraresi  stabilita,  più 
antichi  dell'anno  858.  Del  928  poi 
ci  si  manifesta  una  chiesa  al  mar- 
tire s.  Giorgio  consagrata  ,  ed  una 
casa  ad  essa  unita,  le  quali  poi  in- 
numerabili documenti  posteriori  af- 
fermano che  furono  l' una  la  cat- 
tedrale, l'altra  l'abitazione  del  ve- 
scovo. Parlando  il  Frizzi  nel  luogo 
citato",  dell'antichità  del  culto  dei 
ferraresi  a'ss.  Giorgio  e  Maurelio,  di- 
ce che  per  1'  avvocazia  di  s.  Giorgio 
fu  sempre  dai  ferraresi  distinto  il 
giorno  dalla  Chiesa  dedicato  a  que- 
sto santo.  Appresso  s.  Giorgio  ve- 
nerano i  ferraresi  per  loro  com- 
protettore s.  Maurelio:  di  lui,  fuori 
dell'antico  culto,  e  della  dignità 
sua  vescovile  ferrarese,  nulla  si  sa 
con  sufficiente  certezza ,  ad  onta 
che  varie  leggende  furono  date  di 
lui  alle  stampe.  Può  forse  aver  s. 
Maurelio  governata  la  chiesa  di 
Ferrara  fra  il  vescovo  Costantino 
dell' 861,  e  Viatore  dell' 869,  o 
tra  questi  e  Martino  del  q55  ,  o 
tra  Martino  e  Leone  del  970  ,  o 
tra  Leone  e  Gregorio  del  998,  o 
prima  d' Ingone  del  io  io,  o  di 
Rolando  del  io3i,  e  cosi  di  qual- 
che altro  di  quell' oscurissimo  se- 
colo. Ecco  dunque  ,  soggiunge  il 
Frizzi ,  senza  la  supposta  necessità 
di  una  cattedra  in  Voghenza,  sal- 
vato s.  Maurelio  ,  la  sua  sede  epi- 
scopale in   Ferrara  ,    e  la   pubblica 


FER 

divozione  de'  ferraresi.  Di  poi  i  ss. 
Pietro,  Pàolo,  e  Romano  al  pari 
di  s.  Giorgio  furono  noverati  fra  i 
protettori  di  Ferrara. 

Quanti  hanno  parlato  di  Voghen- 
za,  villaggio  posto  nel  centro  del 
Polesine  di  s.  Giorgio,  lungi  da 
Ferrara  a  levante  dieci  miglia,  tan- 
ti 1'  hanno  chiamato  in  latino  or 
per  volerlo  nobilitare  Vicus  Aven- 
tinus,  e  Vicus  Egonum,  ora  per  re- 
lazione di  antiche  carte  Vicohaben- 
tia  e  Ficoventia,  e  1'  hanno  talora 
con  certezza,  e  talvolta  con  aspetto 
di  grande  probabilità  asserito  città 
un  tempo,  e  sede  di  un  antico  ve- 
scovato. Le  due  prime  denomina- 
zioni, dice  il  Frizzi  nel  tom.  I,  pag. 
182,  non  si  provano;  le  seconde 
col  titolo  di  città  e  coli'  onorevo- 
le prerogativa  della  sede  vescovile, 
colla  solita  sua  profonda  erudizio- 
ne, e  piena  cognizione  storica  di 
ciò  che  riguarda  Ferrara,  impren- 
de ad  esaminare,  per  cui  noi  solo 
ci  limiteremo  a  qualche  cenno  del 
molto  eh'  egli  narra  .  Egli  sostiene 
che  siamo  mancanti  di  prove,  che 
Voghenzr.  essendo  divenuta  molto 
popolosa  meritasse  nel  IV  secolo  di 
essere  dichiarata  città,  e  fatta  sede 
di  un  vescovo  dal  Papa  s.  Silve- 
stro I,  ad  onta  che  lo  affermino 
parecchi  storici  ferraresi,  il  Rossi, 
l'Ughelli,  il  Ciampini,  l'Amadesi,  ed 
il  Mani  ni,  il  primo  de'  quali  ebbe 
gran  parte  all'errore.  Dappoiché  di- 
ce essere  intervenuto  al  concilio  Ia- 
teranense  del  649  un  Johannes  Fi- 
cohabentinus,  dal  medesimo  storico 
chiamato  suffraganeo  di  Ravenna, 
mentre  gli  atti  sinceri  di  quel  con- 
cilio portano  scritto  un  Johannes 
Fico  Sabincnsis  ;  così  è  manifesto 
l' impegno  del  Rossi  di  far  compa- 
rire suffiaganeo  di  Ravenna  il  ve- 
scovo di  Ferrara  cui   Voghenza  ap- 


FER 

partiene.  Inoltre  il  fatto  della  rovi- 
na di  Voghenza  e  della  traslazione 
di  quel    vescovato  a  s.    Giorgio  fu 
da  vari  scrittori  creduto,  ingannati 
da  una  celebre  bolla  favolosa  attri- 
buita al  Pontefice  s.   Vitaliano  del 
637,  che  pubblicò  l'Ughellio  parlan- 
do   de'  vescovi    di    Ferrara,    sulla 
fede  del  quale  noi  al  volume  XV, 
pag.   43   del  Dizionario,  credemmo 
all'  esistenza  del  seggio  vescovile  di 
Voghenza  o  Vigovenza,  non  che  per 
quanto  si    legge    neh'  annalista  Ri- 
naldi all'  anno  669,  num.    1 .   Vedi 
il  Muratori,  Dissert.  sopra  le  antichi- 
tà   italiane,  dissert.  64,  pag.  372, 
il  quale   parla    del  preteso  Marino 
vescovo  di  Voghenza,  e  primo  ve- 
scovo de'ferraresi,    allorché  fu  tras- 
portata la  sede    a  Ferrara,  o  Fer- 
rariola,  che  anco  s' intitola,  con  po- 
co favorevole  nome  in  vero,  Mas- 
sa Babilonica.  Tal  bolla  la  citaro- 
no in  buona  fede  per  vera    diver- 
si Papi,  mentre  altri  la  tralasciaro- 
no iucominciando  da  Alessandro  III. 
Il  Guarini,  il  Libanori,  il  Maresta  e 
I'  Ughellio  giunsero  a  darci  il  cata- 
logo di  dodici  vescovi  di  Voghen- 
za, ed  il  Manini  seguito   da  Fran- 
cesco Leopoldo  Bertoldi  ne'  Vesco- 
vi ed   arcivescovi  di   Ferrara,    ivi 
1818,  ne  esibisce  quindici. 

Le  memorie  certe  de'  vescovi  di 
Ferrara  incominciano,  come  affer- 
ma il  Frizzi  tom.  II,  p.  2 4,  da 
Costantino  vescovo  dell'858,  avver- 
tendo, che  non  per  questo  la  sede 
vescovile  di  Ferrara  non  possa  es- 
sere di  una  istituzione  molto  più 
antica  ;  ed  in  fatto,  secondo  quello 
che  riporta  il  Manini,  il  primo  ve- 
scovo di  s.  Giorgio  traspadano  sa- 
rebbe stato  Marino  che  visse  nel 
607.  Contemporanea  è  l'altra  no- 
tizia della  fondazione  del  suburba- 
no  monastero  di  s.  Bartolomeo  det- 


FER  i75 

to  s.  Bartolo,  con  autorizzazione  dei 
vescovo  di     Ferrara     Viatore    del- 
l' 8-69,  pei   monaci  benedettini.   So- 
no pure  qui    da  riferirsi    le  prime 
notizie  dell'altro  celebre  monastero 
ferrarese  detto   di  Pompusa,  di  cui 
parlammo  di  sopra  e  nel  citato   vo- 
lume   del    Dizionario,  a    pag.  ^.5 . 
Egli  è  situato  nella  parte  inferiore 
del    Polesine    di    s.  Gio.    Battista, 
ove  una    volta    era  un'isola   trian- 
golare,  formata  in  un    lato  dal  Po 
di    Volano,  in  un  altro  dal    Po  di 
Goro,  e   nel  terzo  dal  mare.  Chi  e 
quando  il  fondasse   non    si  sa;  solo 
è  noto  che  fin  dall'  anno  874  esi- 
steva, come  rilevasi  da  una  lettera 
di  Papa  Giovanni  Vili  all'impera- 
tore Lodovico  II,  ed    esistente  nel- 
la regione  Comacchiese.  Di  poi  tal 
monastero  si  rese  celebre  fra  i  pri- 
mi   d'  Italia  per    i   tanti     anacoreti 
benedettini   che  vi  abitarono,  per  le 
sue  ricchezze,  privilegi,  giurisdizioni, 
magnifiche    fabbriche,    e    pitture; 
pei  fatti  storici  e  miracolosi  ivi  ac- 
caduti, pel  suo  prezioso  archivio,  e 
per  le  beneficenze  di  cui  fu    ricol- 
mato dagli  Estensi.  All'anno    io4o 
il  Frizzi  parla  del  vescovo  Rolando 
e  della  cautela    che     usò  in  sotto- 
scriversi senza  inciampare  nella  pre- 
tesa, forse  fin  d'allora  promossa  dagli 
arcivescovi  di   Ravenna,  di  avere  a 
suffraganeo  anco  il  vescovo  di  Fer- 
rara. Pasquale  II  con  una  bolla  del 
1  106,  diretta  al  vescovo  Landolfo, 
confermò  i   privilegi  della  chiesa  di 
Ferrara,  fra  i    quali  si  è    presa  la 
più  antica  prova  dell' immediata  di- 
pendenza di    questo    vescovato   dal 
Papa,  la  quale    fu  confermata  con 
altre  bolle    dai    romani    Pontefici: 
nella     bolla    di  Pasquale    II    sono 
pure  enumerati  i    fondi  del    patri- 
monio  della    chiesa  di   Ferrara.    II 
nominato    Landolfo    intervenne    al 


i76  FER 

primo  concilio  lateranense  generale 
del    ii23.    Quattro    anni    dopo  la 
edificazione  della  nuova  chiesa  cat- 
tedrale, rimanendo  in   mano  di  al- 
cuni canonici,  questa  sede  episcopale 
■venne  in  forma  solenne    assicurata 
dell'antico    suo    pregio  d'indipen- 
denza dall'arcivescovo  di  Ravenna, 
e  d'immediata  soggezione  alla  Se- 
de apostolica,  per  bolla  d' Innocen- 
zo li,  data  in  Laterano  a'  22   aprile 
Ti 39,  sottoscritta  da  ventitre  car- 
dinali. E  siccome  Gualtieri  arcive- 
scovo di  Ravenna  pretendeva  con- 
sagrare il    successore    di    Landolfo 
defunto,  che  i  ferraresi  avevano  do- 
mandato al  Papa,  questi  consagrò 
in  vescovo  di  Ferrara  Griffone  car- 
dinale del   titolo  di   s.   Pudenziana, 
ed  arciprete    di  s.    Pietro.  Mentre 
Amalo  era  vescovo  di  Ferrara,   A- 
lessandro  III  con  bolla  data  inRe- 
nevento  a'  18  aprile  1169,  confer- 
mò  ai  vescovo  di  Ferrara  gli  an- 
tichi privilegi,  diritti,  e    consuetu- 
dini con  vari  ospitali,  e  vi  si  par- 
la   de'  curati    che    il    solo    vescovo 
avea  diritto  di  deputare  alle  chie- 
se inferiori,  e  di  rimuoverneli.Non 
avevano  però  queste  chiese  il  bat- 
tistero,   che    solo    stava    nella    cat- 
tedrale di  s.  Giorgio,  e  nella  chie- 
sa    di    s.  Maria    in    Vado  fin     da 
quando  fu  destinata  in  sussidio  del- 
la cattedrale  antica,  la  quale  rima- 
neva oltre  il  Po  a  s.  Giorgio,  laon- 
de anco    al  presente    sole  tali   due 
chiese  hanno  il  fonte    battesimale. 
In  alcuni  documenti,  che  il  Friz- 
zi  riporta  all'anno    1181,    in  uno 
si  dice  che  il    vescovo    di    Ferrara 
è  uno  fra  quelli  che  ad  consecra- 
fionem    Romani  Pontifici s  speci  ali- 
ter  pettinati;    in  altro    si    pone  il 
medesimo    vescovo    fra    quelli    sub 
Romano   Ponti/ice,  qui  non  suiti  in 
alterius  provincia  comlìtuli.  Risogna 


FER 
però  supporre  sbaglio,    ove  non  o- 
stante   tali   espressioni,  il    vescovato 
di     Ferrara    si    colloca  dal    primo 
tra  i  suffraganei  di  Ravenna,  e  dal 
secondo    sotto  la   metropoli    di   Mi- 
lano.  Imperciocché,    quanto    all'es- 
sere  egli  sempre  stato  esente    dal- 
la   soggezione  di    Ravenna,  il  mo- 
stra ciò    che  si   è  detto,  e  ciò   che 
si  dirà  quando  parleremo  del  con- 
cilio romano    del    17^5;  e  quanto 
al  non  aver    mai    avuto  dipenden- 
za da   Milano,  il  prova    non  tanto 
la  protesta    che  intorno   a  ciò  fece 
in  Roma  nel    i565  il    vescovo  di 
Ferrai-a  Rossetti    contro   le  pretese 
promosse    da     s.    Carlo    Rorromeo 
arcivescovo     di  Milano ,    quanto  la 
espressione    del  Provinciale    Eccle- 
siarum      della     cancelleria    aposto- 
lica, ove  si   trova    descritta  la  me- 
tropoli di   Milano  co'  suoi  sulfraga- 
nei  sino  al    i56j,    ma  con    queste 
parole  in  fine:  Placentinum  Ferra- 
riensem  exemptos.  Il  terzo  documen- 
to   contiene    i    diritti     e    proventi 
della  Chiesa  romana  nel    Ferrare- 
se. Della  giurisdizione    del  vescovo 
di  Ferrara,  come  de'  beni  che  go- 
devano in  Trecenta,  Massa,  Mela- 
ra  e  Rovina,  nel   Comacchiese,  nel 
Rolognese  e  nel  Modenese,  ne  trat- 
ta il  medesimo  Frizzi  alle  pag.  71, 
72,   109  e  2o3.  Nel   1189    il  Pa- 
pa    Clemente    III    ad  esempio     di 
cinque  suoi  predecessori,  confermò 
a   Stefano    vescovo    di    Ferrara    la 
dipendenza    immediata    di    questa 
chiesa  dai  romani   Pontefici,  e  tut- 
ti gli  altri    suoi  diritti    e    privilegi. 
j\Tel    tom.  Ili,    pag.   27    del  Frizzi 
è    riportata    l' enumerazione    delle 
chiese  soggette  in    quel    tempo    ai 
vescovi  di  Ferrara,  oltre    a  quella 
dille  città  componenti  la  loro  dio- 
cesi, ed  alcuni  luoghi     anche    col- 
la giurisdizione  temporale.   A    Ste- 


FER 

fimo    verso    l'anno    1190    successe 
Ugo  o  Uguccione  pisano,  eccellen- 
te   professore    di     giurispruden7a , 
nella   quale  ebbe  a  discepolo    Gio. 
Lottarlo  Conti  poscia  Innocenzo  III, 
il  quale  poi  onorò  molto  e  si   ser- 
vì del  suo  maestro,  presso  il  qua- 
le   occorse    che    Azzolino    Estense 
nel    1208  fosse  creato  in  un  al  suo 
erede  signore  perpetuo  di  Ferrara  : 
fu  benemerito  anco  per  le  previ- 
denze da  lui    provocate   contro  gli 
eretici    patarini    sive  gazaros  dimo- 
ranti  in   Ferrara.  Gli    successe  nel 
vescovato     Rolando,    perchè     il    b. 
Giordano  Forzate  benedettino    per 
umiltà  non  volle  accettarlo.  A  Ro- 
lando alcuni  storici  fanno  succeder 
Gravadino  o  Gravendino  nel    1236. 
Il    vescovo  Filippo  Fontana  nobile 
ferrarese   o  toscano  fu  il  primo  che 
venne  a  degli  atti  ostili  contro  Sa- 
Iin"uerra    li  dominatore  in  Ferra- 
ra,  e  nel  gennaio    1240   con  gente 
armala  si  portò  ad  occupare  i  due 
castelli  di  Bergantino    e  di  Ronde- 
no:  nel   1246  Innocenzo  IV  con  ti- 
tolo di  legato  lo  inviò  con    ampie 
facoltà   e  mollo    denaro    al    nuovo 
re   de' romani   Enrico  per  sostener- 
lo,  indi   fu  trasferito  alla    sede  ar- 
civescovile di    Ravenna.    INel    1252 
fa     eletto    a     succedergli   Giovanni 
Quirini    patrizio  veneto,  e  dopo  di 
lui    nel    1258    divenne    vescovo    il 
b.  Alberto  Pandoni  bresciano.    Al- 
berto ebbe  delegazioni  apostoliche, 
ed  a' suoi  tempi  segui    il  principio 
dello  strepitoso    processo    contro  il 
famoso     eretico    Pungilupo  :     morì 
con   fama  di  santità,  ond'  è  che  il 
popolo  intitolò  lui  beato,    e  vene- 
rò le  sue  ossa,  che  or  si  conservano 
nella    chiesa    di     s.     Giorgio    sotto 
all'  altare     della     cappella     al    lato 
dell'epistola    dell'altare    maggiore. 
Guglielmo  vescovo  di  Ferrara  da 
vol.   xxiv. 


FER  177 

Gregorio    X  nel    12  ^4    Tenne    di- 
chiarato legato  di  Lombardia  :   nel 
1281   sostenne  una  fiera  traversia, 
venendo  privato  del  vescovato  :  ma 
Martino   IV  a  mezzo    dell'arcidia- 
cono   del    capitolo    il    ripose   nella 
sua  sede,  e  ne  cacciò  l' intruso.  Gli 
successe  nel  1290  Federico  de' con- 
ti di  s.    Martino,  e  già  vescovo  di 
Ivrea,  il  quale  esaurì  diverse  delega- 
zioni pontificie  per  Bonifacio  Vili, 
che  in  di   lui  morte  nel     i3o3  gli 
sostituì  Ottobono    dal  Carretto  dei 
marchesi    del    Finale;    ma    avendo 
rinunciato  prima  del  possesso,  Be- 
nedetto   XI  nel   i3o4  gli    surrogò 
fr.   Guido  dal  Cappello   de'  conti  di 
Montebello  di  Vicenza,  del  suo  an- 
tico ordine    domenicano.      Morì  in 
Bologna    per    l'interdetto    cui    era 
stata    condannata    Ferrara,    e   nel- 
l'anno stesso  1 332,  in  cui  Giovan- 
ni   XXII    gli    avea    dato    per  coa- 
diutore  Guido  di    Filippo  da   Bai- 
sio  reggiano,  già   vescovo  di  Rimi- 
ni. INel  breve  di  elezione    del  Bai- 
sio,  dice  il  Papa   al  popolo  e    alla 
università  o  sia  comune  di  Ferra- 
ra a     cui     lo     dirige,  che    essendo 
morto      in     Bologna     poco     prima 
Guido  vescovo  di  questa  chiesa  im- 
mediatamente    soggetta    alla    santa 
Sede,  ed  avendo  lo  stesso  Pontefi- 
ce in  passato  riservate  a  sé  le  provi- 
giouidi  tutti  gli  arcivescovati   e   ve- 
scovati delle  terre  spettanti  alla  Chie- 
sa romana  per  un  tempo   a  suo  be- 
neplacito,  fissato  però  ad  altri  due 
anni  soltanto  dalle  calende  di  gen- 
naio dell'anno     suo  XIV,  cioè  del 
1329  in  avvenire,  così,  poiché  du- 
rante   tale    riserva     era    vacata    la 
chiesa   di   Ferrara,  né  altri    ch'egli 
slesso    aveva    diritto    ìlio,     vice    di 
provvederla,  vi  trasferiva  Guido  ve- 
scovo di  Rimini,    uomo  di  virtù    e 
e  meriti    segnalati.    Da  questo  do- 
12 


i7»  FÉ  II 

cumento  resta  confermalo  il  dirit- 
to che  avevano  i  ferraresi  di  eleg- 
gere e  nominare  il  proprio  vescovo. 
Il  Baisio  nell' aprile  si  portò  a  Fer- 
rara e  vi  fu  ricevuto  con  grande 
onore:  ancor  egli  abitò  talvolta  a 
Bologna,  ove  i  vescovi  di  Ferrara 
avevano  propria  abitazione  .  Mori 
nel  i34g  in  Ferrara,  e  fu  sepolto 
nella  cattedrale:  Clemente  VI  gli 
sostituì  Filippo  d' Antella  genti- 
luomo fiorentino,  cappellano  pon- 
tificio, e  preposito  della  chiesa  di 
Firenze,  di  cui  fu  eletto  arcive- 
scovo nell'anno  i356.  11  vescovo 
di  Como  Bernardo  il  successe  nel- 
lo stesso  anno,  cui  verso  il  1872 
gli  fu  deputato  in  economo  il  car- 
dinal Pietro  di  Stagno  vescovo  di 
Ostia  e  camerlengo  di  santa  Chie- 
sa. A  Bernardo,  Gregorio  XI  die 
per  successore  nel  1377  Aldo- 
brandino Estense  figlio  di  Rinaldo, 
traslato  dalla  chiesa  di  Modena,  ed 
ebbe  lode  di  buon  vescovo.  Gli  fu 
dato  da  Urbano  VI  nel  i3»2  in 
successore  1111  secondo  Guido  da 
Baisio  reggiano,  che  già  l'aveva 
succeduto  al  vescovato  di  Modena. 
Vacata  la  sede  di  Ferrara  il  detto 
Papa  vi  prepose  a  pastore  Tom- 
maso de' Marcapesei  bolognese,  ab- 
bate di  Nonantola.  Passato  egli  a 
miglior  vita,  il  marchese  Alberto 
Estense  impetrò  nel  i3g3  il  vesco- 
vato per  Nicolò  Roberti  suo  co- 
gnato, giovinetto  figlio  di  Cabrino, 
la  cui  consagrazione  segui  con  pom- 
pa e  splendidezza  straordinaria. 
-Nella  congiura  ordita  nel  i4oo  con- 
tro il  marchese  Nicolò  III  d' Este 
si  tenne  per  complice  anche  il  ve- 
scovo Roberti,  per  cui  con  decreto 
apostolico  restò  privo  della  digni- 
tà :  l'Ughelli  dice  che  nell'anno 
seguente  ebbe  un  altro  vescovato, 
.senza  nominar  quale. 


FER 

Nella  sede  ferrarese  Bonifacio 
IX  in  detto  anno  vi  pose  Pietro 
Bojardi  figlio  di  Selvatico  signor 
di  Rubiera,  che  lasciò  per  tal  ca- 
gione quella  di  Modena,  indi  nel 
1 43o  o  1 43  1  rinunziò  questa  di 
Ferrara  nelle  mani  di  Martino  V. 
11  marchese  Nicolò  III^  e  il  popo- 
lo di  Ferrara  proposero  tre  sog- 
getti per  la  successione,  uno  de' quali 
fu  s.  Bernardino  da  Siena,  che  in 
quel  tempo  erasi  portato  a  predicare 
in  Ferrara,  che  costantemente  per 
umiltà  si  rifiutò,  e  gli  altri  due  non 
furono  accettati.  Intanto  Eugenio  IV 
avendo  destinato  Fantino  Dandolo 
nobile  veneto,  canonista  riputatis- 
simo  e  protonolario  apostolico  in 
legato  in  Bologna,  il  marchese  gli 
raccomandò  due  persone  pel  ve- 
scovato, mentre  il  legato  per  spon- 
taneo consiglio  propose  al  Papa  il 
b.  Giovanni  da  Tossi gnano  d'Imo- 
la, della  famiglia  Tavelli,  già  reli- 
gioso gesuato,  pel  consiglio  del  qua- 
le vuoisi  che  Gregorio  XII  rinun- 
ziasse  al  triregno  nel  concilio  di 
Costanza.  Trovavasi  alla  sua  ele- 
zione superiore  del  convento  di  s. 
Girolamo  de'  gesuati  in  Ferrara 
quando  Nicolò  III  gliene  recò  l'av- 
viso, e  vi  fu  bisogno  del  comando 
del  Papa  acciò  accettasse.  Dopo  a- 
vere  intrapresa  la  visita  apostolica 
della  diocesi  ,  comprendendo  in 
essa  con  facoltà  apostolica  anche 
i  regolari,  e  dopo  avere  celebrato 
un  sinodo  diocesano  ,  il  Tavel- 
li nell'anno  1 433  si  portò  al  con- 
cilio di  Basilea.  Ma  vedendo  che 
il  Papa  disapprovava  gli  atti  con- 
ciliari, avendo  per  otto  mesi  soste- 
nuta la  causa  di  lui  se  ne  partì. 
Nel  1439  pel  dispregio  e  calunnie 
cui  il  Tavelli  fu  posto  presso  il 
popolo  da  un  malvagio  cappellano 
del  marchese    Nicolò   III,  se  n'  an- 


FER 
dò  a    Firenze   da   Eugenio  IV,  al 
quale  l'Estense  pentito  di  aver  con- 
tribuito   a    quella  partenza    ricorse 
per  riaverlo.    Ma  il  Papa  assai  ri- 
sentito rimproverò  lui  e  i  ferraresi 
come    indegni  di    avere  un    si    lu- 
minoso specchio  della  militante  Chie- 
sa,   e    protestò  di     volerlo     serba- 
re    qual     prezioso    monile     presso 
di     sé    nel    tesoro    della    religione. 
Allora  il  marchese  andò  a  Firenze, 
e  gli  riuscì  di  ricondurre  il  vesco- 
vo al  suo  gregge,  ciò  che  altri  du- 
bitano   per  l'apologia  sublime,  che 
dopo  la  morte  del  vescovo  trovos- 
si    nel   saccone  di   paglia  ove  dor- 
miva.   Il  b.    Giovanni    fu  presente 
al   concilio    generale   che   Eugenio 
IV    celebrò  in  Ferrara,  e  dipoi  a- 
gli  8  luglio    i446    terminò  la  sua 
esemplarissima    vita,    e  fu    sepolto 
nella    detta  chiesa  di  s.    Girolamo. 
Ebbe  tosto  dal  popolo  il  titolo  di 
beato,  ed  il     suo  culto    sempre  fu 
continuato.  In    suo  luogo  fu  posto 
Francesco     dal    Legname    canonico 
e  gentiluomo    di   Padova,  e  came- 
riere segreto  di  Eugenio  IV;  reci- 
i         tò  1'  orazione  funebre  pel  marche- 
se Leonello  d' Este,  ma  o  per  vo- 
lersi impacciar    nelle  cose    del  go- 
verno, o    per    la    questione  de' pesi 
pubblici,  Borso  dEste  lo   condusse 
seco    in    castello    per    metterlo    in 
salvo  da  ogni   insulto,  onde  il  Pa- 
pa Calisto  III  lo  rimosse,  trasferen- 
dolo  alle    chiese  di  Feltre    e   Bel- 
luno. Dopo  due   anni  di    sede  va- 
cante, Pio  II  conferì    questa    chie- 
sa nel    1460    a    Lorenzo    Roverelli 
ferrarese  oriundo  di  Rovigo,  cano- 
nico di    Ferrara,  datario  e  mediro 
del    Papa,    il    perchè    stette    qua-i 
sempre    a  lui    appresso,  e   sostenne 
negativamente  la  questione  di   rei- 
terare   V  Estrema    Unzione    [Vedi). 
Impiegato    questo   vescovo    in    dif- 


FER  179 

ficili  negoziazioni  per  la  Sede  apo- 
stolica con  grande  reputazione  , 
quando  Sisto  IV  nel  i474  '°  de- 
stinava governatore  di  Perugia  mo- 
ri in  Monte  Oliveto  ;  indi  per  cu- 
ra de'  suoi  fratelli  venne  il  suo  cor- 
po trasferito  in  Ferrara ,  e  ripo- 
sto nella  chiesa  suburbana  di  sau 
Giorgio,  essendo  scultore  del  ma- 
gnifico mausoleo  Ambrogio  da  Mi- 
lano. 

Sisto  IV  destinò  immediatamen- 
te questo  vescovato  al    suo  nipote 
Bartolomeo   della    Rovere  savonese 
francescano,  e  patriarca  di  Gerusa- 
lemme, o  d'Antiochia:  morì  in  Bo- 
logna nel    i494>    ed  il    suo   corpo 
fu  trasportato  in    s.  Giorgio    fuori 
di   Ferrara.  I  libri  corali  scritti  iu 
pergamena  e    miniati  che    si  con- 
servano nella  cattedrale    furono  o- 
perali  in  gran  parte  mentre  questi 
reggeva    la   chiesa    di    Ferrara.    Il 
Zaccaria  non  ebbe  difficoltà  di    an- 
teporli   ai    tanto    rinomali    di   Sie- 
na. Km  è  vero  che  tali  corali  sie- 
no  dono  del  cardinal  della    Rove- 
rella ;    ma    che    furono    eseguiti  a 
spese  del    capitolo    di    Ferrara,   lo 
dimostrano  le  ricevute  che  esistono 
nell'archivio  capitolare,  le  quali  fra 
non   molto  saranno  pubblicate  colla 
slampa  e  con  annotazioni    artisti- 
che.   Il  duca    Alfonso    I    bramava 
che  il   pingue  benefizio  fosse    con- 
ferito al  figlio,  cardinal  Ippolito  I, 
ma   il   Papa   Alessandro  \  l  lo  con- 
ferì   al    cardinal    Giovanni  Borgia 
suo  nipote  nel    i49"7s  e  questi  mai 
comparve  in  Ferrara  :  sotto  di  lui 
alcuni   scrissero  che  Alessandro  A  I 
concesse  a'  ferraresi    1'  indulto    pei 
latticini  nelle  vigilie  di   tutto  fan- 
no in  perpetuo.   Pio  111   nel  1 5o3 
conferì  il   vescovato  al  cardinal  Ip- 
polito d  Este,    che    Alessandro    \  I 
uvea    già  destinato  amministratore 


i8o  FER 

perpetuo  del  vescovato  di  Ferrara 
in  spirituale  e  temporale ,    e     nel- 
l'assenza del  duca  Alfonso    I    fece 
in  Ferrara  le  sue  veci,  e  mori  nel 
i5io.  Qui  noteremo  che  alle  bio- 
grafie dei  cardinali  sono  riportate 
quelle  de'  cardinali  vescovi  di  Fer- 
rara ,  de'  cardinali  Estensi ,    e  dei 
cardinali   ferraresi.  Leone  X  gli  die 
in  successore  il  proprio  nipote  car- 
dinal Giovanni  Salviati,  non  atten- 
dendo alle  istanze  fattegli  dal  du- 
ca in  favore  del  cardinal   Ippolito 
II  d'Este,  quindi  lasciò    di    vivere 
nel    i553.   Gli  successe  il  cardinal 
Luigi  d'Este,  con    pubbliche    feste 
in    tutte    le    chiese,  che  durarono 
tre  giorni:  per  ragione  però  della 
sua  incapace  età,  Giulio  III  gli  de- 
putò due  amministratori,    nell'  ec- 
clesiastico   il    Rossetti     vescovo     di 
Comacchio,  e  nel  temporale  il  con- 
te Nicolò     Estense  Tassoni,    e  nel 
terminar    del     i586    terminarono 
pure  i  suoi  gloriosi  giorni  :   ma  si- 
no dal    i563    eragli    succeduto  il 
detto  Alfonso  Rossetti,  il  quale  con 
fama  di   ottimo  pastore    morì    nel 
1^77,  con   riserva  dell'annua   pen- 
sione di  scudi  seimila    al   cardinal 
Luigi:  peso  cui  soggiacque  il  suc- 
cessore Paolo  Leoni   nobile    pado- 
vano, arciprete  di  Carpi,  ed  auto- 
re stimabile  di  opera  legale  stam- 
pala. Due  proteste  d'indipendenza 
dalla  sede  di  Ravenna  abbiamo  s\ 
del  Rossetti,  che    del  Leoni.    Egli 
impose    a'  i4    dicembre    i583    la 
berretta     cardinalizia    nella     catte- 
drale al  celebre  ferrarese  cardinal 
Canano.    Questo    buon    pastore  in 
esecuzione  del  concilio    di    Trento 
fondò  nel    1 584  nell'antico  moni- 
stero  e  spedale    di    s.    Giustina    il 
seminario  pei  chierici.   Alcune    ca- 
lunnie tutlavolta  il  costrinsero  nel 
i583    e    nel    1 586    a  portarsi  in 


FER 

Roma     a    giustificarsi  ;    ne    riuscì 
trionfalmente     innocente,   per    cui 
Gregorio  XIII  lo  dichiarò   prelato 
domestico,  lo  che   confermò    Sisto 
V.   Ciò  non  ostante  la    sua    grave 
età,    e    le  sofferte  tribolazioni    gli 
resero    necessario    un    coadiutore: 
questi   il  duca   Alfonso  II    procurò 
che  fosse   fr.  Francesco  Panigarola 
nobile  milanese  minore  osservante, 
e  predicatore  di  tanto  merito  nel- 
la conversione  degli  eretici,  che  fu 
stimato  un   prodigio.    Sisto    V    lo 
consagrò  vescovo  di  Nicopoli  in  par- 
tibus  iiifidelium.   Il  cardinal    Luigi 
gli  assegnò  una  pensione,    il  duca 
lo  provvide  di  sagri  arredi,    e    di 
mobili,    e    pensava    di  procurargli 
il  cardinalato,    quando    caduto    di 
sua  grazia  fu  improvvisamente  esi- 
liato da  tutti  gli  stati  Estensi  a' 6 
novembre     i586;    forse    per    aver 
mosso  secreto  trattato  col  cardinal 
de'  Medici  per  succedere  al  Leoni 
nel    vescovato  :    il    duca    probabil- 
mente avea  egual  intenzione ,    ma 
voleva,  che  da  lui    si    riconoscesse 
il  benefizio.  Nel  i5o,o  il  duca  pro- 
curò coadiutore  al  Leoni ,    e    suc- 
cessore   con    titolo    in  parlìbus  di 
vescovo  di  Sicopoli,    Giovanni    da 
Villa    Fontana    del  Modenese,  già 
vicario  della    badia    di    Nonantola 
per  s.  Carlo  Borromeo,  suo    vica- 
rio  generale   in    Milano ,    e  cano- 
nico    di    quella    metropolitana ,    e 
poco   dopo    morì     il    Leoni    a'   7 
agosto. 

Nel  1  597  essendo  morto  Alfon- 
so li  duca  di  Ferrara,  il  suo  cu- 
gino d.  Cesare  si  portò  al  duomo 
ove  fu  benedetto  dal  vescovo  Gio- 
vanni Fontana,  indi  questi  trovossi 
alla  ricupera  che  la  santa  Sede  fe- 
ce della  provincia  ferrarese,  e  rice- 
vette Clemente  Vili  in  Ferrara. 
Morì    questo    vescovo    a*  5    luglio 


FER 

16 il    nella    villa    di  Contrapò;  il 
suo    governo    non    fu    placido,  né 
gradito  per  eccessivo  rigore;  pub- 
blicò nel    i5gi  un  sinodo,  che  an- 
dò poi  corretto,  come  lesivo  de'  di- 
ritti del  clero.  Ad  onta    delle  sue 
stravaganze  viene  lodato  come  ge- 
neroso co'  poveri,  pio,  vigilante,  ed 
infaticabile.   Instituì  le  due  preben- 
de canonicali  nella  cattedrale ,  pel 
teologo    e  pel  penitenziere;  e  l'al- 
tare de'  ss.  Ambrogio  e    Geminia- 
no  nel  duomo,  nel  quale    la    pala 
dipinta  dal  celebre  ferrarese  Scar- 
sellino,  serba  nel  secondo   di  quei 
due  santi    l' effigie    del    fondatore. 
Restaurò    questa    ed    altre  chiese, 
restituì  a  tutte    la    decenza,    e    fu 
il  suo  cadavere  posto  nel  sepolcro, 
che  si  era  vivente  fino  dal     1608 
preparato  a  pie  del  riferito  altare. 
Nel    1 6 1 1   Paolo  V  conferì    il  ve- 
scovato   al    cardinal   Gio.    Battista 
Leni  romano  suo  nipote  ;    nel   se- 
guente anno  si  portò    a    Ferrara , 
visitò   la  diocesi,  tenne    un  sinodo, 
e  nell'ottobre  fece  ritorno  in  Ro- 
ma, movendo  grave  lite  a' cittadini 
ch'erano  stati  investiti  delle  deci- 
me ecclesiastiche,   per  cui    introitò 
ventimila     ducati     di    camera    per 
l'accordo  fatto  nel    1619.  Fu  qua- 
si    sempre     assente    dalla    diocesi , 
nel    1625  inviò  a  Ferrara  ad  eser- 
citare le  funzioni    pastorali    il    ca- 
maldolese Lodovico  Pasolini  di  Ra- 
venna, e  vescovo  di  Segni,  coll'an- 
nua  provvisione  di  ottocento    scu- 
di: il  Leni  mori  in  Roma  nel  dì 
7   di  novembre   1627,  e  venne  se- 
polto nella  basilica  lateranense.  Per 
di  lui  morte  Urbano  Vili  nel  1628 
conferì  il  vescovato  al  cardinal  Lo- 
renzo Magalotti  fiorentino,  fratello 
di  sua  cognata  Costanza.  Non  solo 
col  legato,  ma  col  magistrato  ebbe 
controversie  :  1'  una  fu  per  la  vio- 


FER  181 

Iasione  d'immunità  ecclesiastica  nel- 
la chiesa  di  s.   Marco  di  Fossano- 
va  ;  l'altra  toccava  la    giurisdizio- 
ne, che  al  giudice  de'  savi    conce- 
deva lo  statuto    di  Ferrara    sopra 
gli  ebrei.  Nel    i636  intraprese  pel 
primo  la  riedificazione  della  catte- 
drale,  che  per  l'antichità  di  cinque 
secoli  si  trovava  in    istato    minac- 
cevole ;    ma    non    ne  rifece    che  il 
presbiterio,    perchè    a'  19    settem- 
bre   1637   passò    all'altra    vita,  ed 
Urbano  Vili  lo  fece  succedere  dal 
di  lui  nipote  Francesco  Maria  Mac- 
chiavelli   fiorentino  nel  i638,  com- 
mendevole per  l'elevatezza  d'ingegno 
e  pietà  singolare  con  cui  aveva  eser- 
citato l'uditorato  di  rota,  e  la  nun- 
ziatura di  Colonia.  Indi  a'  iG  dicem- 
bre 1641  il  Papa  lo  creò  cardinale, 
e   morì   giovane    in    Ferrara  a'  2 1 
novembre  i653,  con  lode  di  zelante 
pastore,  amabile    e  cortese.    Dopo 
una  lunga  sede  vacante,    Alessan- 
dro VII  fece  vescovo    di    sua    pa- 
tria il  cardinal  Carlo  Pio    di    Sa- 
voia. Qui  noteremo  che  la  casa  Pio 
aggiunse  al  coguome  quello  di  Sa- 
voia, dopo  che  Alberto  Pio  de'  si- 
gnori di  Carpi,  che  fiorì  alla  me- 
tà del  secolo  XV  e  nel  i-i^o,  Pei" 
meriti  militari  lo  riportò  in  dono  dal 
duca    di   Savoia    Luigi,  conservato 
poi  ne'  suoi  posteri.  Fu    consagra- 
to il  5  settembre    i655  nella  cat- 
tedrale   dal    cardinal    legato    Gio. 
Battista    Spada,    e    dai  vescovi  di 
Mautova  e    Comacchio  :    fu    buon 
vescovo,  amante  della  patria,  e  ge- 
neroso protettore  de'  letterati  ;  ma 
fatto     protettore    dell'impero,    nel 
1662   rinunziò  la  sede  e  si    ritirò 
in  Roma,  ove  morì  decano  del  sa- 
gro collegio  nel    1689.  Alessandro 
VII  gli  sostituì  il  cardinal  Stefano 
Donghi  patrizio  genovese,    già    le- 
gato di  Ferrara,  e  vescovo  d'Imo- 


ift  FFR 

la,  che  morì    in    Roma    nel    16G9, 

ov' erasi  portato  pel  conclave. 

Clemente  IX  fece  vescovo  il  car- 
dinal Carlo  Cerri  romano,  che  noti 
si  recò  a  Ferrara  che  nel  1673 
dopo  aver  compita  la  legazione  di 
Urbino:  portatosi  in  Roma  pel  con- 
clave, vi  mori  a'  i5  maggio  1690, 
per  cui  Alessandro  Vili  assegnò 
novemila  scudi ,  cioè  la  metà  Hi 
questa  mensa,  per  provvista  del  suo 
nipote  cardinal  Pietro  Ottoboni,  da 
ciò  nacque  che  rifiutò  il  vescovato 
il  cardinal  Marcello  Durazzo  quan- 
do gli  fu  offerto ,  e  rimase  Ferra- 
ra sei  anni  senza  pastore.  Inno- 
cenzo XII  nel  1696  lo  conferì  al 
cardinal  Domenico  Tarugi  nato  in 
Ferrara:  co'  primi  saggi  che  diede 
fece  sperare  vigilante  ed  esemplar 
governo,  quando  la  morte  il  rapì 
a'  27  febbraio  del  medesimo  anno. 
A'  1.5  gennaio  1697  Innocenzo  Xll 
nominò  vescovo  Fabrizio  Paolucci 
di  Forlì,  che  a'  22  luglio  creò  car- 
dinale; ma  nel  1701  rinunziò  la 
sede  a  Clemente  XI  che  lo  nominò 
segretario  di  stato ,  ed  in  vece  gli 
nominò  in  successore  il  cardinal 
Taddeo  Luigi  dal  Verme  piacenti- 
no, già  ottimo  vescovo  di  Fano  e 
d' Imola.  Si  mostrò  uno  de'  più  de- 
gni pastori,  che  reggessero  la  chie- 
sa di  Ferrara,  e  mori  agli  1  1  gen- 
naio 17 17.  Da  detto  Papa  gli  fu 
surrogato  il  cardinal  Tommaso  Ruf- 
fo napoletano ,  già  legato  di  Fer- 
rara. Sotto  di  lui  si  estinse  nel 
1725  la  gran  lite  tante  volte  su- 
scitata dagli  arcivescovi  di  Raven- 
na contro  i  vescovi  di  Ferrara,  per 
la  pretesa  degli  uni ,  che  la  sede 
di  Ferrara  fosse  suffraganea  a  quel- 
la di  Ravenna,  e  degli  altri,  che 
fosse  immediatamente  soggetta  alla 
Sede  apostolica,  il  perchè  erano  na- 
ti diversi  inconvenienti.  Ma  il  car- 


FER 
di  naie  ricorrendo  a  Benedetto  XIII, 
il  «piale  in  Roma  avea  aperto  il 
concilio  provinciale,  ad  esso  com- 
mise questa  causa.  Il  concilio  delegò 
una  particola!-  congregazione,  che 
a'2  1  maggio  coll'approvazione  del 
Papa,  decise  che  la  chiesa  di  Ferrara 
era  immune  da  qualunque  metropo- 
litica soggezione,  e  che  dipendeva 
immediatamente  dal  sommo  Pon- 
tefice. Tuttavolta  nel  seguente  pon- 
tificato di  Clemente  XII  tentando 
monsignor  Crispi  arcivescovo  di  Ra- 
venna di  rimettere  in  piedi  la  già 
decisa  lite  intorno  alle  pretensioni 
sue  sul  jus  metropolitico  sopra  il 
vescovato  di  Ferrara ,  il  cardinal 
Ruffo  a  mettersi  al  sicuro  per  sem- 
pre, impetrò  da  Clemente  XII  la 
amplissima  bolla,  Paterna,  data  ai 
27  luglio  1735,  Bull.  Rom.,  tom. 
XIV,  pag.  38,  colla  quale  egli  ed 
i  suoi  successori  vennero  innalza- 
ti al  grado  arcivescovile,  in  con- 
siderazione che  allora  la  diocesi 
in  cento  parrocchie  abbracciava 
centomila  anime,  e  la  rendita  an- 
nua della  mensa  ascendeva  a  quat- 
tordicimila scudi.  Non  è  a  tacersi, 
che  fin  dal  tempo  di  Gregorio  XIII, 
e  di  Sisto  V  aveva  chiesto  Io  stes- 
so il  duca  Alfonso  II,  ed  era  anche 
riuscito  di  conseguirlo ,  ma  forse 
perchè  si  voleva  di  più  levare  alla 
chiesa  di  Ravenna  i  suoi  suffraga- 
nei  di  Modena  ,  Reggio  e  Comac- 
chio,  colla  chiesa  di  Carpi,  rimase 
la  cosa  senza  esecuzione  :  il  cardi- 
nal Ruffo  però  fu  contento  del  so- 
lo titolo  e  grado  senza  suffraganei, 
e  l'ottenne.  Volendo  il  cardinal  ri- 
tirarsi in  Roma  nel  1738  rinun- 
ziò l'arcivescovato  a  Clemente  XII, 
contentandosi  di  una  pensione  di 
quattromila  scudi,  e  della  nomina 
ai  benefizi  ,  dopo  aver  trasferito  il 
seminario  al  palazzo  di  Borgo  nuo- 


FER 

vo,  fornito  di  ulteriori  entrate,  ac- 
crescendo i  maestri  e  gli  alunni,  e 
facendo  del  luogo  di  s.  Giustina, 
o v'era  il  seminario,  un  conservato- 
rio di  zitelle.  Niuno  seppe  meglio 
regolare  gli  ecclesiastici,  e  scegliere 
i  parrochi  più  del  cardinal  Ruffo: 
non  vi  fu  quasi  chiesa  che  non 
fosse  da  lui  riparata,  e  provvedu- 
ta del  bisognevole.  Nella  villa  di 
Voghenza  innalzò  una  nuova  abi- 
tazione per  suo  uso  e  dei  succes- 
sori; rinnovò  il  grandioso  episcopio 
di  Ferrara ,  e  ridusse  a  miglior 
forma  quello  episcopale  di  Sabbion- 
cello.  Siccome  poi  il  cardinal  Dal 
Verme  aveva  lasciato  incompleto 
per  due  delle  tre  parti  il  gran  tem- 
pio cattedrale,  egli  lo  perfezionò 
e  lo  consagrò  nel  1728  a'  i5  set- 
tembre, giorno  anniversario  di  sua 
nascita  ;  morendo  vescovo  d'  Ostia 
e  Velletri,  e  decano  del  sagro  col- 
legio nel  1753,  lasciando  in  legato 
preziosi  arredi  a  questa  sua  anti- 
ca  chiesa. 

Clemente  XII  gli  die  un  succes- 
sore, il  quale  se  non  fu  magnifico 
perchè  non  era  ricco,  divenne  pe- 
rò luminoso  esempio  d'ogni  episco- 
pale virtù,  qual  si  fu  il  cardinal 
Raniero  d'Elei  sanese.  Mentre  go- 
vernava questa  metropolitana,  nel 
1740  fu  eletto  Benedetto  XIV,  ed 
a  questi  il  cardinale  la  rinunziò 
trovandosi  mancante  di  mezzi  per 
soccorrere  i  poveri  ,  e  di  premiar 
co'benefizi  i  degni  ecclesiastici,  per 
le  riserve  fattesi  dal  cardinal  Ruf- 
fo ;  ma  il  Papa  in  compenso  lo 
fece  legato,  conferendo  l'arcivesco- 
vato al  ferrarese  p.  Bonaventura 
Barberini  cappuccino,  di  cui  par- 
lammo superiormente ,  ed  ambe- 
due fecero  a  gara  per  beneficar  la 
diocesi  e  la  provincia,  massime  il 
legato    coi    maschi,  e    l'arcivescovo 


Fi^R  iS3 

colle  femmine,  con  pie  e  benefiche 
istituzioni.  Questi  morì  nel  1 74^ 
lasciando  opinione  di  santità  sin- 
golare. Un  altro  ferrarese  gli  die- 
de il  Papa  per  successore  in  Gi- 
rolamo conte  Crispi,  già  arcidiaco- 
no ed  arciprete  della  cattedrale, 
arcivescovo  di  Ravenna,  e  patriarca 
in  parlibus  di  Alessandria,  quello 
istesso  che  avea  mosso  la  gran  lite 
sulla  soggezione  di  Ferrara  a  Ra- 
venna. Con  attività  straordinaria 
egli  governò  questa  sua  nuova  chie- 
sa, e  molte  sagre  funzioni  v'intro- 
dusse; ed  a  suo  intuito  molli  cor- 
pi ecclesiastici  e  regolari,  alcune  u- 
niversità  delle  arti,  il  magistrato 
della  città,  ed  altri  assunsero  la  spesa 
per  abbellire  la  metropolitana  con 
trentasei  statue,  parte  di  gesso,  par- 
te di  marmo. 

A  proprie  spese  fece  i  due  belli 
angeli  che  sostengono  i  pili  dell'ac- 
qua   benedetta:    la    morte  gli    im- 
pedi 1'  esecuzione  di  altri    lodevoli 
divisamene ,    operando  alcuni  can- 
giamenti   nelle    parrocchie  sia    nel 
numero,  che  nei   confini.  Lasciò  di 
vivere  a'24  luglio  1 7  4^>  dichiaran- 
do erede  la    cattedrale,  che  perciò 
ebbe  molte  sagre  preziose  suppellet- 
tili, ed  insigni  reliquie.  Le  sue  deci- 
sioni rotali,  e  le  sue  opere,  massi- 
me l'ascetiche,  provano  la  sua  pie- 
tà   e    coltura .     Fu    da    Benedetto 
XIV  tolto    dalla  legazione  di  Fer- 
ra,   e    trasportato    a'  22    agosto  a 
questo   seggio    arcivescovile    il  car- 
dinal   Marcello  Crescenzi    romano, 
il  quale  figurò  meglio  nel  governo 
ecclesiastico,   che   nel    legatizio.  Ai 
24  agosto    1768,  egli  pagò  l'uma- 
no tributo,  avendo  amato    tenera- 
mente i  ferraresi,  che  sovvenne  lar- 
gamente con  limosi  ne:   molte  chiese 
pur  soccorse,  altre  innalzò  di  nuo- 
vo.   Assiduo    nelle    sagre   fuuzioni, 


i84  FER 

come  negli  esercizi  di  pietà,  mo- 
desto ,  esemplare ,  ameno  ,  disin- 
volto, tutto  a  tutti  fu  assai  pianto. 
Clemente  XIII  che  l'amava,  volle 
clic  colla  mensa  si  pagassero  i  suoi 
debiti.  Clemente  XIV  tolse  la  ve- 
dovanza a  questa  chiesa  dandogli 
a'  i5  marzo  1773  in  pastore  il 
cardinale  Bernardino Giraud  romano, 
la  qual  seconda  dignità  però  fu  pub- 
blicata nel  concistoro  de'  19  apri- 
le. Non  inclinato  alle  cure  pasto- 
rali, poco  stette  in  Ferrara,  ed  e- 
letto  nel  1775  Pio  VI  lo  ritenne 
nel  palazzo  apostolico  per  pro-udi- 
tore. Bramando  egli  rinunziar  la 
sede,  ingenuamente  confessò  il  suo 
carattere  non  pienamente  unifor- 
mato ai  rigidi  doveri  dell'  episco- 
pato, il  perchè  Pio  VI  a'  17  feb- 
braio 1777  preconizzò  arcivescovo 
Alessandro  Maltei  romano,  ammi- 
rato per  l' illibatezza  de'  costumi, 
pel  suo  contegno  tutto  pio  ed  ec- 
clesiastico; laonde  meritò  di  esse- 
re creato,  e  riservato  in  petto  car- 
dinale nel  1779-  Quindi  allorquan- 
do nel  1782  Pio  VI  onorò  di  sua 
presenza  Ferrara,  il  pubblicò  car- 
dinale al  modo  narrato,  converten- 
do perciò  la  sagrestia  della  catte- 
drale in  aula  concistoriale.  Sotto  il 
suo  vescovato  accaddero  quelle  tri- 
ste vicende  politiche,  le  quali  sog- 
gettarono il  Ferrarese  al  dominio 
straniero,  che  ricordammo  di  sopra. 
Nel  concordato  conchiuso  tra  Pio 
VII  e  la  repubblica  italiana,  ven- 
ne stabilito  che  le  chiese  vescovili 
di  Mantova,  di  Comacchio,  di  A- 
dria,  e  di  Verona  dalla  parte  del- 
la repubblica  italiana  saranno  suffra- 
ganee  dell'arcivescovato  di  Ferra- 
ra ;  ma  collo  scioglimento  del  re- 
gno italico,  restò  Ferrara  senza 
Btiflraganei  come  prima.  Al  cardi- 
nal Mattei  degnissimo  pastore  sue- 


FER 

cessero  i  seguenti  arcivescovi.  Pio 
VII  nel  concistoro  de'  24  agosto 
1807  fece  arci  vescovo  Paolo  Pa- 
trizio Fava  Ghislieri  di  Bologna 
nato  in  Piacenza;  ed  in  quello  dei 
io  marzo  1823  il  cardinal  Carlo 
Odescalchi  romano,  che  rinunzian- 
do alla  porpora  morì  santamente 
nella  compagnia  di  Gesù.  Leone 
XII  in  luogo  dell' Odescalchi,  che 
bramò  ritornare  in  Roma,  nel  con- 
cistoro de'3  luglio  1826  vi  prepose 
a  pastore  il  suo  elemosiniere  Filip- 
po Filonardi  romano,  arcivescovo 
di  Atene,  uomo  veramente  aposto- 
lico; ed  in  sua  morte  il  regnante 
Papa  Gregorio  XVI  nel  concisto- 
ro de'23  giugno  i834,  dal  titolo 
arcivescovile  di  Berito,  trasferì  a 
questa  metropolitana  Gabriele  della 
Genga  Sermattei  di  Assisi,  degno 
nipote  di  Leone  XII ,  che  dipoi 
nel  primo  febbraio  1 836  esaltò  al 
cardinalato.  Alcun  tempo  funse  e- 
gregiamente  anche  l'uffìzio  di  le- 
gato, e  nel  concistoro  de'3o  genna- 
io i843  ebbe  meritamente  a  suc- 
cessore nell'arcivescovato  l'odierno 
pio,  dotto  e  zelante  pastore  il  cardi- 
nale Ignazio  Giovanni  Cadolini  di 
Cremona,  che  nella  cappella  segreta 
pontifìcia  del  palazzo  vaticano,  ri- 
cevette il  sagro  pallio  dalle  mani 
del  sommo  Pontefice.  Antonio  Li- 
banori  ci  ha  dato  nella  parte  li 
della  sua  Ferrara  d'oro  imbrunito 
le  vite  e  gli  elogi  di  tulli  i  vesco- 
vi della  s.  Chiesa  di  Ferrara,  s  la  ti  1  - 
paté  ivi  nel  1667.  Lorenzo  Ba- 
roni, Serie  de'vescovi  ed  arcivesco- 
vi di  Ferrara,  ivi  1781,  continua- 
ta dalle  Notizie  di  Roma.  V.  l'U- 
ghelli,  Italia  sacra  tomo  II,  pag. 
5i3  e  seg.,  ed  ilManini  nel  Com- 
pendio della  storia  sagra  e  poli- 
tica di  Ferrara. 

Dagli  annuali   Diari  ferraresi  si 


FER 

apprendono  veridiche  ed  erudite 
notizie  del  governo  secolare  ed  ec- 
clesiastico della  città  e  ducato, 
principalmente  su  quanto  andiamo 
ad  accennare  della  sola  città  di 
Ferrara.  Oltre  tutto  ciò  che  riguar- 
da il  capitolo  e  il  clero  secolare, 
parla  degli  agostiniani  della  con- 
gregazione di  Lomhardia  in  s.  Au- 
drea;  degli  agostiniani  scalzi  di  s. 
Giuseppe;  dei  benedettini  cassinesi 
in  s.  Benedetto;  dei  canonici  rego- 
lati lateranensi  in  s.  Gio.  Battista; 
dei  canonici  regolari  di  s.  Salvato- 
re in  Ferrara,  in  s.  Maria  in  Va- 
do; dei  cisterciensi  ne' borghi  ins. 
Bartolo;  dei  certosini  in  s.  Cristo- 
foro; dei  carmelitani  della  con- 
gregazione di  Mantova  in  s.  Paolo; 
dei  carmelitani  scalzi  in  s.  Girola- 
mo; dei  cappuccini  in  s.  Maurelio; 
dei  domenicani  in  s.  Maria  degli 
Angeli;  dei  domenicani  di  stretta 
osservanza  in  s.  Domenico;  dei 
francescani  minori  conventuali  in 
s.  Francesco  ;  dei  francescani  mi- 
nori osservanti  in  s.  Spirito;  dei 
francescani  del  terzo  ordine  in  s. 
Apollonia;  dei  minimi  di  s.  Fran- 
cesco di  Paola  in  s.  Croce;  dei 
fdippini  in  s.  Stefano;  dei  giro- 
lauiini  del  b.  Pietro  da  Pisa  in  s. 
Maria  della  Bosa;  dei  ministri  de- 
gli infermi,  o  crociferi  della  Ma- 
donnina; dei  missionari  di  s.  Vin- 
cenzo de  Paolis  alla  missione;  de- 
gli Olivetani  in  s.  Francesca  ;  degli 
Olivetani  de'  borghi  in  s.  Giorgio; 
de' serviti  in  s.  Maria;  de'soma- 
sclii  in  s.  Nicolò;  dei  teatini  in 
s.  Maria  della  pietà;  de' frati  del- 
la penitenza  di  Gesù.  Nazareno  in 
s.  Croce;  de' fratelli  francesi  delle 
scuole  cristiane,  e  de'  gesuiti  nella 
loro  chiesa  e  collegio.  Le  mona- 
che e  i  monisteri  di  Ferrara,  nel 
Diario  ferrarese  sono  noverali  co- 


FER  i85 

me  appresso.  Le  monache  agosti- 
niane dei  monisteri  di  s.  Vito  ,  di 
s.  Agostino,  e  di  s  Lucia  ,  le  be- 
nedettine in  s.  Antonio  abbate,  ed 
in  s.  Silvestro;  le  canonichesse  la» 
teranensi  in  s.  Maria  delle  Grazie; 
le  cappuccine  in  s.  Chiara;  le  car- 
melitane in  s.  Gabriele  ;  le  carme- 
litane scalze  in  s.  Teresa;  le  do- 
menicane in  s.  Caterina  da  Siena, 
in  s.  Monica,  in  s.  Caterina  marti- 
re, ed  in  s.  B.occo;  le  filippine  di 
s.  Orsola;  le  francescane  in  s.  Ber- 
nardino, in  s.  Guglielmo,  in  s.  Ma- 
ria Maddalena,  e  del  Corpus  Do- 
mini', le  servite  di  Cabianca  in  s. 
Maria  Concetta;  oltre  le  terziarie 
francescane,  conventuali,  e  servite. 
Ecco  poi  il  numero  de'  conserva- 
torii  secondo  il  citato  Diario,  sen- 
za enumerar  quelli  del  ducato.  Il 
conservatorio  di  s.  Agnese,  di  s. 
Apollinare ,  di  s.  Barbara,  di  s. 
Giustina,  di  s.  Margherita,  e  di  s. 
Maria  della  Rosa.  Gli  ospedali  che 
ivi  sono  registrati,  hanno  la  deno- 
minazione di  s.  Anna,  de' Battuti 
Bianchi,  de' Mendicanti,  degli  Oria" 
ni,  degli  Esposti,  delle  povere  ve- 
dove, de' pellegrini,  e  l'ospedaletto 
di  s.  Lazzaro.  Numeroso  è  il  re- 
gistro delle  confraternite,  onde  ci 
limiteremo  a  ricordar  quelle  della 
morte,  e  delle  scuole  cristiane.  I 
pii  luoghi  che  leggonsi  nel  Diario, 
sono  la  casa  de'  catecumeni,  1  ope- 
ra pia  della  dottrina  cristiana,  le 
limosine  dotali,  il  reclusorio  di  s. 
Maria  del  Soccorso,  e  1'  opera  pia 
de' carcerati.  Nel  novero  delle  con- 
gregazioni sono  a  ricordarsi  quelle 
dell'  ahbondanza,  la  criminale,  quel- 
la dei  pupilli,  quella  sulle  strade, 
quella  della  sanità,  e  quella  dei 
lavorieri.  Nella  categoria  de' colle- 
gi, oltre  le  arti  collegiali  di  Fer- 
rara, noteremo  i  collegi  degli  avvo- 


i86  FER 

cuti,  de'  dottori,  de'  teologi,  de'dot- 
tori  di  jus  canonico  civile,  di  fi- 
losofia e  medicina,  de'procuratori,  e 
de'  notari.  Oltre  il  tribunal  della 
inquisizione,  della  rota,  ed  altri, 
eiavi  quello  di  segnatura,  del  qua- 
le ecco  ciò  che  si  legge  nel  Diario 
ferrarese.  Ha  la  città  e  il  duca- 
to di  Ferrara  due  tribunali  egual- 
mente supremi,  e  fra  loro  indipen- 
denti, di  segnatura  di  giustizia  col- 
le identifìcbe  facoltà  della  segna- 
tura di  Roma.  Presiede  all'uno  il 
cardinal  legato  in  forma  pubblica, 
avendo  a  destra  monsignor  vicele- 
gato, ed  il  pretore  della  rota,  ed 
a  sinistra  l'uditore  di  camera. Pre- 
siede all'altro  monsignor  vicelegato 
in  mantelletta,  cui  assiste  a  sini- 
stra il  suo  uditore  di  camera.  Vi 
si  propongono  dai  procuratori  di 
collegio  coli' ordine  di  anzianità  le 
cause  che  decidonsi  da  chi  vi  pre- 
siede. Conosce  questo  supremo  tri- 
bunale non  il  merito  delle  cause, 
ma  il  solo  ordine  giudiziario,  per 
circoscrivere  gli  atti  nulli,  purgar 
gli  attentati,  rigettar  le  appellazio- 
ni, commettere  le  cause.  È  bensì 
giudice  sul  merito  per  i  privilegia- 
ti che  sono  compresi  nella  /.  Unic. 
cod.  Quando  I/nper.  se  variano  a 
questo  tribunale  ;  come  lo  è  bene 
anche  de' curiali  nelle  cause  passive, 
in  forza  della  nota  bolla  di  Euge- 
nio IV.  I  giorni  ne'  quali  si  tene- 
va questo  tribunale  erano  descrit- 
ti nel  calendario  curiale  del  mede- 
simo Diario  ferrarese,  eh'  ebbe  fi- 
ne col  secolo  passato,  come  pure 
lo  ebbero  la  maggior  parte  delle 
cose  in  esso  registrate.  Finalmente 
nel  Diario  si  leggeva  la  nota  del- 
le famiglie  nobili  di  Ferrara ,  il 
consiglio  centumvirale,  il  novero 
dei  giudici,  e  delle  milizie  del  Fer- 
i  arese  come  del  presidio  della  città. 


FER 
La  chiesa  cattedrale  e  metropo- 
litana, alla  santa  Sede  immediata- 
mente soggetta,  è  dedicata  a  Dio 
sotto  l' invocazione  dei  ss.  Giorgio 
e  Ma  urei  io  martiri,  i  quali  come 
dicemmo  sono  pure  i  patroni  del- 
la città,  ed  a  quanto  pur  si  disse 
sul  magnifico  ed  ottimo  edifìzio 
nulla  aggiungiamo  per  brevità.  Il 
capitolo  si  compone  di  tre  digni- 
tà, la  maggiore  delle  quali  è  l'ar- 
ciprete, di  tredici  canonici  colle 
prebende  del  teologo  e  del  peni- 
tenziere, di  vent'  otto  beneficiati,  dì 
nove  mansionari!,  compreso  il  mae- 
stro di  cerimonie,  e  di  altri  preti 
e  cheriei  addetti  all'  udiziatura.  Nel 
Diario  ferrarese  sono  registrate  1^ 
dignità  dell'arciprete,  del  preposito, 
dell'arcidiacono,  del  primi  cero,  del 
custode,  del  tesoriere,  e  del  decano. 
Sette  erano  i  canonici  dell'  ordine 
presbiterale  compreso  il  penitenzie- 
re: tre  i  canonici  dell'ordine  dia- 
conale ;  e  quattro  i  canonici  dell'or- 
dine suddiaconale,  oltre  i  canoni- 
ci coadiutori  e  i  soprannumerari.  I 
raansionarii,  quattro  sono  registra- 
ti del  primo  ordine,  due  del  se- 
condo, ed  altrettanti  del  terzo  o 
suddiaconale;  il  collegio  de'benefi- 
ciati  era  composto  di  quarantasei- 
te  individui,  oltre  tre  maestri  di 
cerimonie.  La  cura  d' anime  an- 
nessa alla  cattedrale  si  esercita  dal- 
l'arciprete,  assistito  da  due  cappel- 
lani curati  a  sua  elezione.  Ivi  è  il 
fonte  battesimale,  varie  insigni  re- 
lique,  e  corpi  santi.  L'episcopio  è 
prossimo  alla  metropolitana ,  ed  è 
un  ampio  e  conveniente  edifìzio. 
Nella  città  oltre  la  cattedrale,  so- 
novi  altre  otto  chiese  parrocchiali, 
in  una  delle  quali  soltanto  vi  è  il 
battisterio,  come  già  si  disse.  Al 
presente  cinque  sono  i  monisteri  e 
conventi  dei   religiosi,  cioè  di  San* 


FER 

to  Spirito  de' minori  osservanti,  di 
s.  Maurelio  de'  cappuccini,  di  s. 
Giuseppe  degli  agostiniani  scalzi,  di 
s.  Domenico  dell'ordine  de'  predi- 
catori, di  f .  Girolamo  de'  carmeli- 
tani scalzi.  I  padri  della  compagnia 
di  Gesù  hanno  casa  professa  con 
scuole,  e  i  signori  della  missione 
conservano  un  vasto  fabbricato.  E 
sei  i  monisteri  di  monache,  che 
sono  di  sant'  Antonio  abbate,  be- 
nedettine cassinesi  ;  di  s.  Vito,  mo- 
nistero  di  agostiniane  ;  del  Corpus 
Domini,  monache  Clarisse;  di  s. 
Chiara  cappuccine;  di  s.  Maria  dei 
Servi  le  orsoline;  di  s.  Teresa  le 
carmelitane  scalze.  Avvi  un  picco- 
lo monastero  delle  terziarie,  dirette 
dai  minori  osservanti:  mentre  i 
conservatorii  sono  quelli  pei  maschi 
de'  mendicanti,  e  dei  trovatelli  ;  per 
le  femmine  quelli  di  s.  Giustina,  di 
s.  Barbara,  di  s.  Apollinare,  di  s. 
Pietro  delle  mendicanti,  di  s.  Cri- 
stoforo delle  bastardine,  di  s.  Ma- 
ria della  Consolazione  per  le  peni- 
tenti, e  di  s.  Margherita  da  Cor- 
tona per  le  puerpere.  Vi  è  una 
casa  di  catecumeni,  e  due  ospeda- 
letti  per  dodici  povere  vedove  im- 
potenti. Il  collegio  delle  zitelle  con 
educandato  presso  s.  Maria  della 
Rosa,  è  diretto  dalla  marchesa  Gi- 
nevra Canonici.  Oltre  a  ciò  vi  so- 
no altri  pii  stabilimenti,  sodalizi  , 
ospedali,  monte  di  pietà,  seminario 
con  alunni  ec.  Ampia  è  la  diocesi, 
contenente  ottantaquattro  parroc- 
chie. La  mensa  ad  ogni  nuovo  ar- 
civescovo è  tassata  ne' libri  della 
cancelleria  apostolica  in  fiorini  mil- 
le e  trecento  ,  proporzionatamente 
alle  rendite. 

FERRARI  o  FERRERI  Gio- 
vani Bvttista,  Cardinale.  Gio- 
vanni Battila  Ferrari  o  Ferreri 
nacque    in    Modena    l'anno    i/pi, 


FER  187 

da   nobile  e  vetusta   famiglia.    Re- 
o 

catosi  a  Roma  nella  sua  gioventù, 
si  applicò  allo  studio  della  legge , 
e  fu  ammesso  alla  corte  del  cardi- 
nale Rodrigo  Borgia,  pel  qual  mez- 
zo ottenne  alcuni  benefizi  ecclesia- 
stici e  un  canonicato  nella  catte- 
drale di  Bologna.  In  seguito  ritor- 
nato in  Roma,  si  occupò  negli  uf- 
fici di  cancelleria ,  in  qualità  di 
scrittore  e  sollecitatore  delle  lette- 
re apostoliche,  e  da  questo  impie- 
go fu  eletto  uno  de'  dodici  abbre- 
viatori.  Esaltato  al  soglio  pontifi- 
cio il  Borgia  col  nome  di  Ales- 
sandro VI ,  Ferrari  fu  nominato 
datario,  reggente  della  cancelleria, 
e  nel  i497  "vescovo  di  Modena.  Lo 
stesso  Pontefice  a'  28  settembre 
i5oo  lo  creò  cardinale  di  s.  Gri- 
sogono,  e  nel  1D01  arcivescovo  di 
Capua.  Mori  di  veleno  propinatogli 
dal  suo  cameriere  Pinzoni  l'anno 
1002,  e  dalla  basilica  vaticana  fu- 
rono le  di  lui  ossa  trasferite  nella 
cattedrale  di  Modena.  Scrive  il  Car- 
della,  che  il  duca  Valentino,  della 
cui  rapacità  era  stato  fautore,  fosse 
il  principale  movente  della  di  lui 
morte,  invogliato  dalla  somma  di 
ottanta  e  più  mila  scudi  d'oro,  che 
tenea  presso  di  sé.  L' eredità  fu  ap- 
plicata al  fisco,  senza  attendersi  ai 
reclami  di  suo  fratello,  a  cui  per 
compenso  fu  dato  il  vescovato  di 
Modena.  Quantunque  si  possa  lo- 
dare la  esattezza  di  questo  por- 
porato nel  disunpegnare  le  sue  man- 
sioni ,  pure  non  si  può  esentarlo 
dalla  taccia  di  avarizia ,  cosa  che 
gli  mosse  contro  persino  la  collera 
di  Alessandro   VI. 

FERRARI  Tommaso  Maria,  Car- 
dinale. Tommaso  Maria,  nel  batte- 
simo nominato  Pieragostino  Ferra- 
ri, nacque  nel  1647  da  mediocre 
famiglia  in  Casalnuovo ,  presso    O- 


188  FER 

tranto.  Spiegò  sino  dalla  gioventù 
i  più.  fervorosi  sentimenti  di  reli- 
gione, in  età  di  quindici  anni  sol- 
tanto vestì  l'abito  di  s.  Domenico. 
Egli  principiava  la  sua  carriera , 
quando,  rapiti  a' viventi  due  suoi 
fratelli,  venne  fortemente  tentato  a 
lasciare  la  religione;  ma  inaltera- 
bile nel  fermato  proposito,  rinun- 
ziò ben  di  voglia  a  quanto  se  gli 
promettea  di  agi  e  di  ricchezze. 
Compiuti  con  somma  riputazione  i 
suoi  studi ,  fu  mandato  in  Roma  : 
ivi  il  generale  dell'ordine,  il  p. 
Roccaberti  lo  sottopose  a  rigidissi- 
mo esame,  e  conobbe  tosto  la  pro- 
fondità della  dottrina  che  possedea, 
specialmente  in  riguardo  alla  iSb/;i- 
ìiia  di  s.  Tommaso.  Lo  spedì  per- 
tanto nel  convento  di  s.  Tommaso 
di  Napoli,  dove  per  alcuni  anni  in- 
segnò le  filosofiche  facoltà ,  e  nel 
1677,  dopo  di  aver  sostenuta  una 
pubblica  conclusione ,  ebbe  laurea 
di  dottore ,  e  fu  annoveralo  fra  i 
maestri  della  sua  religione.  Nell'an- 
no poi  i685  venne  destinato  in  Bo- 
logna qual  lettore  di  teologia.  Men- 
tre però  con  plauso  universale  cuo- 
pria  quella  cattedra  ,  non  cessava 
dallo  esercitarsi  nelle  virtù  proprie 
del  religioso,  non  uscendo  di  casa 
che  stretto  dalla  necessità,  ed  osser- 
vando sempre  un  rigoroso  silenzio. 
11  legato  d'allora  il  cardinal  Pigriat- 
telli,  dipoi  Papa  Innocenzo  XII,  lo 
volle  a  suo  intimo  amico,  e  molto 
gli  fu  di  vantaggio  nel  prosegui- 
mento della  sua  carriera.  Nel  1688, 
resosi  vacante  il  posto  di  maestro 
del  sacro  palazzo ,  il  Papa  infor- 
mato del  preclarissimo  di  lui  in- 
gegno e  singolare  pietà ,  lo  volle 
innalzare  a  quella  carica;  ma  non 
avendo  il  danaro  per  supplire  alle 
necessarie  spese ,  il'  tesoriere  Giu- 
seppe Renato  Imperiali,  che  fu  poi 


FER 

cardinale,  gli  accordò  tutta  la  sup- 
pellettile del  suo  antecessore,  e  sup- 
plì ancora  alle  spese.  Nel  tempo 
stesso  ebbe  il  Ferrari  commissione 
di  supplire  alle  veci  di  predicatore 
apostolico,  e  in  tale  occasione  con- 
ferì la  laurea  di  teologia  all' im- 
mortale Prospero  Lambertini,  del- 
la qual  cosa  quel  grande  uomo  ne 
Iacea  spesso  menzione,  aggiungendo 
le  più  distinte  laudi  alla  somma 
di  lui  dottrina.  Innocenzo  XII,  assun- 
al  soglio  pontificale,  a'  12  dicembre 
1  6g5  lo  creò  prete  cardinale  del  ti- 
tolo di  s.  Clemente,  prefetto  della 
congregazione  dell'  indice,  protettore 
de' ministri  degl'infermi;  lo  ascris- 
se ancora  alle  altre  primarie  con- 
gregazioni, e  gli  fece  un  dono  del- 
la argenteria  di  cui  se  ne  serviva 
prima  del  pontificato.  La  vita  del 
novello  cardinale,  non  fu  però  can- 
giata per  sì  eccelse  dignità.  Egli 
celebrava  la  messa  ogni  giorno  e 
con  grande  commozione  di  affetti; 
ogni  mese  amministrava  la  comu- 
nione a' suoi  familiari,  e  il  giorno 
prima  li  chiamava  tutti  a  sé  per 
istruirli  de' loro  doveri  di  religio- 
ne ;  la  sera,  dopo  la  recita  del  ro- 
sarioj  impartiva  loro  la  benedizio- 
ne, e  poi  li  rimandava  alle  proprie 
case.  11  suo  letto  era  quello  di  un 
rigido  penitente,  la  sua  veste  di  la- 
na inferiore,  e  l'abito  cardinalizio 
del  panno  il  più  mediocre.  Si  nar- 
ra eziandio  che  avvertito  del  prez- 
zo della  sua  veste  talare ,  se  ne 
rammaricasse  come  di  una  spesa 
eccessiva ,  e  non  volesse  poi  can- 
giarla più  per  lo  spazio  di  diciotto 
anni.  Digiunava  spesso  in  pane  ed 
acqua,  e  si  astenne  sempre  dalle 
carni,  tranne  gli  ultimi  aìini  della 
sua  vita,  ma  pel  comando  assolu- 
to de'  medici.  La  mattina  si  alza- 
va per  tempo  e  preudca  per  solita 


FER 

colazione  una  tazza  di  acqua  di  ci- 
coria amarissima.  La  sua  tavola 
poi  era  spoglia  d'  ogni  prezioso  or- 
namento, e  non  fu  mai  visto  usa- 
re che  arnesi  assai  poveri.  Parlava 
di  sé  con  molta  disistima,  e  sapea 
umiliarsi  dinanzi  alle  virtù  degli 
altri.  Se  dovea  correggere ,  il  suo 
labbro  spirava  tutta  la  mansuetu- 
dine; se  punire,  vi  accompagnava 
sempre  i  sentimenti  di  fratellevole 
carità.  Era  facile  nell'  ammettere 
all'  udienza,  nudriva  gran  compas- 
sione pe'  poveri,  soccorreva  le  ver- 
ginelle indigenti,  ed  impartiva  ge- 
nerose limosine  specialmente  alle 
famiglie  decadute.  Vegliava  con  as- 
sidua cura  sulle  chiese  delle  sue 
badie,  le  provvide  e  le  ristaurò  in 
gran  parte;  né  mai  permise  che 
sulle  fabbriche  di  sua  proprietà  o 
sulle  suppellettili  vi  si  apponesse  il 
suo  stemma  gentilizio.  Ebbe  corri- 
spondenza co'  principi  Leopoldo  I, 
Giuseppe  I,  Carlo  VI,  con  Augu- 
sto re  di  Polonia  e  con  Giovan- 
ni V  re  di  Portogallo  ,  i  quali 
tutti  aveano  di  lui  un'altissima  sti- 
ma. Predisse  più  volte  il  tempo 
della  sua  morte,  e  infatti  come  l'a- 
vea  annunziato,  spirò  nel  bacio  del 
Signore  l'anno  17  16,  pianto  di  cuo- 
re da  ciascuno  de'  buoni.  Fu  sepol- 
to nel  mezzo  della  chiesa  di  s.  Sa- 
bina, lasciata  da  lui  erede  univer- 
sale de'suoi  beni.  11  p.  Daniello  Con- 
cilia, nella  vita  che  scrisse  in  Iali- 
no del  cardinale  Tommaso  Maria 
Ferrari)  e  stampata  in  Roma  dal 
Rarbiellini  nel  1754,  narra  alcuni 
fatti  prodigiosi  avvenuti  per  inter- 
cessione di  lui;  così  pure  tesse  l'e- 
lenco delle  sue  opere  manoscritte. 
FERRATI ìM  Bartolomeo,  Car- 
dinole. Bartolomeo  Ferratini,  di 
ricca  famiglia  di  Amelia,  si  dedicò 
dai  più  verdi  anui  allo  studio  delle 


FER 


189 


leggi  in  Roma,  e  così  meritossi  la 
universale  stima ,  che  Pio  IV ,  nel 
1062,  lo  promosse  al  vescovato  di 
Amelia.  Nove  anni  però  dopo  di 
un  felicissimo  reggimento,  lo  rinun- 
ziò nelle  mani  del  Pontefice,  e  tor- 
natosi a  Roma,  fu  eletto  vicario  e 
canonico  della  basilica  vaticana  , 
prefetto  della  fabbrica,  reggente  di 
cancelleria ,  e  presidente  della  se- 
gnatura di  grazia.  Esercitò  questi 
uffici  sotto  il  pontificato  di  nove 
Papi  successivi ,  e  tal  era  la  sua 
speriei)7a  ed  avvedutezza  ,  che  i 
voti  di  lui  venivano  ricercati  an- 
che da  luoghi  lontani.  Paolo  V  agli 
11  settembre  1606  lo  creò  prete 
cardinale  della  S.  R.  C;  ma  due 
mesi  circa  dopo,  cessò  di  vivere  in 
Roma  l'anno  1606.  La  spoglia  mor- 
tale fu  trasferita  in  Amelia  nella 
cattedrale,  dove  fu  eretto  un  magni- 
fico epitaffio.  11  Ferratini  fabbri- 
cò in  Roma  un  grande  palazzo  dal 
quale  prese  anche  il  nome  la  vi- 
cina contrada ,  detta  poi  Fratina, 
divenuto  poi  1'  edifizio  del  collegio 
urbano,  come  dicesi  al  volume  XIV, 
pag.   216  e   217  del  Dizionario. 

FERRE  (le)  Giovami,  Cardi- 
nale.   Vedi  Fabr?,   Cardinale. 

FERREOLO  (s.).  Dopo  aver 
servito  l' impero  qual  tribuno  mi- 
litare, vivea  a  Vieuna,  nelle  Gallie, 
professando  occultamente  la  reli- 
gione cristiana.  Indispettito  il  go- 
vernatore Crispino  per  non  vedere 
Ferreolo  a  prender  parte  alle  ce- 
rimonie del  suo  culto ,  volle  esa- 
minarlo ,  e  trovatolo  fermamente 
risoluto  di  lasciare  piuttosto  la  vi- 
ta che  la  religione,  lo  fece  battere, 
caricar  di  catene  e  condurre  in 
prigione.  Nel  terzo  giorno  del  suo 
imprigionamento,  Ferreolo  si  trovò 
miracolosa  mente  sciolto  dalle  sue 
catene,  e  vedendo    la   prigione   a- 


igo  FER 

perta  e  le  guardie  addormentate, 
se  ne  fuggì-  Passato  il  Frodano  a 
nuoto,  e  arrivato  al  fiume  Geres, 
fu  raggiunto  da  quelli  che  gli  fu- 
rono spedili  dietro,  i  quali  legatolo 
colle  mani  dietro  il  dorso,  sei  me- 
narono seco,  e  non  potendo  frenare 
il  loro  furore,  invece  di  ricondurlo 
a  Vienna  gli  tagliarono  la  testa  sul- 
le rive  del  Rodano.  Ciò  avvenne  ver- 
so l'anno  3o4-  Le  sue  reliquie 
furono  trasportate  a  Vienna  nel 
474»  ove  s-  Mamerto  aveagli  fatto 
costruire  una  chiesa.  La  sua  fe- 
sta è  assegnata  a'  1 8   settembre. 

Vi  sono  due  altri  santi  dello 
stesso  nome.  Uno  fu  vescovo  di 
Limoges  ;  intervenne  al  secondo 
concilio  di  Macon,  che  fu  nazio- 
nale, ed  è  nominato  nel  martiro- 
logio di  Francia  a'  18  settembre. 
L'altro,  nato  nel  52 1  nella  Gallia 
Narbonese,  fu  vescovo  di  Uzes;  in- 
nocentemente esiliato,  ritornò  alla 
sua  diocesi  verso  il  558.  Morì  nel 
ventottesimo  anno  del  suo  episco- 
pato, e  lasciò  una  regola  monasti- 
ca stampata  nella  raccolta  di  Ol- 
stenio.  La  sua  festa  è  notata  a'  3 
gennaio;  ma  il  suo  nome  non  si 
trova  in  alcun  martirologio. 

FERREOLO  o  Fepruzio,  e  Fer- 
ruzione  (ss.).  Questi  santi  furono 
mandati  da  s.  Ireneo  a  Besanzo- 
ne  per  annunziarvi  la  fede  di  Ge- 
sù Cristo,  circa  l'anno  180.  11  loro 
martirio  si  colloca  nel  21  1  0212. 
Essi  avevano  una  messa  propria  in 
un  messale  del  quinto  secolo,  e  la 
loro  leggenda  riferisce  che  furono 
dapprima  flagellati  per  comanda- 
mento di  Claudio,  presidente  del- 
la provincia  Sequanese  ;  che  fu  lo- 
ro mozzata  la  lingua,  e  che  si  con- 
ficcarono loro  delle  lesine  nelle 
giunture  così  dei  piedi  come  delle 
inani,  e  dei  grandi   chiodi   nel   ca- 


FER 
pò.  I  loro  corpi  furono  scoperti 
il  5  settembre  dell'anno  370  in 
una  grotta  coperta  di  legno,  mille 
e  cinquecento  piedi  lungi  dalla  cit- 
tà ;  per  cui  nel  martirologio  attri- 
buito a  s.  Girolamo  è  posta  a  que- 
sto dì  la  loro  fèsta,  sebbene  ab- 
biano sofferto  il  16  di  giugno.  La 
tradizione  della  chiesa  di  Besanzo- 
ne  prova  che  s.  Ferreolo  ne  è  sta- 
to il   primo  suo  vescovo. 

FERRERI    Guglielmo  ,    Cardi- 
nale.  V.  Ferrier. 

FERRERI  Antonio,   Cardinale. 
V.  Ferrerio. 

FERRERI  Gianstefano,  Cardi- 
nale. Gianstefano  Ferreri ,  de'  si- 
gnori di  Galvanico,  nacque  l'anno 
i473  nel  castello  di  Bugella,  feu- 
do della  sua  famiglia,  nella  diocesi 
di  Vercelli.  Fu  abbate  commen- 
datario di  s.  Maria  di  Slaffarda  e 
di  s.  Stefano  di  Vercelli ,  e  nel 
1499  fu  eletto  da  Alessandro  VI  ve- 
scovo di  questa  città,  dove  celebrò 
anche  un  sinodo  con  notabile  uti- 
lità dell'ecclesiastica  disciplina.  Nel 
i5o2  passò  al  vescovato  di  Bolo- 
gna, e  nel  i5o9,  per  elezione  di 
Giulio  II,  alla  sede  d'Ivrea.  Die- 
de commissione  a  Paride  Grassi  , 
vescovo  di  Pesaro,  di  scrivere  un 
trattato  sul  ceremoniale  de'  cardi- 
nali. Sostenne  la  carica  di  uditore 
di  rota,  e  mentre  fungea  quest'uf- 
fìzio venne  ascritto  al  sacro  col- 
legio da  Alessandro  VI,  col  titolo 
di  s.  Vitale,  e  pubblicato  poi  nel 
i5o2,  nella  vigilia  di  s.  Pietro,  alla 
presenza  de'  cardinali  assieme  rac- 
coltisi pei  primi  vesperi  di  quella 
solennità.  Cessò  di  vivere  nel  i520, 
ed  ebbe  sepolcro  nella  sua  patria, 
nella  chiesa  di  s.  Sebastiano  dei 
canonici  regolari.  Nella  basilica  poi 
di  s.  Clemente  si  legge  il  suo  epi 
tatuo,    nel   quale  vengono    ricorda 


FEK 
te  le  distinte   virtù   del  porporato, 
e  la  profonda  dottrina,  e  vasta  eru- 
dizione che    lo    rese  uno   de'  lumi- 
nari del  suo   tempo. 

FERRERI  Bonifacio,  Cardinole. 
Bonifacio  Ferreri,  savoiardo  di  Ver- 
celli, fratello  del  cardinal  Gianstefa- 
no,   uomo    di    acuto  discernimento, 
e  di   grande    ingegno ,    per    cui   fu 
arricchito  nel  1 499  cn  molte  e  pin- 
gui ahbazie,    e    tra  le  altre  quella 
di   s.    Benigno    di    Frultuaria,  indi 
fu  eletto  da  Alessandro  VI,  a   vesco- 
vo d'Ivica,  dove  restaurò  dai  fon- 
damenti tre    castelli  di  quella  chie- 
sa, poscia  fu    fatto    amministratore 
di    Nizza,   il    cui  episcopio  notabil- 
mente accrebbe.  In  seguito  da  Giu- 
lio li,  nel  i5o9,  trasferito  alla  sede 
di  Vercelli,  Leone  X  nel  primo  lu- 
glio   j  5 1  7   lo    creò   prete  cardinale 
de'  ss.  Nereo  ed  Achilleo,  e  nel  1 53y 
Paolo  III  gli  conferì  il  vescovato  di 
Porto.   Intervenne    al    concilio  late- 
ranense,    e  mentre    da    Vercelli  si 
conduceva    a    Roma    pel   conclave, 
narra  il  Cardella  nel  tom.  IV  del- 
le   Memorie   storiche    de  cardinali, 
a  pag.    22,    che    fu    arrestato    per 
ordine  di  Francesco  Sforza  duca  di 
Milano,  a  cui  il  sagro  collegio  fece 
intendere  per  mezzo    del    suo    am- 
basciatore in  Roma,  che  se  non  a- 
vesse  sul  momento  rimesso  in  libertà 
il  collega   Ferreri,  ne  avrebbe  pre- 
so conveniente  e  giusta   snddisfazio- 
ne,  e  per  questo  motivo  fu  prolun- 
gato per  otto  giorni  l'ingresso   dei 
cardinali  in  conclave.    Dal    medesi- 
mo   Paolo    III    fu    decoralo     della 
legazione   di  Vicenza  nel  caso  che  si 
fosse   tenuto   il  concilio  generale  in 
quella  città,     e    poi     nel    i54o    di 
quella    di  Bologna ,    dove    fondò    il 
collegio  detto  dal  suo  cognome  dei 
Ferreri,    per    mantenere    agli    studi 
i    giovani    nobili ,    ma    poveri ,  del 


FER  Kj. 

Piemonte,  la  scelta  de' quali  volle 
che  spettar  dovesse  agli  eredi  di 
sua  famiglia.  Tre  furono  i  con- 
clavi ne'  quali  il  Ferreri  diede  il 
suo  voto,  cioè  di  Adriano  VI,  Cle- 
mente VII,  e  Paolo  III.  Mori  nel 
i543,  universalmente  compianto 
per  l'ottime  di  lui  qualità,  che  splen- 
didamente l'adornavano,  massime 
la  pietà  encomiata  pure  da  Leone 
X.  Trasferito  il  suo  cadavere  a 
Bugella,  feudo  di  sua  casa,  nella 
diocesi  di  Vercelli,  ivi  rimase  se- 
polto nella  chiesa  di  s.  Sebastiano 
nella  tomba  de' suoi  antenati. 

FERPiERI  Filiberto,  Cardina- 
le. Filiberto  Ferreri,  della  famiglia 
de'  marchesi  di  Romagnano ,  fra- 
tello del  cardinal  Pierfraucesco,  e 
nipote  de'  due  cardinali  Gianstefa- 
no  e  Bonifacio,  e  zio  del  cardinal 
Guido,  uomo  di  profonda  scienza 
e  di  esimia  pietà,  ebbe  dapprima 
tre  pingui  abbadie ,  e  nel  i5i8 
da  Leone  X  venne  promosso  al 
vescovado  d'Ivrea,  e  spedilo  nun- 
zio al  duca  di  Savoia.  Paolo  III 
avuto  riguardo  a'meriti  di  lui,  agli 
8  aprile  i54p  lo  creò  cardinale  col 
titolo  di  s.  Vitale.  Mori  dopo  cin- 
que mesi  nello  stesso  i54p,j  e  tra- 
sferito in  Biella,  fu  sepolto  nella 
tomba  della  sua  famiglia. 

FERRERI  Piepfp.a^cfsco,  Car- 
dinale. Pierfraucesco  Ferreri,  nac- 
que in  V  eicelli,  l'anno  i5ot).  Dap- 
prima fu  abbate  di  s.  Stefano  di 
Vercelli  e  di  Pinarolo,  e  nel  1 536 
eletto  vescovo  della  sua  patria. 
Resse  quella  chiesa  con  somma  sa- 
pienza, uomo  com'era  egli  per  o- 
gni  virtù,  chiarissimo;  vi  fondò 
nove  benefizi,  risiamo  da'  fonda- 
menti il  palazzo  episcopale,  eresse 
il  seminario,  e  molte  altre  opere 
vi  fece  per  cui  il  suo  nome  de- 
v'essere sempre   di   cara   memoria 


icp  FER 

a'  suoi  concittadini.  Fece  fabbrica- 
re eziandio  la  chiesa  di  s.  Anto- 
nio pei  disciplinanti,  e  quelle  di  s. 
Agata  e  di  s.  Margherita  ad  uso 
delle  monache,  le  quali  passarono 
dalla  campagna  in  città.  Venne 
destinato  alla  vice-legazione  di  Bo- 
logna, nel  tempo  in  cui  era  ivi 
legato  il  cardinal  Bonifacio  suo  zio;  si 
recò  al  concilio  di  Trento,  e  scrisse 
un  diario  di  questo  gran  concilio, 
il  quale  si  conserva  nella  Vatica- 
na. Paolo  IV  lo  disegnò  compa- 
gno del  cardinal  Carlo  Caraffa  nel- 
la legazione  delle  Fiandre  ,  e  Pio 
IV  gli  commise  la  nunziatura  del 
senato  veneto,  nel  qual  tempo  ai 
26  febbraio  i56i  lo  creò  prete 
cardinale  di  san  Cesario.  Nell'an- 
no i562  fece  rinunzia  della  sua 
cbiesa  a  favore  di  Guido  di  lui 
nipote,  e  compì  la  mortale  carrie- 
ra in  Roma,  nell'anno  i566,  nella 
fresca  età  di  cinquantasette  anni.  Le 
di  lui  spoglie  ebbero  sepolcro  nella 
basilica  Liberiana,  dove  sopra  la 
porla  santa  si  vede  in  marmo  il 
suo  busto,  con  una  iscrizione  po- 
stavi dal  cardinal  Guido  suo  ni- 
pote. 

FERRERT  Guido  ,  Cardinale. 
Guido  Ferreri,  figlio  di  Maddale- 
na Borromeo,  sorella  di  s.  Carlo, 
nacque  in  Vercelli  l'anno  \5Zj. 
Crebbe  sotto  la  disciplina  del  car- 
dinal Pierfrancesco  suo  zio,  e  in 
breve  corse  la  carriera  degli  studi 
con  un  progresso  così  rapido,  che 
tosto  si  attrasse  la  considerazione 
degli  uomini  valenti  nelle  lettere  e 
nelle  scienze.  Ebbe  sei  pingui  ab- 
bazie, tra  le  quali  quella  di  s.  Be- 
nigno di  Fruttuaria ,  e  nel  i5G2 
venne  promosso  al  vescovado  di 
Vercelli,  per  rinunzia  del  cardina- 
le suo  zio.  Molti  e  cospicui  furono 
i  benefizi  eh'  egli  compartì  a  qnel- 


FER 

la  chiesa:  fabbricò  l'abitazione  pei 
chierici  del  seminario,  già  comin- 
ciato dallo  zio ,  e  lo  accrebbe  di 
rendite;  ristaurò  con  immensa  spe- 
sa la  contigua  chiesa  di  s.  Pietro  ; 
die  fine  ad  una  vecchia  lite  assai 
molesta  ai  vescovi  ed  al  capitolo; 
fece  lavorare  con  buon  gusto  i  se- 
dili del  coro,  e  ne  assegnò  una  ren- 
dila perchè  avessero  compimento. 
Trasferì  anche  le  monache  dalla 
campagna  alla  città,  e  a  quelle  di 
Biella  vi  fabbricò  il  convento,  e 
concesse  loro  la  metà  de'  frutti  di 
s.  Maria  del  Piano  e  dello  speda- 
le. Unì  le  monache  di  s.  Pietro 
martire  a  quelle  di  s.  Margherita, 
perchè  vi  fosse  luogo  a  quelle  di 
Leuta;  diede  nuova  forma  alla  chie- 
sa de'  ss.  Pietro  e  Barnaba  ,  e  vi 
istituì  ancora  le  scuole  della  dot- 
trina cristiana.  Celebrò  un  sinodo 
per  la  riforma  dell'ecclesiastica  di- 
sciplina ;  istituì  due  collegi ,  uno 
pei  gesuiti,  che  introdusse  in  Ver- 
celli l'anno  i58i,  l'altro  pei  sedici 
beneficiati  addetti  alla  chiesa  di  s. 
Eusebio.  Fatta  rinunzia  di  quella 
chiesa,  ottenne  l'abbazia  di  No- 
nantola,  che  resse  con  eguale  sa- 
pienza e  zelo  :  ivi  pure  condusse  a 
fine  l'arca  di  marmo  che  tuttora 
adorna  l'aitar  maggiore  della  chie- 
sa abbaziale,  e  visitò  personalmen- 
te le  chiese  soggette,  lasciando  in 
ogni  luogo  il  bell'esempio  della  sua 
specchiata  virtù.  Avea  conceputo 
benanche  il  pensiero  di  unire  in- 
sieme i  monaci  benedettini  del  Pie- 
monte, che  viveano  erranti,  e  dar 
loro  la  regola  dei  monaci  riforma- 
li, e  istituirvi  un'accademia  per  la 
loro  istruzione  e  pel  bene  eziandio 
della  chiesa  di  Francia,  che  allora 
venia  turbata  dal  continuo  infestar 
degli  eretici;  ma  tal  disegno,  co- 
mechè    utile  assai,  non  gli    venne 


FER 
fatto  di  mandarlo  ad  effetto.  In- 
tervenne al  concilio  di  Trento,  e 
dopo  fu  incaricato  della  nunziatu- 
ra al  senato  veneto,  ed  a' 12  mar- 
io  i565  creato  da  Pio  IV  prete 
cardinale,  benché  assente,  di  s.  Eufe- 
mia. S.  Carlo  fu  quegli  che  nella 
metropolitana  di  Milano  lo  vestì 
delle  insegne  cardinalizie,  e  lo  eb- 
be a  compagno  nel  suo  primo  pro- 
vinciale concilio;  fu  quindi  desti- 
nato assieme  con  lui  ad  accom- 
pagnare in  Italia  le  sorelle  dell'im- 
peratore Massimiliano  d'  Austria. 
Gregorio  XIII  lo  deputò  alla  cor- 
rezione del  decreto  di  Graziano , 
cosa  ch'egli  eseguì  con  molta  di- 
ligenza, e  dipoi  lo  spedì  legato  del- 
la Romagna  ,  e  anche  di  Spoleti , 
secondo  quello  che  scrive  il  Cor- 
bellini. Cessò  di  vivere  in  Roma 
l'anno  i585,  rapito  da  una  bre- 
vissima malattia  di  sei  ore,  nell'età 
di  4°"  anni,  e  venti  di  cardinalato. 
Ebbe  il  sepolcro  nella  basilica  Li- 
beriana, e  sopra  la  porta  santa  si 
vede  la  sua  figura  in  marmo,  con 
una  iscrizione  di  sommo  elogio. 

FERRERI  Vivono  Maria,  Car- 
dìnale.  \  incenzo  Maria  Ferreri  da 
Nizza,  nacque  l'anno  1681.  Pro- 
fessò fino  dagli  anni  verdi  nell'  or- 
dine de'  predicatori,  e  rapidamente 
si  avanzò  nel  sapere  e  nella  pietà. 
Fu  dapprima  lettore  nella  sua  re- 
ligione, e  poscia  ebbe  una  cattedra 
di  teologia  nell'università  di  Tori- 
no. Il  marchese  di  Ormea,  suo  af- 
fine, gli  ottenne  dal  re  di  Sarde- 
gna, nel  '727,  la  nomina  al  ve- 
scovado di  Alessandria  della  Paglia, 
che  fu  poi  confermata  da  Benedet- 
to XIII;  e  quindi  gì' impetrò  la 
sacra  porpora,  ch'ebbe  dallo  stesso 
Pontefice  a' 6  luglio  1729,  col  ti- 
tolo di  s.  Clemente ,  donde  poi 
passò  a  quello  di  s.  Maria  in  ^  ia. 

VOL.    XXIV. 


FER  J93 

Due  anni  dopo  fu  trasferito  alla 
chiesa  di  Vercelli,  e  gli  furono  ac- 
cordate contemporaneamente  tre 
pingui  abbazie,  una  delle  quali  non 
potè  mai  possedere  per  causa  di 
alcune  controversie  insorte  tra  quel 
sovrano  e  il  Papa  Clemente  XII. 
Venne  ascritto  alle  congregazioni 
del  s.  offizio,  dei  vescovi  e  regolari, 
della  disciplina,  della  immunità  e 
dei  riti.  Morì  in  Vercelli  l'anno 
1742,  con  lode  di  zelante  e  solle- 
cito pastore,  ed  ebbe  sepolcro  in 
quella  cattedrale. 

FERRERI  O  A.\to.\io,  Cardina- 
le. Antonio  Ferrerio,  nacque  di  po- 
vera famiglia  in  Savona,  ed  otten- 
ne nella  sua  gioventù  la  protezio- 
ne del  cardinale  Giuliano  della  Ro- 
vere, che  fu  poi  Papa  Giulio  II. 
Questo  Pontefice,  nel  1 5o4>  lo  eles- 
se vescovo  di  Noli,  e  lo  trasferì  di 
poi  alla  chiesa  di  Gubbio ,  dalla 
quale  passò  alla  sede  di  Perugia. 
Venne  quindi  decorato  della  pre- 
fettura del  palazzo  apostolico,  crea- 
to cardinale  nel  concistoro  del  pri- 
mo dicembre  i5o5,  col  titolo  di 
s.  Vitale,  quantunque  ripugnasse  il 
sacro  collegio  pei  molti  vizi  che 
in  lui  discopriva,  e  specialmente  per 
l'arroganza  e  doppiezza  di  carattere. 
Ebbe  la  carica  di  pro-datario.,  e  la 
legazione  di  Perugia,  nonché  quel- 
la di  Bologna,  ottenuta  da  lui  col 
mezzo  dei  più  scaltri  artifizi.  Ma 
tali  furono  le  tirannie,  le  crudeltà, 
le  ingiustizie  commesse  in  quest'ul- 
tima città,  che  il  Pontefice  lo  fece 
chiudere  in  Castel  s.  Angelo,  e  lo 
multò  di  ventimila  scudi.  Da  quel 
castello  però  venne  trasferito  nel 
convento  di  s.  Onofrio  sul  Gianicolo, 
dove  oppresso  dalla  confusione  mo- 
rì l' anno  1 5o8.  Fu  sepolto  nella 
chiesa  di  s.  Agostino  senza  alcuna 
funebre  cereraonia. 
i3 


i94  FER 

FERRERÒ  della  Marmora  Te- 
resio ,    Cardinale.    Teresio    Maria 
Carlo  Vittorio  nacque  in  Torino  li 
i5  ottobre   1757:  furono  suoi  ge- 
nitori il  marchese  Ignazio  luogote- 
nente  generale   nelle  regie  armate 
di  Emanuele  IH  re  di  Sardegna,  e 
Cristina  San-Martino  d'Aglié  mar- 
chesa di  s.  Germano,  degna  dama 
di  onore   della   principessa  di  Pie- 
monte, la  ven.  Clotilde  di  Francia. 
La  famiglia  del  padre,  illustre  as- 
sai, discendeva  da  quei  Ferreri  che 
nel   i5i 7    erano    dalla    principesca 
famiglia    Fieschi,  sovrani    conti    di 
Lavagna ,  chiamati  alla  successione 
del  principato  di  Masserano  e  Cre- 
valcore    (il  quale  essendo  apparte- 
nuto al  dominio  della  santa  Sede, 
se  ne  tratta   all'articolo  Sovranità' 
Pontificia  ) ,    colla    sostituzione    ai 
discendenti  del  pronipote  Filiberto 
da    essi    adottato ,    successione   che 
dopo  3 16  anni    a' nostri  giorni  in 
questa  linea  aveva  luogo  ,  di  quei 
Ferreri  che  in  tanti  nobili  modi,  e 
con  gloriosi  fatti  illustrarono  nelle 
storie  italiane    il    proprio  nome,  e 
dierono    al    sagro    collegio  i  cardi- 
nali che  descrivemmo  compendiosa- 
mente   avanti  questi  cenni  biogra- 
fici.   Con  tali  esempli  domestici  al- 
levato e  cresciuto  Teresio,  fece  pro- 
gressi nei  buoni  studi  in  guisa  che 
nel   1779    ricevette    dall'università 
di  Torino  la  laurea    di  dottore  in 
jus  canonico  e    civile.    Pel  suo  in- 
gegno, e  per  le  gentili  maniere  ven- 
ne dai  condiscepoli  eletto  nell'anno 
seguente  rettore  di  tale  università: 
e  qui  va  notato,  che  solevasi  allo- 
ra insignire  con  simile  dignità  uno 
dei  giovani  più  distinti  per  nobiltà 
e  scienza  ,   e  questo  era  poi  riguar- 
dato qual  principe  dell'ateneo ,  es- 
sendo   l'elezione    libera,    e    dipen- 
dendo dal  voto  degli  eguali;  dap- 


FER 

poi  fu  associato  al  collegio  di   bel- 
le lettere  e  filosofia ,    illustrato  dai 
pp.   Ansaldi  e  Beccaria.  Dedito  allo 
stato  ecclesiastico,  nel    1781   ascese 
al  sacerdozio,    indi    il    re  Vittorio 
Amadeo    HI    lo  ammise  tra  i  suoi 
elemosinieri  di  corte ,  ed  avendolo 
nel    1796    proposto   a    Pio  VI  per 
la  sede  vescovile  di  Casale  in  Mon- 
ferrato, con  sua  virtuosa  ripugnan- 
za ne  ricevette    in  Roma  l' episco- 
pale consagrazione.    Mentre  da  ze- 
lante pastore  del  diletto  suo  greg- 
ge    impiegava  ogni  suo  pensiero  e 
cura  a  di  lui  vantaggio,  ad  onta  del- 
la delicata  sua  complessione  e  dif- 
ficoltà   nel    camminare ,    il    di  lui 
cuore  restò  acerbamente  trafitto  dai 
sanguinosi   rivolgimenti    di  Francia 
che     allora     turbavano     l' Europa  ; 
quindi    nel    1 798  dal  torrente  de- 
vastatore fu  pure  invaso  il  Piemon- 
te ,    crollò   la    monarchia  sabauda , 
venne  manomesso  ogni  ordine  di  co- 
se, ed  il  Pontefice  Pio  VI  fu  ingiu- 
stamente spogliato  del  regno  e  del- 
la libertà,  per  cui  esule  prigioniero 
nell'esser    condotto    in   Francia  at- 
traversò la  città  di  Casale,  e  le  ter- 
re della  diocesi  di   Teresio.    Questi 
si    recò    ad    incontrare    il  supremo 
gerarca  a    s.   Germano,    lo  accolse 
nell'episcopio  con    ogni   maniera   di 
profonda  venerazione,    indi    lo    ac- 
compagnò   in    Torino,  e  nel  sepa- 
rarsi da  lui  provò  indicibile  dolore. 
Disputavansi   in  quel  tempo  il  Pie- 
monte francesi  ed  austriaci,  quan- 
do alcune  bombe  lanciate  dai  pri- 
mi in  Casale  furono  causa  che  si  le- 
vasse il  popolo  a  tumulto,  minaccio- 
so e  furente  contro  di  essi.  In  pre- 
mio dell'aver  Teresio  sedato  la  som- 
mossa colla  sua  autorità    ed  amo- 
revoli parole,    con    iniqui   modi   fu 
dai   francesi   condotto  a  piedi   nella 
cittadella    di   Alessandria.    Qui    non 


FER 

finirono  le  loro  persecuzioni  con- 
tro il  pio  vescovo:  più  volte  dopo 
l' insigne  vittoria  delle  armi  fran- 
cesi li  i5  giugno  1800  riportata 
sugli  austriaci  a  Marengo,  fu  dal 
ministro  di  polizia  francese  chia- 
malo a  Torino  a  discolparsi  delle 
gravi  accuse  contro  di  lui  apposte, 
ma  ne  riuscì  innocente,  intanto  che 
la  sua  salute  vieppiù  affievolitasi. 
Succeduta  a  tanti  trambusti  la  cal- 
ma ,  rivolgevasi  Teresio  a  rimar- 
ginare le  ferite  recate  ai  suoi  dio- 
cesani ,  quando  nel  concistoro  te- 
nuto in  Parici  da  Pio  VII  il  primo 
febbraio  i8o5,  per  la  nuova  circo- 
scrizione delle  diocesi  di  Piemonte, 
già  fatta  con  pontificia  bolla  del 
primo  giugno  i8o3,  e  successivo 
decreto  de'23  febbraio  i8o5,  dal 
cardinal  Caprara  legalo  a  Intere, 
fu  dal  Papa  traslato  al  regime  del- 
le diocesi  unite  di  Saluzzo  e  Pi- 
nerolo  ,  alle  quali  ben  presto  fece 
sperimentare  la  sua  paterna  solle- 
citudine. Quanto  e  quale  poi  fos- 
se l' impegno  in  favore  degli  op- 
pressi primari  membri  della  santa 
Sede,  ben  lo  mostrò  nel  rendere 
meno  dura  la  condizione  del  car- 
dinal Pacca  (  il  quale  ne  fa  men- 
zione nelle  sue  Memorie  stori- 
che, parte  li,  cap.  II,  pag.  1 68  ), 
e  di  altri  prelati  romani  rinchiusi 
prepotentemente  nel  forte  di  Fe- 
nestrelle,  posto  nella  sua  diocesi.  Ri- 
stabilito nel  Piemonte  dopo  il  1814 
l'ordine  antico  di  cose,  il  re  Vit- 
torio Emanuele,  lo  creò  gran  cro- 
ce dell'ordine  de'  ss.  Maurizio  e  Laz- 
zaro; riordinate  poscia  per  pontifi- 
lìcia  bolla  del  18  17  nello  stalo  pri- 
mitivo le  diocesi,  il  vescovo  Teresio 
spontaneamente  rinunziò  alla  dioce- 
si di  Pinerolo,  e  all'amministrazione 
di  vari  luoghi  già  spettanti  ad  anti- 
che   diocesi,    e    allora    alla    sua  di 


FER  193 

Saluzzo  unite.  Finalmente  oppresso 
da  lunghe  e  continue  infermità,  che 
gli  rendevano  assai  difficile  l'eser- 
cizio del  pastoral  ministero,  otten- 
ne dal  Papa  Leone  XII  di  rinun- 
ziare. In  premio  de'  lunghi  servigi 
resi  da  lui  alla  Chiesa  ed  allo  sta- 
to, gli  venne  conferita  l'antica  e 
pingue  abbazia  di  s.  Benigno  di 
Fruttuaria,  e  lo  stesso  Leone  XII 
nel  concistoro  de'27  settembre  1824 
lo  creò  cardinale  dell'  ordine  dei 
preti ,  rimettendogliene  la  notizia 
in  un  al  berrettino  cardinalizio  , 
per  la  guardia  nobile  conte  Gae- 
tano Dionisi ,  e  la  berretta  car- 
dinalizia a  mezzo  dell'  ablegato 
monsignor  Pietro  Giuseppe  Bar- 
barono, figlio  del  conte  allora  mi- 
nistro sardo  di  Roma.  Nell'anno 
seguente  il  re  di  Sardegna  Car- 
lo Felice  conferì  al  nostro  cardi- 
nale il  supremo  ordine  dell'An- 
nunziata, di  cui  era  già  cancelliere 
fino  dal  1823.  In  sì  eminente  gra- 
do si  accrebbe  la  sua  generosa  ca- 
rità; ma  recatosi  nell'autunno  del 
1 83 1  alla  sua  abbazia  di  s.  Beni- 
guo  già  altre  volte  posseduta  da  di- 
versi cardinali  e  prelati  del  suo  ca- 
sato, fra 'quali  dal  celebre  cardinal 
Bonifacio  ,  da  Sebastiano  e  Ferdi- 
nando de'Ferreri  che  vi  coniarono 
non  poche  monete  (come  si  legge 
nel  eh.  conte  Litta,  Famiglie  cele- 
bri italiane,  in  Ferrerò  di  Biella), 
fu  sorpreso  da  mortale  infermità, 
ed  ai  3o  dicembre  morì,  venendo 
esposto  e  sepolto  nella  chiesa  ab- 
baziale  di  s.  Benigno,  senza  essersi 
potuto  recare  in  Roma  a  ricevere 
il  titolo  e  cappello  cardinalizio,  ne 
intervenire  ai  due  conclavi  ch'eb- 
bero luogo  lui  vivente.  La  sua  mor« 
te  dispiacque  particolarmente  a  chi 
ne  conosceva  l'esimie  doti,  e  la 
dottrina    ed  erudizione.  Egli  senza 


i96  FER 

trascurare  i  propri  doveri,  si  eser- 
citò nelle  amene  lettere  e  nelle 
gravi  scienze;  la  storia  patria,  la 
araldica  ,  la  numismatica  ,  furono 
principalmente  l'obbietto  de'  suoi 
studi.  Molti  ne  avea  pur  fatto  in- 
torno alle  monete  dei  tempi  di 
mezzo,  e  di  quelle  sopra  tutto  che 
uscirono  dalle  zecche  delle  repub- 
bliche ,  dei  marchesi ,  dei  conti  e 
signori  di  molti  feudi  in  Piemon- 
te. Intera  fu  la  serie  per  esso  or- 
dinata delle  monete  fatte  coniare 
in  Massarano  e  Crevalcore ,  dai 
marchesi  indi  principi  di  que'  luo- 
ghi, e  si  può  dire  compiuti  i  mate- 
riali, che  con  assidue  cure  di  ol- 
tre trent'anni  era  riuscito  a  poter 
raccogliere  nell'  intendimento  che 
avessero  col  tempo  a  servire  per 
]a  compilazione  di  una  storia  di 
quel  principato.  Molte  sono  altresì 
le  carte  raccolte  concernenti  allo 
scudo  e  alla  zecca  di  Desana  (su 
di  che  è  a  vedersi  il  Gazzera,  Me- 
morie storiche  dei  conti  di  Desana). 
Sì  onorevoli  studi  gli  avevano  pro- 
curato l'amicizia  e  la  stima  d'il- 
lustri letterati,  in  ispecie  dell'eru- 
dito cav.  di  Priocca  ministro  ple- 
nipotenziario del  re  di  Sardegna  in 
Boma  negli  ultimi  anni  del  decorso 
secolo,  del  celebre  monetografo  con- 
te Viani,  e  del  cav.  Ciampi,  che  al 
nostro  cardinale,  prima  che  fosse 
fatto  vescovo ,  intitolò  le  pregiate 
sue  notizie  della  vita  letteraria  e 
degli  scritti  numismatici  del  Viani. 
FERRICI  Pietro,  Cardinale.  Pie- 
tro Ferrici  di  Coraentana  o  Concen- 
lana,  castello  della  Catalogna,  ebbe  i 
natali  nel  1 4'  3.  Corse  con  l'elice  pro- 
fitto gli  studi  nell'università  di  Bo- 
logna, ed  uscitone  laureato  in  am- 
be le  leggi,  si  recò  a  Roma.  Ivi, 
col  favore  del  cardinal  Barbo  poi 
Pontefice  Paolo  II,  di  cui  era  stato 


FER 

famigliare,  fu  eletto  da  Pio  II 
uditore  di  rota,  uffizio  che  sosten- 
ne assai  bene;  e  nel  1464,  dal 
medesimo  Paolo  lì,  vescovo  di  Tar- 
ragona  nel  regno  di  Aragona.  Ven- 
ne destinato  eziandio  commissario 
apostolico  in  Magonza ,  nell'  Ale- 
magna,  per  comporre  una  lite  di 
molto  rilievo  e  tranquillare  gli  a- 
nimi  che  s'  erano  piuttosto  agi- 
tati. Dopo  di  tutto  ciò  da  Sisto 
IV,  nel  concistoro  de' 18  dicembre 
1476,  fu  creato  prete  cardinale 
di  s.  Sisto,  e  protettore  dell'ordine 
de*'  predicatori.  Va  però  avvertito 
che  Paolo  II  nel  concistoro  de'  16 
dicembre  1468  avea  creato  segre- 
tamente il  Ferrici  cardinale,  con 
altri  tre ,  che  però  non  pubblicò 
mai;  sebbene  avea  obbligato  il  sa- 
gro collegio  a  riconoscerli  per  tali 
in  sua  morte  se  non  gli  avesse  pub- 
blicati, non  furono  riconosciuti  per 
tali,  nemmeno  dal  successore  di  Si- 
sto IV ,  che  però  creò  poi  il  Fer- 
rici, e  due  dei  nominati  tre,  esclu- 
dendone 1'  arcivescovo  di  Strigo- 
nia.  Il  nostro  cardinale  compian- 
to da  tutti,  cessò  di  vivere  in  Ro- 
ma ,  l'anno  1 477  5  e  fu  deposto 
nel  chiostro  di  s.  Maria  sopra  Mi- 
nerva ,  in  un  avello  lavorato  con 
gusto  antico,  avente  la  statua  del 
cardinale  stesa  stili'  urna  in  abiti 
pontificali.  Il  carattere  del  Ferrici 
era  assai  dolce;  manieroso  di  trat- 
to ,  officioso  co'  principi  ,  e  molto 
prudente  nel  rispondere  a'  consigli. 
I  sommi  Pontefici  del  suo  tempo 
1'  aveano  in  alta  estimazione,  e  lo 
consideravano  come  l'uomo  di  gran 
valore  nel  maneggio  de'  più  diffici- 
li affari,  laonde  fu  tenuto  da  tut- 
ti il  più  oflicioso  e  diligente  car- 
dinale del  suo  tempo.  I  principi 
ancora  l'amavano,  e  se  ne  serviva- 
no di  lui  nelle  cose  di  grande  in  lo- 


FER 

resse.  Il  Muraioli,  nell'opera  degli 
scrittori  delle  cose  d'  Italia  ,  toui. 
Ili,  pag.  2,  fa  anch'  egli  degna 
menzione  del  cardinale  Ferrici. 

FEHRIER  oFERRERI  Gugliel- 
mo, Cardinale.  Guglielmo  Ferrier, 
ovvero  Ferrai  ,  nacque  in  Proven- 
za, oppure  nella  Spagna,  come  vuo- 
le l'Aubery.  Fu  prevosto  della  chie- 
sa cattedrale  di  Maniglia,  e  da  s. 
Celestino  V  nel  settembre  del  i  294 
creato  prete  cardinale  del  titolo  di 
s.  Clemente.  Lo  stesso  Pontefice  Io 
spedi  legato  in  Francia  per  finire  le 
discordie  insorte  tra  il  re  cristia- 
nissimo, il  re  di  Aragona,  e  Carlo 
conte  di  Alencon  e  Valesia.  Dalle 
Gallie  passò  nella  Spagna  per  ri- 
cevere l' investitura  de'  regni  di  Va- 
lenza e  di  Aragona  a  nome  del  re 
Giacomo.  Mori  in  Perpignano  nel 
1293,  e  fu  sepolto  nella  chiesa  dei 
frati   minori. 

FERRO  D'ORO,  e  Ferro  d'ar- 
gento ,  Ordine  equestre  .  Isella 
chiesa  di  Nostra  Signora  di  Pari- 
gi, l'anno  i4'4>  Giovanni  duca  di 
Borbone  figlio  di  Luigi  II  istituì 
l'ordine  cavalleresco  de'cavalieri  del 
ferro  d' oro,  e  degli  scudieri  del 
ferro  d'argento.  Compose  l'ordine 
di  soli  sedici  gentiluomini ,  parte 
cavalieri,  e  parte  scudieri,  onde  se- 
gnalarsi coi  fatti  d' arme  e  per 
acquistar  la  gloria.  Tanto  il  duca 
che  i  cavalieri  obbligaronsi  a  por- 
tare in  tutte  le  domeniche  alla 
gamba  sinistra  un  ferro  da  prigio- 
niere pendente  da  una  catena  ;  in 
caso  di  dimenticanza  pagavano  quat- 
tro soldi  d'argento  ai  poveri.  Il 
KITQ  de'cavalieri  era  d'oro,  e  quel- 
lo degli  scudieri  d'argento.  Giura- 
vano di  amarsi  come  fratelli,  di 
difendere  il  loro  onore,  e  di  pro- 
cacciarsi vicendevolmente  del  bene, 
come  di    battersi  specialmente  per 


FER  197 

le  donne  che  da  loro  domandavano 
soccorso.   Il    diritto    di    eleggere     i 
cavalieri  ne'posti   vacanti,  si  appar- 
teneva al  consiglio,  ma  l'ordine  eb- 
be corta  durata.  V.  l'Heliot,  Storia 
degli  ordini  religiosi,  tomo  Vili,  p.55. 
FERRO,  ossia  Croce  di  Ferro, 
Ordine  equestre.    Federico  Gugliel- 
mo   III    re    di  Prussia,    ritirandosi 
nel    181 3  dall'alleanza  di  Napoleo- 
ne,   e    in   vece    strigneudola    colla 
Russia,    e  colle    altre  potenze  éon- 
tro    la    Francia ,    riflettendo  ,     che 
nelle    inevitabili    battaglie    cui  au- 
davansi  a  guerreggiare  faceva  d'uo- 
po di    mantener    vivo    il    coraggio 
e    la    fedeltà    ne'  suoi   soldati,    con 
sagace    divisamento    istituì  l'ordine 
cavalleresco    della   Croce   di  Ferro 
a'  io    marzo  ,     perchè    servisse    di 
premio  a' valorosi  ed  ai  leali.   Cogli 
statuti    lo   compose    di    tre   classi , 
cioè  di  gran    croci,  di  cavalieri  di 
prima  classe,    e    di  cavalieri  di  se- 
conda classe;  niuno  però  può  esse- 
re cavaliere  di  prima  classe,  se  pri- 
ma non  lo  è    stato    della  seconda. 
La  decorazione  consiste  in  una  cro- 
ce di  ferro  sormontata  da  una  co- 
rolla, e    sospesa    ad  un  nastro  ne- 
ro   con    orlo    bianco    pei    militari  ; 
essendo   bianco   con  orlo  nero    pei 
decorati  civili.    Lo  stesso  re  Fede- 
rico Guglielmo  III    nel   1806,    già 
aveva  decretato  pei  soldati    il  pre- 
mio militare  d'un  segnale  di  onor 
militare,  consistente    in    un  nastro 
color  di   perla  con    orlo  rosso  per 
gl'insigniti    di    prima  classe,    e  per 
quelli   di  seconda  un    nastro    nero 
con  orlo  bianco.  Di  più  nel    18  io 
avea    distribuito    un    altro    segnale 
di  onore  civile  che  consisteva  in  un 
nastro  bianco  con  orlo  arancio;  in- 
di nel    1814  decretò  una  medaglia 
civile    con    nastro    biauco  con    orli 
neri    ed   arancio,    pei    sudditi   che 


198  FER 

nel  precedente  anno  si  erano  di- 
stinti con  sagrifizi  fatti  pel  re  e 
per  la  patria;  finalmente  nello  stes- 
so anno  18 1 4  stabilì  Federico 
Guglielmo  III  altra  medaglia  di 
onore  militare  a  ricompensa  dei 
soldati  che  valorosamente  combat- 
terono nelle  guerre  degli  alleati, 
sostenute  nel  1 81 3  e  1814  contro 
la  Francia. 

FERRO  ELMO,  Ordine  equestre. 
L'ordine  militare  dell'  Elmo  di  ferro 
fu  istituito  nel  i8i4>  dal  grandu- 
ca ed  elettore  di  Assia- Cassel  Gu- 
glielmo I,  per  perpetuare  la  me- 
moria del  suo  ritorno  al  possesso 
de'paterni  domimi  di  cui  n'era  sta- 
to spogliato  dal  conquistatore  fran- 
cese Napoleone,  per  aver  conserva- 
to fedeltà  al  supremo  capo  dei 
principi  della  Germania.  Cogli  sta- 
tuti venne  stabilito  che  l'ordine  fos- 
se limitato  solamente  ai  tempi  di 
guerra,  e  fu  diviso  in  tre  deferenti 
classi,  cioè  in  gran  croci,  in  cava- 
lieri di  prima  classe,  e  in  cavalieri 
di  seconda  classe.  Fu  ancora  decre- 
tato che  per  conseguire  la  decora- 
zione di  prima  classe ,  bisognava 
appartenere  alla  seconda,  e  che  la 
gran  croce  dovevasi  concedere  a 
quegli  ofìiziali  generali  che  avesse- 
ro comandato  le  truppe  assiane  in 
battaglia  campale,  e  avessero  ripor- 
tato vittoria,  presa  o  difesa  una 
fortezza  considerabile.  La  decora- 
zione dell'ordine  dell'Elmo  di  ferro 
consiste  in  una  croce,  la  quale  so- 
spesa ad  un  nastro  rosso  con  orlo 
turchino  si  porta  dalla  parte  sini- 
stra del  petto.  Guglielmo  II,  poi- 
ché nel  1821  successe  nel  gran 
ducato,  ricordevole  de'  grandi  ser- 
vigi prestati  da'  suoi  sudditi  nelle 
ultime  guerre,  istituì  una  medaglia 
per  quelli  che  presero  parte  nelle 
campagne  del   181 4  e   i8i5. 


PER 

FERRUZIO  (•.).  Fioriva  nel  quar- 
to o  quinto  secolo,  militò  dappri- 
ma nelle  truppe  dell'impero,  che 
aveano  il  loro  quartiere  a  Magon- 
za  ;  ma  lasciò  poscia  quel  servigio 
per  consecrarsi  affatto  a  Gesù  Cri- 
sto. Il  suo  comandante,  irritato,  Io 
fece  rinchiudere,  carico  di  catene, 
in  un  castello  al  di  là  del  Rena, 
nel  quale  a  cagione  dei  mali  trat- 
tamenti che  se  gli  fecero  soffrire, 
in  capo  ad  alcuni  mesi  morì.  Di- 
cesi che  la  santità  di  Ferruzio  fu 
attestata  da  molti  miracoli,  ed  è 
nominato  nel  martirologio  romano 
ai   28  di  ottobre. 

FERRUZIO  o  Ferreolo  (s.).  V. 
Ferreolo  e  Ferruzione  (ss.). 

FERULA.  Verga  o  scettro  sen- 
za dominio,  e  da  alcuni  confuso 
col  bacolo,  o  pastorale  vescovile. 
Nel  dizionario  delle  Origini  si  cer- 
ca quella  di  questo  vocabolo,  e  si 
dice  che  nella  più  remota  antichi- 
tà, si  faceva  uso  di  canne  di  feru- 
la per  trasportare  il  fuoco  da  un 
luogo  all'altro,  perchè  vi  si  con- 
servava perfettamente,  e  il  midollo 
non  si  consumava  se  non  che  a 
poco  a  poco,  senza  punto  danneg- 
giare la  corteccia,  per  la  qual  cosa 
questa,  priva  di  midollo,  poteva  in 
qaalche  modo  assomigliarsi  alla 
canna.  Indisi  parla  delie  ferule  usa- 
te in  Sicilia  e  in  alcuni  luoghi  del- 
la Francia,  delle  ferule  mitologiche 
di  Prometeo,  di  Bacco  ec. ,  e  che 
la  ferula  per  la  sua  leggerezza  e 
flessibilità  divenne  anche  strumen- 
to di  correzione  per  i  fanciulli,  e 
quindi  si  applicò  talvolta  come  at- 
tributo o  segnale  di  autorità  ai 
maestri  ed  agli  istitutori.  Al  pre- 
sente la  ferula  si  usa  dal  cardina- 
le primo  diacono  di  santa  romana 
Chiesa,  cioè  un  piccolo  bastone  ili 
legno  ricoperto  di  velluto  rosso,  ed 


FER 
ornalo  di  argento,  come  insegna  di 
autorità ,    insegna    che    gli    antichi 
rituali     concedevano    al    primicero 
della  scuola  de' cantori,  secondo  lo 
stabilimento    fattone    dal    Pontefice 
Stefano    III  detto'  IV,  il  quale    al 
medesimo  primicero  concesse  la  pre- 
rogativa   di    tenere  un    bastone  in 
mano   nelle    funzioni   e   messe  che 
cantavansi  nella  basilica  di    s.  Pie- 
tro, e    nella    stessa  forma   assistere 
presso    l'altare,     ove    si    celebrava. 
Nelle    processioni,    come  in    quella 
della  solenne  coronazione  del  som- 
mo Pontefice,  cioè  quando  il  Papa 
ha  terminato  di  assistere  all'ora  di 
terza   nella  cappella  Clementina  del- 
la basilica   vaticana,  si  avvia  all'al- 
tare papale,  dà  segno  al  movimen- 
to della  processione  il  cardinal  pri- 
mo diacono,  stringendo  colla  mano 
destra    la    ferula ,     e    dicendo     con 
voce     intelligibile:    Procedamus   in 
pace,    a    cui  risponde  il    coro:  In 
nomine   Christi.  Amen.     Indi    dopo 
avere    il    Papa    recitate    sull'  aitar 
papale  le  collette,  il  medesimo  car- 
dinale   primo    diacouo   colla  ferula 
in  manOj  cogli  uditori  di  rota,  co- 
gli   avvocati    concistoriali,  ed    altri, 
processionalmente  si  porta  alla  con- 
fessione dei    principi  degli  apostoli 
pel   canto    e    recita    delle    orazioni 
e  litanie  di  cui  si  parla  al  volume 
\  III  ,    pag.     167    del    Dizionario , 
mentre     nel    seguente    volume  ,    a 
p;ig.   53,  si  dice  come  il  cardinale 
primo    diacono    presiede   al  defila- 
mento ed    ordine  della  processione 
del   Corpus  Domini  colla  ferula  in 
linaio,  vestito  di   dalmatica,  e  colla 
mitra  in   testa.    La  formula  Proce- 
ihimus  in  pace  è  molto  antica,  ed 
osserva  il  Catalani,  Rit.   Rom.  tomo 
lì,    p.    174  e    179,  che  si  usava  in 
tutte  le  processioni.   II  cardinal  pri- 
mo diacono    la   dice  anche  per    la 


FER  199 

processione  delle  candele  e  delle 
palme,  come  noteremo  parlando  di 
quelle  funzioni. 

L' uso  della   ferula   trovasi  negli 
antichi     ceremoniali     di     parecchie 
chiese,  ne'  quali  si  rileva  essere  sta- 
ta questa    ferula   o  bastone    ornata 
di  argento,  o  in    altro    modo,    ed 
anche  chiamata  verga  e  baculetto. 
Nella    metropolitana    di    Milano    vi 
erano    dieci    ecclesiastici    riguardati 
come    capi    d' ordine  ,  ciascuno  dei 
quali  portava  in    mano  una  verga 
detta    appunto     ferula ,    ornata    di 
cuoio  in  cima  ed  in  fondo,  la  cui 
forma  si  trova  in  vari   monumenti 
cristiani,  uno  dei    quali  si  vede  in 
un  marmo    della    chiesa  di  s.  Ma- 
ria   in  Bertrade    di  quella    città.  I 
capi  dei  nominati   dieci  ordini  sta- 
vano nel  coro,  altri  fuori  di  esso  : 
i  primi  erano  l'arciprete,  l'arcidia- 
cono, il  primicero  dei  suddiaconi, 
il  primicero  di  tutto    il    clero,    os- 
sia il    primicero    dei    decumani,    il 
primicero     dei    notari,    quello    dei 
lettori ,   il    capo    dei    maestri    delle 
scuole  ,  detti    mazeconici  o  mazza- 
conici,   ed  il  cimiliarca,  che  aveva 
sotto    di  sé  i  custodi    della    chiesa. 
Gli  altri  due  fuori  del  coro,  erano 
il  maestro    della    scuola    di  s.  Am- 
brogio, detta  dei   vecchioni     e  del- 
le vecchione,  ed  il  visconte,  il  qua- 
le era  laico  e  regolava  i  laici.  An- 
zi  va  notato,  che  i  sacerdoti  della 
città  di  Milano  nel  secolo  XI   por- 
tavano   in    dito  un    anello,   ed    in 
mano  una  verga  polita,  che  in  ci- 
ma era    rotonda,    e  nell'estremità 
era  chiusa  iu  una  lamina,  che  ter- 
minava con    una  punta:    singolar- 
mente però  questo  divenne  un  or- 
namento e  distintivo  dei  cento  de- 
cumani  appellati  perciò   Cento  ver- 
ghe   (  Cenluin  ferulae  ).  Di  altri  in- 
dividui e  dignitari  del  clero  di  di- 


aoo  FÉ  II 

verse  chiese,  che  usavano  la  verga 
ferula,  o  Bacolo  ed  anche  Bacchet- 
ta (Fedi)  di  argento  o  altra  ma- 
teria, ne  tratta  il  Macri  nella  No- 
tizia dei  vocab.  eccl. ,  alla  parola 
BacitUis.  Il  Sarnelli  nelle  sue  Me- 
morie,  a  pag.  42,  avverte  che  ha 
spiegato  la  parola  fenda  pel  baco- 
Io  pastorale,  non  perchè  sia  quello 
curvo  nella  cima,  come  si  usa  dai 
vescovi  ,  ma  un  bastone  dritto  e 
nodoso ,  che  suole  avere  in  cima 
un  globetto  colla  crocetta ,  il  cui 
uso  è  rimasto  presso  il  solo  som- 
mo Pontefice,  che  non  adoperando 
bacolo  pastorale  curvo,  quando  bi- 
sogna usa  la  detta  ferula,  come,  se 
consegrasse  una  chiesa,  per  iscrive- 
re l'alfabeto  e  l'abbecedario,  ed  in 
cose  simili.  Ma  il  p.  Bonanni  nel 
suo  erudito  trattato  della  Gerar- 
chia ecclesiastica,  pag.  252,  cap. 
LXI,  Se  il  sommo  Ponte/ice  usi  il 
pastorale,  narra  quanto  segue. 

Sebbene  non  si  adoperi  dal  Pa- 
pa il  pastorale  della  forma  usata 
dai  vescovi,  fu  per  lo  spazio  di  pa- 
recchi secoli  usato  un  bastone,  chia- 
mato dagli  antichi  rituali  ferula,  e 
questo  in  segno  della  giurisdizione 
pontifìcia.  Tale  rito  si  descrive  nel- 
l' ordine  di  Cencio  camerlengo,  il 
quale  fu  poi  Onorio  III,  scritto  nel 
pontificato  di  Celestino  III  nel  de- 
clinar del  secolo  XII.  Ivi  al  num. 
79  si  legge  :  «  Electus  sedet  ad  de- 
al xleram  in  sede  porphiretica,  ubi 
»  prior  basilicae  s.  Laurentii  de  Pa- 
«  latio  dat  ei  ferulam,  quae  est  si- 
»  gnum  regiminis  et  correctionis"; 
e  poi  soggiunge:  »  cum  ipsa  feru- 
»  la,  et  clavibus  accedit  ad  alte- 
>*  rapo  sedem,  et  tunc  reddit  eidem 
»  priori  tara  ferulam,  quam  eliara 
»  ipsas  claves  ".  Lo  stesso  ritosi  ac- 
cenna al  §  20  del  Rituale  di  Caje- 
tano  ,  uipote    di    Bonifacio  Vili,  e 


FER 
da  lui  creato  cardinale,  ove  dice, 
che  sedendo  il  Papa  nel  Laterano: 
»  Prior  basilicae  s.  Laurentii  dat 
»  ei  ferulam,  quae  est  signum  cor- 
»  rectionis  et  regiminis  ".  Nel  libro 
delle  sagre  cerimonie  pubblicato  in 
tempo  di  Leone  X  da  Cristoforo 
Marcello,  al  capo  3,  ove  si  tratta 
della  coronazione  del  Pontefice,  si 
fa  menzione  della  stessa  cerimonia, 
dicendosi  che  mentre  siede  il  Papa 
»  Prior  ecclesiae  lateranensis  acce- 
»  dit,  et  genuflexa  dat  Pontifici  fe- 
»  rulam  in  inanimi,  in  signum  cor- 
»  rectionis  et  regiminis  ".  Che  tale 
uso  fosse  nel  secolo  X ,  apparisce 
da  quanto  è  riportato  nella  vita  di 
Benedetto  V ,  cioè  che  avendo  sa- 
puto l' imperatore  Ottone  I  essere 
slato  eletto  Benedetto  V  nel  964, 
dopo  la  morte  di  Giovanni  XII, 
andò  a  Roma  con  l'esercito,  e  l'as- 
sediò, e  restituì  nella  dignità  Leo- 
ne VIII  intruso ,  ed  avendo  radu- 
nato un  conciliabolo,  Leone  »  pon- 
»  tificale  pallium  abstuiit  Benedicto 
»  Papae ,  ferii  la  tnque  ex.  ejus  ma- 
«  nu  ablatam  in  frusta  confregi t", 
come  si  legge  nel  Ciacconio.  Lo  stes- 
so fatto  racconta  Luitprando  con 
queste  parole  :  »  Post  haec  pallium 

>  sibi    abstuiit ,    quod   simul    eum 

>  pontificali  ferula,  quam  maini   a- 
gitabat,  domino  Papae  Leoni   red- 

»  didit,  quam   ferulam   idem  Papa 

>  fregit,  et  fractam  populum  osten- 
.   dit". 

Fu  talvolta  questa  ferula  chia- 
mata scettro  pontificale ,  come  si 
ha  dalla  vita  di  Pasquale  II,  che 
eletto  Papa  nel  1099,  e  condotto 
a  s.  Giovanni  in  Laterano  »  ibi 
»  sceptrum  pontificami  manibus  ge- 
«  rens,  ea  loca,  quae  solis  Pontifi- 
»  cibus  adjudicata  suut  invisit  ". 
Così  scrisse  il  citato  Ciacconio,  rac- 
contando la  cavalcata  del  Papa  al- 


FER 

la  basilica  lateranense.  Conchiude  il 
Boriarmi  che  l'uso  della  ferula  pre- 
scritto dagli  antichi  rituali,   non  si 
usa  più  da  loro,  ignorandosi  il  tem- 
po   ed    i    motivi    della    cessazione , 
dandosi  al  Papa,  quando  incorona- 
to si  trasferisce  con  solenne  pompa 
alla  basilica  lateranense  pel  posses- 
so, le  sole  chiavi  in  segno  della  su- 
prema autorità  conferitagli  da  Dio 
di  aprire  e  chiudere  1'  erario  de'  te- 
sori celesti,  su  di  che  meglio  è  con- 
sultare 1'  articolo  Chiavi  pontificie. 
Tuttavolta    si  studiò    indagarne    il 
•vero    tempo    monsignor    Ciampini , 
nell'erudita  dissertazione  su  questa 
materia    pubblicata    nel    1690.    In 
essa    prendendo    in    considerazione 
l'immagine  di  Gelasio  11    del  1  1  18, 
prodotta  dal  Alacri  alla   parola  Mi- 
tra, la  quale  tiene  nella  destra  un 
bastone  terminato  nella  cima  da  un 
globo,  e  in  secondo  luogo  le  paro- 
le   d'Innocenzo   III    del    11 98,    il 
quale  affermò  che  il  romano  Pon- 
tefice non    usava    bastone,    citando 
la  glosa  cap.  De  sacra  unctione,  in 
verbo  Jllisticam,   ove  si  dice  :  »  Ro- 
»  manus  Pontifex  non  utitur  bacu- 
»  lo   quia    potestatetn    a    solo    Deo 
»  recipit  "  ;  e  ne  deduce  la  conclu- 
sione ,  che  nel  tempo    di  circa  ot- 
tanta   anni ,    che    passò    tra  i  due 
Papi,  potesse  esser  cessato  l'uso  del- 
la   ferula.    11  Bonanni    riflette    che 
essendo  la  parola    baculus  equivo- 
ca, e  potendosi    intendere  per  essa 
l'uso  del  pastorale,  e  non  ferula, 
stima  che  tal  conseguenza   possa  es- 
ser fallace,   e  perciò  aderì   più   vo- 
lentieri alla  riflessione  che  il  Ciam- 
pini fa  a  carte  i3,  dicendo  che  sic- 
come   nel    secolo  XVII     nei    diari 
pontificii   non  si  fa  menzione  alcu- 
na di  molti   riti   praticati   nella  ele- 
zione del  Papa  precedentemente,  e 
prescritti  ne'  rituali  antichi ,  così  il 


FER  201 

rito  di  presentare  la  ferula  al  nuo- 
vo   Papa  cessò   con    molti  di  essi , 
benché  riferiti  nel  libro  delle  ceri- 
monie pubblicato  in  tempo  di  Leo- 
ne X,  cioè  nel  secolo  XVI.  E  seb- 
bene con  1'  uso  della  ferula  si  da- 
va ad  intendere   anche    la  podestà 
temporale    del     sommo    Pontefice, 
che  perciò  il  Bullengero  con  ragio- 
ne affermò,  che  il  Papa  come  usa 
la  corona  d'oro  «  ita   et  sceptrum 
»  aureum  merito  gestare  potest  " , 
e  la  ferula  era  equivalente  allo  scet- 
tro, il  quale  dagli  antichi  si  usava 
della  medesima    forma  (  V.    Croce 
pontificia    e    Scettro  ),    dicendo    il 
Fivizzani    che    se  ora  il  Papa  non 
usa  più  l'insegna  della  ferula,   usa 
bensì   la  croce  astata  indicativa  del- 
la suprema  dignità,  onde  con  essa 
si  supplisce    a    qualunque    insegna , 
mentre  non  mancano  nelle  solenni 
funzioni    altre   insegne   di  mazze  e 
bastoni,  e  di  verghe  tutte  indicati- 
ve della  potestà  e  giurisdizione  pon- 
tificale. 

11  dotto  Garampi  nell'  Illustra- 
zione di  un  antico  sigillo  della 
Garfagnana,  parlando  della  funzio- 
ne del  possesso  del  Papa ,  secondo 
i  citati  Ordini  romani,  dice  che  la 
ferula  non  può  esser  la  cambuta  o 
pastorale  vescovile ,  come  crede  il 
Papebrochio,  Propyl.  JMaji,  pag. 
32i,  essendoché  cambuta  seti  ba- 
cillo pastorali  non  utuntur  stimmi 
Ponti fices  ,  nec  episcopi  cardinales 
in  romana  curia,  come  asserisce  il 
cardinal  Cajetano  Stefaneschi,  Mus. 
Italie,  tom.  II,  pag.  288,  e  assai 
prima  di  lui  avvertirono  Innocen- 
zo 111,  De  Missa  lib.  I,  cap.  62,  e 
nel  corpo  canonico,  al  titolo  De  sa- 
cra unctione,  s.  Tommaso  d'Aqui- 
no, quaest.  3,  dist.  24,  lib.  4  •&«- 
tent.,  e  il  Durando,  Rat.  dh>.  offic. , 
lib.  Ili,   cap.    i5.    A  houle  di  così 


202  FÉ  II 

espresse    testimonianze    dalle   quali 
apparisce    non    essersi    dai    romani 
Pontefici  avuto  1'  uso   del  Pastora- 
le,  Gambuta,    o  Bastone    che  ado- 
prasi  dagli  alivi  vescovi,  sonovi  pe- 
rò stati   degli  eruditi  di  gran  nome, 
i  quali  hanno    sostenuto  il  contra- 
rio.  Ciò    determinò  il    Garampi    a 
restringere  i    loro   argomenti ,    e  a 
farvi  brevi  riflessioni,  per  poi  con- 
chiudere se  l' immagine  di  Gelasio 
li    nel  codice    vaticano    ci  rappre- 
senti un  simile  pastorale;  e  gli  uni 
e  le  altre  qui  appresso  andiamo   a 
riportare  in  analogia  di  quanto  si 
è  detto.  L' Altaserra    adunque    sul 
libro  1,  tit.  V  delle  Decretali;  mons. 
Ciampini     nella     disseriazione     An 
Ponti/ex    summus  bacillo  pastorali 
utatur j    il    p.   Catalani,     Caerem. 
Rovi.  Eecl.  tom.  I,  pag.    102,  e  for- 
se  anche    monsig.  Giorgi ,    Liturg. 
Boni.   Pont.    tom.  I,  pag.  1 35,    ad- 
dussero varie   antiche  testimonian- 
ze della  ferula,  che  davasi  al  Papa 
nell'atto    del  possesso    del    patriar- 
chio lateranense,  di  cui   parlano  gli 
Thdini  romani  del  XIII  e  XIV  se- 
colo, e  quindi  alcuni  di  essi   volle- 
ro conchiudere  che  i  romani  Pon- 
tefici anticamente  facessero   uso    del 
pastorale,  come  tutti  gli  altri  vescovi. 
Ma  conveniva  distinguere,   continua 
il  Garampi,  questa  ferula,  che  servi- 
va solamente    per   segnale   di    pos- 
sesso temporale,  in  sigiami  regimi' 
nis  et  correctionis,  e  che  perciò  da- 
vasi al    Papa    insieme    colle   chiavi 
del  patriarchio,  dal   pastorale  eh'  è 
sagro    ornamento    de'  vescovi    nelle 
ecclesiastiche  funzioni.    In    fatti  bi- 
sogna ben  credere  che  una  tale  di- 
stinzione si  facesse  da  Innocenzo  III, 
da  s.  Tommaso,  dal  Durando,  e  dal 
cardinale  Stefaneschi  citati,   i  quali 
a     sì    chiare    note    asserirono    non 
avere  i  Papi  avuto  giammai  1'  uso 


FER 
del  pastorale,  quando  al  loro  tem- 
po istesso,  e  dopo  ancora,  si  usò 
la  ferula  nel  solenne  possesso  del 
patriarchio.  Pertanto  noi  leggiamo, 
che  allorquando  per  opera  di  Ot- 
tone I  e  di  Leone  Vili  antipapa 
radunossi  nell'anno  964  un  oonci- 
lio  di  vescovi  nel  Laterano ,  per 
degradare  l' infelice  ma  vero  Papa 
Benedetto  V,  che  fattosi  venire  ve- 
stito pontificalmente,  per  fare  l'in- 
degna funzione  con  maggior  solen- 
nità, gli  fu  tolta  di  dosso  la  stola, 
la  pianeta  e  il  pallio,  e  che  final- 
mente gli  presero  la  ferula  ponti- 
ficale, che  Leone  Vili  ruppe,  e  co- 
si mostrò  al  popolo.  Siffatta  feru- 
la, dice  il  Garampi,  non  fu  che 
quella  del  temporal  possesso  :  im- 
perciocché riguardo  agli  ornamenti 
sagri,  cioè  alla  stola,  alla  pianeta 
ed  al  pallio,  niun  vilipendio  fu  lo- 
ro usato,  perchè  appunto  erano  sa- 
gre insegne;  ma  quando  si  venne 
alla  ferula  pontificale ,  eh'  era  si- 
guani  regiminis  et  correctionis,  cioè 
segno  di  giurisdizione  temporale , 
e  che  pochi  giórni  prima  Benedet- 
to V  l'aveva  ricevuta,  questa  si  de- 
rise ,  si  spezzò ,  e  si  mostrò  al  po- 
polo per  dispregio:  iniqua  irrive- 
renza che  1'  antipapa  con  quegli 
scismatici ,  i  quali  affettavano  zelo 
per  l'onore  di  Dio  e  della  sua  Chie- 
sa, né  ardita ,  né  tollerata  in  ve- 
rini conto  avrebbero,  se  la  ferula 
fosse  stata  un  sagro  pontificale  or- 
namento. Negli  atti  del  pur  men- 
tovato Pasquale  II  si  legge,  che  ri- 
cevuta la  ferula  nel  suo  possesso 
andava  girando  con  essa  per  tutto 
il  patriarchio:  »  Locatus  in  utris- 
>■>  (pie  curulibus ,  data  sibi  ferula 
»  in  maini,  per  celerà  palati i  loca 
»  solis  Bomanis  Pontificibus  desti- 
»  nata,  jam  dominus,  vel  sedens , 
«  vel  transieus,    electiouis  nioduiu 


FES 

>•>  implevit".  Onde  che  dovendosi 
a  Benedetto  V  togliere  il  possesso 
del  medesimo  patriarchio,  fu  fatto 
comparire  colla  ferula  in  mano, 
colla  quale  vi  aveva  pochi  giorni 
urina  esercitata  padronanza ,  per 
torgliela  poi  e  spezzargliela  con  sua 
maggior  vergogna.  Anche  i  princi- 
pi e  signori  laici ,  nel  dare  i  pos- 
sessi delle  cose,  e  le  investiture, 
anche  delle  chiese  e  benefizi  ec- 
clesiastici ,  solevano  darle  per  vìr- 
gam,  ovvero  per  baculum.  Lo  stes- 
so facevano  i  romani  Pontefici,  sen- 
za che  tale  istrumento  da  loro  usa- 
to possa  dirsi  un  sagro  pastorale , 
come  non  lo  era  presso  i  laici.  Be- 
nedetto Vili  del  io  12,  dopo  di  a- 
ver  aggiudicato  all'abbate  di  Farfa 
il  castello  di  Bucciniauo,  sul  quale 
erasi  agitata  lunga  lite  contro  Cre- 
scenzio ,  lo  investi  del  medesimo 
per  virgam.  Leggesi  anche  di  Sil- 
vestro li,  che  nel  iooi  investì  s. 
Bernardo  vescovo  d'Hildesheim  del- 
l'abbazia gaudesemense,  con  dargli 
in  mano  apostolicatn  ferulatn,  cioè 
Ja  solita  ferula  o  verga  dell'inve- 
stiture. Sulla  ferula  consegnata  al 
Papa  nel  possesso,  erudite  notizie 
riunì  il  Cancellieri  nella  Storia  dei 
possessi ,  nonché  il  Novaes  nel  to- 
mo II  delle  sue  Disseriazioni  a 
pag.  129  e  seg. ,  ed  il  Sarnelli  nel- 
le sue  Lettere  ecclesiastiche. 

FESCH  Giuseppe,  Cardinale.  Giu- 
seppe Fesch,  nacque  in  Aiaccio  ai 
3  gennaio  1  763,  da  nobile  genitore 
svizzero  di  Basilea  chiamato  Rodolfo, 
nome  comune  nella  famiglia  Fesch, 
ed  ebbe  per  sorella  uterina  Leti- 
zia Ramolini,  che  sposatasi  al  corso 
Girolamo  Bonaparte,  fu  madre  di 
Napoleone  Bonaparte,  poi  imperato- 
re de'  francesi,  per  cui  conferì  alla 
madre  il  titolo  di  madama.  £  qui 
noteremo  che   madama  Letizia,  fu 


FES  2o3 

pur  madre  di  numerosa  figliuolan- 
za,  che  il    fratello  Napoleone    pose 
su  tanti  troni  reali,  cioè  di  Napoli, 
di  Spagna,  di  Milano,    di   Westfa- 
lia  e  di   Olanda,  facendo  gran  du- 
chessa di  Toscana  compreso  Lucca 
la  propria    sorella  Lisa,    maritando 
l'altra  Paolina  al   principe  Borghe- 
se governatore  del  dipartimento  al 
di  qua  delle    Alpi.    Giuseppe  dopo 
aver  fatto  nella  sua  patria  gli  studi 
elementari,    fu    mandato    dai    suoi 
parenti  al  seminario  di  Elix  in  Pro- 
venza per  compierli.    Sortito  di  là 
ripatriò,    ed  accaduta    in    allora  la 
morte    dello    zio    arcidiacono  della 
cattedrale  di    Aiaccio,    venne  a   lui 
conferita  questa  dignità.  Sollecitato 
dal  genio    di  conoscere    la  capitale 
del    mondo    cattolico,    si    recò    nel 
continente,  e  percorse  tutta  la  To- 
scana, quindi  pertossi  a  Roma,  ove 
si  trattenne  vari  mesi,  solendo  cele- 
brare   la    messa  nella    chiesa  di  s. 
Luigi  de'  Francesi.  Scoppiata  la  ri- 
voluzione in  Francia  (Fedi),  e  ve- 
dendo egli    la   Corsica    (Fedi)    di- 
laniata dai    due  parliti  francese   ed 
inglese,  stimò  prudente  di  ripatria- 
re.  A    misura    pertanto    che     ingi- 
gantiva la    rivoluzione  iu    Francia 
ingigantivano    del  pari  in     Corsica 
le    persecuzioni    fra  i    due    partiti. 
In    questo   stato    di  cose    tutta    la 
famiglia  Fesch,  in  un  a  Giuseppe, 
fu  costretta  ad  emigrare  dirigendo- 
si a  Parigi,  ove  Girolamo  Bonapar- 
te, marito  di  Letizia  sua  sorella,  si 
trovava  come  membro  dell'  assem- 
blea generale  deputato    dalla  Cor- 
sica. I  funesti  periodi  della  rivolu- 
zione giunti  al  suo  colmo  e  ridot- 
te le  oneste  persone    a   tremare,  e 
più  di  tutti  gli  ecclesiastici  di  ogni 
ceto,  il  nostro  Giuseppe    profittan- 
do della  circostanza  che  il  suo  ni- 
pote Napoleone    fu    dichiarato    dal 


ao4  FES 

direttorio  di  Parigi  generale  in  ca- 
po dell'armala  d'Italia,  lo  seguì 
sempre  nella  retroguardia  ov' era 
posto  lo  stato  maggiore.  Disciolto 
il  direttorio,  e  riordinate  le  cose 
alla  meglio,  tra  le  quali  il  ripristi- 
namento  del  culto  cattolico,  passa- 
rono delle  trattative  colla  santa  Se- 
de per  mandarlo  a  compimento. 
In  quest'epoca  da  Pio  VII  fu  fatto 
arcivescovo  di  Lione  nel  concistoro 
de'  4  agosto  1802,  dignità  che  mai 
volle  rinunziare  quando  i  Borboni 
ritornarono  sul  trono  di  Francia  , 
per  cui  la  santa  Sede  vi  nominò 
un  amministratore  apostolico  per 
governare  l'arcidiocesi,  non  volen- 
do il  governo  reale  riconoscerlo  co- 
me arcivescovo.  Il  medesimo  Pio 
VII  nel  concistoro  dei  17  giugno 
i8o3  lo  creò  cardinale  dell'ordine 
de'  preti,  rimettendogli  in  Parigi 
la  notizia  col  berrettino  cardinali- 
zio, per  mezzo  della  guardia  no- 
bile pontifìcia  d.  Lorenzo  de'  prin- 
cipi Giustiniani,  il  quale  in  pari 
tempo  fece  altrettanto  in  Parigi 
cogli  altri  novelli  cardinali,  Belloy 
arcivescovo  della  città,  e  Boisgelin 
arcivescovo  di  Tours.  Inoltre  il 
Papa  gli  trasmise  la  berretta  car- 
dinalizia per  monsignor  Giorgio  Do- 
na, poi  anch'egli  cardinale,  il  qua- 
le la  portò  eziandio  ai  due  nomi- 
nati cardinali  non  che  al  cardinal 
Cambacères  arcivescovo  di  Roucu. 
Jl  cardinale  Fesch  poi  ebbe  in  ti- 
tolo la  chiesa  di  s.  Maria  della 
Vittoria^  che  ritenne  sino  alla  mor- 
te in  commenda,  la  qua)  chiesa  di- 
venne per  lui  tale,  quando  dive- 
nuto il  più  antico  cardinale  prete 
che  fosse  in  Roma,  e  facendone  le 
funzioni,  fu  da  Pio  VII  nominato 
titolare  della  chiesa  di  s.  Lorenzo 
in  Lucina,  siccome  titolo  che  si  suo- 
le conferire  al  cardinal  primo  prete. 


FES 
Dopo  non  molto  tempo  il  car- 
dinal Fesch  fu  inviato  a  Roma 
con  la  rappresentanza  di  ministro 
plenipotenziario  della  Francia  pres- 
so la  santa  Sede.  In  questa  quali- 
fica precedette  Pio  VII  nel  "viag- 
gio, quando  nel  1 8o4  Sl  portò  a 
Parigi  per  coronare  l' imperatore 
Napoleone;  e  quando  il  Papa  ri- 
tornò in  Roma,  il  medesimo  car- 
dinale in  nome  dell'imperatore  ni- 
pote, fu  incaricato  presentargli  quei 
donativi  di  cui  parlammo  al  voi. 
XVII,  pag.  227  del  Dizionario. 
Mentre  disimpegnava  la  sua  diplo- 
matica missione  in  Roma,  avendo 
la  sua  corte  stabilito  di  rappresen- 
tare a  Pio  VII  esigenze  politiche 
e  religiose,  non  credette  opportuno 
che  le  trattasse  un  cardinale,  e  il 
richiamò  a  Parigi.  Accaduta  in  se- 
guito, nel  luglio  del  1809,  la  de- 
portazione di  Pio  VII  per  cornan- 
do di  Napoleone,  che  ne  avea  fatti 
occupare  ingiustamente  e  con  pre- 
potenza gli  stati ,  ognuno  conosce 
le  vicende  che  l'accompagnarono, 
tra  le  quali  è  da  rimarcarsi  la 
convocazione  di  un  concilio  di  ve- 
scovi a  Parigi ,  celebrato  a  Ver- 
sailles, per  decidere  sopra  le  ma- 
terie ecclesiastiche,  e  sugli  affari 
che  vertevano  con  Pio  VII.  Divisi 
i  padri  del  concilio  ne'  loro  dibat- 
timenti, alcuni  tennero  per  la  su- 
premazia del  Papa ,  tra'  quali  il 
nostro  cardinale,  altri  per  la  li- 
bertà della  chiesa  e  clero  gallica- 
no. I  primi  non  avendo  incontra- 
to l'approvazione  del  governo,  sciol- 
to che  fu,  invece  di  andare  a  Pa- 
rigi se  ne  tornarono  alle  loro  sedi. 
Ecclissala  la  fortuna  di  Napoleone 
Bona  parte,  fu  deposto  dall'  impero 
nel  1 8 1 4,  e  mandato  all'isola  del- 
l'Elba, che  gli  fu  concessa  in  so- 
vranità, per  cui    i  fratelli  e  la  so- 


FES 
rella  vennero  espulsi  dai  troni  che 
occupavano,  ne'  quali  \i  ritornaro- 
no i  legittimi  principi,  come  Pio 
VII  a  Roma,  e  Luigi  XVIII  a  Pa- 
rigi. Però  il  cardinale  seguì  Napo- 
leone nell'isola  dell'Elba  in  Tosca- 
na, ed  ivi  dimorò  fino  all'  epoca 
de'  cento  giorni,  cioè  alla  compar- 
sa di  Napoleone  in  Francia ,  ove 
ancora  regnò  per  tale  spazio  di 
tempo.  In  questa  circostanza  il  car- 
dinale accompagnando  madama  Le- 
tizia a  Parigi,  ivi  restò  nella  detta 
epoca,  finché  vinto  Napoleone  dal- 
le potenze  alleate,  nella  famosa 
battaglia  di  Waterloo,  il  cardinale 
con  passaporto  de'  sovrani  alleati 
tornò  in  Roma,  e  Napoleone  fu  re- 
legato all'  isola  di  s.  Elena  in  A- 
frica,  dove  morì  a' 5  ma^erio  1821. 
Se  vogliamo  osservare  la  con- 
dotta del  cardinale  all'epoca  che 
il  nipote,  e  fortunato  conquistato- 
re, era  nel  massimo  di  sua  formi- 
dabile potenza  e  splendida  gran- 
dezza, il  suo  contegno  fu  lodevole 
e  veramente  ecclesiastico.  Profittò 
del  contatto  coli'  imperatore,  e  del- 
la stima  e  benevolenza  che  avea 
per  lui,  in  promovere  e  protegge- 
re il  ristabilimento  in  Francia  del 
culto  cattolico,  contrariato  ad  ogni 
passo  dal  ministero^  che  dovette 
affrontare  con  gravi  amarezze  per 
riuscire  nell'intento.  Amava  tene- 
ramente l'imperatore,  null'ostante 
gli  si  opponeva  a  visiera  calata 
quando  scorgeva  compromessi  i  di- 
ritti inconcussi  del  Papa.  La  sua 
fermezza  nel  concilio  sunnominato 
ne  forma  una  solenne  prova.  Per 
contribuire  poi  al  bene  del  nipote, 
tanto  fisico  che  religioso,  da  Roma 
spedì  a  sue  spese  a  Sant' Elena  il 
professore  chirurgo  Antonmarchi,  e 
i  due  sacerdoti  Vignoli  e  Bonavi- 
ta,  tutti  e  tre  corsi.  Dimorando  il 


FES  ao^ 

cardinale  in  Roma  ,  si  regolò  con 
saggia  prudenza;  fece  parte  delle 
congregazioni  cardinalizie  della  con- 
cistoriale, de'  vescovi  e  regolari,  del 
concilio,  di  propaganda  fide,  e  del- 
la cerimoniale,  e  fu  protettore  del- 
le arciconfraternite  di  s.  Maria  del- 
l'orazione, della  morte,  e  della  ss. 
Assunta  in  s.  Maria  de'  Miracoli , 
non  che  del  collegio  Ghislieri,  del- 
le congregazioni  basiliane  del  ss. 
Salvatore,  e  s.  Giovanni  in  Soairo 
de' greci  melchiti,  delle  monache 
passioniste  di  Corneto,  della  ven. 
compagnia  di  s.  Lorenzo  in  Lucina, 
e  del  monastero  di  Fognano  nella 
diocesi  di  Faenza,  per  la  fabbrica 
del  quale  donò  seimila  scudi.  Fu 
pure  direttore  perpetuo  dell'  arci- 
confraternita  degli  Amanti  di  Gesù 
e  Maria  detta  la  Via  Crucis  nel 
Colosseo  presso  il  foro  romano.  In- 
tervenne ai  conclavi  per  le  elezio- 
ni di  Leone  XII ,  di  Pio  Vili  ,  e 
di  Gregorio  XVI.  Finalmente  do- 
po lunga  e  penosa  malattia  ,  con 
settantasei  anni  di  età  e  trentasei 
di  cardinalato,  morì  a'  [3  maggio 
1839.  Le  sue  esequie  furono  deco- 
rosamente celebrate  nella  chiesa  di 
s.  Lorenzo  in  Lucina  suo  titolo 
cardinalizio,  e  poscia  il  suo  cada- 
vere, come  dicemmo  al  citalo  vo- 
lume del  Dizionario,  a  pag.  i55, 
e  giusta  la  sua  disposizione ,  fu 
trasportato  nella  chiesa  delle  mo- 
nache passioniste  di  Corneto,  pres- 
so quello  della  sorella  madama  Le- 
tizia, luogo  per  ambidue  di  tem- 
poranea sepoltura. 

Finalmente  a  voler  far  menzio- 
ne delle  principali  disposizioni  te- 
stamentarie del  cardinale,  va  pri- 
ma fatto  cenno  della  celebratasi  ma 
galleria  di  quadri  di  cui  era  pos- 
sessore. All'epoca  repubblicana  l'im- 
periose circostanze  della    tremenda 


206  FES 

rivoluzione  avendo  costretto  all'e- 
migrazione un'  immensa  quantità 
«li  nobili  famiglie,  si  trovarono  nel- 
la necessità  di  vendere  ciò  die  a- 
vevano,  massime  le  cose  mobili, 
non  esclusi  gli  articoli  di  belle  ar- 
ti, di  modo  che  a  que'  tempi  Pa- 
rigi rigurgitava  di  siffatti  oggetti , 
e  di  gran  pregio.  Cessato  il  terro- 
rismo, ogni  giorno  si  vendevano 
quadri  alla  pubblica  auzione,  e  fu 
allora  che  il  cardinale  potè  acqui- 
stare i  capo-lavori  fiamminghi,  che 
tanto  distinsero  la  sua  collezione. 
Dipoi  in  Italia  acquistò  i  Raffaeli, 
i  Giuli  Romani,  gli  Albani,  i  Do- 
menichini,  i  Tiziani,  i  Guidi,  i  Cor- 
reggi ,  i  beati  Angelici  da  Fieso- 
le, ec.  ec.  Si  om mette  la  menzione 
di  altri  interessanti  dipinti  sì  della 
scuola  francese  che  dell'antica  ita- 
liana, come  Massaccio  ed  altri,  per 
evitare  una  lunga  ed  inutile  no- 
menclatura di  autori.  Avendo  isti- 
tuito per  suo  erede  universale  il 
suo  nipote  Giuseppe  Bonaparte  con- 
te di  Survillers,  il  primo  de' super- 
stiti fratelli  di  Napoleone,  gravan- 
dolo però  di  molti  e  forti  legati , 
ordinò  in  pari  tempo  per  testa- 
mento la  vendita  della  collezione 
di  quadri,  coli'  obbligo  di  divider- 
sene il  prodotto  in  cinque  parti  e- 
guali,  riservando  la  prima  per  l'a- 
dempimento de' pii  legati  all'este- 
ro. La  seconda  parte  prescrisse  che 
si  dividesse  in  quattro  porzioni  e- 
guali  a'  superstiti  nipoti ,  cioè  al 
nominato  Giuseppe  già  re  di  Spa- 
gna, d'altronde  erede  universale  di 
tutti  gli  effetti  liberi,  a  Luciano 
principe  di  Canino,  vale  a  dire  ai 
suoi  figli  essendo  già  morto,  a  Lui- 
gi già  re  di  Olanda,  ora  conte  di 
s.  Leu,  ed  a  Girolamo  già  re  di 
Westfàlia,  al  presente  principe  di 
Monlbrt.   In   quanto  alle    altre    tre 


FES 

parti,  il  cardinale  ne  ordinò  un  in- 
vestimento da  servire  per  l'istru- 
zione e  dotazione  dei  discendenti 
d'ambo  i  sessi  delle  linee  Bona- 
parte. Sopra  la  prima  porzione  dal 
medesimo  cardinale  riserbatasi,  de- 
ve contarsi  il  trattamento  del  gran- 
de stabilimento  degli  studi  da  esso 
già  fabbricato  in  vita  nella  città 
di  Aiaccio  in  vantaggio  di  quegli 
abitanti;  questo  fabbricato  per  la 
sua  mole  e  bellezza  sarebbe  degno 
di  qualunque  capitale.  Eziandio  gra- 
vò la  prima  parte  di  franchi  cen- 
tomila, riservali  a  fine  di  costrui- 
re un  piccolo  tempio ,  il  quale  è 
già  in  costruzione,  a  contatto  dello 
stabilimento  degli  studi,  e  per  ser- 
vire di  sepolcro  a  lui,  a'  suoi,  ed 
altresì  per  l'uffiziatura  degli  eccle- 
siastici dello  stabilimento.  Alle  mo- 
nache passioniste  di  Corneto,  ove 
come  si  disse  è  depositato  il  pro- 
prio cadavere,  e  quello  della  so- 
rella provvisoriamente,  come  loro 
protettore  lasciò  in  legato  scudi 
cinquemila,  già  soddisfatto  perchè 
a  carico  dell'erede  sui  beni  indi- 
pendenti dalla  galleria  de'  quadri  ; 
così  pure  fu  soddisfatto  altro  lega- 
to di  scudi  cinquecento  a  favore 
dell'arciconfralernita  degli  Amanti 
di  Gesù,  e  Maria.  In  rapporto  poi 
alla  sua  famiglia  domestica  di  per- 
sonale servigio,  beneficò  il  cardi- 
nale sei  individui  della  medesima 
con  pensione  vitalizia,  e  pei  rima- 
nenti nove  individui  che  compone- 
vano il  restante  della  famiglia  di 
ruolo,  pose  a  disposizione  degli  e- 
secutori  testamentari  scudi  mille  da 
dividerli  a  loro,  secondo  il  tempo 
del  servigio  prestato,  non  meno  di 
scudi  cinquanta  per  cadauno,  uè 
più  di  scudi   duecento. 

FESCINO  (s.).Fu  abbate  del  ino- 
nistero     di    Fonre,    vHlóggio     della 


FES 
contea  di  Meath,  e  lo  governò  san- 
tamente. Ivi  è  ouorato  con  parti- 
colar  divozione.  Morì  nel  664  per 
1'  orribile  pestilenza  che  devastò 
l' Irlanda.  Molte  chiese  e  parecchi 
villaggi  di  quel  regno  portano  il  suo 
nome.  La  sua  festa  61  celebra  a' 20 
di  gennaio. 

FESSE.  Sede  vescovile  nella  JVu- 
midia,  nell'Africa  occidentale,  sot- 
to la  metropoli  di  Cirta  Julia.  Fes- 
se, Fessen,  chiamasi  pure  Fesser- 
ta,  e  nelle  Notizie  di  africa  si 
trova  al  numero  12.  Al  presente 
è  un  titolo  vescovile  in  partibns 
che  conferisce  la  santa  Sede,  sotto 
la  metropoli  pure  in  partibus  di 
Cirta.  Il  regnante  Pontefice  a*  28 
di  maggio  1839  fece  vescovo  di 
Fesse,  e  vicario  apostolico  di  E- 
gitto  e  dell'Arabia  monsignor  Per- 
petuo Guasco  dell'ordine  de'  mino- 
ri osservanti,  del  cui  zelo  parlam- 
mo al  volume  XXI,  pag.  i38  e  seg. 

FESTA  (Festux).  Giorno  solen- 
ne festivo,  nel  quale  l'uomo  si  astie- 
ne dal  lavoro,  stabilito  dalla  Chie- 
sa in  onore  di  Dio  o  di  un  santo, 
durante  il  quale  si  deve  attendere 
ai  divini  uffizi,  e  al  modo  di  san- 
tificarlo. Ma  in  origine  era  voca- 
bolo che  indicava  un  giorno  di  riu- 
nione ;  mohadiin,  feste  in  ebraico , 
signitica  i  giorni  in  cui  gli  ebrei 
riunivansi  per  lodare  Dio;  in  que- 
sto senso  le  feste  sono  necessarie 
del  pari  che  le  adunanze  di  reli- 
gione, ed  un  popolo  non  ebbe  mai 
culto  pubblico,  senza  che  le  feste 
ne  abbiano  fatto  parte.  Chiamossi 
talvolta  festa  il  giubilo  o  l'alle- 
grezza, il  solazzo,  il  piacere,  o  il 
luogo  dove  si  festeggia,  e  anche 
uno  spettacolo  e  un  apparato.  Del- 
le, più  famigerate  feste  di  tal  na- 
tura, se  ne  parla  in  molti  articoli 
del   Dizionario;  in  questo  non  trat- 


FES 


IO' 


teremo  che  delle  feste  degli  ado- 
ratori del  vero  Dio.  Tultavolta,  ge- 
nericamente parlando,  l'oggetto  ge- 
nerale di  tutte  le  feste  è  stato 
quello  di  riunire  gli  uomini ,  di 
accostumarli  a  fraternizzare  ,  di 
metterli  alla  portata  d' istruirsi  e 
di  aiutarsi  scambievolmente:  tutte 
le  ceremonie  del  culto  divino  con- 
correvano a  questo  scopo  essenzia- 
le. Il  popolo  ammassato  nelle  gran- 
di città,  non  sente  più  questo  van- 
taggio ;  ma  esso  sussiste  ancora 
nelle  campagne,  massime  ne'  pae- 
si di  montagna  ,  nelle  foreste  ec. 
Le  famiglie  disperse  in  quelle  so- 
litudini non  possono  riunirsi,  ve- 
dersi, frequentarsi  se  non  nei  gior- 
ni di  festa,  eh'  è  quasi  il  maggior 
legame  di  società  che  esse  pò  11  no 
avere:  le  feste  per  conseguenza  so- 
no loro  sempre  state  necessarie. 
Così  il  Bergier,  Dizion.  enciclop., 
alla  parola  Festa. 

Le  feste  dell'antica  legge  furono 
ordinate  da  Dio  medesimo:  i.°  in 
memoria  dei  principali  miracoli  di 
sua  misericordia  verso  il  popolo 
suo;  2.0  affine  che  gl'israeliti,  in 
favore  de' quali  aveali  operati,  ne 
venissero  istruiti  più  perfettamente; 
3.°  perchè  avendoli  essi  sempre 
davanti  alla  mente,  ne  serbassero 
perenne  memoria  di  gratitudine  e 
ringraziamento  ;  4-°  acciocché  ecci- 
tassero nei  loro  cuori  le  disposizio- 
ni necessarie  per  ritrarne  fruiti  ab- 
bondanti. Le  feste  della  legge  di 
grazia  debbonsi  celebrare  con  tanta 
maggior  pietà  e  fervore,  quanto  i 
misteri  onorati  in  questi  santi  giorni 
sorpassano  infinitamente  quelli  della 
legge  antica,  i  quali  sebbene  fossero 
sublimi,  tuttavolta  non  vi  si  scopre 
altro  che  immagini  ed  ombre  dei 
nuovi  misteri  che  a  quelli  sono  succe- 
duti. i\V  giorni   consagrati  alla   loro 


2o8  FES  FES 
rimembranza,  tutti  i  fedeli  sparsi  nedì  quel  giorno,  e  lo  santificò,  e 
per  la  terra  uniscono  in  corpo  ed  volle  che  fosse  consagrato  al  suo 
in  ispirito  le  loro  preci  e  sagrifizi  culto.  Benché  la  storia  sagra  non 
di  adorazione  e  grazie  a'  piedi  de-  ci  testifichi  espressamente  che  i  pa- 
gli  altari.  Nelle  fèste  in  onore  dei  Inarchi  abbiano  lasciato  di  lavora- 
suoi  misteri  Gesù  Cristo  "versa  so-  re  il  giorno  di  gabbato,  il  citato 
pia  di  noi  i  tesori  della  sua  gra-  patto  della  Genesi  basta  per  farce- 
zia,  meritataci  colla  sua  morte  a  lo  supporre ,  come  dice  il  Bergier. 
misura  della  purezza  dei  nostri  cuo-  Nell'Esodo  capo  XX,  v.  8,  Dio 
ri,  e  delle  altre  disposizioni  che  ce  minacciò  i  trasgressori  dell' osser- 
ne  rendono  degni;  questa  è  la  ra-  vanza  del  sabbato  dicendo:  Ricor- 
sone per  cui  la  Chiesa  istituì  le  dati  di  santificar  il  giorno  di  sab- 
Vigilie  (Vedi)  delle  feste  principa-  baio,  mentre  quando  si  tratta  di 
li  dell'  anno.  Non  possiamo  fare  al-  altri  punti  di  legge ,  egli  ce  ne 
cuna  cosa  che  più.  dia  gloria  al  fece  un  semplice  comando,  o  una 
santo  nome  di  Dio,  né  che  a  lui  semplice  proibizione  :  Voi  non  ado- 
sia  maggiormente  accetta,  del  riu-  rercte  Jalsi  Dei;  voi  non  animaz- 
ione in  ispiri to  gli  omaggi  della  no-  zere.lv..  Ma  in  questo  comandamen- 
stra  gratitudine,  l' incenso  delle  no-  to  egli  tiene  un  linguaggio  affatto 
stre  orazioni,  il  tributo  delle  nostre  diverso,  e  non  si  contenta  solo  di 
limosine,  in  una  parola  tutti  i  senti-  comandare  o  proibire,  ma  sveglia 
menti,  e  tutte  le  opere  nostre  a  tutti  tutta  l'attenzione  del  suo  popolo 
quegli  onori  e  tutta  quella  gloria  dicendogli:  Sovvengati  del  mio  eo- 
che Dio  riceve  dai  fedeli  suoi  ser-  mandamento  se  hai  a  cuore  la  glo- 
vi  sparsi  su  tutta  la  terra,  che  for-  ria  del  mio  nome.  Leggesi  nel  sai- 
mano  la  Chiesa  militante,  e  dagli  mo  io3,  v.  19,  che  Dio  ha  crea- 
angeli  e  dai  santi,  che  formano  la  to  la  luna  per  notare  i  giorni  di 
sua  Chiesa  trionfante  su  in  cielo,  riunione:  ferii  Umani  in  mohad://:, 
Questa  santa  unione  è  senza  dub-  d'altronde  s'apprende  dalla  storia 
bio  perpetua,  e  sempre  ristretta  dai  profana,  che  la  costumanza  di  riu- 
vincoli  dalla  carità  per  cui  tutti  i  n'irsi  alle  neomenie  o  nuove  lune, 
membri  vivi  di  Gesù  Cristo,  o  co-  fu  comune  a  quasi  tutti  i  popoli  ; 
ronati  od  aspiranti  alla  gloria,  so-  così  le  neomenie  stabilite  da  Mose 
no  fatti  un  solo  e  medesimo  cor-  non  sembrano  essere  state  un  isti- 
po  tra  loro  e  con  Gesù  Cristo  lo-  tuzione  nuova,  come  non  lo  era 
10  capo  :  tuttavia  si  rafforza  e  rin-  quella  del  sabbato.  Dio  per  bocca 
novasi  per  certa  maniera  nei  gior-  di  quel  legislatore  disse  neh'  Eso- 
ni santi,  perciocché  in  essi  riunendosi  do  XX,  8  e  9  al  suo  popolo:  Ri- 
i  fedeli,  e  conversando  col  cielo,  si  cordati  di  santificare  il  giorno  di 
fa  un  paradiso  di  tutta  la  terra,  e  sabbaio.  Lavorerai  negli  altri  sei 
le  due  Chiese  formano  come  una  giorni,  ma  io  voglio  per  me  il  set- 
medesima  Chiesa.  timo.  Siccome  tutti  i  tempi  e  tut- 
La  prima  fèsta  da  Dio  istituita  ti  i  giorni  sono  di  Dio,  così  tutti 
v.  il  sabbato,  il  settimo  giorno  in  debbon  esser  consagrati  al  suo  ser- 
eni fu  terminata  1'  opera  della  crea-  vigio.  Il  real  profèta  nel  salmo  73, 
zione.  JNelle  sagre  carte  e  nella  parlando  di  Dio,  ecco  come  si  e- 
Gen.  e.  Il,  v.  3  si  legge  che  Iddio  be-  sprime:  Egli  ha  fatto    il  giorno   e 


FES 

la  notte,  la  luce  e  le  tenebre,  il 
tempo  e  le  stagioni.  Egli  ancora 
comandò  nell'antica  legge  al  suo 
popolo  di  offerirgli  sagrifizio  la  mat- 
tina e  la  sera  ;  ma  la  speciale  be- 
nedizione colla  quale  egli  ha  di- 
stinto in  fra  gli  altri  il  settimo 
giorno,  il  suo  riposo  con  cui  lo  ha 
consagrato,  i  fatti  gloriosi  di  cui  lo 
ha  onorato,  e  il  precetto  di  cui  lo 
ha  accompagnato,  lo  rendono  un 
giorno  più  santo  e  più  glorioso  al 
suo  nome  degli  altri. 

Nella  Genesi,  cap.  35,  Giacobbe 
celebra  una  specie  di  festa  all'occa- 
sione di    un  favore    ch'egli  aveva 
ricevuto  da  Dio.  Riunì  tutta   la  sua 
famiglia,  ed  ordinò  a  tutti  di  cam- 
biare   le  loro    vesti,  di    purificarti, 
di  portargli  tutti  gì'  idoli   e  tutti  i 
segni  del  culto  degli  dei  stranieri,  ed 
egli  li  sotterrò  sotto  il  terebinto  di 
là  della  città  di  Sichem,  quindi  an- 
dò a    Luza ,    cognominata    Bethel, 
nella   terra  di   Canaan,    ed  ivi  edi- 
ficò un  altare,  ed  a  quel   luogo  po- 
se il  nome  di  Casa  di  Dio.  E  sic- 
come   i  sagrifìzi  erano  sempre     se- 
guiti da  un    banchetto    comune,  il 
giorno  destinato  per    un    sacrifizio 
solenne    era    per     i    patriarchi    un 
giorno  di  t'osta.   Pensò  un   moderno 
autore  che  le  feste,  ossiano  le  adu- 
nanze religiose  dei  primi  uomini,  fos- 
sero consegrate  alla  tristezza,  a  pian- 
gere i  flagelli  della  natura  ,  e  soprat- 
tutto il  diluvio  universale;  ma  sem- 
bra  che  egli  non  abbia  considerato 
che  i  banchetti,  il  canto,  la  danza  fe- 
cero parte    del    culto  delle  divinità 
di  tutte  le  nazioni.  L'uomo  afflitto 
vuole  esser  solo,  ama  la  solitudine 
per  piangere,  non  è  già  la   tristez- 
za che  riunisce  gli  uomini,  ma  ben- 
sì la    gioia  ed    il    gaudio.  Presso    i 
latini  i  vocaboliytwfrjs,  festivus  signi- 
ficavano ciò  eh' è  propizio  e  piace- 
voi..   XXIV. 


FES  209 

vole,  infestus  ciò  che  è  dannoso  e 
disgustoso.  Mosè  parlando  delle  fe- 
ste   ebraiche    dice    agl'israeliti  nel 
Levitico  e  nel  Deuteronomio  :    f'oi 
farete  festa  dinnanzi  al  Signor  Dio 
vostro.  Delle  feste    Mosè    ne  parlò 
pochissimo,    avendo     conservato    il 
cerimoniale  de'  patriarchi,  in  quel- 
lo da    lui  prescritto  agli   ebrei.   La 
sola    delle    suddette    feste    che  sia 
stata  consagrata  al  dolore    ed  alla 
tristezza  fu  il  giorno    dell'  espiazio- 
ne, di  cui  parla  il  Levitico  e.  i3, 
v.  27.    Ridette    il   mentovato  Ber- 
gieiv,  che  nello  stesso    cristianesimo 
i  più  santi  personaggi  furono  d'av- 
viso, che  il  digiuno  e  le  mortifica- 
zioni non  devono    aver    luogo    nei 
giorni  di  festa;  che  conviene  inve- 
ce fare     un  festino,    cioè  un    ban- 
chetto più  sontuoso  del    solito.  In- 
di soggiugne  che    le    antiche    feste 
furono  consagrate  a  regolare  e  san- 
tificare i  lavori    dell'  agricoltura,  a 
ringraziare  il  creatore  de  suoi  doni. 
I     patriarchi     offrirono    de'sagritizi 
pei  benefizi    ricevuti    da  Dio ,  non 
mai  per  far  palese  le  loro  aftlizioni. 
Noè  salvato    dal    diluvio ,  Abramo 
ricolmo  delle  promesse  e    delle  be- 
nedizioni di   Dio,  Isacco  sicuro  del- 
la  medesima    protezione,    Giacobbe 
felicemente  ritornato  dalla   Mesopo- 
tamia,  e    salvato    dalla    collera  del 
suo  fratello    Esaù,    innalzarono  de- 
gli altari  e    benedirono  il    Signore, 
come  si  apprende  nei   libri  santi,  e 
in  più   luoghi  della  Genesi. 

JVello  stabilimento  delle  feste  de- 
gli ebrei,  Mosè  seguì  lo  spirito  dei 
patriarchi,  che  è  quello  dell'isti- 
tuzione divina.  Oltre  il  sabbato  e 
le  neomenie,  stabilì  egli  tre  glan- 
di teste,  che  avevano  rapporto  non 
solamente  colla  agricoltura  ,  ma 
eziandio  a  tre  gran  benefizi  del 
Signore  di  cui  bisognava  conservar 

14 


2 1  o  F  E  S 

la  memoria.  La  festa  di  Pasqua 
nel  mese  delle  nuove  biade  in  me- 
moria della  sortita  di  Egitto,  e 
della  liberazione  dei  primogeniti  de- 
gli ebrei;  la  Pentecoste  ossia  la 
fèsta  delle  Settimane,  per  servire 
di  monumento  alla  pubblicazione 
della  legge  sul  monte  Sinai  :  cele- 
bravasi  avanti  d'  incominciare  la 
raccolta  delle  messi,  e  vi  si  offri- 
vano le  primizie;  la  festa  dei  Ta- 
bernacoli dopo  la  vendemmia,  in 
memoria  della  dimora  degl'israeliti 
nel  deserto.  Dovevano  essi  celebrar- 
le non  solo  colla  loro  famiglia, 
ma  ammettervi  i  poveri  e  gli  stra- 
nieri. La  festa  delle  Trombe ,  e 
quella  delle  Espiazioni  cadevano 
nella  luna  di  settembre,  come  an- 
che quella  dei  Tabernacoli.  La  sag- 
gezza e  l'utilità  di  quelle  feste  sono 
chiarissime,  indipendentemente  dal- 
le lezioni  di  morale  che  davano 
esse  agli  ebrei,  erano  monumenti 
irrefragabili  dei  fatti  sui  quali  era 
fondata  la  religione  ebraica,  monu- 
menti che  ne  hanno  perpetuata  la 
memoria  e  la  certezza  in  tutti  i 
secoli.  GÌ'  increduli,  per  ischivarne 
le  conseguenze,  dicono  che  una  fe- 
sta non  è  sempre  la  prova  certa 
della  realtà  di  un  avvenimento,  e 
che  troviamo  presso  i  greci  e  i 
romani  delle  feste  stabilite  in  me- 
moria di  molti  fatti  assolutamente 
favolosi.  Ma  le  feste  dei  pagani  non 
risalivano,  come  quelle  dei  giudei, 
alla  data  stessa  degli  avvenimenti, 
non  erano  state  stabilite,  né  osser- 
vate dai  testimoni  oculari  dei  fatti 
di  cui  richiamano  la  memoria. 
Nelle  solennità  giudaiche  non  vi 
erano  la  licenza  e  i  disordini  che 
regnavano  nelle  feste  dei  pagani, 
che  invece  di  contribuire  alla  pu- 
lita de'costumi ,  sembravano  espres- 
samente  stabilite    per    corromperli. 


FES 

Nelle  feste  del  cristianesimo  si  tro- 
va lo  stesso  spirito,  lo  stesso  ogget- 
to, la  medesima  utilità  delle  feste 
degli  ebrei.  Di  quelle  che  questi 
al  presente  celebrano,  come  della 
festa  del  sabbato,  della  festa  delle 
calende,  della  solennità  della  Pasqua 
degli  azzimi,  della  festa  delle  Set- 
timane o  Pentecoste,  della  festa 
delle  Espiazioni,  di  quella  dei  Ta- 
bernacoli ovvero  delle  Capanne,  del- 
le Encenie,  delle  Sorti  o  del  Purim, 
e  di  altre  feste,  ne  tratta  Paolo 
Medici,  De" riti  e  costumi  degli  ebrei, 
e  noi  in  parecchi  articoli  del  Di- 
zionario. 

Il  Bergier  all'articolo  Feste  dei 
cristiani,  divide  1'  argomento  in 
nove  punti:  i.°  spirito  sublime  di 
esse,  e  dimostrazioni  de' fatti  evan- 
gelici; 2.0  feste  de 'martiri;  3."  ob- 
biezioni di  Beausobre  contro  di 
queste ,  e  risposte  ;  4°  autorità 
della  Chiesa  per  lo  stabilimento  di 
esse,  difesa  dalle  difficoltà  de'  pro- 
testanti ;  5.°  feste  de'  confessori  di- 
fese dalla  calunnia  degl'  increduli  ; 
6.°  necessità  delle  feste;  7.0  ragio- 
ne dell'aumento  di  queste;  8.'  del- 
la loro  diminuzione;  9."  santifica- 
zione delle  medesime.  Lungi  dallo 
svolgere  tutti  i  punti,  compendio- 
samente diremo  solo  di  alcuni,  con 
qualche  altra  analoga  erudizione. 
Non  solamente  gli  apostoli  hanno 
istituito  delle  feste,  poiché  i  primi 
fedeli  ne  hanno  celebrato  ;  ma  le 
resero  più  auguste  delle  antiche, 
fondandole  sopra  motivi  più  su- 
blimi. NeHa  religion  primitiva  il 
principale  oggetto  delle  feste  era 
d'  inculcare  agli  uomini  l'idea  di 
un  solo  Dio  creatore  e  governato- 
re del  mondo,  padre  e  benefattore 
delle  sue  creature;  nella  religione 
ebraica  erano  esse  destinate  a  ri- 
svegliare   la    memoria    di    un   solo 


FES 

Dio    legislatore ,    signore    supremo, 
protettore  speciale    del  suo  popolo;. 
nel   cristianesimo    le    feste    ci    mo- 
strano un    Dio  salvatore  e  santifì- 
catore     degli     uomini  ,     del    quale 
tutti  i  disegni  tendono  alla  nostra 
eterna  salute.    Niente  serve  meglio 
che    le  feste    a    indicarci    l' oggetto 
diretto  del  culto  religioso  nelle  tre 
epoche  successive    della  rivelazione. 
Dopo  l' estinzione    del    paganesimo 
e  dell'idolatria  ,  non  fu  più  neces- 
sario di    continuare    a  celebrare  il 
sabbato    ed    il    riposo    del    settimo 
giorno  in  memoria  della  creazione. 
La  credenza  di  un  solo  Dio  crea- 
tore non  poteva  più  perdersi;  ma 
fu  importantissimo  di  consagrare  con 
un  monumento  eterno  la  memoria 
di    un    miracolo,  che    ha    fondato 
il    cristianesimo,    della    risurrezione 
cioè  di  Gesù  Cristo,  la  cui  memo- 
ria si   celebrò    nella    domenica  che 
ne'libri  del  nuovo  Testamento  è  chia- 
mata prima  del  sabbato,  cioè  pri- 
mo giorno    dopo    il  sabbato,  come 
osserva   i!  p.    Mamachi    nel    tomo 
I,  pag.   3 18  de' Costumi  de  primitivi 
cristiani.     Questo    grande    avveni- 
mento   è  un    articolo    della    nostra 
fede,  egli  è  contenuto  nel  simbolo; 
non  si    può    essere    cristiano    senza 
crederlo.  Così  fino  dall'origine    del 
cristianesimo  la  domenica  fu  il  gior- 
no stabilito    in    cui  si    radunavano 
i    cristiani,  e    cantavano  gì'  inni  a 
Gesù   Cristo    come  Dio,   e  prende- 
vano   il  cibo  eucaristico,  perchè  la 
domenica    fu    celebrata  dagli    apo- 
stoli, e  chiamata  il  giorno  citi  Si- 
gnore.  V.  Domenica,  e  Pasqua.  Co- 
sì dicasi  della  festa  della    Penteco- 
ste   (Vedi),  in  memoria    della    di- 
■  scesa  dello  Spirito  Santo  sugli  apo- 
stoli;   di  quella  del     Natale  (Ve- 
lli) ,    o    nascita    di     Gesù    Cristo  ; 
dell'  Epifania    (Fedi);  dell'  Asceti- 


¥ L  S  211 

sione    (Vedi)  :    tutte   feste    che  fu- 
rono stabilite    subito  dopo  che  ta- 
li avvenimenti  erano   accaduti,    al- 
la presenza,  e    colla    testimonianza 
di    migliaia  di    uomini ,   citandone 
molte  il    p.  Mamachi  a  pag.   326. 
Agli    apostoli  si  attribuisce  l'istitu- 
zione  di   alcune    feste   della    beata 
Vergine  Maria.    Il  Piazza  nel    suo 
Emerologio  di  Roma,  toni.   I,  pag. 
2,  Dell'origine  delle  feste,  dice  che 
gli  apostoli  nell'istituire  le  feste  in 
onor  del  Signore  e  della  Madonna, 
essendo  state  abrogate  le  cerimonie 
della  legge  mosaica,  stimarono  spe- 
diente  di   non  scostarsi  molto  dagli 
ebrei  nel  celebrare  la  Pasqua   e  la 
Pentecoste,  in  modo  che  ritenendo- 
si i  loro    nomi,  non  si  facesse  mol- 
ta novità  ne'  riti  della  nascente  re- 
ligione  cristiana,  e  in  qualche  mo- 
do    si     adombrassero    quelli    degli 
ebrei,    come    fra    gli  altri    afferma 
Tertulliano.  Per   non  convenir  poi 
coi   gentili,  che  chiamavano  i  loro 
giorni  più  solenni  col  nome  di  Fe- 
rie (Vedi),  chiamarono  con  tal  no- 
me i  giorni  di  lavoro  e  di  secola- 
ri faccende,  come   attestano  Orige- 
ne e  s.  Girolamo.  JVou  ammetten- 
do però  il  digiuno  nella    domenica, 
come  tutta  dedicata  al  culto  divino, 
si   chiamò  perciò  il  lunedì  feria  se- 
cunda,  e  susseguentemente  gli  altri 
ijiorni  della   settimana  ecclesiastica. 
Si  cominciò  pure  fin  dai  primi  tem- 
pi del    cristianesimo  a  celebrare  la 
festa  dei    Martiri  (Vedi).    Pei  pri- 
mitivi    cristiani     la    morte    di     un 
martire    era  per  essi    una  vittoria, 
e    per    la   religione    un  trionfo;  il 
sangue    del   testimonio    cementava 
l'edilìzio  della   Chiesa,  solennizza  va- 
si il  giorno    della  sua   morte,  cele* 
brando  sulla  sua  tomba  i  santi  mi- 
suri, e  dove  i  fedeli  riuniti  raccen- 
devano la  loro  fede,  ed  animavano 


o.  12  FES 

maggiormente  il  loro  coraggio  col 
suo  esempio  eroico.  In  principio 
del  secondo  secolo  dell'era  cristia- 
na, apparisce  ciò  dagli  atti  del  mar- 
tirio di  s.  Ignazio  e  di  s.  Policar- 
po, e  non  è  a  dubitarsi  che  non 
siasi  praticato  egualmente  a  Roma 
subito  dopo  il  martirio  di  s.  Pie- 
tro e  di  s.  Paolo.  La  testimonian- 
za infatti  degli  apostoli  e  de'loro 
discepoli ,  sigillata  col  loro  sangue, 
era  troppo  preziosa  per  non  met- 
terla continuamente  sotto  gli  occhi 
de'fedeli.  Quasi  direbbesi  che  fu 
allora  preveduto,  che  coli'  andar 
dei  secoli  gì'  increduli  avrebbero 
spinto  l' audacia  per  fino  a  conte- 
starne le  conseguenze.  Il  Macri  nel- 
la Notizia  dei  vocab.  eccles.,  alla 
parola  Feslus,  la  spiega  per  gior- 
no festivo  in  onore  di  qualche  san- 
to, o  altra  solennità,  detto  ancora 
Natale  o  Natalizio,  giacché  Ter- 
tulliano nel  lib.  6  De  coron.  milit., 
ciò  spiega  perchè  in  tal  giorno  i 
santi  nacquero  alla  vita  immorta- 
le ed  eterna  ;  ed  aggiunge  che 
furono  senza  dubbio  le  feste  intro- 
dotte dagli  apostoli,  come  pure  at- 
testa l'annalista  Baronio,  e  poi  ac- 
cresciute dagli  uomini  apostolici; 
e  che  nei  primi  secoli  non  si  ce- 
lebravano, oltre  quelle  de' misteri 
di  Gesù  Cristo,  se  non  che  le  fe- 
ste dei  martiri,  e  così  la  prima 
fu  in  onore  del  protomartire  s.  Ste- 
fano. 

Dal  fin  qui  detto  adunque  ne 
consegue,  che  le  feste  istituite  e  ce- 
lebrate dalla  Chiesa  cattolica  si  di- 
vidono in  due  grandi  classi  perfet- 
tamente distinte:  i.°  quelle  che  han- 
no rapporto  alla  dottrina  religiosa 
medesima,  e  al  dogma,  celebrando- 
ne i  misteri  che  ne  fanno  parte; 
a.0  quelle  che  hanno  per  oggetto 
di    onorare  i  martiri ,    i  confessori 


FES 

ed  i  santi ,   delle    quali    parleremo 
in   seguito. 

Il  Marangoni,  Delle,  cose  genti- 
lesche e  profane  trasportate  ad  uso 
e  ad  ornamento  delle  chiese ,  al 
cap.  XXIX  discorre  se  nella  cele- 
brazione delle  feste  de' nostri  santi 
sia  alcuna  cosa  derivata  dal  genti- 
lesimo. Convenendo  che  l' origine 
delle  feste  in  generale  proviene  dal- 
la divina  legge  data  da  Dio  a  Mosè 
sul  monte  Sinai,  non  si  trova  però 
l'istituzione  di  alcun  giorno  di  fe- 
sta ,  per  celebrare  in  esso  la  me- 
moria di  alcuno  di  que' santi  pa- 
triarchi e  profeti  ,  e  neppur  dello 
stesso  Mosè,  che  fu  così  caro  a  Dio; 
la  cagione  di  ciò,  al  dire  de' santi 
padri,  fu  perchè  essendo  il  popolo 
ebreo  inclinatissimo  all'idolatria, 
lo  avrebbero  adorato  come  loro 
Dio,  ed  offertegli  vittime  e  sagrifi- 
zi.  Ma  essendo  venuto  il  tempo  di 
grazia ,  col  lume  della  fede  recato 
al  mondo  dal  Figliuolo  di  Dio ,  e 
con  esso  dissipate  le  tenebre  del- 
l' ignoranza,  conveniva  alia  maestà 
e  grandezza  divina ,  che  dagli  uo- 
mini ancora  si  onorassero  i  suoi 
servi  fedeli  con  un  culto  assai  in- 
feriore a  quello  che  a  Dio  è  do- 
vuto, e  specialmente  di  coloro  che 
per  suo  amore  diedero  la  loro  vita, 
e  che  per  la  sua  gloria  inaffiarono 
col  loro  sangue  la  di  hù  santa  fe- 
de, e  la  propagarono  con  tante  fati- 
che e  sudori,  e  che  si  offrissero  uni- 
camente a  Dio  sagri  fizi ,  non  ad 
essi,  ma  in  memoria  di  essi,  ad  in- 
tercessione dei  quali  egli  concede 
le  grazie  alla  Chiesa  ed  a'  suoi  fi- 
gliuoli. Questo  rito  però  di  solen- 
nizzare coi  giorni  festivi  la  memo- 
ria di  uomini  morti,  molto  prima 
della  legge  di  grazia,  inventato  fu 
ed  introdotto  nel  gentilesimo  dal 
demonio.  Dappoiché   non  contento 


FES 

di  aver  favoleggiati  alcuni  dei  ce- 
lesti, prosegui  a  persuadere  gli  uo- 
mini di  collocare  fra  gli  dei  alcu- 
ni uomini  morti,  credendo  che  fos- 
se ai  loro  sepolcri  unita  una  virtù 
divina  e  celeste.  Fra  il  numero  di 
questi  i  greci  riposero  Bacco ,  Er- 
cole, Esculapio,  A  polli  ne;  gli  egizi 
Oro,  Iside,  Osiride,  ed  altri.  Quali 
deità,  quasi  infinite  per  tutto  il 
mondoj  furono  anche  ricevute  e  a- 
dorate  dai  romani,  i  quali  inoltre 
inventarono  un  altro  rito  di  collo- 
care fra  gli  dei  i  più  scellerati  loro 
principi  ed  imperatori.  Oltre  a  que- 
sta gran  turha  di  deità,  istituì  il 
gentilesimo  solennissime  feste  ,  sta- 
bilite in  giorni  speciali ,  e  le  cele- 
bravano con  pompa  di  lumi ,  di 
ohblazioni ,  di  sagrifizi  e  di  giuo- 
chi ,  con  lautezza  di  conviti  e  di 
mangiamenti ,  dispensando  anche 
alla  plebe  diversi  donativi;  dimo- 
doché cosa  più  splendida  non  po- 
teva desiderarsi ,  e  per  l' allegrezza, 
e  per  gli  spettacoli,  e  per  la  dis- 
solutezza. Celebra vansi  nel  mese  di 
dicembre  le  feste  saturnali  in  ono- 
re di  Saturno,  che  duravano  sette 
giorni  con  banchetti  e  donativi  ; 
due  volte  l'anno  la  festa  di  Palla- 
de  o  Minerva  ;  e  di  quella  che 
chiama nui  Quincjitateria  ,  perchè 
durava  cinque  giorni ,  ne  fa  me- 
moria Ovidio  nel  5  e  6  lib.  de  Fa- 
sti. Cosa  però  più  licenziosa  delle 
feste  in  onore  di  Bacco  dette  bac- 
canali, desiderare  non  potevasi  dal- 
la cieca  gentilità;  ed  i  lupercali, 
feste  introdotte  in  onore  di  Pane, 
non  potevano  esser  più  lascive,  an- 
dando i  sacerdoti  di  quest'  idolo 
nudi  per  Roma,  con  atteggiamenti 
contrari  all'  onestà  verso  le  matro- 
ne e  donne  gravide.  Infinite  per- 
tanto furono  le  feste  istituite  dal  de- 
monio, e  chi  bramasse  conoscerle  per 


FES  ai3 

maggiormente  detestarle,  basta  dare 
un'  occhiata  agli  antichi  calendari 
de'  romani;  e  quanto  alle  tante  in- 
ventate dai  greci,  agli  autori  che 
diffusamente  ne  hanno  trattato , 
cioè  il  Fasoldo ,  il  Castellano,  e  il 
Meursio  nel  tomo  VII  delle  Anti- 
chità greche. 

Essendo  pertanto  tutte  queste 
tenebre  del  gentilesimo  manifestate 
colla  comparsa  del  Sole  di  giusti- 
zia Gesù  Cristo,  e  dissipate  colla 
luce  del  santo  evangelo ,  si  com- 
piacque Iddio  d'  introdurre  nella 
Chiesa  una  sorte  di  feste  molto  più 
oneste  e  convenevoli  di  quelle  del 
gentilesimo,  e  veramente  sante,  che 
sono  quelle  degli  amici  e  servi 
suoi ,  quali  furono  ne'  principii 
quelle  de'  santi  martiri,  le  cui  fe- 
ste furono  istituite  per  oscurare  le 
profane  de'  gentili,  e  per  abbatter- 
le co' riti  opposti  e  contrari  alle 
medesime,  co'  quali  più  si  manife- 
stasse la  profanità  ed  oscenità  di 
esse.  Fu  però  in  certa  maniera  ne- 
cessario, che  i  prelati  della  prima 
Chiesa  co'novelli  convertiti  dal  gen- 
tilesimo alla  cristiana  fede,  in  al- 
cune cose,  le  quali  per  nulla  ripu- 
gnavano alla  santità  delle  feste,  fos- 
sero alquanto  indulgenti,  affine  di 
allettare  maggiormente  i  gentili  stes- 
si ad  abbracciarla.  Erano  questi  av- 
vezzi alla  pompa  delle  loro  feste , 
alle  allegrezze  e  tripudii ,  co'  quali 
si  celebravano,  e  ciò  appunto  era 
loro  un  ostacolo  ad  abbracciare  la 
religione  cristiana ,  non  essendo  e- 
gliuo  capaci  d' innalzare  la  mente 
ed  il  pensiero  alle  cose  spirituali  e 
celesti.  Onde  i  vescovi  permisero 
che  nel  celebrarsi  le  feste  de'  mar- 
tiri ,  avessero  i  nuovi  convertiti 
qualche  divertimento  e  diletto ,  e 
spezialmente  cou  i  con  vili  pubblici 
e  popolari ,  ed  un  onesto  tratteni- 


214               frÈS  l'Es 

mento,  lo  che    s.  Gregorio  Nisseno  giuochi  equestri,    non  in  onore  di 
commendò  come    hen  praticato  da  Augusto,  ma    bensì    perchè   in  tal 
s.  Gregorio  Taumaturgo.   E  questa  giorno  era  stato  consagrato  a  Mar- 
permissione     a'  novelli    neofiti    era  te  il  di    lui    tempio;  ma    dissipato 
conforme  alla    regola    dell'apostolo  che  fu  il   gentilesimo,  le  allegrezze 
s.  Paolo    data    a'  Corinti  ,  I,  e.   3.  profane  di  quel  giorno  furono  tras- 
La  stessa  pratica  prescrisse  s.  Gre-  ferite  in  onor  delle   catene  di  s.  Pie- 
gorio  I  a  s.  Agostino,  acciò  la  pra-  tro,  poiché  in    esso    fu   consagrata 
ticasse  nella  conversione  dell' InghiU  la    chiesa    col    titolo    de'  medesimi 
terra,  permettendo  a'  nuovi  conver-  Vincoli  sull'Esquilino.  Ebbero  i  gcn- 
titi  di  celebrare    con    allegrezza     e  tili  il  costume  di  far  i  loro  merca- 
coi  conviti  le    feste    de'  santi   mar-  ti  e  le  fiere  in    occasione  de'  pub- 
tiri  ,  e  che  nella    dedicazione  delle  blici  concorsi  di   popoli    forestieri  a 
chiese,    o    nel    natale    de' martiri,  qualche  solennità;  perciò    gli  anti- 
de'  quali  vi  si  ponevano  le  reliquie,  chi    cristiani     lasciarono    correre    i 
si    facessero    attorno    le    medesime  mercati    e    le    fiere    per    utile    del 
chiese  tabernacoli  di  rami  di  albe-  commercio  ,  il    che    è  cosa    antica  , 
ri,  e  con  religiosi  conviti  celebrassero  -attestandolo  i  ss.  Basilio  Magno,  e 
la  solennità.  Dall' adornarsi  i  tem-  Gregorio    di    Tours ,    ed   altri.  Fin 
pli    de' gentili    con    festive    froncli  ,  qui  il    dotto    Marangoni.   V .   Mar- 
fiori ,  chiome   d'  alberi ,    e  pampini  tiri. 

delle  viti,  ne  passò  1'  uso  alle  chie-  Gli  stessi  motivi  che  hanno  fat- 

se  de'  cristiani  ,  come  osserva  Sar-  to    stabilire    le    feste    dei    martiri  , 

nelli.     Dagli     antichi    fu    chiamata  portarono  i  popoli ,    nel    prosegui- 

feslum  epularum  la  festa  della  cat-  mento  de'  secoli,  ad  onorare  la  me- 

tedra  di  s.  Pietro,  nel  qual  giorno  moria  de'  Confessori  (Fedi),  cioè 

i  cristiani,   massime  dell'Africa,  so-  dei  Santi  (Vedi),  che    senza  aver 

levano    fare  in    chiesa    solennissimi  sofferto  il  martirio,  hanno  edificata 

banchetti,   de' quali  ragiona  s.  Ago-  la  Chiesa    colle  loro  virtù.  Riflette 

stino  nel  lib.  6,  cap.    2     Confess.  ,  il  Bergier,  che  il  loro  esempio  non 

costume    introdotto    tra  i    cristiani  è  in    favore    del   cristianesimo  vina 

dalla    gentilità,    perciocché    in    tal  prova  così    forte    come  il  testimo- 

giorno  solevano  collocare  i  cibi  sul-  nio  de'  martiri  ;  ma  dimostra  alme- 

le  sepolture  de'  morti,  come  narra  no  che  la   morale  del   vangelo  non 

il  Macri.    V.  Agape,     Conviti.    Il  è  impraticabile,    poiché    coli' aiuto 

citato  Baronio    tratta  eruditamente  della  grazia  i  santi  l' hanno  segui- 

questa  materia  all'anno  4^,  num.  ta  ed  osservata  esattamente.  E  co- 

87  e  seg.,  ed  in  vari  altri  luoghi,  sa    naturale    che    il    popolo    abbia 

mostrando  di  più.  con  ragioni,  che  onorato  con  preferenza  i  santi  che 

quando  anche  i  primi  fedeli  alcun  hanno  vissuto    nel    luogo  dov'  esso 

rito  o  cerimonia  avessero   ricevuto  dimora,  le  cui  azioni  gli  sono  più 

da'  gentili ,    ninna    deformità    può  note,  le  cui   ceneri    vede   cogli  oc- 

esserne  seguita  dal  convertirsi  in  o-  chi  propri ,  il  cui   sepolcro  può  fà- 

nore  de'santi  martiri,  come   prova  cilmente    visitare.    S.  Martino    è    il 

s.  Girolamo  contro  Vigilanzio.    So-  primo    confessore    di    cui    si    abbia 

levano    i  gentili    nelle    calende  del  fatto  la  festa  nella  Chiesa  occideu- 

mese   di     agosto    celebrare    alcuni  tale,  tutte  le  Gallie  risuonarono  dello 


FES 
splendore  delle  di  lui  virtù  e  mi- 
racoli. A  solennizzare  le  feste  dei 
confessori ,  dice  il  cardinal  Bellar- 
mino, Controv.  lib.  I,  Cap.  5,  che 
si  die  principio  nel  concilio  di  Ma- 
gonza  1'  anno  8 1 3  ,  in  cui  s.  Leo- 
ne III,  con  pubblica  solennità,  e 
con  l' assistenza  di  Carlo  Masno 
imperatore,  e  di  molti  cardinali  e 
vescovi  canonizzò  con  gran  celebri- 
tà e  concorso  di  popolo  infinito 
s.  Suiberto;  ma  qual  santo  propria- 
mente sia  stato  il  primo  canonizza- 
to, lo  si  dice  all'articolo  Caxo.-sizza- 
zio.-ve,  ove  pur  dicesi  della  festa  che 
il  Pontefice  stabilisce  al  canonizza- 
to, e  il  rito.  Le  feste  che  in  origi- 
ne erano  locali ,  a  poco  a  poco  si 
sono  in  progresso  dilatate,  e  sono 
divenute  generali.  La  distinzione 
che  passa  tra  il  beato  e  il  santo 
è  notata  agli  articoli  Beato  e  Bea- 
tificazioxe  (Fedi).  La  voce  del 
popolo,  la  sua  divozione  canonizza- 
rono ne'  primi  tempi  i  personaggi 
le  cui  virtù  ammirava  ;  ma  perchè 
la  Chiesa  non  ha  tempo  di  poter 
solennizzare  la  festività  di  ciascun 
santo ,  ordinò  il  Papa  s.  Bonifacio 
IV  che  si  celebrasse  in  Roma  nel 
primo  giorno  di  novembre  la  festa 
in  onore  di  tutti  i  santi  martiri , 
nel  qual  giorno  la  Chiesa  soleva 
digiunare^  come  nota  Isidoro;  poi 
s.  Gregorio  IV  la  propagò  per  tut- 
to l'occidente,  come  lasciò  scritto 
Sigeberto  nella  sua  cronaca  l'anno 
835.  Dai  greci  si  festeggia  la  solen- 
nità di  tutti  i  santi  nella  prima 
domenica  dopo  Pentecoste,  nel  qual 
giorno  i  latini  celebrano  la  festa 
della  ss.  Trinità.  La  festa  di  tutti 
i  santi  ebbe  origine  dalla  dedica- 
zione che  fece  s.  Bonifacio  IV  del 
Pantheon,  già  sagro  a  tutti  gli  dei 
de'  pagani,  alla  Beata  Vergine  e  a 
tutti  i  santi  martiri,  che  poi  s.  Gre- 


FES 


a.-; 


gorio  IV  dedicò  a  tutti  i  santi.  Al- 
tri dicono  che  s.  Gregorio  III  nel 
73 1  consagrò  una  cappella  nella 
chiesa  di  s.  Pietro  a  tutti  i  santi  , 
e  che  da  quel  tempo  se  ne  celebrò 
la  festa  in  Roma;  e  che  prima 
della  dedicazione  del  Pantheon  si 
celebrava  nel  primo  di  maggio  la 
festa  di  tutti  gli  apostoli.  In  quan- 
to ai  martiri ,  vedendo  il  pio  im- 
peratore Teodosio  li  con  quanta 
venerazione  ne'  primi  secoli  della 
Chiesa  si  osservavano  ovunque  dai 
fedeli  le  feste  de'  martiri,  per  tut- 
to l' impero  ordinò  che  tali  giorni 
non  fossero  profanati  con  giuochi 
o  spettacoli  pubblici  di  gladiatori  , 
di  giuochi  circensi  ec. ,  sotto  gravi 
pene.  Il  Rinaldi  all'anno  4^9  na'*- 
ra  come  l' imperatore  Leone  il  gio- 
vane vietasse  gli  spettacoli  nelle 
feste. 

In  generale  le  feste  sono  neces- 
sarie, per  quanto  si  è  detto,  e  per 
ciò  che  scrive  il  Bergier  :  essendo 
necessario  che  il  popolo  abbia  una 
religione ,  dunque  sono  necessarie 
le  festività.  In  quanto  al  potere 
della  Chiesa  nella  istituzione  delle 
feste,  essa  lo  ha  come  lo  aveva  la 
sinagoga ,  che  istituì  diverse  feste 
dopo  la  pubblicazione  della  legge, 
come  la  festa  delle  Sorti  o  Purim, 
quella  della  morte  di  Oloferne , 
quella  della  dedicazione  del  tempio 
dei  Maccabei ,  che  osservò  anche 
Gesù  Cristo.  D'altronde,  come  si  è 
detto,  essendo  certo  che  la  Chiesa 
ha  stabilito  delle  feste  in  onore  de- 
gli apostoli  e  dei  martiri  fino  dai 
primi  tempi ,  essa  ha  il  medesimo 
potere  in  oggi,  come  allora.  Sareb- 
be una  cosa  singolare,  che  la  Chie- 
sa cristiana  non  avesse  la  stessa  auto- 
rità che  la  chiesa  giudaica  per  re- 
golare il  suo  Culto  {Vedi)  e  la  sua 
Disciplina  (Vedi).  Per  non  dire  di 


ai6  FES 

altri  esempi,  qui  noteremo,  che  In- 
nocenzo X  col  breve   Cum    nuper, 
de' 6    ottobre    i(»53,    Bull.  Rom., 
tom.   VI,    par.  Ili,  pag.   260,  an- 
nullò il  decreto  col  quale  il  senato 
di    Milano    comandava    nel  ducato 
di  osservarsi  di  precetto  la  festa  di 
s.  Domenico,    dicendo  il  Papa  che 
soltanto   alla    giurisdizione  ecclesia- 
stica   appartiene    il    comandare ,    e 
l'abolire  i  giorni  festivi,  come  pure 
dimostrano  i  canonisti,  Fagiano  in 
cap.    Conqueslus,  num.   58,   De  fé- 
riisj    Anacleto,    ad    titul.    decretai. 
De  feriis,  tit.  2,  §    r,  num.  3;  To- 
massini,  De  festis,  lib.    1,  cap.    17, 
num.    1  7,  e  molti  altri.  Per  la  stes- 
sa ragione  Innocenzo   XII  con  bre- 
ve del  primo  settembre    1693,  Ro- 
manus  Ponti/ex,  loco  citato,  t.  IX, 
pag.   365,  annullò  ancora  il  decre- 
to del  governatore  di  Cremona,  che 
prescriveva  la  slessa  festa  di  s.  Do- 
menico   fra    quelle    di  precetto.    II 
concilio    di  Trento    non    fece  altro 
che  confermare  l'uso  antico,  qualo- 
ra decise,    che   le  feste  comandate 
da  un  vescovo  nella  sua  diocesi  de- 
vono essere  osservate   da  tutti,  an- 
che da  quelli    che    non    sono   suoi 
sudditi.  Sess.   25,  e.    12.    Però  per 
il  decreto  emanato  dalla  congrega- 
zione   de'  riti    agli    8  aprile   1628, 
i  vescovi,    ancorché    abbiano  la  fa- 
coltà De  jur e  communi,  in  e.  I,  dist.  3, 
De  consecr.,   non  possono  più    ag- 
giungere   feste    de'  santi    al   Calen- 
dario   (Vedi))    senza    licenza  della 
Sede  apostolica.    Anzi  non  possono 
più.  ordinare  feste    di  precetto,  ec- 
cetto una  per  ciascuna  città   o  ca- 
stello del  santo  protettore,  ed  un'al- 
tra per  tutto  il    regno  o  provincia, 
come  decretò  Urbano  Vili  nel  1642 
colla  bolla  che  incomincia    Univer- 
sa per  oròem ,    colla  quale  ordinò 
ai  prelati,    che    non    concedino  fa- 


FES 

cilmente  licenza  di  lavorare  nei 
giorni  di  festa  ;  ed  essendo  neces- 
sità concedino  tale  licenza  gratis, 
senza  alcun  pagamento ,  come  de- 
cretarono le  congregazioni  dell'  im- 
munità a'  20  settembre  1639,  e 
quella  del  concilio  il  primo  mag- 
gio 1 635.  Nel  1 3  1 7  Giovanni  XXII 
esortò  il  re  di  Francia  Filippo  V 
di  astenersi  dal  conversare  nel  tem- 
po che  assisteva  ai  divini  uffizi,  e 
a  non  permettere  che  i  tribunali 
fossero  aperti  ne'  giorni  di  festa,  e 
che  in  questa  non  lavorassero  nep- 
pure i  barbieri.  Si  può  dispensare 
dalla  osservanza  delle  feste  ezian- 
dio dal  vicario  foraneo,  e  non  dal- 
l'arciprete  o  parroco,  se  non  che 
in  assenza  del  vescovo  ,  come  de- 
cretò la  congregazione  de'  vescovi 
il  2  agosto  i594j  s'intende  posta 
una  legittima  e  ragionevole  causa. 
Questa  congregazione  a'  1 8  marzo 
i58i  avea  già  decretato,  che  non 
si  deve  celebrare  una  festa  in  un 
medesimo  giorno  in  due  chiese  vi- 
cine; ma  la  più  inferiore  dovrà 
stabilire  un  altro  giorno. 

Non  è  vero  che  i  vescovi  abbia- 
no a  bella  posta  ordinato  e  mol- 
tiplicate le  feste;  se  ne  aumentò  il 
numero  non  solo  per  la  pietà  lo- 
cale dei  popoli,  ma  anco  pel  biso- 
gno di  riposo.  Ne'  tempi  infelici 
della  servitù  feudale,  il  popolo  non 
lavorava  per  sé ,  ma  pe'  suoi  pa- 
droni, onde  procurò  di  moltiplica- 
re i  giorni  di  riposo.  Questi  era- 
no tanti  momenti  sottratti  alla  cru- 
deltà ed  all'estorsione  dei  nobili, 
alle  devastazioni  di  una  guerra  in- 
testina e  continua:  le  ostilità  erano 
sospese  nei  giorni  di  festa  ;  e  per 
questa  stessa  ragione  si  stabilì  la 
così  detta  tregua  di  Dio  o  del  Si- 
gnore, della  quale  qui  ci  permette- 
remo un  cenno. 


FES 

IVel  secolo    XI    quando  i  grandi 
non    cessavano    di    farsi   la  guerra 
tra  di  loro ,    né  conoscevano  altra 
■via    che    le  armi  per  vendicare  le 
loro  ingiurie  reali  od  immaginarie, 
i    vescovi    cercarono    un    mezzo  di 
fermare  questo  assassinio  che   ren- 
deva i   popoli  infelici.  Fu  ordinato 
in  molti  concili  sotto  pena  di  sco- 
munica a  tutti  i  signori  e  cavalie- 
ri, che    cessassero    tutte    le  ostilità 
dal   mercoledì  sera  della  settimana 
santa    sino    al    lunedi    seguente,  e 
in  tempo  dell'  avvento,  e  della  qua- 
resima.  In   tal  guisa  si  ottenne  pei 
popoli   qualche    tempo  di  riposo  e 
sicurezza,  che  fu   chiamato   Tregua 
di  Dio  o  del  Signore.    Oltre   tanti 
concili ,    i    più    zelanti    predicatori 
della     Tregua  di  Dio ,    furono  san 
Oddone  abbate    di   Cluny ,    é  il  p. 
Riccardo  abbate  di   Vannes,  cui  si 
unirono  i   più.  santi   personaggi  che 
allora    vivevano,    tanto    nel    clero, 
che  tra  i  laici;  e  l'applicazione  con 
cui   molti  virtuosi  sovrani  si  affati- 
carono in  questa  buona  opera  con- 
tribuì   assai    a    far    loro    decretare 
un    culto    dopo    la  loro  morte.    A 
riserva    poi    delle    feste    dei  nostri 
misteri,  che  sono  le  più  antiche,  e 
in  poco  numero,   tutte  le  altre  pri- 
ma   furono     celebrate  dal    popolo, 
senza  che  fosse  eccitato    dal  clero  : 
elleno    si    propagarono  di  paese  in 
paese,  da  un  luogo  all'altro;  quan- 
do furono  stabilite  dall'uso,  i  Pon- 
tefici ed  i  vescovi  formarono  delle 
leggi  per  regolarne  la  santificazione, 
e    bandire    gli    abusi.     Non  si  può 
mettere  in    pratica    il  progetto    di 
rendere  uniformi  in  ogni    luogo   il 
numero  e  la    solennità    delle  feste. 
E    chiaro   che    non    tutte    le    fèste 
de' cristiani  possono  avere  una  me- 
desima   antichità:    essendo    questa 
istituzione    un    aliare    di    disciplina 


FES  217 

esterna,  la  quale  in  diverse  manie- 
re interessa  il  cristianesimo  ,  v'  ha 
d' uopo  di  legittima  autorità  per 
introdurle.  La  Chiesa  diretta  dal 
pubblico  bene  della  cristiana  socie- 
tà, maturamente  consulta  ed  esa- 
mina, massime  a  mezzo  della  Con- 
gregazione de'  Riti  (  Fedì)  ,  le  ra- 
gioni d'introdurre  nuove  festività, 
il  concedere  ai  regni,  provincie , 
città  e  luoghi  un  santo  per  protet- 
tore, e  la  celebrazione  del  rito.  Il 
p.  ab.  Biagi  nelle  giunte  al  Bergier 
ricorda  quante  feste  non  ha  voluto 
permettere  la  Chiesa  romana,  per- 
chè dopo  un  ponderato  esame  non 
le  giudicò  opportune  allo  spirito 
della   cristianità. 

Nel  pontificato  di  Urbano  Vili 
erano  accresciute  le  feste  di  pre- 
cetto e  di  divozione  per  le  dioce- 
si a  tal  segno,  a  cagione  delle  fre- 
quenti domande  delle  popolazioni , 
che  pochi  giorni  liberi  restavano 
a'  poveri  per  guadagnarsi  il  vitto 
colle  loro  fatiche.  A.  lui  ricorsero 
molti  vescovi  perchè  desse  su  ciò 
opportuna  provvidenza  ,  ed  egli  col- 
la bolla  Universa  per  orbem ,  dei 
1 3  settembre  1 642  ,  che  si  legge 
nel  Bull.  Rorn.  tom.  VI,  par.  Il, 
pag.  34i  ,  avendo  prima  sentito  il 
parere  della  congregazione  de' riti, 
tolse  ed  abolì  molte  feste,  in  mol- 
te delle  quali  alcuni  più  nei  pas- 
satempi che  negli  atti  di  religione 
si  occupavano,  e  quindi  stabilì  per 
giorni  festivi  di  precetto  in  tutte 
la  Chiesa,  le  domeniche,  la  Nativi- 
tà di  Cristo,  la  Circoncisione,  l'E- 
pifania, la  Pasqua  con  due  giorni 
seguenti  ,  la  Pentecoste  con  due 
giorni  appresso,  l'Ascensione,  il 
Corpo  di  Cristo,  l'Invenzione  del- 
la s.  Croce,  la  Purificazione,  l'An- 
nunziazionc,  l'Assunzione,  la  Nati- 
vità di    Maria  Vergine,  la  Dedica- 


a  18  FES 

zione  di  s.  Michele ,  la  Natività  di 
s.  Giovanni  Battista,  i  giorni  de'  ss. 
Pietro  e  Pàolo,  di  s.  Andrea,  di  s. 
Giovanni  evangelista,  di  s.  Tommaso, 
de' ss.  Filippo  e  Giacomo,  di  s.  Bar- 
tolomeo, di  Sé  Matteo,  de'  ss.  Simo- 
ne e  Giuda,  di  s.  Mattia,  de' ss.  In- 
nocenti, di  s.  Lorenzo,  di  s.  Silve- 
stro, di  s.  Giuseppe,  di  s.  Anna,  di 
tutti  i  santi,  e  di  uno  solamente 
de'  ss.  protettori  principali  de'  re- 
gni, provincie,  città  e  castelli ,  alle 
quali  feste  aggiunse  di  poi  Clemen- 
te XI,  la  festa  della  Concezione  di 
Maria ,  colla  costituzione  Cominis- 
si  nobis  de'  6  dicembre  1708  , 
Bull.  Rom.  tom.  X,  par.  I,  pag.  3 06. 
Pubblicata  che  fu  la  bolla  di  Ur- 
bano Vili ,  molti  vescovi  doman- 
darono alla  santa  Sede,  se  le  uni- 
versità e  comunità  delle  città  e  de- 
gli altri  luoghi  fossero  tenute,  non 
ostante  tale  costituzione,  ad  osser- 
vare di  precetto  quelle  feste ,  che 
dalle  medesime  si  erano  per  voto 
particolare  introdotte.  Rispose  la 
congregazione  de'  riti  con  decreto 
de'  ig  aprile  i643,  che  per  dispo- 
sizione della  mentovata  bolla,  era- 
no solamente  obbligate  all'osservan- 
za di  queste  feste  le  persone  che 
ne  avevano  fatto  il  voto.  Urbano 
Vili  lodò  ed  approvò  questa  riso- 
luzione, e  dichiarò  ch'egli  con  quel- 
la legge,  aveva  avuto  intenzione  di 
abolire  le  feste  di  voto,  in  quauto 
alla  forza  di  precetto,  e  di  ridurle 
alla  maniera  delle  feste  di  divozio- 
ne, riserbando  l'obbligo  a  ragione 
del  contratto  personale,  per  vigore 
del  voto  proveniente  soltanto  alle 
persone  che  lo  fecero,  come  abbia- 
mo dal  Lambertini ,  De  serv.  Dei 
beatif.  lib.  IV,  par.  Il,  cap.  i5, 
num.  14. 

Divenuto  Pontefice  il  Lamberti- 
ili  col  nome  di  Benedetto  XIV,  per 


FES 
lungo  tempo  si  occupò  sulla  con- 
troversia già  eccitata  della  diminu- 
zione di  queste  feste  di  precetto , 
da  Urbano  Vili  prescritte.  Avea 
egli  composta  e  pubblicata  una 
Dissertazione,  che  si  legge  nella 
citata  opera  De  canon,  lib.  IV , 
par.  II,  cap.  16  della  seconda  e 
seguente  edizione ,  nella  quale  si 
esaminava  alcuni  modi  di  estingue- 
re diverse  di  queste  feste,  le  quali 
colla  loro  moltiplicità  non  ispira- 
vano ai  cristiani,  raen  fervorosi  de- 
gli antichi,  tutta  quella  attenzione 
che  dovrebbero  avere  per  santifi- 
carle degnamente,  e  nello  stesso 
tempo  toglievano  il  mezzo  a'  pove- 
ri, che  col  loro  sudore  provvedono 
alla  propria  sussistenza,  come  i  pa- 
dri del  concilio  di  Tarragona  ave- 
vano scritto  ai  12  dicembre  1727 
a  Benedetto  XIIF,  implorando  da 
lui  rimedio  a  questi  inconvenienti. 
La  lettera  dei  padri,  come  la  ri- 
sposta di  Benedetto  XIII ,  sono  ri- 
portate nella  citata  dissertazione. 
Per  silFatta  diminuzione  gli  veniva- 
no ancor  dirette  molte  istanze  dal 
re  delle  due  Sicilie,  che  personal- 
mente gliele  rinnovò  neh'  abboc- 
camento avuto  con  esso  in  Roma 
nel  1744  5  dagli  arcivescovi  di  Na- 
poli e  di  Taranto ,  dal  vescovo  di 
Bamberga,  e  dal  re  di  Spagna  Fi- 
lippo V,  insieme  con  molti  vescovi 
del  suo  regno.  Con  queste  suppli- 
che Benedetto  XIV  non  si  rispar- 
miò alla  fatica ,  e  però  dopo  aver 
pubblicato  la  mentovata  Disserta' 
zione,  e  dopo  aver  tollerato  per  un 
tempo,  a  motivo  di  prudente  con- 
dotta, alla  fine  coi  principi i  della 
medesima,  per  sì  grave  questione 
domandò  in  iscritto  il  parere  di 
quaranta  uomini  dotti ,  de'  quali 
trentalre  affermavano  utile  e  ne- 
cessaria la    diminuzione   delle   feste 


FES 
di  precetto ,  aggiungendo  quindici 
di  essi  ,  che  sua  Santità  lo  dovea 
fare  rem  una  Imlla  generale  per 
tutta  la  Chiesa,  mentre  dieciotto 
erano  di  sentimento  che  Benedetto 
XIV  dovesse  aspettare  le  suppliche 
de'  vescovi  per  le  rispettive  diocesi, 
e  in  vigore  di  queste  risolvere  se- 
condo la  necessità  e  le  ragioni  dei 
supplicanti. 

A   quest'ultimo  parere  si  appog- 
giò Benedetto     XIV,    e  perciò    ad 
istanza    de'  vescovi    accordava    egli 
l'indulto,  che  nelle  loro  diocesi  si 
potesse    lavorare    in    alcuni    giorni 
testivi,  nominando  quelli  che  nella 
concessione  non  erano  inclusi,  do- 
po    che    avrebbero     assistito    alla 
messa,  dalla  quale    non    li  dispen- 
sava.  Quindi  è  che  dall'anno    i"742 
al   1748  avea  Benedetto  XIV  con- 
cesso   quest'indulto,  ne' regni     del- 
la  Spagna  per  le  città  e  diocesi  di 
Ceula,  Siviglia,  Mondonedo,  Mala- 
ga ,  Vagliadolid ,  Salamanca,  Jaca, 
Calahorra  ,  Olivares,  Compostella, 
Placencia,  Joy,   Guadix  ,     Huesca  , 
Tervel,  Balbastro,  Tarragona,  Sara- 
gozza, Pamplona,  Albarazan,  Ovie- 
do, Jodella,    Fitero,   Cadice  e  Ba- 
dajoz. In  Fiandra  la  città  e  dioce- 
si d' Ypri.  In  Sardegna    la  città  e 
diocesi  di  Cagliari.    In    Polonia  le 
città  e  diocesi  di   Cracovia,  Vilna, 
Posnania  e   Vladiskma.  In  Germa- 
nia le  città  e  diocesi  di  Liegi  e  Basi- 
lea.  In  Sicilia  le  città  e  diocesi  di 
Siracusa,    Patti,  Girgenti  e  Cefalo. 
Nello  stato  ecclesiastico    le    città  e 
diocesi  di  Fermo,    Ascoli,    Moutal- 
to,  Bipatransone,  Ferentino,  Sezze, 
Terrari na   e  Piperno.    In    Toscana 
le  città  e  diocesi  di   Pienza,  Massa 
di  Siena,  Montalciuo,  Chiusi,  Gros- 
seto e  Soana.   Nel  contado    di  Niz- 
za la  cittì»  e  diocesi  di  Nizza.  Frat- 
tanto non  senza  scandalo  di    alcu- 


FES  219 

ni,  si  era  accesa  una  veemente 
contesa  tra  il  celebre  Muratori, 
che  avea  pubblicato  a  Lucca  un 
libro  nel  quale  sosteneva  la  dimi- 
nuzione delle  feste,  ed  il  cardinal 
Quirini,  che  con  altra  sua  scrittu- 
ra vi  si  opponeva,  intitolala  :  La 
moltiplicità  de'  giorni  festivi,  che 
oggidì  si  osservano  di  precetto, 
autorizzata  da  tutti  i  sommi  Pon- 
tefici da  duecentoventicinque  anni 
in  qua,  cioè  da  Clemente  Vili, 
a  Benedetto  XIV,  o  con  decreti  da 
loro  pubblicati,  0  con  le  pratiche 
in  esecuzione  de' medesimi  mante- 
nute, o  finalmente  con  gì'  indulti 
concessi  in  questi  ultimi  tempi , 
Brescia,  e  Venezia  17+8.  Rorna- 
norum  Ponlificum  Urbani  Vili 
successorum  concors  senlentia  de  non. 
imminuendo  festorum  dierum  nu- 
mero, quem  idem  Urbanus  Vili 
praehabitis  sujfragiis  cardinalium, 
et  theologorum  perpetuo  valitura 
constitutione  praescripsit  ,  Brixiae 
1748.  Onde  Benedetto  XIV  colla 
costituzione  Non  multis,  de'  14  no- 
vembre 1748,  presso  il  Bull.  Bened. 
XIV,  tom.  II,  pag.  5ii,  vietò  sot- 
to pena  di  scomunica  riserbata  al 
sommo  Pontefice,  lo  stampare  per 
l'avvenire  qualunque  scrittura,  o 
favorevole  o  contraria  alla  ridu- 
zione delle  feste  di  precetto,  già 
da  Urbano  Vili  prescritte,  ed  in 
tal  guisa  cessò  la  letteraria  conte- 
sa fra  i  mentovati  famosi  scrittori. 
Abbiamo  la  Raccolta  di  scritture 
sulla  diminuzione  delle  feste,  Luc- 
ca   1752. 

Sulla  diminuzione  delle  feste  il 
p.  Tomassino  nel  suo  Trattato  del- 
le feste,  e  il  p.  Biccardo  nella  sua 
Analisi  dei  concili  citarono  su  tal 
proposito  i  concili  provinciali  di 
Sens  del  1324,  di  Bourges  del 
i520,     di    Bordeaux    del     168  3. 


220  FES 

Dopo  le  provvidenze  di  Benedetto 
XIV,  nel  1772  Clemente  XIV 
emanò  una  bolla  per  la  riduzione 
delle  feste  negli  stati  della  Baviera, 
ed  un'altra  per  quelli  della  repub- 
blica di  Venezia.  Nello  stesso  anno 
il  vescovo  di  Posnania  nella  Polo- 
nia volle  fare  questa  riforma  nella 
sua  diocesi,  ma  i  popoli  si  solle- 
varono, e  s'impegnarono  a  cele- 
brare le  feste  con  maggiore  pom- 
pa e  splendore.  Nel  pontificato 
di  Pio  VI  dal  vescovo  di  Pistoia 
Kicci,  e  dai  suoi  teologi,  fu  de- 
cretato nel  conciliabolo  tenuto  in 
quella  città:  «  Che  1' istituzione 
>■>  delle  nuove  feste  fu  una  con- 
«  seguenza  della  inosservanza  delle 
»  antiche,  e  della  falsa  idea  della 
••  natura  e  degli  oggetti  delle  me- 
>y  desiine".  Ma  contro  sì  false  ri- 
forme, Pio  VI  nella  bolla  Aitato- 
rem  fulei,  al  num.  LXXIII  carat- 
terizzò siffatte  proposizioni,  come 
ben  si  meritavano,  per  false,  teme- 
rarie, scandalose,  ingiuriose  alla 
Chiesa,  favorevoli  alle  maldicenze 
degli  eretici  contro  i  giorni  festivi 
che  si  celebrano  nella  Chiesa.  Il 
medesimo  Pio  VI,  a  cagione  delle 
vicende  de' tempi,  soppresse  l'ob- 
bligo del  precetto  della  messa,  e 
la  festività  nei  giorni  sagri  ai  san- 
ti dieci  apostoli,  restando  la  solen- 
nità dei  principi  di  essi,  nelle  se- 
conde e  terze  feste  di  Pasqua  e 
di  Pentecoste,  nel  dì  dell'Invenzione 
della  croce,  di  s.  Anna,  di  s.  Lo- 
renzo arcidiacono,  di  s.  Stefano 
protomartire,  dei  ss.  Innocenti,  di 
s.  Silvestro  I  Papa,  di  s.  Miche- 
le e  di  s.  Giuseppe:  queste  due  ul- 
time furono  poi  rimesse  dal  suc- 
cessore Pio  VII.  In  quanto  alla 
santificazione  delle  feste,  oltre  quan- 
to si  è  detto,  si  deve  primieramen- 
te rammentare    i     motivi    per    cui 


FES 

Dio  le  ha  istituite:  però  va  notato 
che  nei  primi  secoli  alcune  chiese 
contavano  il  principio  della  dome- 
nica e  delle  feste  dalla  sera  ante- 
cedente ,  altre  dai  primi  vesperi  ; 
alcune  ne  ponevano  il  fine  alla 
sera ,  altre  le  osservavano  sino  al 
mattino  del  lunedì.  Il  concilio  di 
Compiègne,  tenuto  sotto  s.  Grego- 
rio IV  nell'833,  dichiara:  »  Che 
»  tutte  le  domeniche  saranno  os- 
»  servate  nel  modo  più  religioso 
«  dalla  sera  precedente,  sino  alla 
»  sera  del  giorno  istesso,  e  che  ogui 
»*  opera  servile  sarà  sospesa  in 
»»  tutto  questo  tratto  di  tempo  ". 
Papa  Alessandro  III  in  un  canone 
sulle  feste,  ordinò  che  si  osservas- 
sero su  tal  punto  le  usanze  dei 
luoghi.  In  conseguenza  di  questo 
decreto,  come  osserva  Gonzales,  in 
cap.  O/nnes,  littera  De  ferìis,  le 
domeniche  e  le  feste  in  tutta  l'Eu- 
ropa già  da  lungo  tempo  comin- 
ciano e  finiscono  a  mezza  notte, 
e  la  slessa  regola  è  tenuta  pei  gior- 
ni di  digiuno.  Avanti  lo  stabili- 
mento del  cristianesimo  i  romani 
cominciavano  e  finivano  le  loro 
ferie,  e  giorni  di  festa  alla  mezza 
notte,  usanza  che  fu  ritenuta  nel- 
l'impero greco.  I  francesi  stende- 
vano il  giorno  del  Signore  da  una 
sera  all'altra,  come  fu  ordinalo 
sotto  Carlo  Magno.  Gli  ebrei  con- 
tavano la  loro  festa  dell'espiazione, 
i  loro  sabbati,  e  gli  altri  giorni  fe- 
stivi dall'una  sera  all'altra,  e  chia- 
mavano sera  quell'ora  in  cui  co- 
minciavano a  farsi  vedere  le  stelle. 
Ad  imitazione  degli  ebrei,  in  mol- 
ti luoghi  si  cominciarono  le  feste 
coi  primi  vesperi,  e  si  finivano 
dopo  i  secondi   F esperi  [Fedi). 

Le  opere  poi  dalle  quali  fa  d'uo- 
po astenersi  per  santificare  la  do- 
menica e  le  altre  feste,  sono  le  ope- 


FES 

re  servili.  Diconsi  pure  servili  quelle 
che    si    esercitano    dai    servi,  dagli 
artigiani    e  dai   mercenari,  sia  che 
si  esercitano  gratis,    o    per  salario, 
o  per  ricreazione  :  tali  sono  le  arti 
meccaniche,    come  lavorare,  potar 
le  vigne  o  fare  altri  lavori    di    a- 
gricoltura,    cucire    ec.  ec. ,    di  che 
ampiamente  se  ne  parla    dai    trat- 
tatisti   di    questo  argomento,  tra   i 
quali  il  p.  Albano  Butler,   Delle  fe- 
ste mobili  pag.   36,  cap.   IV,   Della 
maniera  di  osservare  le  feste.  Per 
santificare   le  feste  tutti  i  fedeli  che 
hanno  1'  uso  della  ragione  sono  ob- 
bligati, sotto  pena  di  peccato  mor- 
tale, di  ascoltare   la  messa  ne'  gior- 
ni di   festa    e  di  domenica:  questo 
obbligo  è  fondato  sopra  un  grande 
numero  di  concili,  sull'uso  univer- 
sale, ec.  Devesi  assistere  al  sermo- 
ne ed  ai  vesperi,   ma  questo  obbli- 
go   non    è    si    stretto  come  quello 
della    messa,    perchè  i  concili   non 
lo  ordinarono    egualmente  :    quello 
d'Aix  del    i583    non  si    serve    che 
della   parola  convenit ,    quando    ne 
parla.  Devonsi  i  fedeli  esercitare  nei 
giorni  festivi   in   opere  di  pietà,  co- 
me sono  la  lettura  di   libri  divoti, 
le  preci ,   le  opere  di  misericordia  , 
le  limosine  ec.   ec.  Parlando    il     p. 
Butler  dell'osservanza  e  santificazio- 
ne delle   feste,  dice  che  questi  gior- 
ni  ci   danno  tutta    l'opportunità   di 
poter  attendere  agli    esercizi    della 
vita  interna,  alla  pratica  delle  virtù 
cristiane,  e  ci  porgono  tutti  i  mezzi 
per  assicurare    la    nostra  salute  e- 
terna;  perciocché  oltre  alle    grazie 
e  ai  beni  spirituali,  che  noi  venia- 
mo a  trarre  dai  santi    uffizi ,    pos- 
siamo anche  impiegare  la  maggior 
parte  di  questo    santo    tempo    che 
ci  rimane  a  raccoglierci  nella  soli- 
tudine, a   rientrare  nel    fóndo    del 
nostro  cuore,  a  disaminare   le   no- 


FES  ili 

stre  interne  disposizioni,  a  contem- 
plare le  opere  dell'  infinita  carità 
di  Dio  che  ci  ha  redenti,  e  a  riem- 
pirci delle  sante  verità  che  ci  ha 
rivelato,  i  quali  esercizi  tutti  sono 
i  più  adatti  a  riformare  i  nostri 
cuori,  ed  a  purificare  i  nostri  af- 
fetti, e  sono  insiememente  accom- 
pagnati da  tale  diletto,  che  avanza 
di  lunga  mano  quello  dei  sensi.  In 
Roma  ed  altrove ,  perchè  alcuni 
bottegai,  cui  è  permesso  spacciare 
le  loro  merci,  e  lavorare,  per  be- 
nigna tolleranza  della  Chiesa,  pos- 
sino  santificare  le  feste  coll'assi^te- 
re  ai  divini  uffici,  alcune  ore  del 
mattino  ed  altre  del  giorno  deb- 
bono le  botteghe  chiudersi ,  colla 
distinzione  che  debbono  restarvi 
chiuse  più  lungo  tempo  nelle  so- 
lennità maggiori. 

Le  principali  feste  della  Chiesa, 
sono:  i.°  quelle  che  sono  diretta- 
mente istituite  in  onore  di  Dio,  e 
di  Gesù  Cristo,  come  la  Trinità, 
la  Natività  di  Nostro  Signore,  Pa- 
squa ec. ,  a."  quelle  che  sono  isti- 
tuite in  onore  della  Beata  Vergine; 
3.°  quelle  che  sono  istituite  in  o- 
nore  degli  apostoli,  dei  martiri  ec. 
Le  quattro  feste  solenni  sono  Pa- 
squa, Pentecoste,  tutti  i  santi,  ed 
il  Natale.  Festa  doppia  è  una  fe- 
sta più  solenne  di  un'  altra,  nelle 
quali  raddoppiaci  le  antifone.  V. 
Doppio.  Feste  semi-doppie  sono  quel- 
le dove  non  si  raddoppiano  le  an- 
tifone. V.  A.\TiFO\E.  In  alcuni  bre- 
viari sonovi  delle  fèste  triple,  nelle 
quali  si  dice  tre  volte  l'antifona 
del  Magnificat.  Questo  uso  di  rad- 
doppiare o  triplicare  le  antifone 
può  dirsi  quasi  perduto  a'  nostri 
giorni.  Festa  mobile  è  una  festa 
che  non  cade  sempre  nel  medesi- 
mo giorno  del  mese,  come  la  fe- 
sta di  Pasqua ,    e    le  altre  che  ne 


222  FES  FES 
dipendono  notate  nei  calendari.  Del-  fetta  glorificazione  de' santi,  quan- 
le  feste  mobili  si  parla  al  volume  to  all'anima  ed  al  corpo;  laonde 
VI,  pag.  ì.5i  del  Dizionario,  solo  nelle  feste  del  Signore  la  Chiesa 
qui  aggiungeremo  che  nel  calenda-  non  suole  celebrare  l'ottavo  gior- 
no si  distinguono  alcune  feste  ino-  no,  poiché  nell'ottava  della  Nativi- 
bili,  che  non  cadono  sempre  nello  tà  si  celebra  la  Circoncisione,  in 
stesso  giorno  del  mese,  come  sono  quella  dell'Epifania  si  fa  del  Bat- 
la  Pasqua,  l'Ascensione,  la  Pente-  tesimo;  la  Pasqua  e  la  Penteco- 
coste,  la  Trinità,  la  fèsta  del  Cor-  sle  terminano  nel  sabbaio;  l'Ascen- 
pus  Domini.  Il  giorno  in  cui  cele-  sione  solamente  ha  l'ottava  per- 
itasi la  festa  di  Pasqua,  dà  rego-  fetta,  perchè  in  essa  si  manifesta  la 
la  a  tutte  le  altre  feste.  Le  feste  gloria  ultimata  dall'umanità  di  Ge- 
lino mobili  ritornano  sempre  nello  su  Cristo.  La  Chiesa  greca  oggidì 
stesso  giorno  del  mese;  così  la  Cir-  non  celebra  ottave,  sebbene  anli- 
concisione  cade  sempre  il  primo  di  camenle  lo  faceva,  da  cui  avendo 
gennaio,  l'Epifania  li  6,  la  Puri  ricevuto  il  suo  rito  l'ambrogiana 
ficazione  a'  2  febbraio  ec.  Vi  sono  celebra  solamente  quella  dell'  Epi- 
delle  feste  ordinate  dalla  Chiesa,  fania,  di  Pasqua,  di  Pentecoste,  e 
ed  altre  le  quali  non  sono  se  non  del  Corpus  Domini.  Benedetto  XIV 
di  semplice  divozione  del  popolo,  per  accrescere  maggiormente  in  Ro- 
secoudo  i  luoghi.  Così  vi  sono  del-  ma  il  culto  dei  principi  degli  apu- 
le semi-feste  o  mezze  feste,  nelle  stoli  i  ss.  Pietro  e  Paolo,  ordinò 
quali  è  permesso  di  lavorare  dopo  che  la  loro  festa  ivi  si  celebrasse 
avere  ascoltato  la  s.  messa.  Cina-  solennemente  per  otto  giorni  e  in 
inansi  finalmente  feste  di  precetto  altrettante  chiese  con  solenne  pon- 
tutle  quelle  in  cui  avvi  l'obbligo  di  tifìcale,  al  modo  che  dicemmo  nel 
astenersi  dalle  opere  servili,  di  a-  volume  IX,  pag.  i49  e  seg.  del 
scollare  la  s.  messa  ,  e  di  santifi-  Dizionario.  Il  regnante  Pontefice 
carie;  e  feste  levale  o  di  divozio-  Gregorio  XVI  dal  i84>  ha  inco- 
ile quelle  soppresse  da  Pio  VI,  e  minciato  ad  intervenire  nel  secon- 
da altri  Pontefici,  nelle  quali  però  do  giorno  di  detta  ottava,  al  pon- 
Ia  Chiesa  continua  a  celebrarne  l'uf-  tificale  che  si  celebra  nella  basili- 
fiziatura  come  prima  della  loro  ca  di  s.  Paolo,  assistendovi  in  tro- 
soppressione.  11  Garampi  nelle  sue  no,  vestito  di  mozzetta  e  stola. 
Memorie  ecclesiastiche,  tratta  a  pag.  Le  feste  ad  libitum  poi,  quando 
206  delle  feste  di  IX  lezioni,  le  vengono  impedite  da  un  giorno  di  do- 
quali  se  cadevano  in  tempo  di  qual-  menica,  o  da  qualche  giorno  delle 
che  digiuno  regolare,  esentavano  i  feste  mobili  non  si  debbono  trasfe- 
monaci  dal  digiuno,  siccome  anche  rire,  avendo  così  decretato  la  con- 
i  penitenti.  Chiamasi  poi  ottava  grega/.ione  de'  riti  a'  20  dicembre 
la  propagazione  dell' istessa  solen-  1673,  ma  ommettere  affatto,  co- 
nità  per  otto  giorni  :  ebbe  origine  me  prescrisse  anche  Clemente  X. 
dalla  legge  mosaica,  com'  è  scritto  E  siccome  alcuni  sostenevano  che 
nel  Levilico,  e  praticò  Salomone  si  possono  trasferire  se  cadono  nel- 
nella  dedicazione  del  tempio.  Nella  le  festività  de'  santi,  così  la  con- 
l.hiesa  incominciò  l'uso  per  tradì-  gregazione  mentovata,  confermali - 
zione   apostolica,    e  significa  la  per-     dolo    pure    Innocenzo    XI ,     a'  24 


FES 

giugno  1682  estese  il  decreto  e- 
ziaudio  alle  ottave  e  giorni  nata- 
lizi de' santi,  clie  de  praecepto  si 
debbono  celebrare  per  indulto  apo- 
stolico in  qualche  religione  o  dio- 
cesi :  cosicché  le  feste  ad  libitum, 
che  occorrono  fra  qualche  otta- 
va ,  o  in  qualche  festa  univer- 
sale o  particolare  di  qualche  dio- 
cesi ed  ordine,  non  si  possono  ce- 
lebrare in  quel  giorno,  ne  trasfe- 
rire, eccettuate  quelle  che  godono 
di  un  qualche  speciale  privilegio, 
ma  si  debbono  om mettere.  ÌN'el  qual 
decreto  si  aggiunge  ancora,  che  se 
le  dette  feste  cadono  in  quel  gior- 
no, nel  quale  si  dovrebbe  riporre 
qualche  festa  trasferita,  allora  sa- 
rebbe libero  di  recitare  gli  uffizi 
ad  libitum,  e  trasferire  in  un  gior- 
no non  impedito  l'uffizio  traslato. 
Così-  ancora,  om  messo  l'uffizio  con- 
cesso una  Tolta  alla  settimana,  ed 
al  mese,  si  potrà  recitare  quello 
ad  libitum,  che  occorre.  E  al  con- 
trario, occorrendo  1'  uffizio  proprio 
semidoppio  dell'ordine  in  uno  stes- 
so giorno  coli'  uffizio  doppio  ad  li- 
bitum, non  è  permesso  di  trasferire 
quello  dell'ordine  per  quello  che  è 
doppio  ad  libitum,  siccome  prescris- 
se la  congregazione  de'  riti  a'  2 
dicembre  1 684.  Si  deve  poi  nota- 
re che  talvolta  vi  sono  speciali  di- 
chiarazioni, e  rispettive  concessioni 
fatte  particolarmente  dalla  santa 
Sede  di  recitare  tali  uffizi  ad  libi- 
tum, e  in  allora  i  detti  uffizi  non 
si  comprendono  tra  gli  altri  pure 
ad  libitum ,  che  non  si  debbono 
trasferire.  Altre  erudizioni  sulle  fe- 
ste si  possono  leggere  neh'  annali- 
sta Rinaldi,  e  nel  Supplemento  del 
giornale  ecclesiastico  di  Roma,  al- 
l'anno 1791,  pag.  12  e  seg.,  ed 
all'anno  1796,  pag.  14.1,  ove  si 
tratta  delle  chiese  e  dei  santi  tito- 


FES  223 

lari,  e  delle  feste.  Gli  antichi  cri- 
stiani, ed  anche  molti  degli  odier- 
ni, s' imposero  i  nomi  delle  stesse 
feste,  Epiphanius  ab  Epiphania  ; 
Nalalis  a  Natale  ;  Paschasius  a  Pa- 
schate;  Sanctes  a  festo  omnium 
Sanctorum.  V.  il  Vettori  Diss.  piti* 
lologica.  Le  feste  che  con  tanta 
maestà,  decoro  e  magnificenza  ec- 
clesiastica si  celebrano  dal  sommo 
Pontefice,  sono  descritte  all'  artico- 
lo Cappelle  pontificie.  Si  possono 
consultare  gli  articoli  Cerimonie  , 
Riti,   ed  altri   a  questo  relativi. 

E  noto  come  i  cristiani  in  alcu- 
ni luoghi,  massime  in  Francia,  ce- 
lebrarono feste  con  cerimonie  as- 
surde ed  indecenti  in  molte  chie- 
se ne'  secoli  d' ignoranza  ,  le  quali 
erano  profanazioni  anziché  atti  di 
religione;  in  origine  introdotte  cou 
semplicità ,  e  poi  con  addizioni  ri- 
dicole e  scandalose,  ne  provocaro- 
no la  proibizione.  Tali  furono  le 
feste  dei  re  di  cui  parlammo  al  vo- 
lume XXI,  pag.  3o2  del  Diziona- 
rio ,  in  cui  eleggevasi  un  re  della, 
fava,  in  occasione  della  festa  del- 
l'Epifania. La  festa  degli  asini  o 
giumenti,  cerimonia  che  sembrando 
formata  di  giudei  e  di  gentili  si 
faceva  altre  volte  a  Rouen  nella 
cattedrale  il  giorno  di  Natale  :  essa 
consisteva  in  una  processione  di  ec- 
clesiastici che  facevasi  dopo  il  canto 
di  terza,  i  quali  rappresentavano  i 
profeti  dell'  antico  Testamento  che 
avevano  predetto  la  nascita  del 
Messia.  Ciascuno  di  essi  recitava 
una  profezia  che  riguardava  il  Mes- 
sia ;  e  perchè  fra  di  loro  compari- 
va Balaam,  montato  su  di  un'asi- 
na ,  davasi  a  questa  cerimonia  il 
nome  di  festa  degli  asini.  Questa 
si  celebrava  anche  in  diversi  villag- 
gi delle  Fiandre;  ed  a  Beauvais 
a'  1  \  gennaio.  Ivi  si  sceglieva  una 


2*4  fes 

delle  più  belle  giovani  per  rappre- 
sentar la  13.  Vergine  ,  e  questa  si 
faceva  salire  sopra  un  asino  ricca- 
mente bardato ,  e  le  si  faceva  te- 
nere tra  Je  braccia  i\n  bellissimo 
bambino.  In  questo  stato  la  fan- 
ciulla seguita  dal  vescovo  e  dal 
clero  recavasi  in  processione  dalla 
chiesa  cattedrale  di  Beauvais  alla 
parrocchia  di  s.  Stefano.  Entrava 
col  suo  asino  nel  santuario,  ed  ivi 
collocavasi  a  lato  del  vangelo.  Co- 
minciava quindi  la  messa,  e  tutto 
quello  che  il  coro  cantava  ,  termi- 
nava con  una  imitazione  studiata 
della  voce  dell'asino.  La  prosa  che 
si  cantava  era  metà  latina,  metà 
francese,  e  tutta  versava  su  le  lodi 
delle  buone  qualità  dell'  asino.  La 
medesima  festa  con  altrettanta  pom- 
pa, e  con  maggior  indecenza  si  ce- 
lebrava nella  chiesa  di  Anturi.  V .  il 
])u  Cange  nel  suo  Glossario  latino, 
ed  il  Bergier,  ove  ali  articolo  Festa 
de  giumenti  il  suo  annotatore  ce  ne 
dà   la  descrizione. 

La  festa  dei  pazzi ,  di  cui  abbia- 
mo parlato  in  altri  luoghi  del  Di- 
zionario, in  Francia  si  chiamò  al- 
tresì la  festa  dei  sottodiaconi.  Essa 
era  una  dimostrazione  di  gioia  pie- 
na di  empietà,  di  bullonerie,  d' in- 
decenze e  di  sacrilegi),  che  i  chie- 
rici, i  suddiaconi,  e  i  medesimi  sa- 
cerdoti facevano  in  qualche  chiesa 
durante  il  divino  ufficio,  in  un  gior- 
no tra  il  santo  Natale  e  la  festa 
dell'Epifania,  e  particolarmente  nel 
primo  giorno  dell'  anno,  per  cui  si 
chiamò  pure  la  festa  delle,  calta- 
de.  Fra  le  stravaganze  usitate  in 
tale  festa,  è  la  più  rimarchevole 
quella  di  eleggere  un  abbate,  o  vesco- 
vo de'pazzi,  con  molte  curiose  par- 
colarità  sacro-profane  registrate  nel 
cerimoniale  ms.  della  chiesa  di  Vi- 
\icrs  del    i365.    Terminava  la    fe- 


FES 
sta  con  mangiare,  bere,  e  bagordi 
di  grida  e  gioia  licenziosa.  Anche 
di  questa  si  legge  in  Bergier  la  de- 
scrizione ,  come  ancora  nel  citato 
l)u  Cauge,  in  Thiers  nel  suo  Trat- 
tato de' giuochi ,  nel  tomo  1  della 
Storia  di  Bretagna  a  pag.  586,  e 
per  non  dire  di  altri  in  Tillot,  che 
nel  passato  secolo  scrisse  un  erudito 
opuscolo  sulla  festa  dei  pazzi,  che 
in  Italia  era  poco  conosciuta,  ben- 
ché alcune  leste  somiglianti  si  cele- 
brassero, non  però  dagli  ecclesiasti- 
ci, ne'giorni  di  Carnevale  (Vedi). 
Un  ramo  della  festa  de'pazzi  sem- 
bra che  sia  stata  quella  che  cele- 
bravasi  nel  dì  degli  Innocenti,  un  a- 
vanzo  della  quale  se  ne  ravvisò  in 
Francia,  ove  in  alcune  cattedrali  si 
soleva  fare  officiare  in  quel  giorno 
i  fanciulli  del  coro.  Celebravasi  la 
festa  degli  Innocenti  eziandio  in 
qualche  monastero  della  Provenza, 
presso  a  poco  come  le  dette  feste 
de'pazzi  delle  cattedrali  e  delle 
collegiate.  Ne  hanno  trattato  il 
Nandè  in  una  lettera  a  Gassendi,  e 
il  nominato  Thiers.  Fu  appellata 
ancora  festa  delle  colende,  festa 
dei  fuochi,  e  festa  de'  suddiaconi. 
Questa  pure  non  si  potè  estingue- 
re che  con  grandi  sforzi  dei  Papi, 
dei   vescovi,  e  de'  concili. 

Non  si  devono  giustificare  né  scu- 
sare questi  riprovevoli  abusi  ,  ma 
giova  rintracciarne  l'origine,  che 
risale  alle  gravezze  cui  soggiaceva- 
no i  popoli  sotto  il  feudalismo,  i 
quali  cercando  sollievo  ne'  giorni 
festivi,  pe'  motivi  che  accennam- 
mo ,  e  non  avendo  altro  sollie- 
vo e  distrazione  che  nelle  adu- 
nanze cristiane ,  fu  loro  permes- 
so mischiarvi  un  poco  di  allegrez- 
za, e  sospendere  per  qualche  mo- 
mento il  sentimento  della  loro  mi- 
seria, di   che  eziandio  se  ne    parla 


FES 
agli  articoli  Famigliare,  e  Feudi 
(Fedi).  Gli  ecclesiastici  in  poco  nu- 
mero, senza  prevederne  le  conse- 
guenze, vi  acconsentirono  per  condi- 
scendenza e  per  commiserazione, 
ma  ne  nacquero  indecenze  ed  abu- 
si. La  stessa  ragione  fece  immagi- 
nare la  rappresentazione  de'misteri, 
miscuglio  materiale  di  pietà  e  di 
ridicolo,  che  poi  come  le  feste  si 
dovette  bandire.  Altri  dicono  che 
la  causa  che  avea  fatto  istituire  le 
feste  de' pagani  in  tempi  ignorantis- 
simi, fece  suggerire  al  popolo  quel- 
le che  si  introdussero  nel  cristiane- 
simo. Alcuni  ignorando  l'epoca  cer- 
ta in  cui  cominciarono  sì  fatte  fe- 
ste, che  si  risolvettero  in  una  spe- 
cie di  rappresentazione  scenica ,  le 
riguardarono  forse  come  uno  dei 
primi  principii  della  drammatica. 
Più  erano  tali  feste  ridicole,  più 
ancora  si  studiava  di  renderle  pom- 
pose e  magnifiche,  per  imporre  al 
volgo  che  le  rispettava.  I  vescovi 
impiegarono  lungo  tempo  le  pene 
ecclesiastiche,  per  togliere  queste 
sacrileghe  commedie;  ma  alla  fine 
fu  necessario  ad  un  pieno  effetto 
d'invocare  1' autorità  del  Papa,  dei 
principi,  e  in  Francia  del  parla- 
mento, e  così  ebbero  fine  queste 
scandalose  invenzioni.  Di  alcuni 
profani  spettacoli,  che  in  occasione 
di  qualche  festività  ebhero  luogo 
nelle  chiese,  ne  dammo  un  cenno 
nel  volume  XIV,  pag.  289  del  Di- 
zionario, e  in  altri  luoghi  del  me- 
desimo. All'articolo  Fiori  (Fedi), 
si  parla  di  quelli  che  si  gettavano 
dall'  alto  in  alcune  chiese  in  qual- 
che festività,  anche  con  uccelletti. 
Degli  uccelli,  tortore,  colombe  che 
otfrivansi  al  Papa  per  oblazione  al- 
la solenne  canonizzazione  di  qual- 
che santo,  abbandonandosi  al  volo 
nella  chiesa  in  cui  celebravasi,  se 
voi.  xxiv. 


FES  225 

ne  parla  all'articolo  Canonizzazio- 
ne [Vedi),  §  VI,  principalmente  al- 
le pag.  3o6  e  3o7  del  VII  volu- 
me del  Dizionario.  Né  deve  tacersi 
che  anticamente  quando  il  Papa 
nella  mattina  di  Natale  entrava  nel 
presbiterio  della  basilica  Liberiana 
per  celebrare  solennemente  la  mes- 
sa, gli  veniva  presentata  una  can- 
na con  cerino  acceso,  con  cui  ac- 
cendeva della  stoppa  ,  eh'  era  sui 
capitelli  delle  colonne,  per  rappre- 
sentare la  fine  del  mondo,  che  sa- 
rà cagionata  da  una  pioggia  di  fuo- 
co. Per  ultimo  passiamo  ora  a  far 
parola  delle  feste  di  famiglia. 

E  un'antica  e  rispettabile  isti- 
tuzione quella  delle  feste  di  fami- 
glia, perchè  coltiva  e  ravviva  le 
affezioni  domestiche,  e  talvolta  dà 
occasione  di  riconciliazione  alle  fa- 
migliari dissensioni.  Oltre  il  primo 
giorno  dell'anno,  e  delle  principali 
solennità,  festa  comune  a  tutte  le 
famiglie  è  il  principio  d'anno  co- 
me stagione,  in  cui  tutti  si  felici- 
tano  reciprocamente  di  poter  con- 
tinuare insieme  il  viaggio  della  vi- 
ta. Ciascuna  famiglia  ha  le  sue  fe- 
ste particolari  da  celebrare,  come 
sono  gli  anniversari  della  nascita, 
del  matrimonio,  e  del  nome  dei 
membri  che  la  compongono.  Nel 
primo  rango  delle  feste  domestiche 
e  famigliari  alcuni  collocano  quel- 
le del  giorno  onomastico  di  ciascun 
capo  e  di  ciascun  membro  della 
famiglia.  Non  è  questo  soltanto 
uno  de'  segni  più  possenti  contro 
l'invasione  de' freddi  argomenti,  de- 
gli aridi  precetti  dell'  incredulità, 
ma  è  altresì  un  legame  di  più 
fra  parenti  e  parenti,  e  talvolta 
altresì  una  specie  di  eredità  tras- 
messa dall'avo  al  padre,  dal  padre 
al  figlio,  dal  figlio  ai  pronipoti  ec. 
Si   legge    analogamente    nel  Dizio- 


226  FES 

nano  delle  orìgini,  che  uso  antico 
era  in  Italia,  almeno  ne'secoli  XV 
e  XVI,  di  augurarsi  reciprocamen- 
te le  buone  feste  nella  vigilia  del- 
le grandi  solennità,  o  nel  giorno 
onomastico  di  alcun  grande.  Que- 
sto uso  passò  dall'Italia  in  Francia, 
e  si  nota  nel  Dizionario  francese 
delle  origini,  che  ancora  mantene- 
vasi  quell'usanza  a'tempi  di  Luigi 
XIV,  come  tuttora  molti  costumano 
di  visitare  gli  amici  loro,  o  i  loro 
protettori  la  vigilia  o  anche  il  gior- 
no della  festa  del  santo,  di  cui 
quelli  portano  il  nome.  Si  prati- 
cava anche  questa  specie  di  ceri- 
moniale o  di  complimento  avanti 
le  feste  del  Natale,  e  quindi  la  ce- 
lebre madama  di  Sevigné  scrive- 
va a  sua  figlia:  io  vi  auguro  le 
buone  feste  j  e  si  soggiunge  nel  ci- 
tato Dizionario ,  che  questo  uso 
si  è  mantenuto  nella  Provenza,  se 
pure  non  è  comune  ancora  in  tut- 
ta la  Francia,  come  lo  è  in  Italia, 
massime  nello  stato  pontificio,  e 
principalmente  in  Roma.  V.  Anno, 
Anniversario,  Nome,  e  il  citato  ar- 
ticolo Famigliare,  ove  si  parla  del- 
le strenne,  delle  buone  feste,  del 
buon  ferragosto  ec.  Si  legge  poi 
nel  Rinaldi  all'anno  263,  num. 
i4,  che  non  solo  i  primitivi  fede- 
li ovunque  si  trovassero  celebra- 
vano le  feste  dei  martiri;  ma  che 
introdussero  la  lodevole  consuetu- 
dine di  salutarsi  reciprocamente, 
pregandosi  da  Dio  prosperevoli  le 
feste,  il  che  non  solo  «/presenti 
facevano,  ma  eziandio  cogli  assen- 
ti per  lettere,  che  festive  chia- 
mavano, molte  delle  quali  si  tro- 
vano in  Teodoreto,  e  scritte  in  di- 
verse sagre  feste.  Ai  citati  autori 
si  può  aggiugnere  che  il  dottissimo 
prelato  Angelo  Mai,  ora  amplissi- 
mo cardinale,  tra  i  Discorsi  eli  ar- 


FEU 

gomenlo  religioso  che  pubblicò  coi 
tipi  del  collegio  Urbano  nel  1 83  5, 
il  IV  è  l' Apologia  delle  feste,  ove 
tratta  della  loro  convenienza ,  del- 
le feste  ebraiche  ,  egizie  ,  fenicie  , 
persiane,  greche,  romane,  maomet- 
tane, indiane;  non  che  delle  feste 
de' cristiani  greci,  ed  orientali,  di 
quelle  delle  sette  acattoliche,  e  del- 
le feste  dei  cattolici,  conchiudendo 
che  se  l'empietà  stoltamente  deride 
le  feste,  la  religione  saviamente  le 
comanda  ed  osserva. 

FEUDO.  Sorta  di  diritto  che 
soleva  in  altri  tempi  concedersi  ad 
alcuno  per  benevolenza  sopra  al- 
cuna possessione  immobile,  o  qual- 
che equivalente,  sotto  molte  riser- 
ve e  condizioni,  dal  principe  padro- 
ne diretto ,  con  -ritenersi  il  sovra- 
no dominio  ed  obbligare  il  feuda- 
tario alla  fedeltà  ed  al  servigio 
nobile,  ovvero  di  un  censo  con  al- 
tre riserve  di  pesi  e  pene.  Il  feu- 
do entra  nella  categoria  di  quei 
contratti  che  riferisconsi  ad  alie- 
nazioni, e  quando  si  forma  un  feu- 
do che  riferisca  a  Chiesa  vengono 
diminuiti  i  beni  della  medesima , 
ed  è  perciò  che  nel  diritto  cano- 
nico se  ne  tiene  proposito.  La  voce 
feudo  Isidoro  la  fa  derivare  da  foe- 
dere,  cioè  trattato  od  alleanza  fatta 
col  sovrano  ;  Cujacio  dalla  fedeltà 
o  sia  fede,  e  quelli  che  riconoscono 
dal  padrone  una  cosa  con  diritto 
feudale  chiamansi  feudi;  altri  da 
voci  germaniche  o  sassoni:  avvi 
taluno  che  ha  creduto  che  dal  ver- 
bo infeduciare,  che  si  legge  nelle 
più  antiche  carte  d'Italia,  sia  pro- 
venuto quello  d'  infeudare;  ma  il 
Muratori  dimostrò  che  infiduciare 
presso  gli  antichi  altro  non  signi- 
ficò se  non  impegnare  o  sia  dare 
in  pegno. 

Si    definisce  altresì   il    feudo    un 


FEU 

gius  di  godere    ed  usufruttuare  li- 
no  stabile,    o  un    diritto  a  tempo, 
o  in  perpetuo    coli' obbligo    e  giu- 
ramento di    fedeltà,    e  di    qualche 
servizio    a    favore   del   concedente: 
l'oggetto  e  l'origine  principale  del- 
l'istituzione del    feudo    si  fu  di  a- 
ver  persone,    che    prestassero    assi- 
stenza al  sovrano,  e  difesa  allo  sta- 
to.  Il  Borghini    crede  che  la  voce 
di  feudo    sia    derivata   da  fio,  che 
importa  pagamento  o  censo,  che  è 
forse  quello    appunto  che  i    legisti 
,       chiamarono  feudo.    I    più   autore- 
voli   giureconsulti     fanno    derivare 
questa  voce    dalla  parola   fruendo, 
cioè    roba   immobile  che  da    talu- 
no   si    dà    a    godere  (fruendo)  ad 
un  altro,  acciò  questi  presti  a  quel- 
lo   fedeltà    ed    ossequio.    V .    Dua- 
ren,  Commentar,  in  consuetud.  feud. 
cap.  I,  n.    i.   E    siccome    l'origine 
dei    feudi    è     oscurissima    ed    assai 
incerta,  quindi   pose  in  grande  im- 
barazzo   la    giurisprudenza  feudale 
nello  stabilire  delle  regole  generali, 
com'  è    difficile    il    volerne     dare 
un'  idea  giusta ,  ed  in    pari  tempo 
succinta.  Dicesi   feudale  ciò  che  ap- 
partiene a  feudo  :    un  signore  feu- 
dale, mancandogli  di  fede  e  di  o- 
maggio  il  suo  vassallo ,  faceva  suoi 
i   frutti    durante  il  tempo    del   se- 
questro feudale.  Chiamandosi  feuda- 
tario, vassallo  colui  che  teneva  a  ti- 
tolo di  fedeltà  ed  omaggio  una  signo- 
ria, un  diritto  in  feudo  dipendente 
da  un  signore  dominante  :  feudista 
chiamasi    quel    giureconsulto ,    che 
tratta  de'  feudi.   V.  Vassallo. 

Differisce  il  feudo  dalla  locazio- 
ne e  dall'  enfiteusi,  nei  quali  si 
concede  l'uso  della  cosa  dietro  una 
pensione  ed  annuo  canone  :  nel 
feudo  ne  l'ima  né  l' altro  si  paga, 
ma  soltanto  si  presta  ossequio  e  ser- 
vigio  personale  :  che   se  nel  feudo 


FEU  227 

si  pagasse  qualche   cosa  in  riguar- 
do al  diretto    dominio  inclinerebbe 
in  parte  all'  enfiteusi,  e  manchereb- 
be da    quella  del    feudo.    Il  feudo 
una  volta  dovea  farsi  sulle  cose  im- 
mobili, in    seguito    anco  sulle   mo- 
bili ,  come  fenda    camerae ,  feudo, 
cavenae ,     che    sono    costituiti   con 
moneta  sopra  l'erario  del  sovrano: 
e  sotto   nome  di  cosa   non  solo  si 
comprende  il  feudo  su  tutto  quello 
che  può  ad  esso  essere  coerente,  co- 
me le  fabbriche,  le  vigne,  gli  al- 
beri  che  si  considerano    come  im- 
mobili, e  parte    del   feudo    stesso, 
ed  anche  servitù.   Il  feudo  si  distin- 
gue dall'  usufrutto  semplice,  che  è 
una  servitù  per  la  quale  si  trasfe- 
risce l'utile  dominio,  ed  è  un  di- 
ritto personale,  che  si  estingue  col- 
la persona  dell'usufruttuario;  men- 
trechè    nel    feudo  passa    agli   eredi 
maschi  ed  anche  alle  femmine,  se 
queste    nominatamente    sono   consi- 
derate   nell'investitura:    nel    feudo 
si  trasferisce  il  dominio  utile,  e  co- 
si è  vietato  alienare  la  cosa,  e  dar- 
la in    nuovo  feudo.    Il  feudo   si  fa 
coli' onere   di    fedeltà,   e    facendosi 
questo,  ovvero    appoggiato    al  giu- 
ramento, non  sarebbe  propriamen- 
te feudo,    ancorché  non  sia    di  so- 
stanza   nel    feudo ,    perchè    questo 
onere  può  rimettersi.  Differisce  an- 
cora dall'enfiteusi,  ed  il  vassallo  o 
feudatario    non    può    senza  il  con- 
senso   del     feudante    impegnare    il 
feudo,  mentre  l' enfiteuta    ciò  può 
fare  del  fondo  enfiteutico ,  sia  con 
cessione  sia  con   altro  patto ,  senza 
lesione    del    padrone  a  cui    la  cosa 
enfiteutica    è  obbligata.    La    donna 
nel  feudo   è  esclusa,  meno  che  sia 
espressamente    menzionata,    perchè 
la  donna  non  è  egualmente  all'uo- 
mo atta  a  prestare  il  personale  ser- 
vigio   ed  ossequio  neh'  enfiteusi  :  il 


2^8  FEU 

feudatario  non  è  tenuto  a  prestare 
ossequio  e  servigio  al  padrone  se 
non  richiesto;  l'enfiteuta  è  tenuto 
allo  stabilito  tempo  di  pagare  il 
censo  o  canone  in  contemplazione 
del  diretto  dominio;  il  feudatario 
può  abdicare  il  feudo ,  non  còni 
l'enfiteuta.  Quello  poi  che  ha  libe- 
ra l'amministrazione  delle  cose  sue, 
non  esclusa  la  femmina,  può  dare 
in  feudo. 

E  proibito  all'ecclesiastico  dare 
in  feudo  i  beni  di  Chiesa  ;  e  facen- 
dolo occorre  il  beneplacito  aposto- 
lico, altrimenti  è  nullo,  perchè  il 
dare  in  feudo  equivale  ad  alienare, 
e  Pio  IV  scomunicò  tutti  i  persua- 
sori e  mediatori  che  infeudavano  i 
beni  ecclesiastici,  e  neppure  ai  ve- 
scovi è  permesso  dare  in  feudo  il 
diritto  delle  decime;  però  questa 
prescrizione  ha  eccezione  ne'  seguen- 
ti casi.  Se  Ih  cosa  della  Chiesa  è 
solita  darsi  in  feudo,  seguita  la  mor- 
te del  feudatario,  o  in  altro  modo 
ritornato  il  feudo  alla  Chiesa,  quan- 
do vi  sia  l' utilità  della  medesima 
può  darsi,  e  non  è  di  obice  il  giu- 
ramento prestato  di  non  infeuda- 
re inconsulto  il  romano  Pontefice, 
mentre  un  tal  giuramento  s'inten- 
de riferibile  a  quelle  cose,  che  mai 
non  sono  state  solite  infeudarsi.  Se 
illecitamente  il  vassallo  avesse  alie- 
nato il  fondo,  subito  è  ipso  j'ure 
decaduto ,  laonde  può  il  prelato 
dare  il  fondo  ad  altro ,  anche  al 
figlio  e  consanguineo  del  medesimo 
feudatario  decaduto.  11  feudo  della 
Chiesa  così  alienato,  se  non  potes- 
se facilmente  ricuperarsi,  può  ad  un 
laico  piò  potente  e  risoluto  conce- 
dersi, acciò  lo  ricuperi  per  la  Chie- 
sa, e  da  questa  sia  riconosciuto  per 
feudatario.  Il  chierico  può  senza 
dubbio  infeudare  i  propri  beni,  e 
quelli  che  può  avere  acquistati  ad 


FEU 
intuito  della  Chiesa,  per  i  quali  il 
chierico  è  considerato  come  il  lai- 
co. 11  vassallo  rimane  privo  del 
feudo  se  commettesse  un'azione  di 
fellonia,  cioè  contraria  agli  obbli- 
ghi assunti.  Ciò  però  si  verifica  nei 
feudi  veri  e  retti,  cioè  concessi  col- 
la condizione  di  militare  e  difendere 
il  padrone,  e  di  fedeltà;  non  ne- 
gli impropri,  cioè  in  quelli  assog- 
gettati ad  un  semplice  pagamento,  e 
che  vengono  regolati  come  gli  altri 
beni  liberi  ed  allodiali.  Per  lo  sta- 
to pontificio  il  Papa  Pio  VII  ordi- 
nò alcune  disposizioni  sulle  giuris- 
dizioni feudali  e  baronali  col  moto- 
proprio  de' 6  luglio  1816,  tit.  I, 
art.  19  e  seg.,  concedendo  facoltà 
ai  baroni  di  rinunziare  ai  diritti 
feudali ,  riservando  i  titoli  appog- 
giati ai  fondi  che  sf  possedevano. 
Pel  primo  ne  diede  buon  esempio 
il  contestabile  d.  Filippo  Colonna, 
il  quale  rinunziò  alle  giurisdizioni 
che  la  sua  famiglia  avea  sopra  ven- 
tisette feudi  nello  stato  ecclesiasti- 
co ;  altrettanto  in  pari  tempo  fece 
il  marchese  Andosilla  pel  feudo  di 
Borghetto. 

Mentre  Pio  VII  accordava  diver- 
se attribuzioni,  prerogative  ed  ono- 
rificenze a  quelli  che  conservarono 
i  diritti  baronali  ,  venne  loro  pre- 
scritto di  doversi  assoggettare  alle 
spese  inerenti ,  cioè  l'  emolumento 
al  governatore,  al  cancelliere,  e  agli 
altri  membri  componenti  la  giudi- 
catura de' luoghi  baronali,  i  primi 
de'  quali  devono  essere  approvati 
dal  superiore  governo.  Quindi  aven- 
do ricorso  al  Papa  alcuni  ministri 
de'  feudi  perchè  gli  si  tardava  o 
negava  il  pagamento  dell'onorario, 
e  sapendo  che  alcuni  cancellieri  e- 
sercitavano  l' uffizio  senza  di  esso, 
con  discapito  de' sudditi,  a  16  no- 
vembre 18 17   emanò  un  editto  col 


FEO  FEU  229 
quale  prescrisse,  che  ogni  barone  buita  l'invenzione  ai  longobardi,  di- 
depositasse nella  cassa  del  pubblico  cendo  che  nell'anno  584  il  loro  re 
erario,  non  più  tardi  del  giorno  a5  Antarico  confermò  i  duchi  nei  du- 
di  ciascun  mese^  la  somma  ai  loro  cati,  col  pagamento  della  metà  di 
impiegati  dovuta,  mentre  il  gover-  loro  rendite,  e  del  peso  del  servi- 
no obbligavasi  soddisfarli.  Si  ebbe  gio,  detto  poi  feudale.  Altri  hanno 
pure  riguardo  alla  forza  armata,  e  cercato  un'idea  degli  obblighi  di 
si  giudicò  il  maggiore  o  minore  nu-  un  vassallo  rispetto  al  suo  signore 
mero  di  soldati  da  inviarsi  ne'  feu-  nell'unione  che  passava  tra  il  pro- 
di per  la  pubblica  tranquillità,  ob-  tettore  ed  il  suo  cliente;  e  molti 
bligando  i  baroni  a  versar  nel  pon-  per  rinvenirne  il  cominciamento 
tilicio  erario  anticipatamente  le  som-  1'  hanno  cercato  sino  nelle  antichi- 
me  da  erogarsi  a  tale  uso.  Ecco  tà  romane,  pretendendo  di  scuo- 
i  nove  feudi  che  al  presente  sono  prire  un'  immagine  dei  feudi  nel- 
nello  stato  ponlificio  con  esercizio  la  distribuzione  che  facevano  gl'ioi- 
di giurisdizione.  Manziana,  e  Mon-  peratori  di  alcune  terre  a  com- 
te  Romano  dell'arcispedale  di  s.  Spi-  pagnie  veteraue  di  soldati ,  con 
rito ,  di  cui  è  barone  il  prelato  coudizione  di  prendere  le  armi  in 
commendatore  prò  tempore:  Soria-  difesa  dei  confini  dell'impero.  In 
no  della  famiglia  Albani;  Braccia-  fatti,  secondo  tutte  le  apparenze, 
no  della  famiglia  Torlonia;  Gallica-  altro  non  erano  i  feudi  nella  loro 
no  della  famiglia  Rospigliosi  ;  Cori,  prima  origine;  ma  in  progresso  di 
Magliano,  \  itorchiano  e  Barbera-  tempo  però  cangiarono  natura,  e 
no  del  senato  e  popolo  romano.  Nel  vi  furono  annessi  dei  diritti,  che 
voi.  Ili  della  Raccolta  delle  leggi  prima  non  v'erano.  Veramente  al- 
del  i834,  a  p.  63,  è  riportata  l'ap-  cuni  pensano  che  quelle  distribu- 
plicazione  delle  regole  di  procedura  zioni  di  terre  erano  benefizi  e  non 
criminale  ai  giudizi  dei  detti  quat-  feudi,  e  che  tra  gli  uni  e  gli  altri 
tro  feudi  del  popolo  romano  in-  eravi  differenza,  giacché  il  benefi- 
nanzi  al  suo  rispettivo  magistrato,  zio  non  aveva  annessa  la  fedeltà  e 
L'ultimo  esempio  dell'esecuzione  l'omaggio,  o  verun  altro  diritto 
della  sentenza  capitale  eseguita  in  feudale,  ma  neppure  era  esso  ere- 
un  feudo  dello  stato  pontificio  è  ditario;  né  va  taciuto  che  alla  fi- 
dei  1772  nel  pontificato  di  Clemen-  ne  molli  benefizi  furono  eretti  in 
te  XIV.  Nel  numero  8344  del  Dia-  feudi ,  e  dare  in  beneficiutn  signi- 
rio  di  Roma  di  quell'anno  si  legge,  fico  propriamente  l' infeudare.  Nel- 
che  fu  dal  Papa  permesso  al  duca  la  storia  di  Francia  la  parola  feu- 
Sforza  Cesarini  di  poter  fare  ese-  do  si  trova  sotto  Ugo  Capeto ,  e 
guire  nel  suo  feudo  di  Genzano  Carlo  il  Semplice  che  regnava  nel 
la  sentenza  di  morte  ad  un  reo  secolo  X  ;  quindi  è  probabile  che 
colpevole  di  più  delitti  capitali.  i    benefizi    cominciassero    allora    in 

Francia    a    chiamarsi    feudi  ,    come 

Origine  dei  feudi,  ed  erudizioni  quelli  che  già    erano  divenuti  ere- 

che  li  riguardano.  ditari ,  mentre    coloro   che    li   pos- 
sedevano   esigevano   dai    loro  infe- 

Quanto  all'origine  e  prima  istitu-  riori   fedeltà  ed  omaggio.   Tuttavol- 

zione  de'feudi,  alcuni  ne  hanuo  attri-  ta  uon  si  può  precisare    il    tempo 


23o  FEU 

in  cui  accaddero  queste  mutazioni . 
Passarono  i  feudi  prima   ai  soli  fi- 
gli maschi,  poscia  ai  collaterali,  in 
appresso  alle  figliuole;  e  insensibil- 
mente i  principi  permisero  ai  loro 
vassalli    di    vendere    anche  i    beni 
infeudati,  mediante  un  certo  dirit- 
to che  ad  essi  doveva  pagarsi  affi- 
ne di  ottenere  il  loro  consenso.  Nel- 
la medesima  Francia  i  gran  signo- 
ri, dopo  avere  usurpato  la  proprie- 
tà dei  loro   benefizi   sotto  gli  ulti- 
mi re  della  seconda  stirpe,  s' impa- 
dronirono anche  della  giurisdizione, 
e  si  fecero  dei  sudditi,  in  maniera 
che  ciascuno  nell'estensione  del  pro- 
prio terreno  si  sollevò  quasi  all'es- 
sere di  sovrano.  La  donazione  poi 
dei   fèudi  alla    nobiltà,  per  ricom- 
pensa di  servigi  prestati,  incominciò 
ivi  sotto  Carlo  Martello ,  e  perve- 
nuto al  trono  Ugo  Capeto  non  osò 
di  opporsi  a  quelle  usurpazioni ,   e 
le  tollerò.   V.  Francia. 

I  signori  e  feudatari  ai  quali  i  re 
fatte  avevano  concessioni  di  beni  e 
signorie,  ne  fecero  di  simili  ad  al- 
cuni gentiluomini  inferiori  ;  questi 
ne  fecero  a  vicenda  ad  altri  subal- 
terni, e  di  là  nacquero  i  feudi  me- 
diati o  i  feudi  secondari,  che  i  fran- 
cesi nominarono  arriere-fiefs.  Que- 
ste concessioni  però  facevansi  sem- 
pre coll'obbligo  imposto  del  servi- 
gio militare,  e  per  questo  si  osser- 
va, che  quando  ne'  secoli  antichi  i 
signori  o  i  primi  feudatari  guerreg- 
giavano a  vicenda  gli  uni  cogli  al- 
tri, i  loro  vassalli  erano  tenuti  a 
seguirli ,  ed  a  condurre  seco  loro 
que'  vassalli  secondari  o  i  loro  su- 
balterni. Dopo  l'incremento  straor- 
dinario de'  feudi  ed  il  compiuto 
loro  stabilimento,  coloro  che  li  pos- 
sedevano, ottennero  che  i  feudi  stes- 
si non  sarebbero  accordati  se  non 
che   a    persone   nobili,   cosicché   il 


F  E  U 

possedimento  di  un    feudo  diventò 
una  prova    di    nobiltà;   ma   la  ne- 
cessità  a    cui    trovaronsi    ridotti    i 
gentiluomini  a'  tempi  delle   crocia- 
te, di  vendere  i  feudi  loro  per  fa- 
re il    viaggio    di    Terra   Santa ,  fu 
un'occasione  felice    per   coloro  che 
non  erano  nobili,  e  di  questa  ap- 
profittarono per   procurarsi  il  pos- 
sedimento   delle   terre    feudali.    Fi- 
lippo III  l'Ardito  re  di  Francia,  nel 
1275  permise    a  qualunque    classe 
di  persone  di  possedere  feudi,  col- 
la   condizione    però    che    all'erario 
pubblico     pagherebbero    una    data 
somma;  e  nel  1579  il  re  Enrico  111 
vedendo  l'abuso  ch'erosi  introdotto 
nell'assegnamento  de'  feudi,  dichia- 
rò, che  questi  in  avvenire  più  non 
avrebbero    fatta  prova  di   nobiltà , 
né  accordata  questa  qualità  ad  al- 
cuno.   Inoltre  in   Francia    chiama- 
vansi  feudi  episcopali ,    o  presbite- 
riali, i  beni  ecclesiastici  che  i  signo- 
ri laici   avevano  occupato    al   tem- 
po   degli    ultimi  re   della    seconda 
stirpe;    cosi  erano   detti   feudi   di 
divozione  o  di  pielà    gli    stati  me- 
desimi posseduti    da'  sovrani,    per- 
chè conceduti  loro  da  Dio ,  e  pre- 
stavano quindi  il  loro  omaggio  col 
pagare  un  tributo  di  cera  o  simili 
alle  chiese;  poteva  il  vescovo  con- 
cedere ad  altri  i  feudi  restituiti  al- 
la Chiesa,  ma  non  poteva  stabilir- 
ne de'  nuovi,  dare  cioè  a  titolo  di 
feudo  altri  fondi  del  vescovato. 

L'origine  de'feudi  in  Inghilterra 
si  riferisce  ad  Alessandro  Severo, 
come  quello  che  fece  alzare  una 
muraglia  dov'è  al  presente  Cumber- 
land,  per  impedire  le  scorrerie  dei 
pitti;  ma  qualche  tempo  dopo  a- 
vendo  trascurate  quelle  fortificazio- 
ni donò  le  terre  conquistate  sopra 
i  nemici  ai  suoi  capitani  e  soldati, 
che    Lampridio   chiama    Limitata 


VÌA' 
diucs  et  milites,  cou  condizione  che 
servissero  anche  i  loro  eredi,  e  che 
le  tene  non  passassero  in  persone 
private.  Dipoi  in  Inghilterra  si 
chiamavano  thanes ,  che  significa 
ufficiale  o  graduato,  tutti  coloro 
che  dipendevano  da  alcuno  per  le 
terre  che  possedevano  ;  e  quelli  che 
dipendevano  immediatamente  dalla 
corona  erano  thanes  del  re.  Davasi 
il  titolo  di  grandi  thanes  ai  duchi, 
agli  aldermani ,  e  generalmente  a 
tutti  quelli  che  tenevano  a  feudo 
delle  terre,  dei  castelli,  e  delle  si- 
gnorie, per  le  quali  dovevano  al 
re  l' omaggio  ed  il  servizio  milita- 
re o  civile;  in  tempo  di  guerra 
erano  obbligati  di  condurre  o  di 
far  condurre  all'  armata  del  prin- 
cipe un  certo  numero  di  uomini 
ti'  arme  per  ciascun  feudo ,  lo  che 
appellavasi  Knights  fee,  da  Knight, 
cavaliere,  e  fee,  stipendio,  merce- 
de. I  thanes  della  messa  erano 
quelli  che  dipendevano  dalla  Chie- 
sa ;  per  thanes  mezzani  s'intende- 
vano coloro  che  ricevevano  dal  re 
qualche  piccolo  feudo,  oppure  che 
ricevevano  dai  gran  thanes  una 
parte  de'  loro  feudi  reali.  I  nor- 
manni diedero  loro  il  nome  di 
vassalli  secondari  ,  ed  alle  loro 
terre  quello  di  feudi  secondari  j 
quelli  che  possedevano  alcune  ter- 
re di  questi  ultimi  chiamavansi 
piccoli  tìianes,  e  non  erano  ripu- 
tati gentiluomo  Ogni  thane  aveva 
diritto  di  disporre  delle  sue  terre, 
le  quali  alla  sua  morte  passavano 
per  successione  al  di  lui  erede,  ma 
sempre  col  l'obbligo  di  rendere  l'o- 
maggio ed  il  servigio;  queste  ter- 
re appellavansi  blokland  o  blocland, 
cioè   libera   tenuta   o  potere. 

In  Italia  sembra  che  la  voce 
feudo  non  si  trovasse  prima  del  mil- 
le, giacché   il    nome  propriamente 


FEU  23 1 

di  feudo  s'  incominciò  adoperare 
quattro  secoli  dopo  che  essi  già  esi- 
stevano. Alcuni  fanno  risalire  l'o- 
rigine de'  feudi  in  Italia  nell'inter- 
regno tra  la  morte  di  Clefi  e  l'as- 
sunzione al  trono  di  Autari,  cioè 
in  tempo  del  governo  dei  trenta 
Duchi  {Vedi),  che  divisero  l'Italia 
in  grandi  feudi  nei  dieci  anni  del 
loro  reggimento  aristocratico;  laon- 
de all'esaltazione  di  Autari  ritenne- 
ro l'amministrazione  de'  loro  posse- 
dimenti, cosi  cominciando  il  sistema 
feudale.  Tuttavolta  il  Cassio  nella 
Vita  di  s.  Silvia,  a  pag.  o,3,  dice 
che  l'uso  dei  feudi  secondo  la  più. 
corauue  opinione ,  fu  introdotto 
dai  longobardi  ,  e  probabilmente 
dal  re  Rotario  che  regnò  dall'an- 
no 638  al  654,  °  da  Luitprando 
dal  712  sino  al  744»  i  quali  pro- 
mulgarono molte  leggi;  ed  aggiun- 
ge che  solamente  verso  1'  anno 
1 1 1 5  le  costituzioni  feudali  furono 
raccolte,  scritte,  e  pubblicate  dal- 
l'approvato  Uberto  da  Orto  con- 
sole di  Milano ,  e  dal  suo  collega 
Gerardo  JVegro  Catapisto,  le  qua- 
li costituzioni  successivamente  fu- 
rono introdotte  in  Roma.  A  pag. 
io3  narra  il  Cassio  i  motivi  pei 
quali  di  molti  feudi  goduti  dai 
monaci  di  Subiaco ,  o  per  fatto 
loro  proprio,  o  per  altrui  cagione, 
ne  dispose  la  santa  Sede,  ora  do- 
nandoli agli  ordini  religiosi  più 
bisognosi,  ora  infeudandoli  per  be- 
nemerenza a  nobili  cavalieri,  come 
dopo  l'introduzione  delle  feudali 
costituzioni  si  prendevano  la  liber- 
tà di  fare  abusivamente  gli  stessi 
monaci,  essendo  diritto  della  mae- 
stà del  sovrano  la  concessione  dei 
feudi,  perchè  come  dicemmo  esige- 
va giuramento  di  fedeltà,  e  rico- 
gnizione in  diretto  signore  dai  feu- 
datari,   I    trattatisti    dell'  agro  ro- 


232  FEU 

mano  rilevano  che  il  feudalismo 
cominciò  a  migliorare  in  parte  la 
condizione  de'suoi  vasti  campi;  dap- 
poiché i  baroni  stretti  ne'loro  ca- 
stelli, posti  in  luoghi  alti  e  difesi, 
diedero  origine  al  rinnovellamento 
dell'agricoltura  anche  delle  monta- 
gne; dipoi  la  pianura  restò  abban- 
donata, e  spesso  deserta  ancora 
dalle  feroci  guerre,  nelle  quali  si 
laceravano  fra  loro.  Monsignor  Ste- 
fano Borgia  nella  sua  Breve  storia 
discorre  a  pag.  i5  dell'uso  della 
parola  feudo,  posteriore  al  secolo 
IX,  ma  non  perciò  la  cosa  per  es- 
sa significata  ha  avuto  origine  nel 
secolo  X,  giacché  fa  osservare  che 
dapprima  la  voce  latina  benejìciiini 
era  adattala  a  spiegare  la  medesi- 
ma cosa,  e  di  questa  voce  hanno 
anche  dopo  usato  i  buoni  scritto- 
ri a  denotar  feudo  ,  come  l'altra 
benefìciarus  a  significare  il  vassal- 
lo. Esistevano  pertanto  i  feudi  , 
continua  il  Borgia,  prima  che  si 
desse  loro  un  tal  nome,  e  se  la 
voce  feudo  è  posteriore,  res  tamen 
ispa  ante  nomen  erat,  come  delle 
parrocchie  diceva  s.  Agostino,  Traet. 
in  Johati.  Le  memorie  dei  feudi  in 
Italia  del  secolo  XI  sono  parecchie; 
né  solamente  si  diedero  poderi  in 
feudo,  ma  s' introdusse  ancora  l'uso 
in  Italia  di  concedere  con  questo  ti- 
tolo le  castella,  le  marche,  e  i  du- 
cati. Il  Borgia  nella  sua  Breve  i- 
storia  del  dominio  temporale  del- 
la Sede  apostolica ,  tratta  come 
il  regno  delle  due  Sicilie  è  un  ve- 
ro feudo  di  essa.  Pei  feudi  della 
santa  Sede,  V.  Stati  tributari  della 
Sede  apostolica.  Cos'i  all'esempio 
dei  re,  anche  i  duchi,  marchesi, 
conti,  vescovi,  abbati  si  procaccia- 
vano dei  vassalli  col  dare  ad  essi 
in  feudo  terre  e  castella  :  Homo 
e  miles  alicttjus,  significava  lo  stes- 


FEU 

so  che   vassallus,    o    come    taluno 
dice  feudatario. 

In  Italia  si  divisero  i  feudi  in 
nobili,  e  non  nobili,  in  dominanti^ 
e  serventi,  in  gentili,  borsali  ec. 
Era  vi  altresì  il  feudo  di  cavalle- 
ria, il  quale  consisteva  in  una  si- 
gnoria o  superiore  giustizia,  che 
impegnava  il  possessore  a  seguita- 
re il  suo  signore  feudale  all'  eser- 
cito in  equipaggio  di  cavaliere  ar- 
mato di  tutto  punto  II  Muratori 
nelle  Dissertazioni  sopra  le  anti- 
chità italiane,  dissert.  XI,  trattan- 
do de'  beni  allodiali,  de'vassi,  vas- 
salli, benefizi,  feudi,  ec.  discorre  se 
il  feudo  è  lo  stesso  che  benefizio, 
indi  ecco  quanto  dice  sulle  di- 
verse sorta  di  feudi.  Anticamente  i 
gran  signori  tanto  ecclesiastici  che 
secolari,  avevano  sotto  di  sé  vas- 
salli nohili,  che  pel  servigio  mi- 
litare godevano  qualche  castello, 
corte  o  villa;  ma  siccome  tutti  gli 
uffizi  della  loro  corte  solevano  go- 
dere con  titolo  di  feudo  qualche 
podere,  o  qualche  determinata  ren- 
dita assegnata  a  quell'uffizio,  per- 
ciò i  fornai,  i  fabbri,  i  porti  nari,  i 
marescalchi,  i  cuochi,  i  cantinieri, 
i  sartori  e  gli  altri  della  famiglia 
degli  arcivescovi  di  Milano,  prin- 
cipi una  volta  ricchissimi,  tutti  a 
proporzione  del  grado  loro  usu- 
fruttuavano  qualche  feudo,  come 
consta  da  una  memoria  del  mede- 
simo Muratori  pubblicata  colle  stam- 
pe. Che  un  egual  costume  si  os- 
servasse nella  corte  della  rinoma- 
ta contessa  Matilde,  si  può  appren- 
dere dal  suo  testamento  riferito 
dal  p.  Bacchiai  nella  Storia  del 
monistero  di  Poltrone.  Ma  sopra 
gli  altri  in  questa  magnificenza  si 
distinsero  una  volta  i  patriarchi  di 
Aquileia,  siccome  prelati  e  princi- 
pi che  dopo    il    romano    Pontefice 


FEO 
ebbero  maggior    potenza  in    Italia. 
Da  un  opuscolo  pubblicato  dal  Mu- 
ratori    compariscono    tre    sorta    di 
feudi  da  loro    conferiti,    cioè    Beiti 
o    Legali,  dì  Abitanza,  e   Ministe- 
riali: fra  gli   ultimi,   tutti   spettan- 
ti alla    famiglia   di  esso    patriarca, 
si  contano  i    fornai,  gli    scudellari, 
i   facchini ,   i    corrieri,    i    sartori ,  i 
muratori,   i   lettighieri,  i    condutto- 
ri de  bagagli,  i    falegnami,  i   man- 
ganatori ec.    Eranvi    ancora  i   mi- 
nisteriali nobili,  come  gonfalonieri, 
camerieri,    coppieri,  scalchi  ec:   ta- 
li  erano  i  costumi  de'vecchi   tempi. 
I  diritti,  i  privilegi  e    gli   obbli- 
ghi   feudali     variarono     secondo     i 
paesi    e  le  diverse    epoche;  quindi 
gli  statuti   e  le  costumanze  conten- 
gono   delle    disposizioni    ben  diffe- 
renti, e    talvolta  anche'  opposte  le 
une    alle     altre.    Degli    abusi     del 
feudalismo,    e    delle   prepotenze    u- 
sate  dai   feudatari   co'  loro    soggetti 
se   ne  parla  in  diversi    articoli  del 
Dizionario  j   mentre  a  quello  delle 
Investiture  (Pedi),  si  dice  delle   in- 
vestiture dei  feudi.  Gerardo  Lodo- 
vico Boemero   trattò  del  diritto  di 
tener    la    campana    nei   feudi,    nel 
suo    Programma    de   feudo     cam- 
panario, Gottingae  1755,  et  in  ejus 
Observat.    jur.  feud.    n.    7.     Anti- 
camente i    palazzi    dei   nobili    ave- 
vano delle    torri,    cui   poi   vennero 
sostituite   le    loggie    e    i    porticati. 
Altro    segno  dei    baroni,    massime 
in  Francia  ed   in  Germania,  erano 
le  forche  patibolari,  che  ordinaria- 
mente esistevano    in   tutte  le  terre 
de'signori  feudatari.   Inoltre  vi  era 
pure   nell'  ingresso  de' palazzi   baro- 
nali, e  di   altri   titolati,   o  sul  mu- 
ro, o  sopra  un  piedritto   incastrata 
una  grossa    catena,  con   una  colla- 
na di   ferro,    con     la  quale    mette- 
vansi,    come  alla    berlina,  i    ladri, 


FEO"  a33 

i  truffatori,  ed  altri  rei,  che  cade- 
vano in  delitti  nella  giurisdizione 
di  questi   magnati. 

11  citato  Borgia    nella  sua  ope- 
ra intitolata  :    Difesa    del   dominio 
temporale    della  santa  Sede  ,  parla 
dei  feudi  nati  dalla  consuetudine,    e 
non  da   legge    scritta  ;  di  qual   na- 
tura fossero  i  feudi  nei   tempi,  nei 
quali  non  avevano  ricevuto  la  for- 
ma    dagli    imperatori     germanici  ; 
consuetudine  de'feudi    de'longobar- 
di  ;  leggi  di  Federico  I  circa  i  feu- 
di ;  de'feudi  oblati;  che  dalla    de- 
posizione   nas^e  la  devoluzione  an- 
che   nei    regni,    che    hanno    nesso 
feudale;     la    qualità    di     feudo    è 
campalibile    con    il    sommo    e  re- 
gio  impero;  può  talvolta   il  padro- 
ne del   feudo  concedere  la  seconda 
investitura  in   pregiudizio  della  pri- 
ma;  il  padrone  del   feudo  è  il  giu- 
dice    privativo     delle     controversie 
sul    feudo;    come    il    padrone  per- 
da il    dominio,  per    non  aver    di- 
feso  il   feudo;  falso  che  il  padrone 
e  il   vassallo  sieno  di    egual   rango, 
possano    farsi    guerra ,  e    decadere 
scambievolmente    dai  rispettivi  di- 
ritti sul  fendo  ec.  ec.  Fra  gli  scrit- 
tori  poi    che    trattarono  dei    feudi 
noteremo    i     seguenti.     Hotmanni  , 
De    feudis    eommentalio,    Coloniae 
1 574-  Monacho,  Tractat.  de  Tecla 
feudorum  interpretatione.  Rossentall, 
Tract.   et  synopsis  totius  furi»  feu- 
dali'!.     De     Iseroia,    Super    uubus 
feudorum.    Struvii  ,     Obseri-ationes 
feudales ,     Francofurti     1681.     De 
Gregorio,     Tract.    de    concessione 
feudi,    Mogli  ti  tiae     1600.    Chokier, 
De  advocatiis  feudalibus,  Coloniae 
1 624.  Feltman,  Tractatus  de  feudi sy 
Groningae    16-1.   ltterius,  De  feu- 
dis   imperii  commentatio    mei/iodi- 
ca,  Fiatici  «furti    168  5.   Struvii,  Ju- 
rispnidentia  feudalis,    Jenae    1727- 


234  FEV 

Jo.  Andreac  Georgii,  Repetitiones 
fondale»  consil.  Schilteri,  Institu- 
tiones  furi*  feudalis  cura  Heinecii 
animad.,  Berolini  1 742-  Osserva- 
zioni e  dissertazioni  varie  sopra 
il  diritto  feudale,  concernenti  l'i- 
storia e  le  opinioni  di  Antonio 
da  Pratoveechio  celebre  giurecon- 
sulto del  secolo  XV  e  riformatore 
de  feudi,  Livorno  1769.  Belli,  De 
feudi*  commentarius ,  Romae  1792' 
FEVRE  (le)  Jacopo,  cognomi- 
nato Stapulensis  dal  villaggio  d'E- 
taples,  luogo  della  sua  nascita,  ch'è 
un  piccolo  borgo  di  Picardia,  fu 
uno  de'primi  a  far  rivivere  nell'u- 
niversità di  Parigi  il  buon  gusto 
de'  veri  studi,  e  fu  autore  d'  un 
gran  numero  di  opere  teologiche 
e  filosofiche.  Morì  a  Nerae  nel 
i53G,  ove  la  regina  Margherita  di 
]Va  varrà  aveagli  dato  asilo  contro  i 
suoi  nemici,  i  quali  lo  ritenevano 
fautore  delle  novità  di  Lutero.  Ma- 
crin  suo  amico  pubblicò  la  sua 
biografia  dopo  morto,  ove  Io  di- 
pinge come  un  uomo  che  aveva 
reso  omaggio  alla  religione  catto- 
lica, morendo  coli' invocazione  del 
nome  di  Gesù  Cristo,  e  tranquilla- 
mente. Hubert,  autore  forse  chime- 
rico, ci  descrive  Fèvre  come  un 
protestante.  Quando  la  Sorbona  lo 
accusò  in  qualche  maniera  dopo 
morto,  non  registrò  però  le  sue  o- 
pere  fra  quelle  degli  eretici,  ma 
solamente  fra  quelle  di  certi  teo- 
logi cattolici  che  essa  credeva  aver 
errato  in  molti  punti,  e  che  per 
questo  erano  giustamente  sospetti. 
Francesco  I  lo  diede  a  precettore 
del  suo  terzogenito  Carlo,  morto 
duca  d'Orleans.  Le  principali  sue 
opere  sono:  1 .0  un  Salterio  a  cinque 
colonne;  2.0  una  versione  francese 
della  Bibbia  ;  3.o  alcuni  Commen- 
tari latini  sui  salmi ,    sui  vangeli , 


FEV 

sull'epistole  di  s.  Paolo,  e  sull'epi- 
stole canoniche  ;  4-°  una  Disserta- 
zione sopra  le  tre  Maddalene,  in 
cui  si  pose  a  dimostrare  che  Ma- 
ria Maddalena,  di  cui  si  parla  nel 
capitolo  ottavo  di  s.  Luca ,  e  la 
femmina  peccatrice  ricordata  nel 
capo  settimo  dello  stesso  evangeli- 
sta, e  Maria  sorella  di  Lazzaro  so- 
no tre  differenti  donne.  Prima  per 
altro  della  sua  morte  ritrattò  tale 
opinione  col  suo  opuscoletto  De 
duplici  et  unica  Maddalena. 

FEVRE  (le)  Jacopo,  nato  a 
Coutances  in  Normandia,  andò  a 
studiare  nella  Sorbona,  dove  fece 
splendida  mostra  della  sua  dottri- 
na e  dell'ingegno.  Subito  ch'egli 
ebbe  ricevuta  la  laurea  dottorale, 
l' arcivescovo  di  Bourges  l' elesse 
per  suo  vicario  maggiore,  ove  spic- 
cò a  meraviglia  il  suo  zelo ,  pru- 
denza e  dottrina.  Mori  in  grande 
estimazione  di  uomo  dotto  e  pio 
a  Parigi  nel  17 16.  Abbiamo  di 
lui  :  1.0  Nuova  conferenza  con  un 
ministro  circa  le  cause  della  sepa- 
razione dei  protestanti j  2.0  Raccol- 
ta di  quanto  fu  fatto  prò  e  con- 
tra  i  protestanti  in  Francia j  3.o 
Istruzione  per  confermare  i  nuovi 
convertiti  nella  fede  della  Chiesa; 
4-°  Storia  critica  contro  le  disser- 
tazioni sulla  storia  ecclesiastica  del 
padre  Alessandro;  5.°  una  con- 
fa (azione  del  giornale  storico  della 
assemblea  di  Sorbona  ,  intitolata 
Anli giornale  delle  assemblee  di  Sor- 
bonaj  6.0  Accordo  delle  apparenti 
contraddizioni  della  sagra  Scrittu- 
ra; 7.0  Intrattenimenti  a"  Eudosso 
e  d'  Eucaristo  suW  arianesimo,  e 
sulla  storia  degH  iconoclasti j  8.0 
Motivi  invincibili  per  convincere 
quelli  della  religione  pretesa  rifor- 
mata j  9.0  alcuni  scritti  a  favore 
de'  Molivi  invincibili  contro  Amai- 


F I  A 
do ,  il  quale  s'era  opposto  a  molti 
passi  di  quelli,  ec  ec 

FIACR10  (s.).  Irlandese   d'illu- 
stre famiglia,   il  quale  sprezzando  i 
beni  di  questa  terra,  lasciò  la  pa- 
tria e  passò  in  Francia  per  vivere 
nella  solitudine.  Arrivato  a  Meaux 
andò    a    visitare    il    santo  vescovo 
Farone,  il  quale  indicogli  un  luo- 
go solitario  a  Breuil  nella  Brie.  Ivi 
si   fabbricò  una  cella  con   un  ora- 
torio in  onore  della  Madre  di  Dio, 
e  coltivando  un  orticello  traeva  vita 
austeri  «ima  e  contemplativa.  Fece 
edificare  a  qualche   distanza    dalia 
sua  cella  una  specie  di  spedale  per 
ricovrarvi  i  forestieri  ed    i    poveri 
cui  serviva  egli  stesso,  dividendo  il 
frutto  delle  sue  fatiche,  e  renden- 
do loro  talvolta  la  sanità  coll'ein- 
cacia  delle  sue  orazioni.  Osservava 
rigorosamente  la  regola  di    s.   Co- 
lombano, non  permettendo  alle  don- 
ne l'ingresso    nel  suo    romitaggio; 
anche  oggidì  per  rispetto  alla  sua 
memoria    le    donne    non    entrano 
nel  luogo  in  cui  dimorava,  né  nel- 
la cappella  in  cui    fu  seppellito,  e 
Anna  d'Austria  regina  di  Francia, 
essendovi  andata  in  pellegrinaggio, 
con  te  n  tossi  di  fare  la  sua  preghie- 
ra alla  porta  del  di    lui    oratorio. 
Questa  santo   anacoreta    passò    al- 
l'eterna gloria  a'  3o  di  agosto  Ter- 
so il  670,    e    in    tal   giorno  è  fe- 
steggiato da  santa  Chiesa.  Fu  sep- 
pellito nel  suo  oratorio ,    e  la  sua 
tomba  divenne    celebre   per   mira- 
coli e  per  affluenza    di  <Lvoti.  2Vel 
1 568  furono  trasportate  a  Meaui 
parte  delie  sue  reliquie.    Egli    è  il 
patrono  della  Brie,  ed  è  assai  ono- 
rato in  Francia,  dove  vi  sono  mol- 
le chiese  a  lui  dedicate. 

FIANDRA  (Flandria).  Antica  e 
grande  provincia  prima  dei  Paesi- 
Bassi,   ora    del   regno    Belgico    o 


FI  A 


i33 


parte  meridionale  de' Paesi-Bassi,  la 
quale  potrebbesi  dividere,    secondo 
le    lingue    che    ivi    si   parlano,  in 
Fiandra    Fiamminga,  ed  in  Fian- 
dra  Valona,   perchè    si    favella  in 
un  idioma,  che  è  un  dialetto  del- 
la lingua  francese.    Questo  ricco  e 
celebre   paese   ha    avuto  differente 
estensione  in  diversi  secoli.  Antica- 
mente chiamatasi  Fiandra  il  terri- 
torio, di  Bruges,  perchè  s.  Audeno, 
il  quale   nella   vita    di   s.    Edwige 
pel    primo    ha  fatto  menzione    nel 
settimo    secolo  di    questo  paese  di 
Fiandra,  lo  distingue  dai  territori! 
di    Gand    e    di    Courtray ,    rimar- 
candovi un  municipio,  ch'egli  no- 
mina Flandrense.  In  seguito    que- 
sto luogo  della   Fiandra  fu  appel- 
lato Bruzzia  ovvero  Bruges,  a  ca- 
gione delle  paludi  in  cui  è  situato. 
Fu  la  Fiandria  di  confini  ristretta 
anche    sotto    il    regno  di    Carlo  il 
Calvo  nell'anno  862  o  863,  e  da  lui 
istituita  ed  eretta  in  contea,  col  ti- 
tolo di  conte  in    favore  di    Baldo- 
vino detto  Braccio  di  ferro,  il  qua- 
le  aveva  per    moglie   Giuditta    fi- 
glia di  tal  re  di   Francia,  e  vedo- 
va  del  re    d'Inghilterra  Etelvulfo. 
Qui   va    notato ,    che    dopo   molte 
rivoluzioni   che    la  fecero    indipen- 
dente,   e    soggetta    alla   corona   di 
Francia,    fu    riunita   al   ducato   di 
Borgogna  nel  1 363,  e  passò  poscia, 
come  andiamo  a  dire,  sotto  il  do- 
minio   della  Spagna.   La  serie   dei 
conti  di    Fiandra    continuò    fino  a 
Filippo  IV  il  Bello  che  succedette 
a  sua  madre  Ilaria    essendo  anco- 
ra in   tenera    età.    Divenuto   mag- 
giore   sposò    nel    1496    Giovanna 
figlia    ed    erede  di  Ferdinando    V 
il  Cattolico  re  d'Aragona,  e  d'Isa- 
bella regina  di  Castiglia  :  nel    1  J04 
salì  sul  trono  di  Castiglia,  e  mori 
nel  i5o6.  Ebbe  successore  nel  g'>- 


236  FI  A 

verno  della  Fiandra  e  dei  Paesi- 
Bassi,  ii  suo  figlio  primogenito 
Cario,  che  fu  in  seguito  re  di  Spa- 
gna ed  imperatore  col  nome  di 
Carlo  V.  Da  questa  epoca  la  Fian- 
dra coi  Paesi  Bassi  fece  parte  del- 
la monarchia  spagnuola  fino  alla 
pace  di  Utrecht  nel  1 7 1 3,  quin- 
di passò  sotto  il  dominio  del  ramo 
austriaco  di  Germania,  eccettuata 
Ja  Olanda,  o  le  selle  provi ncie  li- 
nde, che  nel  i5j<)  si  governarono 
in    repuhblica. 


Ecco  la  serie  de' conti  di  Fiandra. 


FIA 


Filippo  . 
Carlo   V. 


l482 
i5o6 


Baldovino  I 

Baldovino   li 

Arnoldo   I   e  Baldovino  III. 

Baldovino   IV 

Baldovino   V 

Baldovino   VI 

Arnoldo   IN 

Boberto   I 

Roberto  li 

Baldovino   VII 

Carlo   I 

Guglielmo  Clilon 

Tierrico 

Filippo 

Margherita    e    Baldovino 

Vili 

Baldovino  IX 

Giovanna,  Ferrando  e  Tom- 
maso       

Margherita  II 

Guido 

Roberto  IH 

Luigi  1 

Luigi  li 

Margherita,    Filippo. 
Giovanni    Senza-paura    . 
Filippo  il   Buono. 

Carlo 

Maria 


862 

879 
9.8 

q«9 

o36 
067 
070 
07  1 
093 
1 1 1 

"9 

1 27 
128 
168 

•91 
•94 

206 

244 
280 
3o5 

322 

346 
38; 
4o5 

4'9 

467 

477 


La  Fiandra  verso  il  princi- 
pio del  secolo  XV  III  era  divi- 
sa in  tre  parti,  cioè  in  Fian- 
dra francese,  in  Fiandra  austriaca 
od  imperiale,  e  in  Fiandra  olan- 
dese: la  prima  formò  nel  1790  il 
dipartimento  del  Nord,  e  le  due 
altre  conquistate  pochi  anni  dopo 
dai  francesi  ,  furono  ripartite  nel 
179T,  fra  i  dipartimenti  della  Lys 
e  della  Schelda  ,  che  formarono 
essi  medesimi  alla  pace  del  1 8  1 4- 
la  provincia  della  Fiandra  occi- 
dentale, della  orientale,  ed.  una 
parte  di  quella  di  Zelanda ,  nel 
nuovo  regno  dei  Paesi-Bassi.  Il  re- 
gnante re  del  Belgio  Leopoldo  I, 
ha  conferito  il  titolo  di  conte  di 
Fiandra  al  suo  figlio  secondogeni- 
to Filippo,  nato  nel  1837.  Final- 
mente dopo  il  settembre  i83o  la 
Fiandra  fa  parte  della  monarchia 
del  Belgio  (Vedi),  separandosi  dal 
regno  dei  Paesi- Bassi,  e  dell'Olan- 
da (Predi'). 

La  Fiandra  si  divide  in  Fian- 
dra orientale,  e  in  Fiandra  occi- 
dentale. La  provincia  della  Fian- 
dra orientale  dividesi  ne'  quattro 
distretti  di  Gand ,  Dendermonda, 
Oudenarde,  ed  Ecloo:  Gand  (Ve- 
di), città  vescovile  n'è  la  capitale; 
Dendermonda  è  città  fortificata , 
al  confluente  del  Dender  ;  Oude- 
narde o  Audenarde  sulla  Schelda, 
è  celebre  pel  combattimento  ivi 
avvenuto  nel  1708  tra  i  francesi 
comandati  dal  duca  di  Borgogna,  e 
l' armala  confederata  sotto  gli  or- 
dini del  principe  Eugenio,  che  ri- 
portò una  vittoria  completa  ;  Ecloo 
è  una  piccola  città.  Avvi  anche 
Alost,  antichissima  città,  che  in 
principio    ebbe    i  conti  suoi    parli- 


FI  A 

colali  signori,  e    nel  fine  del  seco- 
lo XII   passò  nel  dominio  di    quei 
di  Fiandra,  e  fu  poi  capitale  del- 
l' austriaca     provincia     fiamminga  : 
giace  sulle  sponde  del   Dender.    La 
provincia    della  Fiandra   occidenta- 
le, confinante  colla   Fiandra  orien- 
tale, e  con  quella  meridionale  che 
appartiene    alla    Francia    (  cioè    la 
Fiandra    francese    che    comprende 
i    vari    conquisti    fatti    dalla  Fran- 
cia  nel  secolo    XVII  sui   Paesi  -Bas- 
si austriaci,  e  precisamente  sull'am- 
pio territorio  fiammingo,  su   quel- 
lo dell'Hainault,  non  che  il  duca- 
to di  Cambresis ,    racchiusi  nel  di- 
partimento del  Nord),  avente  Bru- 
ges \J'ct!i),  città   vescovile,  per  ca- 
pitale; Ostenda  forte,  città  sul   mar 
germanico,    rinomata  pe'suoi   anti- 
chi  propugnacoli;    Ypres,  città  sul 
fiume    Ypeile  ,  e  Courtray    antica 
e    ragguardevole    città,  famosa  pei 
suoi   merletti  :    sotto    le  sue    mura 
nel    i3o2   fu  combattuta  la   celebre 
battaglia    degli   speroni,    perchè    i 
fiamminghi     comandanti     da    Gio- 
vanni conte    di   Namur,  e  da  Gu- 
glielmo   di    Juliers,    avendo    rotta 
1'  armata     francese,    trovarono    nel 
campo    circa   quattro  mila  speroni 
d'oro.   La   Fiandra    francese   poi  di- 
■videsi    nei    sette    distretti    di    Lilla 
prefettura  ,      Avesnes  ,     Cambra  y  , 
Douay,  Hazebrouck,  Duokerque,  e 
A  ali  nciennes,  ed   in   essa   pur  sono 
Chaleau-Canibrcsis,    Condè ,    s.  A- 
inand,    Cassel ,    e  Gravelines.   Lilla 
considerevole    città,   ha   la  cittadel- 
la   di  s.    Salvatore,    opera    classica 
di  Vauban;  rinomato  è  il   terribile 
bombardamento    che  nel    1 793  ne 
fecero  gli    austriaci,    i    quali    però 
furono    costretti    ad    abbandonarne 
l'assedio.  Avesnes  piccola  ed  antica 
città  ,  i    cui    conti,    già    signori  di 
Olanda,    Zelanda,    e    dell'Hainault 


FI  A  a37 

ne  accrebbero  il  patrio  lustro  col- 
le loro  gesta.  Cambray  ( f  t*fr\  cit- 
tà illustre,  già  capitale  del  Cam- 
bresis, metropolitana  ,  poi  - 
vescovile,  e  da  ultimo  dal  regnan- 
te Pontefice  Gregorio  XVI  resti- 
tuita alla  dignità  metropolitana, 
adornandogli  per  suffragane*  la 
chiesa  vescovile  d'Arras  :  e  nel  con- 
cistoro de'24  gennaio  1842  vi  di- 
chiarò arcivescovo  monsignor  Pie- 
tro Girami  di  Clermont.  Douay 
granile  e  forte  città  in  riva  alla 
Scarpa;  il  suo  collegio  o  univer- 
sità si  acquistò  molta  celebrità. 
Hazebrouck  città  leggiadramente 
costruita  in  riva  al  fiume  Borra. 
Dunkerque  città  marittima  ,  con 
una  rada  che  è  forse  la  più  bella 
ili  Europa,  sul!'  oceano  germanico, 
ed  un  magnifico  porto  assai  fre- 
quentato. Valenciennes  città  forte 
già  capitale  dell'  Hainault  francese, 
e  da  qui  principia  la  navigazione 
dello  Schelda ,  che  vi  scorre  nel 
mezzo. 

Si  vuole  che  s.  Vittorio,  e  s. 
Fusciano  sieno  stati  i  primi  che 
abbiano  predicato  il  vangelo  nella 
Fiandra  occidentale  nel  tu 
colo;  altri  dicono  che  mentre  s. 
Pietro   abitava     presso   la    chiesi   .li 

s.  Pudeaziana  in  Roma,  inviò  \- 
ristobolo  nella  Fiandra  a  ha  oda- 
vi la  fede.  Ma  ricaduto  il  popolo 
nell'idolatria  s.  Antimondo  vescovo 
di  Terovanne  ristabilì  la  fède 
cattolica  verso  l'anno  5oi),  appro- 
fittandosi della  vittoria  che  Clodo- 
veo,  primo  re  cristiano  di  Plan- 
cia, riportò  sopra  Regnacario  pi  iti- 
ci pe  o  governatore  del  paese  ha 
la  Somma,  l' Escaut,  e  l'Oceano. 
Anche  s.  Medardo  di  nazione  fran- 
cese* vescovo  di  Noyon  e  di  Tour- 
Bay,  spinto  dallo  stesso  zelo,  con- 
tinuò a   farvi  dc'gran    progressi  nel 


238  FI  A 

55o  gettando  a    terra  tutti  gl'ido- 
li, ed  i  templi  de'falsi  dei,  e   fab- 
bricandovi    molte    chiese.  Tutto  il 
popolo  però  non  era    ancora    con- 
vertito cento    anni    dopo,  avendovi 
s.  Eulogio,  vescovo  di  Noyon,  bat- 
tezzati  molti    pagani  verso    1'  anno 
646.    Fermossi    pure    per    qualche 
tempo  nel  luogo  dov'è  al  presente 
Dunkerque,    che    ritrovò  popolato 
da  un  numero    grande  di  pescato- 
ri, ed    altra  povera    gente,    per  u- 
so  de'  quali   edificar    fece  una  pic- 
cola cappella  che  dedicò  a  s.   Pie- 
tro. Tuttavolta   si    legge  nel  Piaz- 
za  nel    suo    Eusevologio    romano, 
tratt.   II,  cap.   II,    dello  spedale  di 
s.   Giuliano    de* fiamminghi    ai  Ce- 
sarini,  che  la    Fiandra   fu  di  nuo- 
vo convertita  sotto  il  Papa  s.  Gre- 
gorio li,    che  nel   y  1 3    vi    mandò 
s.  Bonifacio  che  la  ricondusse  tut- 
ta alle    verità  della  fede,  per    cui 
s.  Gregorio  II   volle  battezzare  nel- 
la   basilica    vaticana    que'  fiammin- 
ghi   convertiti    che     portavansi     in 
Roma.  Dopo  quel  tempo  la  Fian- 
dra   fu    sempre    cattolica   fino     al 
XVI  secolo,    in   cui    le  perniciose 
eresie     di    Calvino    e     di    Lutero 
disgraziatamente  vi    s'intrusero  col 
commercio  de'forastieri ,  non  ostan- 
te gli  editti    rigorosi    di    Carlo  V, 
e  del  suo  figlio  Filippo  II.  Quan- 
to allo  spirituale  dipendeva  questa 
provincia  dal  vescovo  di  Terovan- 
ne,  ma    essendo    stata- questa  città 
distrutta    nel    i553    per  ordine  di 
Carlo  V,  e  non  potendosi  più  rie- 
dificare   in  forza    del    trattato  del 
castello    Cambresis,    nel     i55g    il 
suo  vescovato    fu  diviso    in  quello 
di  Boulogne,   di  Saint-Omer,   e  di 
Ypres,  avendovi  in  seguito  qualche 
parte    anche  il    vescovo  di    Tour- 
nay.   Il    Cardella  nelle  Memorie  i- 
storiche  de'cardinali  tom.  IX,  pag. 


FIA 

T  7,  dice  che  la  Fiandra  die  sei 
cardinali  al  senato  apostolico,  uno 
de'  quali  il  cardinal  Adriano  Flo- 
renzi  nel  \5ii  divenne  Papa  col 
nome  di  Adriano  VI  ;  gli  altri  cin- 
que cardinali  sono  Guido  nel  1  3  1 1 
che  ricusò  a  Clemente  V  la  digni- 
tà, Guglielmo  Echenvoer,  Tomma- 
so Filippo  di  Alsazia,  Gio.  Goes- 
sen,  e  Gio.  Gualtiero  Slusio. 

Nel    rione  Vili    s.    Eustachio  è 
in  Roma  la    chiesa  di   s.    Giuliano 
de'  fiamminghi ,  detto    de'  Cesarini 
dal    vicino    palazzo.    Si  vuole    dal 
citato  Piazza    che    fosse  eretta   nel 
pontificato    di  s.   Gregorio  II   dalla 
nazione  fiamminga  che  la  dedicò  a 
s.    Giuliano     detto    il    povero;    e 
quindi  vi  aggiunse  pei  connaziona- 
li un    contiguo    ospedale    ed    ospi- 
zio, ch'era  governato  da  un  sodalizio; 
alloggiando  anche  i  pellegrini    del- 
le   altre    limitrofe    provincie;    però 
le  donne    le    ospitava   in  una  casa 
casa    vicina    a    Camposanto    presso 
la  basilica  vaticana.  L'alloggio  che 
si    dava    ai    pellegrini  era    per  tre 
giorni,  e  se  malati   venivano  cura- 
ti.   Sotto    il    pontificato  di    Urbano 
II,  nel    1094,  passando  per  Roma 
il  conte  di    Fiandra    Roberto,  che 
recavasi  co'suoi  alla  crociata  di  Pa- 
lestina, restaurò,  e    dotò  di    rendi- 
te   il  pio  luogo.     In    progresso  di 
tempo    avendo    la    chiesa    grande- 
mente   sofferto,    nel    1675  la  na- 
zione la   ridusse  a  sue    spese  nello 
stato  in  cui  trovasi.    Ma  pel  tenue 
numero    de'  pellegrini    ed    infermi 
che  vi  si  ricevevano,  riuscendo  gra- 
voso al    pio    luogo    di  tenere  l'oc- 
corrente pronto,  l'ospizio  e  l'ospe- 
dale   fu    chiuso,     ed    in   vece    ten- 
gono due   letti    all'  ospedale  de'be- 
nefratelli ,  e    danno    una    limosina 
ai   pellegrini  nazionali.   Al  presente 
la    chiesa    è    posseduta    dai     belgi, 


FID 
ed  è  adornata  di  mediocri  pitture. 
Vi  si  vede  un  bel  deposito  della 
contessa  di  Celles,  scolpito  da  Mat- 
teo Resseles  di  Maestrich,  il  qua- 
le mori  in  Roma  nel  1 834-  La  fe- 
sta del  santo  vi  si  celebra  a' 27 
febbraio:  ed  il  Panciroli  nei  Te- 
sori nascosti  di  Roma ,  parla  a 
pag.    384  dei  diversi  s.   Giuliani. 

FICO.  Sede  vescovile  della  Mau- 
ritiana  di  Sititi  ,  nell'  Africa  occi- 
dentale, sotto  la  metropoli  di  Si- 
tifi;  si  riconoscono  due  suoi  ve- 
scovi :  Felice  che  intervenne  nel 
4i  1  alla  conferenza  di  Cartagine, 
ed  Abo  del  4^4  sotto  il  re  Cn- 
n  eri  co. 

FIDANZA  Bonaventura,  Cardi- 
nale.  V.  Bonaventura  (s.). 

FIDANZIO,  Cardinale.  Fidanzio 
ebbe  nel  1192  o  nel  1  ic)3  da  Ce- 
lestino HI  la  dignità  cardinalizia , 
con  il  titolo  presbiterale  di  s.  Mar- 
cello, e  si  esercitò  per  qualche  tem- 
po nella  legazione  della  Gallia  Ci- 
salpina. Celebrò,  nel  iiq3,  i  di- 
vini misteri  nella  chiesa  di  Verona, 
e  in  quella  occasione  recitò  un'ele- 
gante orazione.  Morì  nel  1  1 97,  o 
come  altri  vogliono  nel    iiq8. 

F1DECOMMESSO,  o  FIDE- 
COMMISSO  (  Fideieommissum  ) . 
Chiamasi  tuttociò  che  è  affidato 
all'altrui  fede.  Il  fìdecommesso  è  li- 
na donazione  obliqua  ed  indiretta, 
colla  quale  un  testatore  lascia  tut- 
ta od  una  parte  di  una  succes- 
sione o  di  un  legato  ad  una  per- 
sona, sotto  condizione  ch'essa  re- 
stituirà quella  successione  o  quel 
legato  ad  un'altra  determinata  per- 
sona, giusta  1'  intenzione  del  testa- 
tore. I  fìdecommessi,  che  sono  mol- 
to in  uso  nel  diritto  romano,  era- 
no odiosi  nel  diritto  francese,  e 
Io  divennero  in  molte  nazioni.  I 
medesimi  francesi  li  soppressero  nei 


FID  239 

luoghi  da  loro  conquistati,  e  per- 
ciò anche  nello  stato  pontificio . 
Ma  ritornato  in  questo  Papa  Pio 
VII  ripristinò  i  fìdecommessi  col  mo- 
to-proprio del  6  luglio  1816,  pre- 
scrivendo alcune  regole  per  la  nuo- 
va creazione  de'medesimi,  come  si 
legge  nel  paragrafo  i35  e  seg. 
del  titolo  IV,  Disposizioni  legisla- 
tive. 

IVel  regolamento  legislativo  e 
giudiziario  per  gli  affari  civili,  e- 
manato  con  moto-proprio  del  re- 
gnante Papa  Gregorio  XVI ,  dei 
io  novembre  1 834  >  ''  titolo  V 
tratta  delle  leggi  concernenti  i  fì- 
decommessi nei  dominii  della  santa 
Sede,  e  prescrive  :  che  chiunque 
abbia  la  libera  facoltà  di  disporre 
delle  sue  sostanze,  potrà  creare 
fìdecommessi,  primogeniture,  mag- 
giorati, ed  altre  sostituzioni  fide- 
commessarie,  dividile  o  individue, 
tanto  per  atto  fra  vivi,  quanto 
ancora  per  testamento,  od  altro 
atto  di  ultima  volontà.  Non  po- 
tranno gravarsi  dell'onere  del  fì- 
decommesso, maggiorato,  primoge- 
nitura, od  altra  sostituzione,  che  i 
beni  immobili  della  qualità  e  na- 
tura di  quelli  sui  quali  è  lecito 
di  contrarre  ed  inscrivere  la  ipo- 
teca, sia  che  esistano  in  patrimo- 
nio, sia  che  debbano  acquistarsi 
per  tale  effetto  ,  anche  dopo  la 
morte  dell'istitutore,  quando  esso 
lo  abbia  ordinato,  salva  però  la 
disposizione  seguente.  E  permesso 
di  sottoporre  al  peso  della  restitu- 
zione, in  aggiunta,  e  come  appen- 
dici ai  beni  immobili  costituenti 
la  eredità  fìdecommessaria  o  pri- 
mogeniale: 1.0  le  raccolte  di  statue, 
di  pitture,  di  monumenti  antichi, 
di  stromenti  o  macchine  di  fìsica, 
d'astronomia,  d'anatomia,  i  gabi- 
netti di  storia   naturale,  le    biblio- 


a4<)  FID 

teche,  e  generalmente  le  collezioni 
d' oggetti  che  riguardano  scienze, 
o  arti  liberali j  2.0  un  capitale  di 
gioie,  gemme,  oro  o  argento  la- 
vorato, o  di  altri  oggetti  preziosi, 
i  quali  oggetti,  argento,  oro  e  gem- 
me non  potranno  assoggettarsi  al 
peso  della  restituzione  se  non  ab- 
biano un  valore  che  superi  i  tre 
mila  scudi.  Le  altre  anologhe  leg- 
gi sono  riportate  nello  stesso  re- 
golamento, e  nella  Raccolta  del- 
le leggi  dello  stato  pontificio,  co- 
me dell'abolizione  dei  fidecommissi 
nelle  provincie  di  seconda  ricupe- 
ra ,  e  dichiarazione  della  somma 
occorrente  onde  siano  riammessi 
nelle  provincie  di  prima  ricupera; 
delle  regole  sull'  iscrizione  e  can- 
cellamento dei  vincoli  fidecoinmis- 
sari,  e  loro  pubblicità;  la  dispo- 
sizione sull'  ipoteca  ed  iscrizione  dei 
fidecommissi;  le  regole  sulla  varia- 
zione de'loro  vincoli;  il  moto-pro- 
prio di  Leone  XII  che  dà  facol-  •> 
tà  di  comprendere  nel  vincolo  fi- 
decommissario  le  gioie^  gli  ori,  gli 
argenti  lavorati,  ed  altri  oggetti 
preziosi  ec.  ec. 

FIDENE  (Fidenae),  o  Castel 
Giubileo.  Città  vescovile  del  Lazio 
già  esistente  sopra  i  colli  dirupati 
a  destra  della  via  Salaria,  circa 
cinque  miglia  fuori  della  porta  o- 
dierna,  passato  il  casale  di  Villa 
Spada,  sopra  il  colle  isolato  di  Ca- 
stel Giubileo,  in  guisa  che  la  via 
Salaria  la  traversava.  In  origine 
Fidena  forse  fu  un  avamposto  de- 
gli etruschi-veienti,  il  quale  coloniz- 
zato poi  da  Latino  Silvio  re  di 
Alba,  fu  risguardato  qual  colonia 
albana.  La  sua  situazione  sul  Te- 
vere, e  la  fertilità  delle  terre  adia- 
centi ne  fecero  presto  una  città 
cospicua,  grande,  e  popolata  fino 
dui  tempi    di  Romolo.    Questo  re 


FID 

se  n'insignorì  e  vi  pose  un  presi- 
dio romano ,  riunendo  parte  del 
suo  territorio  a  quello  di  Roma. 
Sotto  Tulio  Ostilio,  nel  movimento 
de'veienti,  si  rivoltò  ancora  questa 
città,  ma  vinta  di  nuovo,  ne  venne- 
ro puniti  gli  autori,  ritornando 
colonia  romana.  Inquieti  sempre  i 
fidenati,  tentarono  porsi  in  libertà 
nel  regno  di  Anco  Marzio,  il  qua- 
le se  ne  impadronì,  scavando  un 
cunicolo  dentro  le  rupi  di  lufa, 
sulle  quali  era  fondala;  egli  la  die 
in  preda  al  saccheggio,  punì  i  ri- 
belli, e  vi  pose  forte  presidio.  Suc- 
cessivamente tornarono  a  ribellarsi, 
e  sotto  Tarquinio  Prisco  la  città 
fu  occupata  dagli  etruschi,  i  quali 
vi  fecero  una  specie  di  piazza  d'ar- 
mi. Vinti  questi,  severamente  ven- 
nero castigati  i  fidenati,  che  poi 
sedotti  da  Sesto  Tarquinio  prese- 
ro le  armi  insieme  a  tutti  i  sabi- 
ni in  favore  della  famiglia  reale,  e 
fecero  di  Fidene  il  centro  della 
guerra  contro  la  novella  repub- 
blica romana.  La  città  fu  presa, 
limitandosi  i  romani  a  punire  i  rei 
della  ribellione,  dividendo  a'soldati 
le  terre  confiscate.  Mediante  gli 
aiuti  della  lega  latina  i  fuorusciti 
cacciarono  il  romano  presidio,  indi 
non  tardarono  a  soggiacere  al  do- 
minio de' romani.  Nell'anno  3i5di 
Roma  i  fidenati  strinsero  lega  co- 
gli etruschi  ad  insinuazione  di  Lar- 
te  re  de'veienti,  passando  ardita- 
mente l'Aniene  colf  esercito  colle- 
gato; ma  il  console  Lucio  Sergio 
avendolo  posto  in  rotta,  ebbe  l'o- 
nore di  essere  cognominato  il  Fi- 
denale ;  indi  nell'anno  3 17  i  ro- 
mani penetrarono  nella  città  per 
mezzo  di  un  cunicolo  della  rocca, 
e  poscia  vi  ristabilirono  la  colonia 
romana.  Nel  327  i  fidenati,  alleati 
perpetui  de'veienti,  di  nuovo  fecero 


FES 

guerra  a  Roma,  che  vi  spedì  a 
combatterli  il  dittatore  Mamerco 
Emilio,  il  quale  rotto  e  debellato 
il  nemico ,  abbandonò  al  saccheg- 
gio la  città ,  la  distrusse,  e  i  cit- 
tadini superstiti  furono  venduti  al- 
l'incanto ;  cosi  finì  la  primitiva 
Fidene. 

Rimasta    la    città    deserta,  a  ca- 
gione   dell'opportunità  del  sito  sem- 
pre vi  si  mantenne  un  piccolo  nu- 
mero   di    abitanti,    e    Strabone    la 
enumera    fra    le    antiche    città  dei 
contorni    di  Roma,  che  sussisteva- 
no a'suoi    giorni.    Quindi    circa  lo 
stesso  tempo  cominciò  a  ripopolar- 
si, come  avvenne  di  Veio,  di  Ga- 
bioj  di  Labico  ec.  ;  ed  infatti  sotto 
Tiberio    l'anno  780  di    Roma    vi 
fu  data   una    festa   che  riuscì  fata- 
le a  coloro  che  v'intervennero.   Un 
certo  Attilio  vi    volle  dare  giuochi 
gladiatori!    venali,  ed    a    tal    uopo 
costrusse   un  anfiteatro  di  legno,  se- 
condo l' uso    di   que'   tempi,    come 
lo  avevano    Capua,  Pola,  ed    altre 
città.    Ma   essendo   stato    costrutto 
per  mancanza    di   mezzi     con  poca 
solidità,   nel  più  bello  dello  spetta- 
colo    crollò     tutto     intiero,     colla 
morte,  o   mutilazione  di  circa  cin- 
quantamila   persone    di    ogni    età, 
sesso  e  condizione,  secondo  Tacito, 
e  ventimila  al  dire  di  Svetonio.   A 
quell'  epoca    pertanto    sembra    che 
incominciasse    ad    essere  di    nuovo 
una    specie    di    città,  con    senato, 
con    dittatore    ec.    Come    città     la 
ricorda   Anastasio  Bibliotecario  nel- 
la vita  di  Silvestro    I,  dicendo  che 
1  imperatore    Costantino    donò    alla 
chiesa  di    s.  Agnese    tutte  le   terre 
circa    civitatem   Fidrnas.    Anzi    nei 
primi  secoli  del  cristianesimo  fu  di 
tale  importanza  ch'ebbe  sede   vesco- 
vile, e  dall'Lghelli   nel   tomo  X,  p. 
97    dell'  Italia  sacra,  si  ricorda  il 

VOL.    XXIV. 


FES  241 

vescovo  di  Fidene  Geronzio,  che 
assistè  al  concilio  romano  l' anno 
5o2  nel  pontificato  di  s.  Simmaco  ; 
ed  il  vescovo  Giustino  sedeva  sul- 
la cattedra  di  Fidene  neh'  anno 
680,  in  cui  intervenne  al  concilio 
romano  celebrato  dal  Pontefice  s. 
Agatone.  Commanviìle  dice  che  il 
vescovato  di  Fidene,  nel  vicariato 
romano,  fu  eretto  nel  quiuto  se- 
colo. V.  Sperandio,  Sabina  sagra  e 
profana,  pag.   41     e  ^o* 

Dopo  quell'  epoca  non  si  fa  più. 
menzione  di  Fidene,  forse  abban- 
donata   per    le  scorrerie    de'  longo- 
bardi, che  afflissero  e    devastarono 
interamente    i    contorni    di    Roma. 
Indi  nel  secolo  XIII    sul  suo  anti- 
co sito  surse  un    castello  chiamato 
Monte  s.  Angelo,  il  quale  apparte- 
neva al  monistero  di  s.  Ciriaco,  del 
quale  parlammo  all'articolo   Chiesa 
di  s.  Maria  in  via  Lata  (Vedi).  Si 
disse  che  per  essersi  acquistato   nel 
i3oo  il  castello  dal  capitolo    di  s. 
Pietro ,     col     danaro    raccolto     nel 
giubileo,    ripristinato    da  Bonifacio 
Vili  fosse  denominato  Castel   Giu- 
bileo ;    ma  da  un    documento    del 
secolo  XIV,  esistente  neh'  archivio 
del    capitolo,  si  rileva    che  essendo 
venuto  il   tenimento  in  potere  del- 
la   romana     famiglia    Giubileo    ne 
trasse  il    nome,    indi    ne    passò  la 
proprietà    sotto    Nicolò  V    ai   frati 
di  s.  Paolo  primo  eremita  di  s.  Ste- 
fano a   Monte  Celio,  dai  quali   nel 
1 458  per  tremila  ducati  d'oro  l'ac- 
quistò di   nuovo    lo  stesso  capitolo 
di  s.   Pietro  in  Valicano,  che  oggi 
ancora  lo  possiede.   Nel  pontificato 
d'  Innocenzo  VII   si  risvegliarono  in 
Roma  le  fazioni  de'ghibellini    e  dei 
guelfi,   capi  de'  primi  essendo  i  Co- 
lonuesi  ed  i  Savelli,  de'secondi  Pao- 
lo Orsini,  per  cui  si  sollevò   la  cit- 
tà, ed  il  Papa  rifugiossi    iu  Viter- 
16 


^\i  F1D 

bo.  A'  4  mao8'°  '4°^  l'Orsini  coi 
romani  del  suo  partito  si  portò  a 
bombardare  castel  Giubileo,  occu- 
pato dalle  bande  mercenarie,  e 
trasportò  poi  in  Roma  come  tro- 
feo le  campane  del  castello ,  che 
portò  nel  palazzo  papale,  ed  una 
fu  data  alla  chiesa  d'Araceli,  che 
poi  si  ruppe.  Quando  Pio  li  nel 
i4^4  s'imbarcò  a  Ponte  Molle  sul 
Tevere,  per  recarsi  in  Ancona  alla 
testa  della  crociata  ,  passò  la  pri  - 
ma  notte  in  castel  Giubileo.  E 
siccome  questo  sotto  Sisto  IV  era 
affittato  alla  contessa  Riario  mo- 
glie di  Girolamo  suo  nipote ,  nella 
guerra  che  il  Papa  avea  col  re  di 
Napoli,  il  castello  nel  1482  fu  pre- 
so e  saccheggiato  ;  sacco  che  rin- 
novò il  popolo  nel  1484  alla  mor- 
te del  Pontefice.  V.  A.  Nibby,  Ana- 
lisi della  carta  de'  dintorni  di  Ro- 
ma, pag.  5i    e  seg. 

FIDOLAMA  o  FIDOLMA.  Se- 
de vescovile  della  Mauritiana  Ce- 
sariana,  nell'Africa  occidentale,  sot- 
to la  metropoli  di  Giulia  Cesarea. 

FIDOLO  (s.).  Nacque  a  Cler- 
mont,  da  una  delle  distinte  case 
l'Alvernia,  sul  principio  del  secolo 
VI.  Fu  in  sua  gioventù  fatto  pri- 
gioniero di  guerra  e  condotto  in 
Sciampagna,  ove  fu  riscattato  da 
sant'  Aventino,  il  quale  conduce- 
va vita  solitaria  nei  contorni  di 
Troyes.  Ammesso  nel  numero  dei 
discepoli  di  questo  santo,  fece  ra- 
pidi progressi  nella  perfezione,  per- 
chè prendeva  ad  esempio  i  più 
fervorosi  della  comunità.  Le  sue 
austerità  arrivarono  a  tanto,  che 
passava  la  quaresima  senza  quasi 
mai  prender  cibo.  Eletto  da  san- 
t'  Aventino  prima  priore  e  poi  ab- 
bate del  suo  monistero ,  egli  lo 
governò  con  dolcezza  e  rigore  ad 
un  tempo,  incoraggiando  i  deboli  e 


FTE 

reprimendo  gli  abusi.  Trionfò  colla 
sua  bontà  e  co'suoi  benefìzi  di  al- 
cune persone  maligne  che  tenta- 
rono di  nuocergli.  Fini  di  vivere 
verso  il  principio  del  regno  dei 
quattro  figli  di  Clotario  I,  o  un 
poco  più  tardi,  e  la  sua  morte  è 
notata  ai  16  di  maggio  nei  mar- 
tirologi che  portano  il  nome  di  s. 
Girolamo.  Il  suo  corpo  fu  traspor- 
tato nell'abbazia  di  Moutier-le-Cel- 
le,  vicina  a  Troyes,  ove  pretende- 
si  che  l'abbiano  sempre  conservato 
fino  al  presente. 

FIERE  (Nundinae).  Luoghi  pub- 
blici dove  i  mercanti  si  riuniscono 
per  vendere  le  loro  merci.  Questo 
vocabolo  fiera  ha  origine  da  fo- 
rum, piazza  pubblica,  ed  è  sinoni- 
mo di  Mercato  (Vedi),  come  tut- 
tora per  alcuni  rapporti  fiera  e 
mercato  è  lo  stesso.  Altri  aggiun- 
gono che  il  vocabolo  fiera  deriva 
dal  latino  forensis  o  forum,  che  ap- 
punto significa  mercato,  ovvero  se- 
condo il  Du  Cange,  dal  latino  fe- 
ria, che  significa  festa,  cessazione 
dal  lavoro.  Il  Dizionario  delle  ori- 
gini definisce  la  fiera  il  mercato 
libero,  come  voce  derivante  da  Fe- 
ria [Vedi),  giacché  ne'giorni  feria- 
li precisamente  soleva  tenersi  quel- 
la specie  di  mercato;  dice  ancora 
che  alcuni  nostri  antichi  scrittori 
definiscono  la  fiera ,  concorso  di 
molti,  da  molte  bande  in  alcun  luo- 
go, per  vendere  o  comperare  con 
franchigia  ed  esenzione  di  gabella 
che  dura  alquanti  giorni,  essendo 
differente  dal  mercato  pel  maggior 
numero  di  venditori  e  compratori 
e  per  1'  esenzioni  daziarie  di  cui 
godono  le  fiere.  Il  cav.  Gioacchino 
Monti,  nel  suo  opuscolo  delle  Noti- 
zie istoriche  sull'origine  delle  fiere 
dello  stato  ecclesiastico,  Roma  1828, 
parlando    a    pag.    24    dell'origine 


FIE 
delle  fiere,  dice  che  la  prossimità 
di  certe  feste,  la  scadenza  di  uso 
ne' pagani  enti,  ogni  sorta  di  solenni- 
tà periodiche  hanno  fissato  sempre 
l'epoche  della  loro  celebrazione;  e 
che  sebbene  la  fiera  è  sinonimo  di 
mercato,  essa  per  altro  presenta  l'i- 
dea di  un  concorso  più  numeroso 
e  più  solenne,  e  per  conseguenza 
più  raro. 

Il  dotto  Marangoni ,  Delle  cose 
gentilesche,  pag.  i  io,  parlando  del- 
le fiere  e  mercati  permessi  nelle 
solennità  di  alcuni  santi,  narra  che 
l'antichissima  origine  l'abbiamo  da- 
gli ebrei,  e  se  ne  fa  menzione  nel- 
la sagra  Scrittura.  Ezechiele  al  cap. 
46,  v.  11,  nel  descrivere  vari  sa- 
grifizi  da  farsi  in  alcuni  templi, 
ecco  come  si  esprime  :  et  in  ?wn- 
dinis,  et  in  wlemnitatìbus  erit  sa- 
crìficìum  Ephi  per  vitulum,  et  Ephi 
per  arietem.  Da  quanto  però  fece 
Gesù  Cristo,  come  abbiamo  dal 
vangelo  di  s.  Matteo,  e.  21,  e  di 
s.  Luca,  e.  11,  si  raccoglie  che  gli 
ebrei  non  contenti  di  fare  tali 
mercati  fuori  del  tempio,  gli  ave- 
vano anco  in  esso  introdotti,  pro- 
fanandolo empiamente;  perciò  il 
Signore,  a  fine  di  vendicare  il  dis- 
pregio del  tempio,  come  ne  scrive  s. 
Giovanni,  e.  2,  v.  i5:  Cumfecisset 
quarti  flagellimi  de  funicellis  omnes 
ejecit  de  tempio,  oves  quoque,  et 
boves ,  et  nummulariorum  effudit 
«ter,  et  mensas  subvertit.  Quindi  il 
Marangoni  racconta  come  pure  i 
gentili  ebbero  il  costume  di  fare 
i  loro  mercati  e  le  fiere  in  occa- 
sione di  pubblici  concorsi  di  po- 
poli forastieri  a  qualche  solennità; 
perciò  osserva  che  gli  antichi  cri- 
stiani, siccome  non  abbonirono,  in 
occasione  delle  feste  natalizie  dei 
martiri,  di  fare  i  conviti  al  popo- 
lo   che  vi    concorreva,  cos'i  lascia- 


F1E  2+3 

rono  correre  i  mercati  e  le  fiere 
per  utilità  del  commercio,  attestan- 
dolo molti  santi  padri  come  cosa 
antica.  Tuttavolta  il  concilio  di  Car- 
tagine celebrato  l'anno  398,  col  ca- 
none XLVIII  vuole  che  si  privino 
del  loro  ufficio  i  chierici  che  vanno 
alle  fiere  senza  bisogno.  Abbiamo 
da  Cassiodoro,  1.  8,  Var.  ep.  iv'/., 
che  Atalarico  re  de' goti  punì  alcuni 
contadini,  che  avevano  rubate  le 
merci  ad  alcuni  negozianti  che 
andavano  alla  fiera,  che  soleva  far- 
si nel  natale  di  s.  Cipriano  nella 
Calabria,  cioè  presso  Diano  o  Te- 
giano.  Queste  fiere  pertanto  come 
cose  civili,  e  molto  utili  al  pubbli- 
co commercio,  furono  lasciate  cor- 
rere dai  superiori  in  occasione  di 
qualche  solennità  che  celebrasi  in 
alcun  luogo,  prolungandole  per  tut- 
ta l'ottava,  e  talvolta  per  quindi- 
ci giorni  e  più  o  meno;  e  perchè 
il  giorno  stesso  in  cui  cade  la  fie- 
ra non  si  piofanasse,  ma  si  santi- 
ficasse colla  divozione,  fu  stabilito 
che  in  esso  o  altra  festa  occorren- 
te, non  si  espongano  pubblicamen- 
te le  merci,  come  costumavasi  pri- 
ma di  fare  nella  fiera  dell'Ascen- 
sione in  Venezia,  e  di  s.  Antonio 
in  Padova,  ed  altrove ,  ove  dura- 
no   quindici  giorni   dopo   le  feste. 

Fu  talvolta  dato  il  nome  di 
messa  alle  fiere ,  perchè  tenevano 
ne'  giorni  festivi  ,  dove  il  popolo 
accorrerà  in  folla  per  ascollare  la 
santa  messa;  per  cui  alcuni  cre- 
dettero da  ciò  una  probabile  ori- 
gine alle  fiere.  Quando  eranvi  le 
reliquie  di  un  santo  in  un  dato 
luogo ,  il  popolo  vi  accorreva  per 
onorarle  nel  giorno  di  sua  festa; 
e  siccome  il  concorso  era  grande, 
cosi  vi  andavano  anche  moltissime 
persone,  le  quali  portavano  seco 
tuttociò    che    è    necessario  per   vi- 


244  FIE 

vere,  e  l'esponevano  in  vendita  vi- 
cino alle  chiese.  Ne  venne  quindi 
il  nome  di  feria  o  di  festa,  e 
quello  di  messa  che  fu  talvolta  da- 
to alle  fiere,  perchè  non  tenevansi 
che  in  occasione  della  festa,  e  per- 
chè si  ascoltava  la  santa  messa, 
che  n'  era  la  principale  e  la  più 
solenne  azione.  Gli  ahusi  che  s'in- 
trodussero ben  tosto  in  quelle  fe- 
ste obbligarono  le  autorità  eccle- 
siastiche e  secolari ,  o  a  sopprime- 
re le  feste  medesime,  o  a  proibire 
che  vi  si  tenessero  in  tale  occa- 
sione fiere  o  mercati.  Benedetto 
XIV  colla  costituzione  Ab  eo  tem- 
pore, data  a'  5  novembre  174^, 
Bull..  Maga.  toni.  XVI,  p.  220, 
diretta  a'  vescovi  dello  stato  eccle- 
siastico, dopo  avere  eruditamente 
trattato  delle  fiere,  cioè  di  quelle 
che  si  fanno  di  rado,  e  di  merci 
ricche,  e  dei  mercati  che  si  fanno 
ogni  settimana  colle  cose  minute 
per  le  necessità  giornaliere,  e  del- 
la divozione  similmente  con  cui 
si  devono  celebrare  i  giorni  festi- 
vi, la  diminuzione  de'  quali,  come 
abbiamo  detto  all'  articolo  Festa 
{Vedi),  Urbano  VII!  riserbò  alla 
Sede  apostolica,  esortò  con  grande 
impegno  detti  prelati  a  levare  le 
fiere  nei  giorni  festivi,  od  almeno 
di  prescrivere  la  chiusura  delle 
botteghe  prima  di  pranzo  e  qual- 
che tempo  dopo,  nelle  ore  cioè 
in   cui  celebratisi  i  divini    uffici. 

11  Muratori  parla  delle  fiere  ch'e- 
rano in  uso  ancora  nei  secoli  bar- 
barici ,  nella  XXX  delle  Disser- 
tazioni sopra  le  antichità  italia- 
ne. Discorrendo  dunque  de'  mercati 
e  della  mercatura  de'secoli  rozzi, 
dice  rapporto  alle  Nundine  o  Fiere 
o  mercati  più.  solenni  stabiliti  da- 
gli antichi  in  uno  o  più  giorni 
fissi  dell'anno,  che  seguitò  tal  nome 


PIE 

presso  i  cristiani,  perchè  anch'essi 
cominciarono  a  tenere  queste  pub- 
bliche adunanze  pel  traffico  nei 
giorni  feriali  di  qualche  santo,  e 
sino  nelle  domeniche;  costume  per 
altro  poco  lodevole,  che  non  si  è 
mai  potuto  sminuire,  non  che 
sradicare  in  Italia.  Oltre  ad  alcu- 
ni concili,  anche  Carlo  Magno  nel- 
la legge  i4o  fra  le  longobardiche, 
affinchè  non  si  pregiudicasse  alla 
venerazione  della  domenica,  ordinò, 
ut  mercala  et  piacila  a  comitibus 
ilio  die  prohìberentur.  Cos'i  Lodo- 
vico II  imperatore  nella  giunta  II 
alle  leggi  longobardiche,  comandò, 
ut  omnis  homo  nullas  audeat  opc- 
raliones ,  mercationesque  peragerc, 
praeter  in  cibalibus  rebus  prò  itine- 
rantibus.  Quindi  il  medesimo  Mu- 
ratori riporta  vari  esempi  della  ce- 
lebrazione delle  fiere,  con  altre  ana- 
loghe ed  erudite  notizie.  La  più  an- 
tica fiera  in  Francia  è  quella  detta 
Laudi,  la  quale  secondo  le  crona- 
che del  IX  secolo  fu  stabilita  in 
Aquisgrana  da  Carlo  Magno,  e  tra- 
sferita da  Carlo  il  Calvo  a  s.  Dio- 
nigio.  Delle  principali  fiere  di  Eu- 
ropa e  di  America,  il  Monti  ne 
fa  menzione  a  pag.  1  1  e  seg.  E- 
gli  ci  fa  osservare  che  le  provvide 
leggi  e  misure  de'  cardinali  camer- 
lenghi di  s.  Chiesa,  e  lo  zelo  ed 
intelligenza  de'  prelati  tesorieri  in 
secondarle,  non  lasciarono  di  pen- 
sare, che  il  pubblico  ed  il  com- 
mercio avessero  un  facile  esito  delle 
industrie  nazionali,  e  stabilirono 
perciò  nello  stato  pontifìcio  de'luo- 
ghi  centrali,  dove  in  diversi  tem- 
pi dell'anno  colla  celebrazione  di 
una  fiera  potessero  avere  un  pron- 
to e  sicuro  smercio,  somministran- 
do cosi  il  comodo  a  quelle  popo- 
lazioni, che  lontane  dalla  capitale 
e  pur   talvolta    dalle   città   provin- 


FIE 

ciali  dello  stato,  non  possono  con 
alcuno  commerciare  direttamente, 
e  che  si  affaticano  nell'  anno  alla 
coltura  de'campi,  alle  piccole  bas- 
se manifatture,  per  venderle  e  con- 
cambiarle con  altri  generi,  anche 
di  estera  provenienza,  di  loro  uso 
e  bisogno,  ciò  che  non  avrebbero 
potuto  ottenere  senza  grave  loro 
dispendio  ed  incomodo  ,  se  perso- 
nalmente, o  per  mezzo  de' loro  a- 
genti  avessero  dovuto  vendere  od 
acquistare.    /''.Dogane  pontificie. 

Tali  viste  ebbero  quasi  tutti  i 
sovrani  d'Italia  e  d'Europa,  che 
ammisero  e  protessero  nei  loro 
slati  le  fiere  ed  i  giornalieri  mer- 
cati per  facilitare  le  vendite  delle 
manifatture  nazionali,  per  cambiar- 
le colle  estere,  per  provvedere  con 
facili  mezzi  al  pubblico  bisogno. 
Conobbero,  che  rilasciando  alquan- 
to di  rigore  de' loro  diritti,  veniva- 
no più  compensati  dall'accrescimen- 
to del  commercio,  del  consumo,  e 
che  avrebbero  veduto  in  breve 
tempo  molte  loro  città  arricchite, 
ingrandite  ed  abbellite  colla  con- 
cessione delle  fiere  e  mercati  pri- 
vilegiati. I  mercati  che  in  gran  nu- 
mero sotto  nome  di  fiera  sono  nel- 
l'anno fissati,  nelle  circostanze  me- 
morate, in  moltissime  città  e  luo- 
ghi dello  stato  ecclesiastico,  della 
brevissima  durata  di  un  giorno  o 
due,  nei  quali  il  maggior  commer- 
cio è  di  bestiami,  colla  riunione 
di  pochi  mereiai  vaganti,  non  go- 
dono che  la  sola  esenzione  dei  da- 
zi comunitativi,  e  non  presentano 
alcun  soggetto  di  special  menzio- 
ne. Interessanti  notizie  però  ci 
porgono  le  altre,  che  franche,  o 
col  privilegio  dell'  assegna  si  cele- 
brano in  Ascoli,  in  Cesena,  in 
Faenza,  in  Fermo,  in  Lugo,  in  Ra- 
venna, in    Viterbo,   e  quella   cele- 


FIE  *45 

bralissima  di  Senigallia  o  Sinigaglia, 
delle  quali  tutte  eruditamente  ne  trat- 
ta il  lodato  Monti,  che  fu  per  molti 
anni  direttore  generale  delle  fiere 
dello  stato  pontificio,  nel  citato  o- 
puscolo  ove  discorre  della  utilità 
delle  medesime,  dei  privilegi  ad 
esse  individualmente  accordati  dai 
sommi  Pontefici,  del  giorno  e  du- 
rata della  loro  celebrazione  ec.  Ne 
va  taciuto  che  due  altre  fiere  an- 
cora di  qualche  considerazione  in 
addietro  si  facevano  a  Recanati, 
e  a  Farfa;  ma  nella  prima,  per- 
chè cadendo  in  gennaio,  tempo  as- 
sai rigido  in  quel  luogo,  spesso  ri- 
coperto di  neve,  a  poco  a  poco 
venne  a  cessare  il  concorso  de'coro- 
pratori  e  venditori  ;  l'altra  per  es- 
sere quasi  distrutto  il  locale  dove 
si  celebrava,  si  sono  abbandonate 
da  molto  tempo.  Le  principali  fie- 
re delle  città  e  luoghi  dello  sta- 
to ecclesiastico  sono  indicate  a'ri- 
spettivi  luoghi,  dal  eh.  Castellano 
nel  suo  Specchio  geografico,  o  sia 
lo  stato  pontificio,  e  dal  eh.  Calin- 
dri,  nel  Saggio  statistico  storico  del 
pontificio  stato.  Delle  leggi  poi  ge- 
nerali e  parziali  ,  regolamenti  e 
provvidenze  sulle  fiere  de'dominii 
della  santa  Sede,  massime  della 
fiera  di  Sinigaglia  {Vedi)s  se  ne 
ha  una  raccolta  in  quella  delle 
Leggi  e  disposizioni  di  pubblica 
amministrazione  ,  riportandosi  al 
voi.  II,  pag.  61  del  i834,  la 
riattivazione,  trasferimenti ,  limita- 
zioni e  nuove  concessioni  di  fiere 
nei  diversi  comuni  dello  stato  pa- 
pale, concesse  dal  cardinal  camer- 
lengo, coli 'approvazione  del  Ponte- 
fice. Monsignor  Paolo  Vergani  com- 
pilò il  libro  intitolato:  Della  im- 
portanza, e  dei  pregi  del  nuovo 
sistema  di  finanza  dello  stalo  pon- 
tificio, Roma  i8i4;  ed  ileav.  Gioac- 


246  F I  E 

chino  Mouli,  Manuale  di  legge 
organica  ossia  istruzione  ad  uso 
degli  impiegali  delle  dogane  dello 
stato  ecclesiastico,  Roma  i832.  Nel- 
le annuali  Notizie  di  Roma,  per 
ordine  alfabetico  sono  riportate  le 
fiere  principali  dello  stato  ponti- 
ficio. 

FIESCHI.  Famiglia  nobilissima 
ed  antichissima ,  una  delle  quattri» 
principali  di  Genova.  Essa  discende 
secondo  alcuni  dalla  casa  ducale  di 
Borgogna  ,  la  quale  ebbe  per  ceppo 
la  reale  di  Francia.  Altri  con  Paolo 
Panza,  che  scrisse  la  vita  d'Inno- 
cenzo IV,  vogliono  che  tre  principi 
della  sovrana  casa  di  Baviera  passa- 
ti fossero  in  Italia  nel  cominciamen- 
to  del  secolo  XI,  e  che  avendo  avu- 
ta l'incombenza  di  conservare  il  fi- 
sco imperiale,  furono  denominati  del 
Fisco,  Fiesco,  poscia  Fieschi.  Uno  di 
essi  chiamato  Urea  passò  in  Ispagna, 
il  secondo  die  1'  origine  alla  nobile 
famiglia  degli  Obizi,  ed  il  terzo  no- 
mato Roboaldo  rimase  in  Italia,  vi 
si  stabilì,  e  comprò  dai  genovesi  la 
contea  di  Lavagna  negli  Apennini, 
ricca  di  miniere  di  lavagna  nera, 
donde  ne  trasse  il  nome.  Roboaldo 
inoltre  acquistò  altri  stati  in  nume- 
ro di  centoquindici  fra  terre  e  ca- 
stella, e  con  molto  coraggio  e  va- 
lore servi  nel  1 060  i  genovesi  contro 
i  pisani,  e  nel  1068  comandando  an- 
cora le  loro  truppe  in  qualità  di  ge- 
nerale, ebbe  da  essi  particolari  privi- 
legi, ad  altri  giammai  per  l'addietro 
concessi.  Per  molti  secoli  i  signori  dei 
Fieschi  furono  non  meno  conti  sovra- 
ni di  Lavagna,  che  signori  di  molti 
altri  feudi  in  Italia,  mentre  nel  1276 
Nicolò  Fieschi  vendè  alla  repubbli- 
ca di  Genova  cinquantuno  tra  ter- 
re e  castella.  Già  sino  dal  1 198  i 
Fieschi,  che  quarant'anni  prima  e- 
rano  stati    investiti  dall'  imperatore 


i  i  E 

Federico  I  della  contea  di  Lavagna, 
avevano  ceduto  la  medesima,  ritenen- 
done il  titolo,  ed  ebbero  in  ricompen- 
sa annuo  pecuniario  censo,  franchi- 
gia perpetua ,  ed  altri  privilegi  e 
prerogative.  I  Fieschi  furono  inol- 
tre vicari  perpetui  dell'imperio,  per 
concessione  di  Guglielmo  di  Bavie- 
ra conte  di  Olanda  e  re  de'  roma- 
ni nel  1249,  insieme  al  privilegio 
di  battere  moneta  :  il  Vettori  nel 
suo  Fiorino  d'oro  illustralo,  a  pag. 
261  e  263  riporta  le  notizie  del- 
le monete  intagliate  di  Lodovico  e 
Luca  Fieschi ,  conti  di  Lavagna  , 
coli'  incisioni  di  due  monete,  ove 
da  un  lato  si  veggono  i  loro  ri- 
tratti col  nome  in  giro,  e  nel  ro- 
vescio s.  Leone  martire  sedente  e 
colla  palma  in  mano,  e  l'aquila 
parte  dello  stemma  de'  Fieschi. 

Parlando  il  Federici  nel  Trat- 
tato della  famiglia  Fiesca,  a  pag. 
1 7  e  seg.,  dell'arme,  cognome  e  ci- 
miero della  famiglia  Fiesca,  dice 
che  ammettendosi  l' origine  stabile 
de'  cognomi  ed  arme  gentilizie  dal- 
l' imperatore  Federico  I,  secondo 
il  parere  di  alcuni,  quel  principe 
per  conoscere  meglio  e  segnalare  i 
propri  seguaci  e  fautori,  dagli  al- 
tri a  lui  contrari,  concesse  le  im- 
prese gentilizie  ereditarie,  restando 
loro  ereditario  anche  il  cognome  ac- 
cidentale che  per  lo  più  era  per- 
sonale, o  preso  dalle  terre  che  si 
possedevano,  ec.  L' imperatore  a- 
vendo  conceduto  gli  stemmi  con  va- 
ri colori  o  corpi  d'animali,  secon- 
do le  divise  e  beneplacito  che  cre- 
deva accordare.  In  tal  modo  quelli 
che  non  seguivano  la  parte  impe- 
riale furono  in  certo  modo  obbli- 
gati ad  adottare  insegne  stabili  e 
colori  diversi  per  farsi  conoscere 
per  guelfi  seguaci  del  Papa,  usan- 
do l'aquila    rossa   principalmente, 


FIE 

mentre    gì'  imperiali    o    ghibellini 
usavano  per  istemma    l'aquila  ne- 
ra :  questa  distinzione    la    si    ebbe 
pure  per  le  sbarre  o  liste,  insegna 
riputata  dagli    scrittori    araldici    e 
dei  blasoni,  per  la  più  antica,  come 
più  semplice  d'ogni    altra  ;    la    di- 
stinzione consisteva,    che    gl'impe- 
riali   o    ghibellini    ponevano    nelle 
loro  targhe  le  sbarre  o  liste  dritte 
e  perpendicolari,  i  papalini  o  guel- 
fi le  ponevano  a  traverso.    La  fa- 
miglia Fieschi  usando  appunto  del- 
l' aquila  imperiale   con    due    teste, 
porta  nel  campo   tre  sbarre  a  tra- 
verso, che  in  tal  modo   rivolse  per 
la  ribellione  dell'  imperatore  Fede- 
rico   II,    contro    Innocenzo    IV  di 
loro  famiglia,  essendo  le  tre  sbar- 
re concesse  da  Federico   I  azzurre 
in  argento,  come  colori  a  lui  assai 
grati.  Fu  in  questa  circostanza  che 
il  Federici  opina    che    la    famiglia 
Fiesca  da  ghibellini  si  fecero    capi 
dei  guelfi,  e  fa  notare  che    i  Fie- 
schi ad  onta    dei    loro    nobilissimi 
parentati    con    case    sovrane ,    mai 
variarono  l'antico  stemma,  i  colori 
azzurro    e    bianco,  ed   il   cimiero, 
perchè  questo  anticamente  non  era 
concesso  usarsi  per  istemma  che  da 
poche  primarie    famiglie.    Il    ramo 
Fieschi     de'  signori     di    Savignone 
usò  sempre    il    gatto ,    ed  il   ramo 
dei  Torriglia  il  dragone,  ambedue 
animali    significanti    parte    guelfa , 
perchè  i  gatti  quasi  cati  sono  sim- 
bolo della  casa  di  Baviera  che  in 
Germania  si  tiene  che  fosse  il  ca- 
po della  fazione  guelfa,  e  forse  l'o- 
rigine del  nome  guelfo,  ed  il  dra- 
gone fu  preso  particolarmente  dai 
Pontefici   pei  loro  seguaci,  a  diffe- 
renza dell'aquila  imperiale.    Si   os- 
serva  inoltre  dal  Federici ,    che  in 
occasione  di  vittorie  o  acclamazio- 
ni popolari  pei  Fieschi,    si    diceva 


FJ  li  247 

viva  il  gatto,  alludendo  al  cimiero 
loro,  nel  quale  si  legge  il  motto  : 
sedens  ago,  simbolo  della  sapienza 
operatrice  più  con  l'intelletto,  che 
con  le  azioni.  Sovrasta  inoltre  allo 
stemma  dei  Fieschi  l' insegna  an- 
tichissima della  Chiesa  romana  , 
consistente  nel  padiglione  fra  due 
chiavi  incrociate. 

Goderono  i  Fieschi  il  marescialla- 
to di  Francia',  datogli  dal  res.  Luigi 
IX, il  generalato  de'milanesij  illuogo- 
tenentato  supremo  della  repubblica 
di  Genova,  il  vice-regnato  di  Na- 
poli pel  re  Renato  d'  Angiò ,  e  la 
preminenza  di  sedere  il  maggior  na- 
to sopra  gli  anziani  di  Genova  ap- 
presso il  doge,  per  decreto  di  quel 
senato  emanato  nel  i438.  Antonio 
Fiesco  figlio  di  Benedetto  ebbe  dal- 
l' imperatore  Carlo  IV,  insieme  ai 
suoi  fratelli,  il  privilegio  di  creare 
conti  palatini,  e  di  battere  mone- 
te, venne  dichiarato  consigliere  per- 
petuo dell'imperatore,  e  con  fran- 
chigia perpetua  delle  sue  terre  nel 
1  369,  concessioni  che  confermò  poi 
l' imperatore  Sigismondo.  Lodovico 
Fiesco  figlio  del  magnifico  Antonio 
fu  investito  dei  nobilissimi  feudi  di 
Masserano  e  di  Crevacour,  ed  a- 
nalogamente  a  quanto  fu  praticato 
dai  suoi  maggiori,  e  confermato  da 
diversi  imperatori,  fece  battere  mo- 
nete d'oro  e  d'argento  e  altro  me- 
tallo, con  la  di  lui  effigie  ed  iscri- 
zione. 

Questa  illustre  e  celebre  fami- 
glia s' imparentò  con  molte  case  so- 
vrane di  primo  rango,  come  colle 
famiglie  di  Savoia,  di  Este,  di  Mon- 
ferrato, Visconti,  Gonzaga,  Corsini, 
ed  altre:  un  ramo  di  questa  fami- 
glia è  quella  dei  Ravaschieri.  Eb- 
be due  Pontefici  romani,  molti  car- 
dinali di  santa  Chiesa,  più  di  quat- 
trocentosei tra  arcivescovi,   vescovi 


248  FIE 

e  protonotari  apostolici  che  concor- 
sero   al    lustro    di    Roma    e    della 
santa  Sede;   non  che  diversi  gene- 
rali e  valorosi  guerrieri,  letterati,  ed 
altri  di  cui   molti    scrittori  parlano 
con  elogio.  I  due  Papi  sono  Innocen- 
zo IV,  e  Adriano  V.  Sinibaldo  Fie- 
schi,  figlio  di  Ugone  Fiesco  prefet- 
to del  fisco  imperiale,  fu   da  Gre- 
gorio IX  fatto  cardinale  nelP  anno 
1227,    quindi  col   nome    d'Inno- 
cenzo IV  nell'anno    1^43   fu  creato 
Pontefice:  dotato    delle    più    belle 
virtù,  fu  dottissimo  nella  giurispru- 
denza ,  e  però  chiamato  padre  del 
diritto,  e  monarca  delle  divine  ed 
umane  leggi.   V.  Innocenzo  IV.  Be- 
nevolo coi  parenti ,    ad  ornamento 
del    sagro   collegio   vi  ammise  due 
nipoti:  nel    1244    Guglielmo    Fie- 
schi (  Vedi)  ,   diacono   cardinale  di 
s.  Eustachio;   e  nel  1253  Ottobono 
Fieschi,  figlio   di    Tedisio,    diacono 
cardinale  di  s.     Adriano,    protetto- 
re   dell'ordine     de' servi    di    Maria, 
ed    arciprete  della  basilica  Liberia- 
na; il   quale    per  mezzo   delle    ar- 
mi dei  genovesi  e   dei  guelfi  restituì 
alla   libertà   Tommaso  Amadeo ,  e 
Lodovico  figliuoli  del  principe  Tom- 
maso Fieschi  ingiustamente  impri- 
gionati. Dopo  la  legazione  d'Inghil- 
terra  Urbano  IV   lo  incaricò   della 
prefettura  di  Perugia,   e  delle  circo- 
stanti terre,  dove  pubblicò   la  cro- 
ciata contro  Manfredi ,  ed  altri  ne- 
mici della  Chiesa.  Clemente   IV  lo 
rispedì  in   Inghilterra   per  legato , 
colla  qual  dignità    celebrò  i  concili 
di   Vestminster    e  di    Nortampton  , 
contro  il  conte  di  Lyncester   e  suoi 
fautori,  scomunicando  Gilberto  con- 
te di   Glocester ,  uno  de'  principali 
ribelli    d' Inghilterra.    Sottopose  la 
città    di    Londra  e  i   luoghi   vicini 
all'  interdetto j  ed  eccitò  gl'inglesi  a 
prendere  le  armi  contro  i  saraceni, 


FIE 

e  dopo  essere  stato  a  visitare  il  san- 
tuario di  Compostella,  convocò  in 
Londra  un  copioso  concilio  di  ve- 
scovi di  Scozia  e  d'Irlanda,  ed  ivi 
die  la  croce  a  Odoardo  ed  Edmon- 
do figli  del  re  Enrico  III  per  la 
spedizione  di  Terra  Santa,  in  favo- 
re della  quale  stabilì  la  pace  tra  il 
re  di  Sicilia  Carlo  I  d'Angiò,  e  la 
repubblica  di  Genova.  Sul  colle 
Esquilino  di  Roma,  e  presso  la  ba- 
silica Liberiana  di  s.  Maria  Mag- 
giore, fondò  un  monistero  di  sagre 
vergini  dell'ordine  di  s.  Damiano, 
che  dedicò  all'apostolo  sant'Andrea, 
e  dopo  essere  intervenuto  ai  sagri 
comizi  per  Alessandro  IV,  Urbano 

IV,  Clemente  IV,  Gregorio  X  ,  ed 
Innocenzo  V,  nel  1276  fu  subli- 
mato al  pontificato,  e  prese  il  no- 
me di  Adriano  V,  in  memoria  del 
santo  cui  era  dedicata  la  sua  dia- 
conia. V.   Adriano  V. 

Gli    altri  cardinali   sono  :    Luca 
Fieschi  (Fedi),  nipote  di   Adriano 

V,  da  Bonifacio  Vili  nel  1298  crea- 
to diacono  cardinale  di  s.  Maria  io 
Via  Lata.  Giovanni  Fieschi  (Vedi), 
fatto  cardinale  da  Gregorio  XI  nel 
1375.  Lodovico  Fieschi  (Vedi),  dia- 
cono cardinale  di  s.  Adriano,  fatto 
da  Urbano  VI  nel  1 38  1 .  Giorgio 
Fieschi  (Vedi),  promosso  da  Euge- 
nio IV  nel  i439  a  cardinale  prete 
di  s.  Anastasia.  Nicolò  Fieschi  (Ve- 
di), fratello  di  s.  Caterina  Fieschi 
Adorno  detta  anche  Caterinetta , 
creato  prete  cardinale  di  s.  Prisca 
da  Alessandro  VI  nell'anno  i5o3. 
Lorenzo  Fieschi  (Vedi),  arcivescovo 
di  Genova  sua  patria,  da  Clemen- 
te XI  nel  1706  fatto  cardinale  pre- 
te di  s.  Maria  della  Pace.  Il  regnan- 
te Pontefice  Gregorio  XVI,  dopo 
aver  meritevolmente  promosso  mon- 
signor Adriano  Fieschi,  nato  in  Ge- 
nova de*  conti  di  Lavagna  e  s.  Va- 


F1E 

lentino,  già  delegato  apostolico  di 
varie  provincie  pontificie,  a  suo 
maestro  di  camera  ,  e  quindi  alla 
cospicua  carica  di  suo  maggiordo- 
mo prefetto  dei  sagri  palazzi  apo- 
stolici, nel  concistoro  dei  23  giu- 
gno lo  creò  cardinale,  e  poi  in 
quello  de' 14  settembre  1 838  Io 
pubblicò,  conferendogli  per  diaco- 
nia la  chiesa  di  santa  Maria  in 
Portico,  donde  poi  passò  a  quella 
di  s.  Maria  ad  Martyres.  Qui  pe- 
rò noteremo  cbe  il  Federici  a  pag. 
44  narra  ,  che  Ottobono  Fieseo, 
figlio  di  Gio.  Luigi  il  Grande,  ve- 
scovo di  Mondovi  e  prelato  di  gran 
splendore,  meritò  di  essere  eletto 
cardinale  da  Giulio  II,  per  cui  ri- 
cevè questi  i  ringraziamenti  dagli 
ambasciatori  della  repubblica  di 
Genova;  ma  la  morte  impedì  ad 
Ottobono  fruire  della  dignità  car- 
dinalizia. Quindi  a  pag.  67  parla 
d'un  Nicolò  Fieseo  detto  cardinale, 
conte  di  Lavagna,  ambasciatore  al 
re  d'Aragona  nel  1827,  indi  al 
re  di  Cipro,  ed  al  re  Roberto  per 
la  pace  che  si  conchiuse  coi  ghi- 
bellini nel  1  33  1 .  Ma  cresce  la  gloria 
di  questa  famiglia,  coll'aver  prodot- 
to il  beato  Bonifacio  Fieschi  dell'or- 
dine de' predicatori,  morto  nel  1  294, 
e  s.  Caterina  di  Genova  (Fedi),  fi- 
glia di  Giacomo  Fieschi  già  viceré 
di  Napoli  ,  e  di  Franceschetta  fi- 
gliuola di  Sigismondo  di  Negro,  e 
moglie  di  Giuliano  Adorno  ;  non 
che  la  beata  Tommasa  Fieschi,  imi- 
tatrice di  s.  Caterina  ,  monaca  do- 
menicana nel  monistero  di  s.  Sil- 
vestro di  Genova  dopo  la  morte 
del  marito,  che  terminò  santamente 
i  suoi  giorni  nel  i534-  S.Caterina 
lasciò  due  libri  di  Dialoghi  che  di- 
mostrano il  suo  ardente  amore  ver- 
so Dio. 

In  progresso  di  tempo  i  potenti 


FI  E  *49 

Fieschi  unitamente  ai  Grimaldi,  al- 
tra famiglia  nobilissima  ed  una  del- 
le quattro  primarie  di  Genova,  co- 
me la  Doria  e  la  Spinola,  si  uniro- 
no al  partito  guelfo,  mentre  i  Do- 
ria e'  gli  Spinola  tennero  le  parti 
de'  ghibellini.  La  loro  rivalità  susci- 
tò frequenti  guerre  nella  repubblica 
di  Genova  dall'  XI  secolo  fino  al 
anno  1 54?»  in  cui  riuscita  a  male 
la  congiura  di  Gio.  Luigi  Fieschi 
conte  di  Lavagna  (nel  littorale  di 
Luni  vi  è  un  lungo  tratto  di  paese 
detto  Fieschi ,  appunto  perchè  da 
lungo  tempo  appartiene  ai  conti  Fie- 
schi di  Lavagna)  contro  i  Doria,  fu 
obbligato  il  ramo  maggiore  di  essa 
famiglia  di  abbandonare  Genova  e 
passare  in  Francia,  rimanendo  in  pa- 
tria il  ramo  cadetto;  la  congiura  di 
Gio.  Luigi  tendeva  a  disfarsi  del 
celebre  ammiraglio  Andrea  Doria,  e 
del  suo  nipote  Giannettino  coman- 
dante le  galere  della  flotta  genove- 
se, e  al  dire  di  alcuni,  farsi  sovra- 
no di  Genova,  con  l'espulsione  o  l'e- 
sterminio  della  nobiltà,  ciò  che  me- 
glio diremo  in  appresso.  Il  Fie- 
schi si  co  11  ego  con  Pier  Luigi  Far- 
nese duca  di  Parma,  ed  in  un  a 
certo  Gio.  Battista  Verrina,  ed  ai 
suoi  fratelli  Ottobono  e  Girolamo 
Fieschi,  la  notte  del  1  gennaio  i547 
tentò  di  effettuare  il  suo  disegno  con 
molti  congiurati.  In  principio  la  tra- 
ma ebbe  buon  successo,  Giannetti- 
no Doria  fu  trucidato,  mentre  An- 
drea scampò  colla  fuga,  entrò  quin- 
di il  Fieschi  per  sorpresa  nel  por- 
to, ma  montando  egli  per  un  pon- 
te angusto  sul  suo  vascello ,  cadde 
in  mare;  le  armi  pesanti,  delle  qua- 
li era  coperto,  andare  il  fecero  im- 
mediatamente a  fondo,  senza  che  i 
compagni  se  ne  avvedessero,  e  restò 
morto.  Mancando  i  congiurati  di 
direzione    e  di  guida,  si  raffredda- 


%5q  F1E 

rono,  restarono  perplessi,  e  nel  far- 
si giorno  si  ritirarono  a  Montobbio 
per  trattare  col  senato,  il  quale  in- 
vece li  imprigionò,  e  molti  fece  mo- 
rire con  differenti  supplizi.  Il  palaz- 
zo del  Fi eschi  fu  spianato,  e  la  sua 
famiglia  bandita  da  Genova  sino  al- 
la quinta  generazione,  onde  spoglia- 
la de'  beni  si  rifugiò  nel  detto  re- 
gno di  Francia.  Dopo  cento  qua- 
rant'anni  di  esilio,  ad  istanza  del 
re  Luigi  XIV,  nel  i685  i  Fieschi 
ritornarono  in  Genova,  e  furono 
reintegrali  nelle  loro  possidenze  già 
interamente  confiscate.  La  storia 
della  congiura  di  Fieschi  è  stata 
scritta  in  italiano  da  Agostino  Ma- 
scardi, e  stampata  in  Anversa  nel 
1629:  il  Fontenay  la  tradusse  in 
francese,  e  cosi  fu  pubblicata  a  Pa- 
rigi nel  1639. 

Il  Mascardi  che  ha  scritto  la  sto- 
ria della  Congiura  de'  Fieschi  nel 
1629,  e  che  si  mostra  avverso  e 
sospetto  al  conte  Gio.  Luigi  de' 
Fieschi  (  o  Fiesco  ) ,  non  lascia  di 
riferire  in  onore  della  verità  che 
il  Giannettino  Doria  era  orgoglio- 
so, e  che  nella  sua  naturale  alte- 
rezza erasi  insuperbito  per  la  glo- 
ria dello  zio,  ne  curava  di  acqui- 
starsi colla  cortesia  gli  animi,  ne 
per  la  ostentazione  delle  sue  forze 
la  benevolenza  della  sua  patria, 
ed  era  perciò  in  odio  della  fazio- 
ne popolare,  nonché  della  gioven- 
tù, nobile,  che  lo  seguiva  mossa 
dalle  illusioni  di  un  utile  che  po- 
teva dalla  sua  potenza  sperare,  ma 
non  lo  amava  sinceramente  per  le 
sue  maniere  fastose.  Ben  anche  col 
conte  Gio.  Luigi  usava  termini  con- 
tumaci e  alteri,  da'  quali  questi  irri- 
tato volle  far  credere  non  aver  bi- 
sogno di  lui  colla  compra  che  fece 
di  quattro  galere  dal  duca  di  Pia- 
cenza, e  Culla  riunione  di  altre  forze. 


FI  E 

Acceso   sempre    di    ardore    guelfo, 
e  intrepido  sostenitore  dell'onore  e 
degli   interessi    della    Sede   apostoli- 
ca,  mal  solfriva  che  Andrea  Doria 
fosse  entrato  in  odiose  gare    anche 
personali  col    Pontefice  Paolo  HI, 
e  che    in     fine    per    vendicare     le 
ingiurie  sue    proprie  si   fosse  teme- 
rariamente   impadronito    delle    ga- 
lere   del    Papa,    e    le  avesse    tra- 
dotte prigioniere  in  Genova,  e  seb- 
bene dopo  pochi    giorni  restituite, 
non  si  crede   che  fosse    sopito  an- 
cora l'ardore  suo  vendicativo,  ma 
vi   fosse    spinto  da    sagace    intendi- 
mento per  non  accendere  una  fiam- 
ma che  non  si  sarebbe  per  avven- 
tura   estinta    senza    lo  spargimento 
di  gran  sangue.  Questi  avvenimen- 
ti sommariamente  enunciati  furono 
la   vera  cagione  della  famosa  con- 
giura del  conte  Gio.  Luigi  de' Fie- 
schi, attesoché  la  potenza  del  Do- 
ria ,    e  di  suo    nipote    Giannettino 
(poi   figlio  adottivo),  di  natura  fe- 
roce, faceva  presagire    al  conte,  e 
ai   molti  suoi  aderenti  nobili    e  po- 
polari  un  assoluto  potere  a  danno 
della  patria.  Rifletteva  nella  eleva- 
tezza delle  sue  idee ,   e  colla  forza 
dell'animo  suo  ardito    e  intrapren- 
dente, che  nelle  città  libere  arreca 
sovente    un    incredibil    danno    alle 
cose  pubbliche    la    maggioranza  di 
alcuni  cittadini  eminenti,  quantun- 
que   virtuosi  e  discreti.    Non  sem- 
bra   dunque,  al    dire    dello    stesso 
Mascardi,  che  il  conte  di  Lavagna 
volesse  farsi  sovrano  di  Genova  col- 
la espulsione    o    l' esterminio  della 
nobiltà,  anzi  desideroso  di  restitui- 
re alla    repubblica   l'antica  libertà 
e  l'usata  dolcezza  del  suo  governo, 
esclamava  nel  cimento:  o  capitano 
o    soldato    che  mi   vogliale  per  la 
mia  parte  vi  seguo    se  mi  precor- 
rete, seguitemi  se  vi  precorro. 


^    F1E 
Prima  di  questo  tempo  i  due  fratelli 
Ibleto  e  Giovanni  Fieschi  ebbero  nel 
secolo  XV   molta  parte  nelle  guerre 
civili  tra  gli  Adorni  ed  i  Fregosi,  mas- 
sime sotto  Paolo  Fregoso  arcivescovo 
e  doge  di  Genova,  in  pareccbie  ripre- 
se dal  1462   al  1468,  il  quale  es- 
sendo stato  creato  cardinale  da  Si- 
sto IV,  lo  costrinsero   poscia  di  ri- 
nunziare al  potere,  e  di  ritirarsi  in 
Roma.   Va  pure  qui  notato  che  ai 
24  novembre  1  658  la  famiglia  Fie- 
schi   donò  alla  santa   Sede  il  prin- 
cipato di  Masserano,  ed  il  marche- 
sato di  Crevacour,  ciò  che  ricevette 
Alessandro   VII  col    disposto   della 
costituzione  Cum  sicut,  che  si  legge 
nel  Bull.  Rom.  tom.  VI,  par.  Y,  p.  1. 
Abbiamo   un    Flavio    Fieschi    nato 
in  Cosenza,  della  famiglia  oriunda 
da  Genova,  che  fiori  circa  il  X\  li 
secolo,  il  quale  scrisse  diverse  opere 
riportate  in  buona   parte  da  Miche- 
le  Giustiniani   negli  Scrittori  liguri. 
Federico  Federici  ci  ha  dato  la  Ge- 
nealogia o  Trattalo  della  famiglia 
Fiesca,    stampato    in   Genova    per 
Giovanni    Malia     Faroni.     Pompi- 
lio Totti,  nel  Ritratto  di  Roma  mo- 
derna, p.  228,    dice  che  il  palaz- 
zo   del    duca    di    Sora    nipote    di 
Gregorio  XIII,  che  diede  il  nome 
alla  piazza  presso  di  quella  a  s.  Ma- 
ria in  Vallicella,  era  dei  Fieschi  con- 
ti di  Lavagna,  del  quale  scrisse  l'Al- 
bertino: »  Et  domus  cum  Turri  de 
»  Flisco,    apud    Puteum    Album  , 
«  quam    Urbanus    Lavaniae  comes 
»  fundavit,  postremo  vero  a  >ico- 
«  lao  Lavaniae  coruite  card,  de  Fli- 
»  sco  ampliata  est,  ac  variis  pictu- 
»  vis  decorata".  11  citato  Federici 
dà  per    fondatore    di    questo  gran 
palazzo,  il  celebre  cardinal    Nicolò 
Fiesco,  che  morendo  nel    i524   Io 
lasciò    alla  sua    famiglia    vincolato 
per  fidecomoiesso  perpetuo. 


FIE  a5i 

FIESCHI   Sinibìldo,   Cardinale. 
F.   Iwocenzo  IV,  Papa. 

FIESCHI  Guglielmo,  Cardinale. 
Guglielmo    Fieschi  ,    genovese    dei 
conti  di  Lavagna,  nipote  di   Inno- 
cenzo IV,   dal  quale    a'  28  maggio 
1244  fa   creato  in  Roma  cardina- 
le dell'ordine  de' diaconi,    ed  ebbe 
la    diaconia    di    s.    Eustachio.  Sos- 
tenne   la     legazione    della    provin- 
cia del   Patrimonio,    di  Bologna,  e 
anche  del  regno  di   Sicilia    per  af- 
frontare   il    tiranno  ^Manfredi,  che 
volea  usurparsi  il  possesso.  In  que- 
sto   iucontro    ebbe  ordine  di    pas- 
sare nella    Puglia    seguito   da    una 
forte  armata,  e  di    prendere  a  no- 
me della    Chiesa ,    se  la    necessità 
lo    domandasse ,    alcune    somme  a 
titolo  di  prestito;  cosi  pure  di  pre- 
valersi delle  rendite  di  quelle  chie- 
se che  fossero  vacanti,  ovvero  i  cui 
rettori  si  fossero  rifiutati    dal    pre- 
stargli omaggio  ;  di  togliere  i  bene- 
fizi a  quegli  ecclesiastici,  e  i    fondi 
delle  chiese    posseduti    in    enfiteusi 
a  quei  laici,  che    avessero    favorite 
le  azioni  del  Manfredi.  Ma  il  tiran- 
no sbaragliato  l'esercito    pontificio 
e  occupata  Foggia,  costrinse  il  car- 
dinale a    ritirarsi    precipitosamente 
in  Napoli.  Uno  scrittore    anonimo, 
che  fa  menzione  delle  di  lui  lega- 
zioni, dice  che    il    cardinale    se    ne 
abusasse  della  sua  autorità  ;  ma  sif- 
fatta testimonianza    è  verosimilmen- 
te riguardata  falsa.    Fu    il  Fieschi 
protettore  de'  servi    di    Maria  ,  dei 
romitani    di  s.  Agostino,  i  quali  ri- 
chiamò anche  ad    una    regola  mi- 
gliore di   vita.   Accompagnò  il  Pon- 
tefice nel  viaggio  di  Francia,  e  vi- 
sitò in  di  lui  compagnia  s.  Chiara 
ormai  prossima    alla    morte.    Fon- 
dò in   Lavagna  un    monistero    pel- 
le monache,  ed  uno  pei  frati  di  s. 
Francesco .     Morì    in    Roma     nel 


252  FIE 

,1256.,  e  fu  sepolto  nella  patriarca- 
le basilica  di  s.  Lorenzo  fuoi«i  delle 
mura,  in  un  monumento  antichissi- 
mo al  manco  lato  della  porta  mag- 
giore. 

FIESCHI  Ottobono,  Cardinale. 
V.  Adriano  V,  Papa. 

FIESCHI  Luca,  Cardinale.  Lu- 
ca Fieschi,  genovese ,  de'  conti  di 
Lavagna,  nipote  di  Adriano  V,  nel 
dicembre  1 2g5  fu  creato  cardinal 
diacono  di  s.  Maria  in  Via  Lata  da 
Bonifacio  Vili.  Fu  il  solo  de' por- 
porati che  nella  prigionia  di  quel 
Pontefice ,  eccitasse  il  popolo  di  A- 
nagni  alle  armi  per  liberarlo  dal 
francese  Nogaret,  e  da'  Colonnesi. 
Ebbe  da  Clemente  V  la  commissio- 
ne di  recarsi  presso  l'imperatore  En- 
rico VII,  col  carattere  di  legato  a 
latere,  assieme  con  altri  quattro 
cardinali  :  assisti  in  Roma  alla  di  lui 
coronazione,  e  lo  segui  nel  suo  viag- 
gio d'Italia  per  mantenere  quei  sen- 
timenti di  pace  che  avea  concepiti 
pel  Pontefice.  Sostenne  ancora  con 
merito  illustre  parecchie  altre  lega- 
zioni, e  specialmente  presso  i  re  di 
Francia  e  d'Inghilterra,  come  anche 
in  Iscozia  ed  Irlanda  per  tranquilla- 
re la  ribellione  insorta  per  causa 
di  Roberto  Brusio,  che  scosso  il  gio- 
go di  Odoardo  I,  avea  invaso  quei 
regni.  Ritornato  in  Italia  s'impiegò 
a  ristabilire  la  pace  tra  l'Inghilter- 
ra e  la  Sicilia.  Die  in  prestito  alle 
repubblica  di  Genova  una  conside- 
rabile somma  di  danaro,  e  ne  ri- 
cevè per  cauzione  un  catino  d'  me- 
sti mabil  prezzo,  che  fu  poi  ricupe- 
rato, pagando  la  repubblica  i  frutti 
del  danaro  al  cardinale.  Nel  suo 
testamento  lasciò  sue  eredi  le  pie 
istituzioni,  parte  però  in  Genova,  e 
parte  nella  sua  contea  di  Lavagna. 
Lasciò  anche  una  somma  per  la 
fondazione  di  una  chiesa   in  onore 


FIE 
di  Maria  Vergine,  con  una  colle- 
giata di  dodici  canonici,  un  decano, 
otto  cappellani,  e  quattro  cherici, 
pei  quali  tutti  vi  stabilì  una  pin- 
que  rendita.  Benedetto  XII  gli  con- 
ferì l' arcidiaconato  della  chiesa  di 
Costanza.  Morì  in  Avignone  nel 
i336.  Le  sue  spoglie  mortali  fu- 
rono portate  a  Genova,  e  deposte 
nella  chiesa  di  s.  Lorenzo  con  un 
magnifico  mausoleo. 

FIESCHI  Giovanni,  Cardinale. 
Giovanni  Fieschi,  patrizio  genovese, 
uomo  di  singolare  ingegno  e  di  ge- 
nio marziale ,  ottenne  nel  1 348  il 
vescovato  di  Vercelli  ;  ma  quel  di 
Milano  colle  sue  milizie  volendo 
invadere  i  diritti  della  sua  chiesa, 
egli  marciò  contro  di  essi  alla  te- 
sta di  numerose  armate,  e  ripor- 
tò replicate  vittorie.  Urbano  VI, 
circa  il  1 379,  lo  creò  prete  car- 
dinale della  S.  R.  C.  Ebbe  però 
nel  suo  vescovato  molte  inimicizie 
per  parte  de' principi  da  lui  qual- 
che volta  eziandio  molestati,  e 
quindi  va  notato  che  già  Urbano 
V  gli  avea  proibito  di  guerreg- 
giare contro  il  marchese  di  Monfer- 
rato. Proteggeva  ancora  Barnabò 
Visconti,  e  perciò  prima  di  tal  Pon- 
tefice il  predecessore  Innocenzo  VI 
vietò  assolutamente  a'  di  lui  dioce- 
sani di  aiutare  quel  principe,  il  qua- 
le assediava  alcuni  castelli  della  san- 
ta Sede.  Della  sua  potenza,  quan- 
do ancora  era  vescovo,  abbiamo 
un  monumento  di  Gregorio  XI, 
il  quale  gli  scrisse  una  lettera  in 
cui  lo  invitava  a  prestar  l'opera 
sua  ad  un  ragguardevol  soggetto, 
da  lui  spedito  in  quei  luoghi  pe- 
gl'  interessi  della  Chiesa,  e  insieme 
lo  commendava  per  tutte  le  sue 
imprese  e  specialmente  per  la  vit- 
toria riportata  sopra  i  nemici  del- 
la chiesa  presso  s.  Germano.  Gl'in- 


F1E 

timava  però,  sotto  pena  di  scomu- 
nica, di  sciogliere  qualunque  con- 
federazione che  avesse  contro  il  se- 
nato di  Genova.  Fu  carcerato  da 
quei  di  Vercelli  per  un  anno  cir- 
ca, e  posto  in  libertà  soltanto  per 
le  istanze  del  sommo  Pontefice. 
Compì  la  sua  carriera  mortale  nel 
i384. 

F1ESCHI  Lodovico  ,   Cardinale. 
Lodovico  Fieschi ,  della  principesca 
famiglia  di  Genova,  uditore  di  ro- 
ta, nel    i384  ebbe  da  Urbano  \I 
il    vescovato    di    Vercelli ,    e     poco 
dopo  nel   mese  di  dicembre  la   sa- 
gra porpora  cardinalizia  colla  dia- 
conia    di     s.    Adriano  ,    ritenendo 
l'amministrazione  del    vescovato     a 
beneplacito  apostolico.  Liberò  quel 
Pontefice     dall'  assedio     di    Nocera 
de' Pagani,  e  col    mezzo  di  Jacopo 
Fieschi,  arcivescovo    di   Genova,   lo 
fece  trasportare  in  quella  città,  ac- 
compagnato da    dieci  galere.   Fu  di- 
chiarato    da     Bonifacio    IX    presi- 
dente della  provincia  di   Marittima 
e  Campagna  ,  e  in  questa  occasione 
tolse  Anagni  ai  scismatici.  Fu  pro- 
mosso da   Giovanni   XXUI  all'  arci- 
vescovado di    Carpentrasso ,    e  im- 
piegato nella  legazioni   di  Ravenna, 
Bologna    e   Ferrara.  Ci    duole    poi 
il    dover  ricordare ,    che  un  uomo 
tanto    benemerito    della    santa    Se- 
de ,  mentre  era  legato  in    Genova 
abbia  per  un  tempo  aderito  co'suoi 
concittadini  all'  antipapa  Benedetto 
XIII  per  le  insinuazioni  degli  am- 
basciatori francesi.  Però  nel  conci- 
lio   di  Pisa  ebbe    luogo    tra    i   le- 
gittimi   cardinali,    quantunque  In- 
nocenzo VII   lo  avesse    prima  spo- 
gliato    di    quella    dignità.     Si    tro- 
vò presente  anche  al  concilio  di  Co- 
stanza, e  fu  anzi  nel    novero  degli 
elettori  di  Martino  V.  Fu  incarica- 
to da  questo  Papa  della  legazione 


FIE  2j3 

a  Carlo  VI  re  di  Francia,  di  quel- 
la di  Napoli  e  di  Sicilia,  con  amplis- 
sime facoltà  per  restituire  il  buon 
ordine.  Nel  1421  si  fece  oblato  di 
s.  Benedetto,  e  non  molto  dopo  eb- 
be la  legazione  alla  repubblica  di 
Genova.  Accadde  la  di  lui  morte  in 
Boma  l'anno  i4"23,  e  fu  sepolto 
nella   metropolitana  di  Genova. 

FIESCHI  Giorgio,  Cardinale. 
Giorgio  Fieschi,  genovese,  nel  1 433 
era  vescovo  di  Mariana  nella  Cor- 
sica. Tre  anni  dopo  fu  traslatato 
alla  chiesa  di  Genova,  e  ad  istan- 
za di  Tommaso  Fregoso ,  doge  di 
quella  repubblica,  a' 18  dicembre 
1439  fu  da  Eugenio  IV  creato  prete 
cardinale  di  s.  Anastasia,  e  legato 
nella  Liguria.  Nel  1 4-53  senza  es- 
sere decano  del  sagro  collegio  eb- 
be il  vescovato  di  Ostia  e  Velie- 
tri  ,  e  qualche  anno  prima  le  chie- 
se di  Noli  e  di  Albenga,  ma  soltan- 
to come  commenda.  Mancò  a'  vi- 
vi in  Boma  agli  1 1  ottobre  nel 
1 4-6 1  ,  e  fu  trasportato  il  suo  ca- 
davere e  seppellito  nella  cattedra- 
le di  Genova,  nella  sua  cappella  di 
s\  Giorgio,  con  magnifico  mausoleo. 
Va  notato,  che  il  Federici  nel  Trat- 
tato della  famiglia  Fiesca,  lo  dice 
decano  del  sagro  collegio,  ma  fu 
corretto  da  Cardella  nel  tom.  Ili, 
pag.  7  5  delle  Memorie  istoriche  dei 
cardinali. 

FIESCHI  Nicolò,  Cardinale.  Ni- 
colò Fieschi,  di  Genova,  fratello  di 
s.  Caterina  Fieschi,  uomo  d' insi- 
gne pietà  e  di  profondo  sapere,  fu 
spedito  dalla  sua  repubblica  amba- 
sciatore al  re  di  Francia.  Nel  i49° 
avea  già  ricevuta  la  chiesa  di  Agde; 
ma  nel  1496  venne  trasferito  al 
vescovado  di  Frejus,  per  istanza 
di  quel  principe ,  il  quale  avea 
conceputa  per  lui  un'  altissima  sti- 
ma, e  gli  ottenne  ancora  nel   i5o3 


254  l^1^ 

a'3o  maggio  da  Alessandro  VI,  di 
essere  dichiarato  cardinale  dell'or- 
dine de'preti,  con  il  titolo  cardi- 
nalizio di  santa  Prisca.  Alessandro 
VI  accordandogli  questa  eminente 
dignità  ,  lo  stabilì  eziandio  legato 
presso  di  Francesco  I  e  della  re- 
pubblica di  Genova.  Non  deve  ta- 
cersi che  il  Federici  dichiara  che 
questo  cardinale  ebbe  il  titolo  di 
s.  Nicolò  tra  le  Immagini.  Ebbe 
in  seguito  da  Giulio  II  l' abbazia 
di  Grandemont  coli'  arcivescova- 
do di  Ambrun  ;  e  nell'anno  i5i6, 
da  Leone  X,  il  governo  della  chie- 
sa di  Umbriatico,  nel  regno  di  Na- 
poli; ma  dopo  averla  ritenuta  per 
pochi  giorni ,  la  rinunziò  con  re- 
gresso giusta  l' abuso  di  quei  tem- 
pi. Allora  fu  eletto  arcivescovo  di 
Ravenna,  dove  accrebbe  il  numero 
de'  canonici ,  che  furono  poi  sop- 
pressi dal  cardinal  Pietro  Aldobran- 
dini  ;  e  due  anni  dopo  venne  tra- 
sferito alla  chiesa  di  Tolone.  Trat- 
tandosi della  canonizzazione  di  s. 
Francesco  di  Paola,  il  cardinal  Nico- 
lò fu  uno  dei  delegati  ad  istituirne 
la  causa  ed  esaminarne  il  processo; 
e  in  quest'  occasione  per  difendere 
i  diritti  della  Chiesa,  non  dubitò 
d' incorrere  la  disapprovazione  ed 
anche  lo  sdegno  d'  alcuni  personag- 
gi d' alta  importanza.  Pochi  mesi 
prima  della  sua  morte ,  dimise  il 
primo  titolo  cardinalizio,  e  assun- 
se il  governo  delle  chiese  di  Ostia 
e  Vellelri;  nel  i524,  a'  i4  di  giu- 
gno ,  lasciò  questo  misero  esilio,  pian- 
to da  ciascuno  de' suoi.  Era  egli  d'in- 
tegerrimo carattere ,  e  narrasi  che 
nel  conclave  di  Leone  X,  consiglia- 
to a  guadagnarsi  col  danaro  i  pocbi 
voti  che  gli  mancavano  per  essere 
sommo  Pontefice,  rigettasse  da  sé 
con  fiera  indignazione  coloro,  che 
tentavano  il  suo  candore.    Parlava 


FIE 

sempre  il  linguaggio  della  verità , 
anche  alla  presenza  de'  grandi,  sen- 
za timore  di  sorta  ;  e  dove  si  trat- 
tava di  difendere  qualche  innocen- 
te oppresso,  egli  non  da  vasi  quiete 
fino  che  la  causa  giusta  non  avesse 
appagati  i  suoi  diritti .  Sì  dice  an- 
cora, che  si  opponesse  alla  elezione 
di  Giulio  II,  perchè  lo  vedea  trop- 
po inclinato  alla  guerra.  Spiegò  poi 
molto  zelo  ancora  nel  regime  spi- 
rituale delle  sue  chiese,  ed  anzi  in 
Frejus  avea  celebrato  un  sinodo  per 
la  riforma  dell'ecclesiastica  discipli- 
na. Le  di  lui  spoglie  mortali  fu- 
ron  deposte  in  Roma  nella  chiesa 
di  s.  Maria  del  Popolo. 

FIESCHI  Lorenzo  ,  Cardinale. 
Lorenzo  Fieschi,  della  nobilissima 
famiglia  di  Genova ,  ebbe  i  natali 
nel  1642.  Chiamato  a  Roma  dal 
cardinal  Franzoni  suo  congiunto, 
venne  impiegato  nella  vicelegazione 
di  Urbino ,  e  per  lo  spazio  di  circa 
vent'anni,  nei  governi  delle  prin- 
cipali città  dello  stato  ecclesiasti- 
co. Ebbe  anche  la  carica  di  se- 
gretario della  congregazione  de'riti, 
e  nel  1690  fu  assunto  in  un  alla 
vicelegazione  ed  all'  arcivescovato 
di  Avignone,  dove  fondò  provvi- 
damente il  seminario.  Clemente  XI 
poi  nel  1704  lo  inviò  nunzio  stra- 
ordinario presso  del  re  cristianissi- 
mo Luigi  XIV,  per  conciliare  la 
pace  tra  i  sovrani  di  Europa  nella 
guerra  della  successione  di  Spagna, 
e  l'anno  dopo  lo  trasferì  alla  chie- 
sa di  Genova,  e  nel  concistoro  dei 
17  maggio  1706  lo  creò  prete  car- 
dinale di  s.  Maria  della  Pace.  Go- 
vernò la  sua  diocesi  santamente  pel 
corso  di  quattro  lustri,  ed  ivi  pure 
nell'età  di  ottantaquattro  anni  com- 
pì il  corso  dei  giorni  suoi  nel  primo 
maggio  1726.  Ebbe  sepolcro  in 
quella  metropolitana  ,  nella  cappella 


FI  E 

di  s.  Giorgio,  nella  tomba  della  sua 

famiglia. 

FIESOLE  (Fesulan).  Città  ve- 
scovile nel  gran  ducato  di  Tosca- 
na, tre  miglia  circa  distante  da  Fi- 
renze, la  qual  metropoli  ,  secondo 
la  più  probabile  opinione,  avva- 
lorata assai  da  quei  versi  di  Dan- 
te nel  e.  XV  dell'Inferno  :  «  Ma  quel- 
l'ingrato popolo  maligno  ",  nacque 
da  Fiesole,  e  certamente  Firenze  si 
ingrandì  dopo  la  distruzione  di  Fie- 
sole, ora  appena  borgo  con  seggio 
episcopale.  Fiesole,  città  antichissi- 
ma, chiamata  Fesulae  o  Fesula  ed 
anche  Feslolae,  come  è  scritto  in 
un  diploma  di  Carlo  Riagno  che 
sembra  dell'anno  774,  e  nel  libro 
Comnientariornm  Cyriaci  Anconi- 
tani nova  fragtnenta,  Pisauri  1763, 
fu  una  delle  dodici  città  principali 
degli  etruschi.  È  certo  che  Fiesole 
fu  una  nobilissima  città  etnisca  , 
ma  non  è  egualmente  certo  che 
fosse  una  delle  dodici  città  etni- 
sche, cioè  principali  o  capitali;  e 
se  Io  afferma  l'Ammirato,  Biondo, 
Flavio,  il  Demstero  ed  altri,  lo  ne- 
ga il  Cellurio  sulla  fede  de'  più  an- 
tichi autori,  ed  il  Cluverio,  ed  al- 
tri. Si  sa  essere  stata  già  notata  la 
differenza  di  città  etnisca,  da  città 
delle  dodici  etrusche.  Le  sue  mu- 
ra, come  si  può  rilevare  da  pochi 
resti,  furono  costruite  senza  cemen- 
to ,  di  macigni  cioè  sovrapposti  l'un 
l'altro,  come  le  etrusche   costruzio- 

•  ni  dette  ciclopediche.  E  situata  in 
luogo  elevato,  che  domina  tutta 
Firenze,  ed  il  corso  del  fiume  Ar- 
no; facendo  testimonianza  degli  an- 
tichi suoi  pregi  le  camere  sotter- 
ranee credute  avanzi  delle  terme, 
o  dell'anfiteatro,  l'Ipogeo,  o  cimi- 
tero, l'avanzo  di  un  acquedotto,  e 
le  medaglie  o  monete  consolari  ro- 
mane da  ultimo    rinvenute.    Nella 


F  I  E  1  *)  T 

sua  piazza  è  il  seminario,  e  Tesi- 
si ente  cattedrale  si  riconosce  opera 
de'  bassi  tempi  ;  ma  laddove  tra- 
ghettasi su  di  un  bel  ponte  d'una 
sola  arcata  il  torrente  Mugnone , 
vedesi  la  badia,  che  fu  il  duomo 
primitivo,  posseduto  poscia  dai  ca- 
nonici lateranensi,  avendovi  il  vec- 
chio Cosimo  nel  i4^6  fatto  erige- 
re la  grandiosa  chiesa  ceduta  sotto 
il  granduca  Leopoldo  all'  arcivesco- 
vo di  Fùenze,  mentre  co'  suoi  co- 
dici e  preziosi  manoscritti  venne 
arricchita  la  biblioteca  Mediceo- 
Laurenziana.  Vi  è  tuttora  la  chie- 
sa, ed  il  soppresso  convento  di  s. 
Domenico,  ricco  di  pregevoli  affre- 
schi, e  gli  avanzi  della  rocca  fieso- 
lana  sono  abitati  dai  minori  rifor- 
mati. 

Ma  di  questa  celebre  abbazia , 
ci  permetteremo  un  più  dettaglia- 
to cenno,  come  quella  che  primeg- 
gia per  la  sua  magnificenza  in  Fie- 
sole, come  pei  grandi  uomini  che 
l'abitarono,  fra'  quali  Gio.  Pico  del- 
la Mirandola.  L'  edifìcio  maestosa- 
mente s'innalza  sulla  volta  di  una 
collina,  che  sovrasta  a  Firenze,  oc- 
cupando il  luogo  dell'antica  catte- 
drale della  città,  la  quale  nel  1028 
il  vescovo  Jacopo  Bavaro  di  là  tras- 
portò sulla  cima  del  monte,  e  ad 
essa  sostituì  i  monaci  benedettini, 
cambiando  la  denominazione  de'ss. 
Pietro  e  Romolo,  in  quella  dei  ss. 
Romolo  e  Bartolomeo.  I  più  no- 
bili cittadini  di  Firenze  contribui- 
rono al  ben  essere  del  monistero. 
Di  poi  essendosi  ne'  monaci  intie- 
pidito l'antico  spirito  religioso,  ven- 
nero nel  1 4^9  l'inaossi  da  Euge- 
nio IV,  che  nell'anno  seguente  vi 
sostituì  i  canonici  regolari  latera- 
nensi. Allora  fu  che  Cosimo  de'  Me- 
dici il  Vecchio  per  l'amore  che  por- 
lava  a  don  Timoteo  da  Verona,  ca- 


2)6 


FIE 


•  ionico  (li  tal  congregazione  ed  ec- 
cellente predicatore ,  rifabbricò  la 
chiesa  e  il  monistcro  coli'  opera  del 
celebre  Brtinellesco,  cotanto  lodata 
dal  Vasari,  il  quale  asserisce  che 
Cosimo  vi  spendesse  centomila  scu- 
di. Indi  il  pio  signore  donò  al  mo- 
nistero  molte  possessioni,  e  lo  ar- 
ricchì di  scelta  biblioteca  di  cento- 
novantasei  codici.  Jn  progresso  di 
tempo  il  monistero  decadde,  e  nel 
1778  fu  disciolta  l'abbazia,  e  data 
per  uso  di  villa  agli  arcivescovi  di 
Firenze,  trasportandosi  i  manoscrit- 
ti alla  nominala  Laurenziana  di 
Firenze.  Ma  nel  18  io  gli  invasori 
francesi  la  spogliarono  d'ogni  mo- 
bile; se  non  che  nel  18 15  mi- 
gliorò condizione  per  disposizioni 
governative;  fu  arricchita  delle  ac- 
que di  cui  penuriava,  e  fu  ornata 
di  deliziosi  giardini;  mentre  il  cav. 
Inghirami,  chiaro  per  le  sue  opere, 
per  istampare  le  sue  produzioni 
vi  aggiunse  una  tipografìa  e  cal- 
cografia da  lui  diretta,  e  tanto  me- 
ritamente conosciuta  sotto  il  nome 
di  Poligrafia  Fiesolana. 

Oggi  però  Fiesole  può  dirsi  ap- 
pena un  villaggio,  uè  vi  è  che  un 
podestà  minore  suburbano,  un  gon- 
faloniere, e  la  cancelleria  commu- 
tativa: sempre  però  è  ragguarde- 
vole per  l'amenità  de*  ridenti  din- 
torni che  vi  abbelliscono  la  colli- 
na ov' è  posta.  Fra  le  molte  ville 
si  rimarcano  il  Poggio  Gherardo  , 
come  il  recesso  ove  il  Boccaccio 
trasse  a  novelleggiare;  l'antica  villa 
reale  di  Careggi  o  Campo  Regio, 
oggi  villa  Orsi,  tomba  di  Lorenzo 
il  Magnifico,  e  culla  dell'antica  ac- 
cademia Platonica  fondata  da  Mar- 
silio Ficino,  e  trasportata  poi  nella 
villa  Mozzi,  ove  si  doveva  eseguire 
il  primo  tentativo  della  congiura 
de'  Pazzi  :   ambedue    costruite   con 


FIE 

architettura  di  Michelozzo,  cioè  la 
prima  per  ordine  di  Cosimo  I  Pa- 
dre della  patria,  la  seconda  pel  fi- 
glio di  questi  Giovanni  de'  Medi- 
ci .  IVatolino  regia  villa  eretta  dal 
granduca  Francesco  I,  era  singolare 
pei  magnifici  giuochi  idraulici,  al- 
trove dopo  tale  esempio  imitati  :  al 
presente  è  quasi  abbandonata,  ed 
il  palazzo,  disegno  del  Buontalenti, 
fu  da  molto  tempo  demolito:  no- 
teremo però  che  Pralolino  sebbe- 
ne da  molti  odierni  geografi  è  po- 
sto nelle  adiacenze  di  Fiesole,  in 
fatto  non  sussiste.  La  villa  de' Me- 
dici conserva  la  memoria  di  quelle 
di  Pico,  di  Poliziano,  e  di  tanti  altri 
letterati  attirativi  dalla  sovrana  mu- 
nificenza. Va  rammentata  la  bella 
chiesa  e  la  bella  villa  di  s.  Ansa- 
no, giù  per  il  monte  di  Fiesole,  a 
destra  di  chi  vi  sale  venendo  da 
Firenze.  Quell'oratorio  e  quella  vil- 
la furono  elegantemente  ripristina- 
te dal  celebre  canonico  Angelo  M. 
Mandi  ni  fìesolano.  L'amenità  del  si- 
to, l'adiacente  giardino,  le  elegan- 
tissime iscrizioni  greche  e  latine,  e 
più  tante  opere  di  Luca  della  Rob- 
bia, e  di  altri  sommi  artisti  in  pla- 
stica, in  scoltura,  in  pittura,  e  in 
disegno  che  ivi  si  trovano  per  spe- 
sa, opera  e  diligenza  del  sullodato 
canonico,  richiedono  che  sia  visi- 
tato dai  dotti  e  dai  dilettanti  quel 
luogo,  che  ora  per  disposizione  del 
medesimo  Bandini  è  abitazione  e 
prebenda  d'  un  canonico  della  fie- 
solana cattedrale.  V.  Moisii  Tra- 
montani, Descriptio  ecclesiae  et  vil- 
la e  s.  Ansani  prope  Fesulas,  Ve- 
netiis,  1798.  Dopo  il  ponte  alla 
Badia,  degli  avanzi  di  un  antico  for- 
te si  è  formato  il  gran  palazzo  Sal- 
viati  poi  Borghese,  e  non  lungi  è 
il  villaggio  di  Lastra,  ove  Dante , 
ed    altri    due    mila    esuli    bianchi 


FIE 

mossero  con  aguato  nel  i3o4  per 
sorprendere  la  capitale.  E  nella 
contrada  di  s.  Donato  in  Polvero- 
sa, nel  i  187  tuonò  la  voce  di  Ghe- 
rardo arcivescovo  di  Ravennaj  le- 
gato del  Pontefice  Clemente  III  , 
che  eccitò  i  toscani  ad  arrollarsi 
alla  seconda  crociata  di  Palestina. 

Fiesole  dicesi  edificata  dai  lidii 
condotti  da  Tirreno  verso  l' anno 
2o5o  avanti  Gesù.  Cristo.  Quindi 
divenne  il  centro  della  dottrina  au- 
gurale degli  etruschi,  il  perchè  Ro- 
ma v'  inviava  gli  alunni  ad  appren- 
dere i  misteriosi  riti.  Il  sedizioso 
Catilina  quando  vide  le  sue  con- 
giure scoperte  e  sventate,  elesse 
questo  luogo  per  suo  ritiro ,  né 
mancò  di  darvi  sino  agli  estremi 
le  prove  del  più  disperato  corag- 
gio. Ben  più  gloriosa  però  è  la  ri- 
membranza della  vittoria  compiuta, 
che  Stilicone  supremo  comandante 
degli  eserciti  dell'  imperatore  Ono- 
rio, opportunamente  secondato  dai 
fìesolani,  in  ottobre  dell'anno  4o5, 
seppe  ottenere  col  rinchiudere  fra 
le  gole  di  quei  monti  un  esercito 
di  cento  mila  goti,  dove  vennero 
sconfitti ,  ed  il  loro  capo  Radaga- 
sio  ucciso.  Fiesole  aveva  un  tempo 
devastata  la  città  di  Firenze;  ma  i 
fiorentini  alla  loro  volta  atterraro- 
no la  città  di  Fiesole  nel  11  io, 
traendo  i  fìesolani  ad  abitar  Firen- 
ze, ed  incorporandoli  cosi  alla  loro 
repubblica.  Altri  registrano  la  presa 
e  distruzione  di  Fiesole  operata  dai 
fiorentini  all'anno  1  1 25,  e  d'allo- 
ra in  poi  i  suoi  abitatori,  quasi  in- 
teramente nella  nuova  città  domi- 
natrice trasferitisi,  con  quei  citta- 
dini si  confusero. 

Che  Fiesole  aveva  un  tempo  de- 
vastato Firenze,  si  asserisce  pure  da 
Bartolomeo  Cerretani  nella  sua  sto- 
ria fiorentina  mss.,  tultavolta  sem- 
VOL.    xxiv. 


FIE  257 

bra  più  certo    il   dirsi   che  Fiesole 
un  tempo  molestasse    e  inquietasse 
Firenze.    E    impossibile   poi  il  de- 
terminare   quando    furono    vinti    i 
fìesolani,    e  trasportati    in  Firenze. 
I    critici    dicono    essere    una    follia 
l'asserzione  del  Malaspina  ,  mentre 
che  risulta  da  Giovanni  Villani  nel- 
la sua  cronaca  lib.  IV,  e  da  cento 
altri,  che    ripeterono    le  sue  paro- 
le, cioè  che    nel  6  luglio  del   410 
i  fiorentini  entrarono  in  Fiesole  per 
sorpresa  col  pretesto  di  andarvi  alla 
festa     di  s.  Romolo ,  e  che  ne  di- 
strussero la  città,  senza  però  poter- 
ne prendere   la  rocca.   Si  ha  inoltre 
che  nel  1028,  come  si  rileva  da  car- 
ta di  Jacopo  Bavaro  vescovo  e  signo- 
re di  Fiesole,  riportata  dall'  UghelJi, 
Fiesole  era  tuttavia  in  essere    ed  in 
fiore.    Uopo    è  pertanto  credere  al 
Lami  che  nell'VlII  delle  sue  lezio- 
ni, Dell'antichità  toscane,  e  prima 
in  una  sua  lettera  al  dottor  Pietro 
Foggini,  inserita    nelle  sue  Novelle 
letterarie  tom.  VIII,  dimostra  che 
quantunque     vi    fossero    da    lungo 
tempo  nimicizie  tra  Firenze  e  Fie- 
sole ,    e    fosse  anche  dai  fiorentini 
assalita  Fiesole  nel    11 25,  e  sman- 
tellate le  mura  e   la  fortezza,  e  ro- 
vinata qualche  casa,  pure  i  fìesola- 
ni rimasero  allora    nella  loro  città 
come  prima,  cosicché  non  mai  fu- 
rono trasportati  in  Firenze  i  fìeso- 
lani ,    ma  incominciarono  da  quel- 
l'epoca i  più  ricchi  a  scendere  volon- 
tariamente in  Firenze,  e  così  a  poco  a 
poco  abbandonata  Fiesole  nel  secolo 
XIV,  dopo  la  ritirata   del  vescovo 
stesso,  si  vede  quella  città  distrutta 
e  desolata,  quasi  com'  è  in  oggi. 

Nella  storia  degli  ordini  religiosi 
è  nota  la  congregazione  di  Fiesole, 
eh  era  un  corpo  di  frati  mendi- 
canti ed  eremiti  di  s.  Girolamo,  per- 
ciò detta  de'  gerolamiti  o  Giro- 
'7 


a  78  F I  e 

lamini  (Fedi),  ed  istituita  dal  bea* 
to  Carlo  dei  conti  Guidi  di  Monte 
Granelli  di  Bagno,  nella  Romagna 
toscana,  che  ritirassi  in  una  solitudi- 
ne nel  mezzo  de'monli  fiesolani  verso 
l'anno  i386  con  alcune  altre  per- 
sone divote,  che  cominciarono  sotto 
Ja  sua  direzione  quest'ordine,  per 
cui  in  seguito  questo  monistero  fu 
dichiarato  capo  dell'ordine  e  resi- 
denza del  generale ,  finché  restò 
soppresso  nel  1668  da  Clemente  IX. 
Le  reliquie  del  corpo  del  fondatore, 
morto  in  Venezia  nel  i4'7>  furo- 
no trasferite  nel  convento  di  Fie- 
sole, ma  dopo  la  soppressione  del- 
l'ordine Tennero  trasportate  a  Fi- 
renze, e  riposano  venerate  nella  ce- 
lebre compagnia  detta  la  Buca  di 
s.  Girolamo.  Il  monistero  di  Fie- 
sole servi  poi  coi  beni  per  fondare 
un'  abbazia  che  soleva  conferirsi  ad 
un  prelato  toscano.  Questa  abbazia 
o  piuttosto  commenda  abbaziale  si 
estinse  coli' ultimo  commendatario 
conte  abbate  Pietro  Bardi;  e  dai 
suoi  eredi  fu  venduto  il  luogo  al 
cav.  priore  Leopoldo  Ricasoli  che 
lo  possiede  tuttora  avendolo  restau- 
rato insieme  colla  chiesa,  della  qua- 
le egli  ha  accresciuto  le  varie  pit- 
ture che  l'adornano  col  quadro  di 
s.  Girolamo,  opera  bellissima  del 
celebre  professore  Sabatelli.  Il  cav. 
Angelo  Maria  Bandini  nelle  sue  Let- 
tere stampate  in  Firenze  nel  1776, 
nella  XII  ricerca  ed  illustra  l' an- 
tica e  moderna  situazione  della  cit- 
tà di  Fiesole  e  suoi  contorni.  11 
regnante  granduca  con  moto-pro- 
prio de' 3o  novembre  1 838  reinte- 
grò Fiesole  nelle  sue  antiche  pre- 
rogative di  città  nobile;  quindi  è 
che  si  concede  il  sovrano  diploma 
di  nobiltà. 

La  fede  fu  predicata    in  Fiesole 
da  s.  Romolo  che  vi  fu  spedito  dal 


FI  E 

principe  dt^gli  apostoli  s.  Pietro  di 
cui  era  discepolo,  per  cui  ne  di- 
venne il  primo  vescovo  e  il  pro- 
tettore della  città.  Che  s.  Romolo 
sia  stato  vescovo  di  Fiesole  non 
vi  ha  chi  lo  neghi,  ma  ch'ei  fosse 
discepolo  di  s.  Pietro,  e  da  lui  in- 
viato a  predicare  ai  fiesolani,  quan- 
tunque sia  asserito  dal  Villani,  ed 
anche  da  s.  Antouino,  e  nel  mar- 
tirologio romano,  è  però  asseveran- 
temente  impugnato  dai  dotti  con- 
tinuatori degli  atti  de'  santi  del 
Bollando,  dal  p.  Matnachi,  dal  Fog- 
gini,  dal  Biancucci,  dal  Lami.  Ed 
è  da  notarsi  che  nella  diocesi  ili 
Fiesole  soltanto  si  leggono  le  lezio- 
ni e  l'orazione  propria  di  s.  Ro- 
molo, mentre  in  tutte  le  altre  dio- 
cesi ,  anche  in  quella  di  Firenze, 
della  quale  si  vuole  pure  da  alcu- 
ni che  fosse  vescovo  lo  stesso  san 
Romolo,  tutto  l'uffizio  è  del  comu- 
ne. Cosicché  né  può  asserirsi  che 
Fiesole  abbracciasse  la  fede  fin  dal 
primo  secolo  della  Chiesa,  né  che 
s.  Romolo  ne  fosse  il  suo  primo 
vescovo.  Onde  sembra  più  plausi- 
bile il  parere  di  quelli,  che  al  ter- 
zo o  al  quinto  secolo  attribuiscono 
1'  origine  della  sede  vescovile  di  Fie- 
sole, tanto  più  perchè  non  si  rin- 
vengono sino  al  sesto  secolo  i  suoi 
vescovi.  Infatti  solo  dopo  s.  Romo- 
lo si  trova  nominato  nell'anno  536 
Rustico,  che  fu  legato  del  Pontefi- 
ce s.  Agapito  I  al  concilio  di  Co- 
stantinopoli ,  contro  il  patriarca 
Anastasio  che  negava  due  nature 
in  Gesù  Cristo.  San  Lato  fu  vesco- 
vo l'anno  570;  poi  è  nominato  san 
Alessandro,  che  ottenne  da  Autari 
re  de'  longobardi  grandi  privilegi 
per  la  sua  chiesa.  San  Romano  go- 
vernò questa  chiesa  dal  582  al  590; 
Teobaldo  fu  vescovo  nel  7  1 5 ,  il 
quale  fu  eletto  arbitro,  e  compar- 


FJE 
ve  almeno  come  testimonio  in  una 
causa  vertente  tra  i  vescovi  sanese 
ed  aretino;  Donato  scozzese  di  na- 
scita, fu  vescovo  nell'  816,  cui  suc- 
cessero prelati,  molti  dei  quali  per 
pietà  e  dottrina  distinti ,  registrati 
dall'  Ughelli,  Italia  sacra  tom.  Ili, 
pag.  2  i  o  e  seg. 

Non    tale   però    fu  quel  Regem- 
baldo,    delle  cui  sregolatezze  ci  par- 
la   s.    Pier    Damiano  nell'opuscolo, 
Gratissimus,  c/i8,  scritto  nel  io5i, 
e    neppure    il  vescovo  Rinieri    dila- 
pidatore della  sua  chiesa,  e  de'suoi 
Leni,    terre    e  feudi  che    abbando- 
nò   in  mano  de'  laici,  onde  Onorio 
III  nel  12 18  vi  prese  severa  prov- 
videnza,   ed   alla    morte  dell'  inde- 
gno   pastore,   gli    die  invece  l'otti- 
mo Ildebrando  da  Lucca,   il  quale 
dovette    lottare    coi    polenti    usur- 
patori   dei    beni,  come  protetti  dal 
comune   di    Firenze.    Mentre  n'era 
vescovo    Ildebrando    da    Lucca ,    il 
Pontefice    Gregorio    IX    nel    1228 
concesse    ai    vescovi    di    Fiesole    la 
chiesa    di    s.   Maria    in    Campo    in 
Firenze;     nel    qual     recinto     dipoi 
Urbano    VIII    permise    ad   essi    di 
esercitarvi    ogni    atto  giurisdiziona- 
le ,    come    si    fossero    nella  propria 
diocesi.    Il    gesuita    p.    Richa  nelle 
Notìzie    ìstoriehe    delle     chiese  fio- 
rentine,   nel    tomo   VII,   pag.    171 
e    177    tratta     della    chiesa     di    s. 
Maria    in    Campo,    che  vuoisi  fab- 
bricata circa  l'anno    mille;    ed  ag- 
giunge   che     Gregorio    IX    obbligò 
il    comune    di    Firenze    di    fabbri- 
care accanto  a  s.  Maria    in  Campo 
il  palazzo  per  l'abitazione  de'vescovi 
di    Fiesole,    i    quali    poi  nel    1259 
ebbero    da    Alessandro    IV    il  pri- 
vilegio   di     tenere    ivi    la    curia    e 
il    tribunale    per    le    cose    di    loro 
diocesi  ;  che  fu  già  parrocchia   con 
rcttoie.  e  prebenda  di  un  canonicato 


F I E  2  59 

che  Giulio  li  die  in  commenda  al  car- 
dinal Arcimboldo  amministratore  di 
Fiesole.  Descrivendo  poi  la  chiesa  dice 
che  ha  cinque  cappelle  compreso 
l'altare  maggiore,  ov'  è  il  quadro 
dell'Assunzione  di  Maria  Vergine. 
Nella  cappella  dedicata  alla  sua 
Natività  si  venera  il  corpo  di  san 
Giulio  senatore  romano,  rinvenuto 
nel  cimiterio  di  Calepodio,  e  da 
Urbano  VIII  donato  al  vescovo  Lo- 
renzo della  Robbia  suo  affine.  Fi- 
nalmente il  padre  Richa  riporta  le 
iscrizioni  de' monumenti  sepolcrali, 
che  sono  nella  chiesa,  e  le  pon- 
tificie bolle  riguardanti  la  mede- 
sima e  i  vescovi  di  Fiesole. 

Innocenzo  VI  nel    i352,  o  come 
altri  dicono  Clemente  VI  nel  1  349 
fece    vescovo    di    Fiesole    sani'  An- 
drea   Corsini    carmelitano ,     morto 
a' 6    gennaio    1 3 7 4'-    il    suo    corpo 
fu    trasportato   nell'  anno    seguente 
dalla    cattedrale    di    Fiesole ,     alla 
chiesa    del    suo    ordine  in  Firenze, 
ove    nel    i683    fu    trovato    incor- 
rotto .    Gli   successe    nel    vescovato 
il  di  lui  fratello  Neri   Corsini,    che 
per  le  sue  virtù  meri  tossi  il  titolo 
di  beato,    morendo  santamente  nel 
1377    a' i4   novembre.    Nel    1389 
divenne  vescovo  di  Fiesole  fr.  Gia- 
como   Altoviti   domenicano,  insigne 
teologo.    Indi    lo  fu  il  bealo  Luca 
Mansoli  vicario  generale  degli  umi- 
liati,   creato  cardinale  nel  1408  da 
Gregorio  XI I,    morto  a' ^settem- 
bre   1 4 1 1  •    Alessandro    V    vi  pre- 
pose ad   amministratore  il  cardinal 
Antonio   Gaetani  patriarca  d'Aqui- 
leia.   Sotto  il  suo  successore  Lindo 
de    Guidotli,    Martino    V    romano 
Pontefice  eresse  Firenze  in  metro- 
poli,   e    tra    i   vescovati  suffragane! 
vi  dichiarò  questo  di  Fiesole,  ch'era 
allora  immediatamente  soggetto  alla 
cauta  Sede,  e  tuttora  e  sulfracaneo 


260  FIE 

di   Firenze.     Dopo   la    morte   del 
vescovo  fi*.  Guglielmo  Becchio,  ge- 
nerale  dottissimo  degli  agostiniani, 
nel    1480    fu  fatto  amministratore 
il     cardinal    Giovanni    Arcimboldi 
arcivescovo    di    Milano,  che  rinun- 
ziò  nell'anno    seguente    in    favore 
di    Roberto   Folcili,   il  quale  nella 
cattedrale   eresse   una    cappella   in 
onore   del    Corpo    di  Cristo,  e  nel 
i5o4    ebbe    a  successore  il  nipote 
Guglielmo  Folchi.  A  fr.  Angelo  de 
Cattanei  da  Diacceto,  nel  1570  gli 
successe    il  nipote   Francesco,    che 
pose  le  venerande  ossa  di  s.   Ales- 
sandro  vescovo  in  urna  marmorea, 
e   quelle  di  s.  Romolo  in   più.  de- 
cente   ed    ornalo    luogo ,    ed    in  s. 
Maria    in    Campo    restaurò  la  cap- 
pella di  s.  Giacomo  ;   fece  di  nuovo 
il  monastero  delle  monache,  e   l'o- 
spedale   pei  poveri    infermi.  Barto- 
lomeo   Lanfredini  fu  fatto  vescovo 
nel    i6o5,    ed    essendo   assai    caro 
alla  casa  Medici  congiunse  in  ma- 
trimonio   Cosimo    II    con   Madda- 
lena   d'Austria,    e   nel     16 14    fu 
sepolto    in    s.     Maria    in    Campo , 
nella  qual  chiesa  fu  pure  nel    i633 
tumulato  il  vescovo  Tommaso  Xi- 
menes   originario   di    Lisbona.  Ur- 
bano Vili  nel  1634  trasportò  dalla 
sede  di  Cortona    a  questa  di    Fie- 
sole  il    suo  parente  Lorenzo  Rob- 
bia,   che   morì    nel   i645  e  fu  se- 
polto in  s.  Maria  in  Campo  ;  sotto 
questo    vescovo    Urbano    Vili    ac- 
cordò  al    vescovo  di  Fiesole,  nella 
sua  residenza  di  Firenze  e  pei  pro- 
pri diocesani,  la  licenza  di  ordinare, 
ed  il  libero  esercizio  di  sua  giurisdi- 
zione, colla    celebrazione  dei  divini 
uffizi  ;  concessione  che  fece  in  perpe- 
tuo, comprendendovi  la  sua  parroc- 
chia. Dopo  di  lui  Innocenzo    X    vi 
prepose  al  seggio  vescovile  Roberto 
Strozzi,   il   quale  ebbe  per  succes- 


FIE 
sori  quei  vescovi  che  nota  il  ci- 
tato Ughelli,  e  quelli  che  si  leg- 
gono nelle  annuali  Notizie  di  Roma. 
Solo  però  noteremo  che  essendo 
nel  1684  arcivescovo  di  Firenze 
Antonio  Morigia ,  ed  il  vescovo 
di  Fiesole  Filippo  Neri  degli  Al- 
toviti,  e  dispiacendo  al  primo  le 
tante  pubbliche  funzioni  episcopali 
che  solennemente  esercitavansi  dai 
vescovi  di  Fiesole,  non  solo  nella 
chiesa  di  s.  Maria  in  Campo,  ma 
per  le  vie  della  parrocchia  me- 
desima ,  principiarono  le  formali 
giuridiche  inibizioni  della  curia  ar- 
civescovile, in  maniera  che  por- 
tata la  lite  alla  decisione  della 
santa  Sede,  venne  abolita  la  cura 
parrocchiale  di  s.  Maria  in  Campo, 
che  restò  aggregata  a  quella  del 
duomo ,  e  sospese  le  processioni 
solite,  eccettuate  quelle  dei  sinodi 
in  caso  che  si  avessero  a  cele- 
brare in  detta  chiesa,  il  cui  giro 
dovrebbe  farsi  nel  recinto  della 
piazzetta  della  chiesa .  Nel  conci- 
storo de'  3o  gennaio  1 843  il  re- 
gnante Papa  Gregorio  XVI  dichiarò 
vescovo  di  Fiesole  monsignor  Vin- 
cenzo Menchi  di  Firenze,  trasla- 
tandolo  dalla  chiesa  vescovile  di 
Pescia. 

La  cattedrale  di  Fiesole  è  de- 
dicata a  Dio  in  onore  del  primo 
vescovo  e  patrono  s.  Romolo  mar- 
tire, venerandosi  quivi  il  suo  cor- 
po. Questo  tempio  è  di  disegno 
gotico,  mentre  quello  di  s.  Ales- 
sandro vescovo,  di  magnifica  strut- 
tura, ha  sedici  colonne  di  cipollino 
di  Egitto  con  variati  capitelli,  che 
sono  probabilmente  avanzi  di  qual- 
che antico  tempio  etrusco.  11  ca- 
pitolo si  compone  della  dignità  del 
prevosto,  di  dieci  canonici  colle 
due  prebende  di  teologo  e  peni- 
tenziere,   e    di    altri    preti    e    chic- 


FIG 
rici  per  la  divina  ufficiatura.  Qui 
noteremo  col  Garampi  nelle  Memo- 
rie ecclesiastiche,  pag.  266 ,  che 
s.  Zenobio  stabi  Ti  nella  chiesa  di 
Fiesole  un  certo  numero  di  ca- 
nonici, che  nell'anno  966  provvide 
di  congruo  sostentamento  affinchè 
Domino  serviant  sedulas  orationes 
cum  studiosis  offìciis  diebus  ac  noeti' 
bus  nelle  chiese  di  s.  Romolo  e  di  s. 
Alessandro  ;  donando  loro  la  chiesa 
di  s.  Maria  della  medesima  città,  aftin- 
ché ivi  i  detti  canonici ,  unusquisque 
veniant  et  iti  ipsa  mansione  de- 
scendant,  et  cibuin  sumere  valeant, 
et  cum  refecti  fuerint,  laudes  Deo 
reftrant.  La  cura  delle  anime  del- 
la parrocchia  spetta  al  capitolo  che 
la  fa  disimpeguare  da  un  curato 
amovibile;  non  ha  fonte  battesi- 
male, ma  vi  è  nella  prossima  chiesa 
di  s.  Alessandro.  Due  sono  gli  epi- 
scopii  del  vescovo  di  Fiesole,  uno 
presso  la  cattedrale,  l'altro  con 
sua  chiesa  annessa,  come  si  disse, 
è  in  Firenze  per  privilegio  apo- 
stolico. In  Fiesole  vi  sono  solo  i 
religiosi  summentovati  di  s.  France- 
sco. La  mensa  vescovile  ad  osni 
nuovo  vescovo  paga  di  tasse  alla 
cancelleria  apostolica  fiorini  duecen- 
tonove. 

FIGLIE  DELLA  CARITÀ',  Fi- 
glie  di  Dio,  Figlie  del  Calvario. 
Religiose  per  lo  più  ospitaliere,  co- 
ni'erano  quelle  di  Font-Evrauld 
(  T'edi),  e  come  sono  quelle  di  s. 
Vincenzo  de  Paolis  di  cui  parlam- 
mo al  volume  X,  p.  35  del  Dizio- 
nario, mentre  delle  Figlie  del  Cal- 
vario se  ne  tratta  al  volume  VI, 
pag.    272. 

FIGLIO,  FIGLIA,  FIGLIAZIO- 
NE. Figlio,  filius  od  anche  pucr, 
Fanciullo  [Vedi).  La  sagra  Scrit- 
tura dà  spesse  volte  il  nome  di 
figli  ai  discepoli  di  Gesù  Cristo.  I 


FIG  261 

figli  del  demonio  sono  coloifo  che 
seguono  le  di  lui  massime,  e  quel- 
le del  mondo.  Dassi  pure  il  nome 
di  figli  ai  discendenti  di  un  uomo; 
egualmente  dicesi  figli  delle  noz- 
ze, o  del  matrimonio,  i  frutti  d/ 
un  legittimo  matrimonio;  e  quelli 
che  sono  nati  illegittimamente,  fuori 
cioè  del  matrimonio,  diconsi  figli  na- 
turali o  bastardi,  e  figli  adulterini 
sono  quelli  di  cui  il  padre  o  la 
madre  erano  già  maritati  altrove  e 
non  insieme.  Figli  postumi  sono  i 
nati  dopo  la  morte  del  padre  ;  e 
figliastri  chiamansi  i  figliuoli  del 
marito,  avuti  d'altra  moglie,  o  del- 
la moglie  d'altro  marito.  Figli  di 
famiglia  sono  quelli  che  vivono 
ancora  sotto  la  paterna  potestà.  Fi- 
gli emancipati  sono  quelli  che  più 
non  sono  sotto  la  paterna  pote- 
stà ;  figli  adottivi  quelli  che  ven- 
gono adottati  ;  e  figliazione  dicesi 
la  discendenza  di  padre  in  figlio,  e 
i  diversi  gradi  di  una  genealogia. 
Figli  esposti  sono  i  bastardi,  spu- 
ri, orfani,  o  trovatelli  :  figlioccio  o 
figlioccia,  nome  tratto  da  Jìliolus  e 
Jiliola,  colui  o  colei  eh' è  stata  te- 
nuta al  fonte  battesimale,  od  alla 
cresima,  rapporto  al  padrino,  o  alla 
madrina  da  cui  è  stata  tenuta.  V. 
Comparatico.  Tanto  gli  ebrei  quanto 
i  greci  ed  i  latini  davano  ai  loro 
servitori  ed  ai  loro  schiavi  il  no- 
me di  pueri.  V.  Uomo,  Doxjta,  e 
Vergile,  Padre,  e  Madre.  11  p. 
Menochio  nelle  eruditissime  sue 
Stuore,  in  molti  capitoli  tratta  dei 
figli  con  vari  argomenti.  I  romani 
Pontefici  più  volte  adottarono  i 
principi  per  figli,  come  pure  della 
romana  Chiesa,  come  si  può  ve- 
dere agli  articoli  Difensore  della 
Chiesa,  e  Patrizio. 

L' imperatore    Costantino   Pogo- 
nato  per  la    venerazione    che    por- 


afo  FIG 

Ijivà  a  s.  benedetto  II  gli  mandò 
nell'anno  684  'e  chiome  de'  capel- 
Ji  de'  suoi  figli  Giustiniano  II  ed 
Eraclio;  ciò  che  in  quel  tempo  si- 
gnificava consegnarglili  per  figliuo- 
li, e  chi  li  riceveva  tenersi  per  pa- 
dre. V.  il  Raronio  anno  684,  n-  7, 
e  Paolo  diacono,  De  geslis  longo- 
bardorum  lib.  VI,  cap.  53.  Delle 
adozioni  praticate  dai  Pontefici,  co- 
me fecero  di  Pipino  Stefano  III,  e 
di  Carlo  Magno  Adriano  I,  per 
non  dire  di  altri  principi,  ne  parla 
Niccola  Alemanni,  De  lateranensi- 
bus  parietìnis ,  come  si  può  appren- 
dere dalle  voci  dell'  Indice  :  Ado- 
plandi  filium  Ecclesiae  Romanae 
formula  j  Adoplandi  ritus  in  bapli- 
smo  ;  Adoplandi  ritti»  per  capillos  ; 
Adoptari  a  Ponlificibus  Romanis 
qui  solebanlj  Adoplado  fìliovwn  per 
armaj  Carolus  Magnus  filius  Ec- 
clesiae Romanae  air  dicilur;  dir 
filius  adoplivusj  Pipinus  filium  a- 
doplat  Paulus  I;  Pipinus  filius  a- 
doptivus  Stephani  III,  ec.  Dei  prin- 
cipi franchi  adottati  dai  sommi  Pon- 
tefici per  figli,  se  ne  parla  pure 
all'articolo  Francia  [Vedi).  Ecco  il 
cerimoniale  e  il  rito  che  si  usava 
dai  Papi  nell'adottate  per  figli  lo- 
ro, e  della  romana  Chiesa  gì'  im- 
peratori, i  re  franchi,  ed  altri  prin- 
cipi, di  Cencio  Camerlingo  presso  il 
medesimo  Alemanni  a  pag.  i55. 
Nel  crearsi  tali  principi  patrizi  ro- 
mani e  difensoi'i  della  Chiesa,  che 
loro  portava  l'obbligo  di  sostenere 
e  difendere  i  diritti  della  santa 
Sede  e  della  città  di  Roma,  pre- 
stavano analogo  giuramento,  e  quin- 
di pur  venivano  dal  Papa  adotta- 
ti per  loro  figli  e  della  Sede  apo- 
stolica. »  In  vestihulo  enim  tem- 
»  pli  Vaticani  antequam  ad  inau- 
»  gurationis  celebritatem  Caesar  in- 
*    grcdialur  :    Quacrit    ab    co    Do- 


FIG 

•  mnus  Papa  ter,  si  vidi  habere 
»  pacem  cur/i  Ecclesia,  eoi/ue  ter 
«  res ponderile  Volo,  Domnus  Pa- 
»  pa  dicit,  et  ego  do  libi  pacem  si- 
»  cut  Chrislus  dedit  discipulis  suis; 
»  osculaturque  frontem  ej'us  ac  men- 
»  funi  (  rasus  enim  esse  debet  )  et 
»  ambas  genas,  postremo  os.  Tunc 
«  surgens  Domnus  Papa  ter  quae- 
»  rit  ab  eo  si  vult  esse  FILIUS 
»  ECCLESI/E,  quo  ter  rispondente, 
«  Volo,  Domnus  Papa  dicit,  et  ego 
«  te  recipio,  ut  FILIUM  ECCLE- 
»  SI/E,  et  mittit  eum  sub  manto, 
»  et  ille  osculalur  peetm  Papae  ". 
Altri  esempi  di  eguali  filiazioni  so- 
no i  due  seguenti.  I!  Pontefice  Gio- 
vanni Vili  nell'anno  878  venendo 
ricondotto  a  Roma  dal  conte  Roso- 
ne, fratello  dell'imperatrice  Richil- 
de  moglie  di  Carlo  II  il  Calvo, 
poi  re  d'Arles  e  di  Provenza,  fu 
perciò  da  lui  adottato  per  figlio 
e  per  difensore  del  suo  stato.  Nel- 
l'anno 891  Papa  Stefano  V  det- 
to VI  coronò  imperatore  Guido 
duca  di  Spoleto,  suo  figlio  adotti- 
vo. Scrivendo  il  Papa  s.  Felice  II 
detto  III  del  /±83  all'imperatore 
d'oriente  Zenone,  fu  il  primo  Pon- 
tefice a  chiamar  l'imperatore  col 
titolo  di  Figliuolo.  E  noto  che  i 
sovrani  cattolici  si  sottoscrivono  nel- 
le lettere  che  indirizzano  al  Papa , 
«hbidientissimo  o  affezionatissimo 
figlio.  Del  titolo  poi  di  figlio  pri- 
mogenito della  Chiesa,  dato  dai  Pon- 
tefici ai  re  di  Francia,  se  ne  trat- 
ta all'articolo  Cristianissimo  [Vedi) 
ed  altrove.  Nelle  biografie  de'Pon- 
tefici  si  riportano  le  adozioni  per 
nipoti,  ed  all'articolo Pamphily  quella 
che  fece  Innocenzo  X  di  monsignor 
Astalli,  per  sola  affezione,  dandogli 
il  cognome,  la  propria  arma,  la  qua- 
lifica, le  prerogative  e  le  rendite  di 
cardinal  nipote. 


F1G 

Dice  il  Bergier  che  nello  stile 
della  Scrittura  sagra,  come  nel  lin- 
guaggio ordinario,  si  distinguono 
facilmente  molte  specie  di  filiazio- 
ne, quella  cioè  di  sangue,  quella 
di  alleanza  o  di  adozione  stabilita 
colle  leggi,  e  quella  di  affezione, 
secondo  la  natura  del  soggetto  di 
cui  si  parla,  quindi  ne  dà  le  spie- 
gazioni come  le  difese.  Dicesi  fi- 
liazione, anche  figuratamente  delle 
chiese,  le  quali  dipendono  in  alcu- 
ni luoghi  le  une  dalle  altre  per  di- 
ritto di  patronato  o  di  fondazione, 
come  per  aggregazione  alla  parte- 
cipazione de'  privilegi ,  grazie  ed 
indulgenze  :  per  cui  dicesi  chiesa 
figliti,  o  chiesa  filiale  per  fonda- 
zione o  per  aggregazione  di  figliuo- 
lanza.  Com  pure  de'  monisteri,  dei 
conventi,  delle  abbazie,  degli  ordi- 
ni e  congregazioni  religiose,  anche 
di  famiglie  laiche,  o  solo  di  alcun 
individuo  di  esse.  Figlie  quindi  o 
filiali  erano  e  sono  dette  tali  chie- 
se, od  abbazie  ec,  ed  i  religiosi  di 
certi  ordini  sono  anch'essi  chiama- 
ti figli  dei  monisteri,  delle  provi  ri- 
de' da  cui  dipendono,  o  delle  case 
religiose  ove  fecero  professione  di 
loro  vocazione.  Sulle  aggregazioni 
delle  Arciconfraternite  è  a  vedersi 
quell'articolo,  non  che  Confrater- 
nite. 

FIGLIUOLO  DI  DIO.  Il  Verbo 
di  Dio,  la  seconda  persona  della 
ss.  Trinità,  Gesù  Cristo  redentore 
nostro.  Figli  di  Dio  significano  gli 
angeli,  in  un  senso  meno  proprio, 
e  più  esteso,  perchè  sono  essi  sem- 
pre in  cielo  vicino  a  Dio,  non  al- 
trimenti che  i  fanciulli  presso  il 
loro  padre.  Figli  di  Dio  si  dicono 
anche  gli  eletti  ed  i  beati,  perchè 
essi  sono  considerati,  amati,  e  trat- 
tati da  Dio  come  suoi  propri  figli. 
Per  figli  di  Dio  pure  s'intendono  i 


F 1  L  263 

fedeli  che  sono  m  grembo  della 
religione  cattolica  :  si  dà  questo 
nome  agli  uomini  dabbene  per  di- 
stinzione dei  cattivi.  Figli  di  Dio  si 
dicono  inoltre  i  grandi,  i  potenti,  i 
giudici  della  terra,  così  denominati 
perchè  sono  i  luogotenenti  di  Dio, 
e  i  depositari  della  sua  autorità 
in  terra.  Figli  di  Dio  furono  an- 
che detti  gli  israeliti  per  opposizio- 
ne ai  gentili.  iVel  nuovo  Testamen- 
to i  detti  fedeli  o  cristiani  sono  co- 
munemente chiamati  figliuoli  di 
Dio,  in  virtù  della  loro  adozione. 
Figlio  dell'  Uomo  o  Figliuolo 
dell'  Uomo  significa  specialmente 
Gesù  Cristo,  non  perchè  s'intenda 
di  dire  ch'egli  ha  un  uomo  per 
padre,  giacché  egli  nacque  per  o- 
pera  dello  Spirito  Santo;  ma  è 
soltanto  per  testificare,  eh'  egli  è 
pure  veramente  uomo ,  del  pari 
che  se  fosse  nato  alla  maniex^a  de- 
gli altri  uomini.  Perciò  i  padri 
della  Chiesa  si  sono  serviti  di  que- 
sta espressione  per  provare  agli 
eretici  che  il  Figliuolo  di  Dio,  fa- 
cendosi uomo ,  aveva  preso  una 
carne  reale  e  non  una  carne  im- 
maginaria ed  apparente,  che  egli 
era  veramente  nato,  morto  e  ri- 
suscitato, e  che  aveva  egli  soffer- 
to non  solamente  iu  apparenza,  ma 
anche  in  realtà.  Inoltre  figlio  del- 
l'uomo significa  molte  volte  l'uo- 
mo semplicemente;  e  cosi  nel  plu- 
rale figli  degli  uomini  sono  i  me- 
desimi uomini.  Talvolta  però  sot- 
to questa  denominazione  s'intendo- 
no gli  empi  ed  i  peccatori,  e  ciò 
in  opposizione  a  coloro  che  nella 
sagra  Scrittura  chiamansi  figli  di 
Dio. 

FILACE.  Sede  vescovile  della 
Bizacena,  nell'Africa  occidentale,  sot- 
to la  metropoli  d'Adraraito. 

FILADELFIA  ,     o     ALLAH- 


264  FIL 

SHEHR  o  Città  di  Dio.  Città  ar- 
civescovile dell'Asia  nella  Natòlia, 
sul  declivio  di  tre  o  quattro  colli- 
ne a  piede  del  monte  Tmolus,  ove 
si  gode  una  bellissima  veduta  per 
Ju  pianura  più  bassa.  È  città  con- 
siderabile della  Lidia,  anzi  antica- 
mente era  la  seconda  di  questa  pro- 
vincia, ed  è  tuttora  considerabile 
fra  quelle  dell'Asia  minore,  per  es- 
sere molto  commerciante:  le  mu- 
ra rovinose  die  la  circondano  at- 
testano la  sua  passata  importanza. 
Fiorì  anche  sotto  l'impero  de'gre- 
ci,  e  più  d'ogni  altra  città  dell'A- 
sia minore  resistette  ai  turchi,  ai 
quali  poi  si  sottomise  a  vantaggio- 
se condizioni,  e  senza  meritarlo 
gli  diedero  il  nome  di  bella  città. 
Abbiamo  dal  Rinaldi  all'anno  1 353, 
num.  20,  che  i  filadelfi  vedendosi 
stretti  dai  turchi,  mandarono  due 
ambasciatori  in  Avignone  al  Papa 
Innocenzo  VI ,  ed  offrirono  alla 
santa  Sede  il  loro  principato.  In- 
nocenzo VI  li  ricevè  in  concistoro, 
e  disse  loro  che  quanto  prima  la 
Sede  apostolica  gli  avrebbe  soccor- 
si, ma  che  pensassero  prima  a  ri- 
nunziare allo  scisma  de*  greci,  e 
ritornare  nel  grembo  della  Chiesa 
cattolica. 

Filadelfia  è  una  delle  sette  cit- 
tà di  cui  parla  s.  Giovanni  evan- 
gelista nell'Apocalisse,  e  che  gli  a- 
postoli  illuminarono  colla  fede  di 
Gesù  Cristo.  Nel  primo  secolo  vi 
fu  eretta  la  sede  vescovile  nell'e- 
sarcato d' Asia,  sotto  la  metropoli 
di  Sardi  (Fedi).  Quindi  venne  e- 
levata  in  metropoli,  con  ventotto 
vescovi  per  suffragane!,  nel  secolo 
XIII,  come  si  legge  in  Comnian- 
ville.  Sembra  però  da  una  lettera 
di  Niceforo  patriarca  di  Costanti- 
nopoli, diretta  al  Pontefice  s.  Leo- 
ne III,   che   godesse   di   quella  di- 


FIL 

gnità  sino  dal  nono  secolo.  Essa 
ottenne  anche  tutti  i  diritti  me- 
tropolitani della  chiesa  di  Sardi, 
dopo  la  distruzione  di  questa  città 
fatta  da  Tamerlano  re  dei  tartari 
nel  secolo  XV.  Il  metropolitano  di 
Filadelfia  aveva  la  sua  residenza 
in  Venezia,  sul  finire  del  seco- 
lo XV,  e  nel  XVII,  ma  dipoi 
stabilì  la  sua  sede  in  Costanti- 
nopoli. Tuttavolta  i  greci  vi  han- 
no un  vescovo  ed  alcune  chiese, 
essendo  la  principale  quella  dedi- 
cata alla  Beata  Vergine.  Il  primo 
vescovo  di  Filadelfia  fu  Lucio  or- 
dinato da  s.  Paolo,  il  quale  ne  fa 
menzione  neh"  epistola  ai  romani 
cap.  16,  v.  ai;  tra  i  successori 
di  Lucio  vanno  rammentati:  Miche- 
le, che  fu  metropolitano  di  Fila- 
delfia, e  che  viveva  al  tempo  di  s. 
Niceforo  patriarca  di  Costantinopo- 
li ;  Macario  soprannominato  Cri- 
socefalo, che  fiorì  sotto  l'imperatore 
Manuele  Paleologo,  e  Leone  Allazio 
ne  parla  come  di  un  prelato  assai 
dotto;  Gabriele  Severo,  che  tenne 
la  sua  residenza  nel  1578,  e  nel 
i6i4:  si  distinse  in  pietà  e  scien- 
za, scrisse  contro  gli  errori  dei 
calvinisti  in  greco  ed  in  latino 
opere  che  furono  nel  167 1  pub- 
blicate in  Parigi  da  Riccardo  Si- 
mon, ma  la  sua  principale  opera 
è  quella  sui  sagramenti,  che  il  ce- 
lebre Crisanto  patriarca  di  Geru- 
salemme fece  stampare  alla  fine 
del  suo  volume  De  Ecclesiae  offi- 
ciis}  in  Tergovrisck  nella  Valachia. 
L'arcivescovo  Macario  III,  nel  1721 
sedeva  in  Costantinopoli.  V.  il  p. 
Le  Quien,  Oriens  Christ.  tom.  I, 
pag.  868.  Al  presente  Filadelfia, 
Philadelpia,  è  un  titolo  vescovile 
in  partibus  sotto  la  metropoli  pu- 
re in  partibus  di  Bostra.  Da  ultimo 
il    regnante  Papa    Gregorio    XVI, 


FIL 

a' 6  marzo  i838,  fece  coadiutore 
del  vicario  apostolico  di  Madras 
nell'Indie  orientali  monsignor  Giu- 
seppe Carew,  quindi  gli  conferì  que- 
sto titolo  di  Filadelfia,  e  col  me- 
desimo a'  16  novembre  1840  lo 
Inalato  al  vicariato  apostolico  di 
Calcutta. 

FILADELFIA.  Sede  episcopale 
dell'Asia,  nella  provincia  d' Isauria, 
nella  diocesi  d'  Antiochia  ,  sotto  la 
metropoli  di  Seleucia ,  la  cui  ere- 
zione risale  al  quinto  secolo.  Tolo- 
meo la  pone  nell'  interno  della  Ci- 
licia  aspera  ossia  montuosa,  fra  Do- 
miziopoli  e  Seleucia  aspera  sul  Ca- 
lycadnns,  a  poca  distanza  all'ovest 
da  Olla.  Il  Terzi  nella  Siria  sa- 
gra dice  che  Filadelfia  fu  pur  chia- 
mata Giotape,  diversa  da  Gio- 
tapata  di  Palestina  ,  ed  è  po- 
sta quasi  in  riva  al  mare,  presso 
il  fiume  Piramo.  L'  Oriens  Christ. 
nel  tom,  II ,  pag.  1022  registra 
quattro  vescovi  che  vi  ebbero  sede, 
cioè  Ipsisto,  Megalio,  Atanasio  e 
Stefano.  Il  Terzi  nomina  un  Am- 
miano,  che  si  sottoscrisse  all'episto- 
le sinodiche  dirette  all'imperatore 
Leone,    facendo  il   simile  Atanasio. 

FILADELFIA.  Città  vescovile 
dell'  Asia,  della  seconda  provincia 
di  Arabia ,  nella  diocesi  di  Geru- 
salemme, sotto  la  metropoli  di  Bo- 
stra,  la  cui  fondazione  secondo  Com- 
manville  deve  riportarsi  al  quin- 
to secolo.  Plinio  e  Tolomeo  la  met- 
tono nella  Siria,  nelle  montagne  di 
Galaad,  verso  la  sorgente  dell' Ar- 
non:  il  suo  nome  orientale  a'  tem- 
pi di  s.  Girolamo  era  Rabatanama 
di  Arabia,  o  Rabbat-Ammon.  Fu 
la  celebre  capitale  degli  ammoniti, 
che  Davidde  assediò  e  prese;  quin- 
di Tolomeo  Filadelfo  re  di  Egitto 
gli  diede  il  nome  di  Filadelfia.  Og 
re  degli  ammoniti  vi  fece  residenza, 


FIL  a65 

e  quando  nella  Palestina  v'  ebbe 
una  divisione  sotto  il  nome  di  De- 
capo, o  le  dieci  città,  Filadelfia  vi 
fu  compresa.  Il  Terzi  nella  Siria 
sagra,  pag.  109,  aggiunge  che  fu 
pur  chiamata  Astarle.,  e  che  venne 
ritenuta  per  la  seconda  città  della 
Siria,  ed  un  tempo  era  assai  mu- 
nita. Nell'anno  242  vi  fu  tenuto 
un  concilio  contro  gli  errori  di 
Berillo  vescovo  di  Bostra ,  come 
abbiamo  dal  Labbé ,  e  dall'  Ar- 
duino nel  tom.  I.  Si  conoscono 
quattro  vescovi  che  vi  ebbero  sede: 
Cirione,  che  intervenne  al  concilio 
Kiceno;  Eulogio,  il  quale  si  trovò 
a  quello  di  Calcedonia,  ed  ivi  fu 
qualificato  come  vescovo  della  me- 
tropoli di  Filadelfia,  lo  che  prova 
che  questa  chiesa  godeva  in  allo- 
ra la  dignità  metropolitica;  il  ter- 
zo fu  Giovanni,  cui  il  Papa  s.  Mar- 
tino I  ordinò  di  rappresentarlo  in 
tutte  le  funzioni  ecclesiastiche  del- 
l'oriente, e  di  provvedere  di  ve- 
scovi, di  sacerdoti,  di  diaconi  ec.} 
tutte  le  chiese  soggette  alla  sede 
d'Antiochia  e  di  Gerusalemme.  Fu 
Giovanni  incaricato  di  tal  commis- 
sione a  motivo  de' sempre  crescen- 
ti progressi  che  allora  faceva  in 
quelle  contrade  l'eresia  de'  mono- 
teliti.  Fozio  è  il  nome  del  quarto 
vescovo  di  Filadelfia.  Oriens  Christ. 
tom.  II,  pag.  862.  Attualmente 
Filadelfia  d'Arabia,  Philadelphien, 
è  un  titolo  arcivescovile  in  partibus 
infìdelium,  che  conferiscono  i  ro- 
mani Pontefici,  ed  ha  per  suffra- 
ganeo  l'altro  titolo  in  partibus  di 
Mennith. 

FILADELFIA  (  Philadelphien  ). 
Ciltà  con  residenza  vescovile  negli 
Stati-Uniti  di  America,  già  capitale 
per  lungo  tempo  dello  slato  di 
Pensilvania,  ed  ora  capoluogo  del- 
la contea  del  suo  nome,  cioè  dopo 


2G6  FIL 

la  costruzione  di  Harrisburgo.  Que- 
sta bellissima  città  ebbe  nome  Fi- 
ladelfia, che  significa  amicizia  fra- 
terna, dal  famoso  Guglielmo  Penn, 
il  fondatore  della  repubblica  Pen- 
silvana,  che  la  costruì  nel  i683 
su  quell'  area  istessa ,  nella  quale 
egli  sotto  un  antico  albero  di  ro- 
vere radunò  i  selvaggi  indiani 
per  trattar  con  essi  dell'  acquisto, 
ossia  divisione  delle  terre;  memo- 
rando avvenimento  che  il  cele- 
bre West  rappresentò  in  un  bel 
quadro,  pubblicato  in  fronte  del- 
l' Atlante  americano  -  settentrionale 
di  Lerouge  nel  1778.  Elevasi  dessa 
sopra  vasta,  elevata  e  deliziosa  pia- 
nura lungo  la  destra  riva  del  De- 
laware,  nella  parte  più.  stretta  del- 
la penisola  formata  da  quel  fiume 
e  dallo  Schuylkill,  non  lungi  dal  lo- 
ro confluente;  laonde  quando  la 
città  sarà  del  tutto  compita,  si  esten- 
derà dall'uno  all'altro  de'  due  fiu- 
mi. La  sua  lunghezza  è  di  quasi 
una  lega,  ed  in  poca  minore  lar- 
gura sono  tracciate  dieciotto  vie  pa- 
rallele, die  uè  intersecano  altre  se- 
dici ad  angoli  retti.  Tutte  sono  am- 
pie, ben  lastricate ,  e  munite  di 
marciapiedi  ;  ma  la  maggiore,  che 
giustamente  dicesi  via  larga,  si  esten- 
de dall'uno  all'altro  lato  per  due- 
cento piedi.  Sorprendente  è  l'aspet- 
to delle  case  e  palazzi,  costruite  le 
une  con  mattoni  in  regolare  dise- 
gno, e  sufficiente  elevatezza,  inve- 
stiti questi  di  marmo  bianco  che 
con  facilità  si  estrae  dalle  cave  vi- 
cine, con  ornati  portoni,  ed  ameni 
viali  di  acacie ,  platani  e  pioppi , 
non  senza  spessi  vaghissimi  giardi- 
ni, ed  un  foltissimo  e  lungo  bosco, 
che  costeggia  le  sponde  del  Dela- 
ware  per  tutta  la  sua  lunghezza. 
Fra  le  frequenti  piazze  primeggia 
(lucila  ov' è  la  statua    equestre  del 


FIL 

famoso  Washington.  Meravigliosa  è 
la  macchina  idraulica  chiamata  wa- 
terworks,  colla  quale  dallo  Schuyl- 
kill si  trae  l'acqua  occorrente  agli 
usi  di  questa  popolosa  città:  da 
una  gran  vasca  presso  il  fiume,  le 
acque  passano  per  mezzo  di  una 
tromba  in  ampio  acquedotto  late- 
rizio, che  percorre  un  miglio,  e  le 
guida  al  più  elevato  punto  centra- 
le, giacché  agisce  la  macchina  col- 
la forza  di  quaranta  cavalli.  Una 
vasca  di  sessanta  piedi  raccoglie  le 
acque  nella  sommità,  e  dal  bel 
mezzo  d' essa  sorge  una  torre  ro- 
tonda, alta  sessanta  piedi,  dalla  ci- 
ma della  quale  con  altra  tromba 
l'acqua  si  dirama  in  adatti  canali 
di  legno,  che  circolano  per  tutti  i 
quartieri,  e  colla  modica  spesa  di 
sei  dollari  al  giorno,  se  ne  distri- 
buiscono più  di  quattro  milioni  di 
boccali. 

Sono  pure  ragguardevoli  edifizi 
il  palazzo  dello  slato,  ove  sedette 
il  congresso  americano,  che  ai  4 
luglio  1776  dichiarò  la  indipen- 
denza degli  Stati-Uniti,  e  quindi  vi 
proseguì  le  sue  adunanze  sino  alla 
sua  traslazione  nel  1800  alla  città 
federale  di  Washington,  tranne  una 
parte  degli  anni  1777  e  1778  in 
che  fu  occupata  dalle  truppe  in- 
glesi ;  il  palazzo  municipale,  la  cut 
magistratura  ha  copiosissime  rendi- 
te, e  vince  in  ricchezza  forse  tutte 
le  altre  dell'Unione,  dappoiché  l'o- 
pulente banchiere  Stefano  Gerard 
lasciò  alla  medesima  il  pingue  le- 
gato di  sedici  milioni  di  dollari. 
Ivi  si  ammira  una  ricca  collezione 
di  storia  naturale  americana  ;  la 
banca  degli  Stati-Uniti,  che  si  re- 
puta la  miglior  mole  che  nell'  A- 
merica  siasi  costruita,  di  fini  mar- 
mi  bianchi,  sul  modello  del  cele- 
bre Partenone  di  Atene;  la  banca 


FIL 
di   Gerard,  la  banca  di  Pensilvania, 
il   mercato,  Y ateneo,  la  zecca,   uni- 
co stabilimento  di  tal  genere  negli 
Stati-Uniti,  eretto  nell'anno    1793, 
ed  ora    in  più  maestosa  e  splendi- 
da foggia  ricostruito;  la  loggia,  ov'è 
annessa  una  ricca  sala  per  le  pub- 
bliche feste;  l'università,  l'accade- 
mia   delle  belle  arti ,    la  biblioteca 
comunale ,    il  palazzo  della  società 
filosofica,    ed  il    teatro  posto  nella 
strada  di  Chesunt.  Fra  i  numerosi 
stabilimenti  di  carità,  meritano  di- 
stinta menzione  la  casa  penitenzia- 
ria, che  serve  di  prigione,     e  1'  o- 
spedale  di  marina.  Ridonda  di  sta- 
bilimenti scientifico-letterari,    e   di 
pubblica  istruzione.   Oltre  la  men- 
tovata società  filosofica,  vi  esistono 
le  società  di  medicina,    di  agricol- 
tura,   di    scienze    naturali,    d' inco- 
raggicuento  per  le  invenzioni   mec- 
caniche,   e  la  Linneana.  L' univer- 
sità è  celebrata,  e  primeggia   nella 
facoltà   medica.    Di  un    gran  colle- 
gio pensilvano  ordinò  la  costruzio- 
ne   morendo   Gerard ,    designando- 
vi per  legato  due  milioni  di  dollari  ; 
ed  oltre  l'accademia    di    belle    arti 
avvi  altresì   una  raccolta  di  quadri 
e  statue,    l'ateneo    menzionato,   tre 
pubbliche    biblioteche,   la  maggiore 
delle  quali  conta  più  di  trenta  mi- 
la volumi,    il  museo   di   PeeI,    ove 
tra  gli    altri   peregrini    monumenti 
ve    uno    scheletro  intero  di   Mam- 
moli th  del  peso  di  mille  libre,  l'os- 
servatorio ed  il    giardino  botanico 
di   Bai-tram. 

Arcuato,  vasto  e  comodissimo  allo 
sbarco  delle  merci  lungo  la  riva 
praticabile  è  il  porto  di  Filadelfia, 
ove  sorge  un  grandioso  arsenale, 
nel  quale  malgrado  la  poca  pro- 
fondità del  Dela Avare  venne  costrui- 
to il  maggior  vascello  anglo-ameri- 
cano    la     Pensilvania,    armato   di 


FIL  a67 

centoquaranta  pezzi    di  canone.    Il 
bel  ponte  in  legno  sullo  Schuylkill 
a  pie  della   strada  del    mercato  si 
fonda  su  tre  archi,  e  quel  di  mez- 
zo   ha   un'  apertura  di     1 90    piedi 
inglesi,    e  di    i5o    i  laterali,    onde 
percorre   49°  piedi    su  42  di  lar" 
ghezza.    Portentoso    pure  è  l' altro 
ponte   in  legno,    un    miglio    al    di 
sopra,    che  offre  l' arco  più   ampio 
di  questa  specie,  il  quale  giunge  ■ 
più     di   34o    piedi.    Cospicuo  è    il 
commercio    d' esportazione    di  tutti 
i  prodotti  sì  naturali,  che  industria- 
li della  Pensilvania  :  soprattutto  però 
è  vivo  il  commercio  libraio,  e  for- 
se non  ha  pari,  mentre  le  tipogra- 
fie   sono     più     di     cinquanta,     ^el 
1793    comparve   in    Filadelfia  per 
la    prima  Tolta  la  terribile  malat- 
tia   contagiosa,    eh'  ebbe    nome    di 
febbre    gialla.    Razze  miste   di  an- 
glo-americani, d' inglesi,  di  france- 
si, di  tedeschi,  di  scozzesi,  d' irlan- 
desi, di   svizzeri,  di  spagnuoli,  d' i- 
taliani,    di    creoli    delle    vicine    re- 
gioni, e    di    negri    o  mulatti  com- 
pongono   la    popolazione,   che    ora 
ascende  a  circa  cento  settanta  mila 
persone,     mentre     la     sua     marina 
mercantile   sorpassa    le    centomila 
tonnellate.    Si  possono  citare  fra  i 
dotti    nati  od    abitanti  a  Filadelfia 
YV.  Seuil  per  la  geografia,  B.  West 
nella  pittura.   J.  Bertrand  nella  bo- 
tanica,   Francesco  Hopkinson  nella 
musica  ,    Rittenhouse    nella     astro- 
nomia, il  celebre   Franklin,  sebbe- 
'  ne  nato  a  Boston  ,  il  capitano  Da- 
vies  vero  inventore  del    quadrante, 
Horris    e    Filzimmann,    che  porta- 
rono  al  più    alto  grado    di    perfe- 
zione    le    conoscenze    commerciali. 
Non    solo    in   Filadelfia    vi    risiede 
un   vescovo  cattolico,  di  cui  andia- 
mo a  parlare,    ma    vi  dimoia   an- 
che un  vescovo  protestante. 


268  FIL 

La  sede    vescovile    di    Filadelfia 
fu    eretta    nel     1808    dal     sommo 
Pontefice   Pio  VII,    e  fatta    suffra- 
ganea  della  metropolitana   di  Bal- 
timora.   Sino  all'anno    corrente  la 
diocesi  comprendeva   i  due  stati  di 
Pcnsilvania     e   di    Delaware,    colla 
parte  occidentale    del     New-Jersey. 
Il   regnante  Pontefice  Gregorio  XVI 
annuendo  alla  supplica    del     quin- 
to concilio    provinciale  di  Baltimo- 
ra,   tenuto    in    maggio    dell'  anno 
i843,    ed    approvando    il  consiglio 
della  sagra    congregazione    di  pro- 
paganda fide  ha    eretto  una  nuova 
sede   vescovile    nella  città  di  Pittis- 
burg [/'celi),    nella    Pensilvania  oc- 
cidentale,   dismembrando    sì    vasta 
provincia  dalla    diocesi   di    Filadel- 
fia che  comprendeva    finora    total- 
mente il   memorato  estesissimo  sta- 
to; quindi    nominò  a  primo  vesco- 
vo di  Pittisburg   monsignor  Miche- 
le O'Connor  irlandese,  già    alunno 
del    collegio    Urbano  ,    nella    qual 
chiesa  ricevette    l'episcopale    consa- 
grazione,    non    che  presidente     del 
seminario    di    Filadelfia.    Lo    stato 
della    diocesi    di     Filadelfia    avanti 
la  detta  dismembrazione  era  il  se- 
guente. 11  vescovo  era  ed  è  monsignor 
Francesco  Patrizio  Renrick  di  Du- 
blino,   che    per   coadjutoria    lo    di- 
venne nel    184*2,  avendo  lasciato  il 
titolo  vescovile    di    Arata  in  parti- 
bus.  La  chiesa    cattedrale  di  Fila- 
delfia è    dedicata  a  Dio,    in  onore 
della    Beata    Vergine   Maria,    e    le 
altre     principali    della     città     sono 
sotto  il  titolo  di  s.  Giuseppe  de'ge- 
suiti,  s.  Agostino  degli  agostiniani, 
la  ss.   Trinità   pei    tedeschi  ,  s.  Gio- 
vanni  evangelista,  e  s.  Michele;  in 
tutta   la  diocesi,  comprese  le  nomi- 
nale,  le   chiese  e  le  cappelle  ascen- 
devano a  novanlatre,    con  sessanta 
sacerdoti.    I    cattolici    in    tutta    la 


FIL 

diocesi    ascendono    a    cento    mila 
circa. 

Ecco  gli  stabilimenti  ecclesiastici, 
e  di  educazione.  Seminario  diocesa- 
no di  s.  Carlo  Borromeo,  diretto  da 
preti  della  congregazione  della  mis- 
sione, con  trentatre  seminaristi  :  que- 
sto seminario  ebbe  un'esistenza  legale 
nel  1 838.  Scuole  pei  giovanetti  due, 
cioè  collegio  di  s.  Maria  in  Wil- 
mington,  e  scuola  di  s.  Giuseppe 
in  Filadelfia  tenuta  dai  gesuiti. 
Ordini  religiosi  e  congregazioni  in 
Filadelfia  :  agostiniani  in  s.  Agosti- 
no, e  preti  della  congregazione 
della  missione  al  seminario.  Mo- 
nasteri o  case  religiose  :  le  sorelle 
della  Carità  ne  hanno  sei,  orfano- 
trofio di  s.  Giuseppe  in  Filadelfia, 
con  sei  sorelle,  cento  orfanelle,  e 
due  scuole  esterne  ;  orfanotrofio  di 
s.  Giovanni  in  Filadelfia,  otto  so- 
relle, sessanta  orfani,  cento  fanciul- 
le nelle  scuole  esterne,  più  una 
scuola  due  volte  la  settimana  per 
le  giovanette  che  stanno  al  servi- 
gio ;  scuola  gratuita  di  s.  Maria  in 
Filadelfia,  tre  sorelle^  cento  ragaz- 
ze ,  una  scuola  per  le  serve  ;  edu- 
candato, e  scuola  esterna  di  s.  Pie- 
tro in  Wilmington  :  evvi  annesso 
un  orfanotrofio  con  scuola  gratui- 
ta ;  orfanotrofio  e  scuola  di  s.  Pao- 
lo in  Pittisburg,  quattro  sorelle,  ven- 
ti orfanelle,  centoventicinque  ester- 
ne; scuola  gratuita  in  Pottsville, 
con  tre  sorelle.  Le  religiose  del 
sagro  cuore  hanno  un  educandato, 
ed  il  noviziato  di  Conwago.  Asso- 
ciazioni di  carità  per  vari  oggetti, 
dieci.  Società  della  temperanza  in 
Filadelfia,  ed  in  varie  parti  della 
diocesi.  Sei  librerie  in  Filadelfia 
per  la  circolazione  de'  buoni  libri, 
che  si  danno  ad  imprestito  ;  altre 
in  Pittisburg,  Pottsville ,  ec.  Le 
chiese    hanno   i  fabbricieri  ;    il  ve- 


FIG 
scovo  e  il  clero  -vivono  delle  obla- 
zioni de'fedeli,  e  degli  assegnamenti 
che  loro  destinano  i  fabbricieri. 

FILARGI  o  FILARGO  Pietro, 
Cardinale.  V.  Alessandro  V  Papa. 

FI  LA  STERI  O  ovvero  FI  L  ASTRO 
Guglielmo,  Cardinale.  Guglielmo  Fi- 
lasterio  _,di  mediocre  ed  onesta  fami- 
glia, nacque  nel  i34^  nella  diocesi 
di  Mans,  nelle  Gallie.  Fornito  di  ec- 
cellenti doti  di  spirito,  riuscì  a  me- 
raviglia nello  studio  delle  leggi , 
delle  matematiche,  e  specialmente 
della  lingua  greca.  Fu  dapprima 
decano  nel  collegio  di  s.  Sinforia- 
no,  quindi  canonico  di  quella  chie- 
sa, e  poscia  decano  nella  metropo- 
litana di  Reims,  dove  accrebbe  la 
biblioteca  di  rari  codici,  fondò  una 
cattedra  di  teologia ,  e  vi  compar- 
ti non  pochi  altri  benefizii.  Nel 
1409  venne  trascelto  a  vicario  del- 
l' arcivescovo  Simone  di  Cramaud, 
che  reggea  quella  chiesa  ;  e  molto 
in  tale  impiego  si  accrebbe  la  fa- 
ma di  lui.  Però  nell'assemblea  del 
clero  tenuta  in  Parigi,  oscurò  non 
poco  il  suo  nome,  aderendo  al  par- 
tito di  Benedetto  XI II,  e  mostran- 
dosi poco  favorevole  al  re  ed  alle 
prerogative  della  chiesa  di  Fran- 
cia. Nondimeno  fu  assunto  all'ar- 
civescovato di  Aix  nella  Proven- 
za ,  e,  secondo  che  pensa  il  Ber- 
nini, ebbe  anche  in  seguito  la  ca- 
rica di  uditore  di  rota.  Giovanni 
XX111  a' 6  giugno  i4»i  lo  creò 
cardinale  diacono  di  s.  Maria  Nuova, 
dalla  quale  diaconia  scrivono  alcuni 
che  passasse  di  poi  all'ordine  de'pre- 
ti,  e  perciò  al  titolo  di  s.  Marco.  Inter- 
venne al  concilio  di  Costanza,  e  nella 
decima  sessione  fu  destinato,  in  com- 
pagnia del  cardinale  Giordano  Or- 
sini,  commissario  presso  Giovanni 
XXJII.  Nella  sessione  trigesimaquar- 
ta  fece  un  sermone  a'  padri  ;  e  fu 


FIG  269 

poi  uno  degli  elettori  di  Martino 
V.  Questo  Pontefice  lo  spedì  in 
Francia  per  mantenere  quel  regno 
in  unione  colla  Chiesa  romana  ;  ed 
egli  così  fortemente  inveì  contro  la 
libertà  della  chiesa  gallicana,  che 
il  re  Carlo  VI  sdegnatosi ,  lo  co- 
strinse a  fuggire  dal  regno.  Ricu- 
però poi  la  grazia  di  questo  prin- 
cipe, e  restituitosi  a  Roma,  fu  de- 
corato dell'arcipretura  della  basili- 
ca lateranense.  Morì  in  quella  cit- 
tà nel  14^8,  nell'età  d'anni  ottan- 
ta, coli'  elogio  di  sublime  inge- 
gno ,  e  fornito  di  rara  lettera- 
tura ;  ed  ebbe  sepolcro  nella  chie- 
sa di  s.  Grisogono,  di  cui  era  am- 
ministratore, e  presso  della  quale 
aveva  fabbricato  un  palazzo,  che 
poi   fu  vittima  delle  fiamme. 

FILASTRIO  (s.).  Alcuni  lodi- 
cono  spagnuolo,  altri  italiano,  ma 
non  si  conosce  né  il  luogo,  né  il 
tempo  della  sua  nascita.  Dedicatosi 
allo  stato,  ecclesiastico,  scorse  quasi 
tutte  le  provincie  dell'impero  per 
comhattere  gli  ebrei  ,  i  pagani ,  gli 
eretici,  e  principalmente  gli  ariani. 
Egli  prese  cura  della  chiesa  di  Mi- 
lano prima  che  s.  Ambrogio  ne  fos- 
se eletto  a  vescovo,  e  sostenne  vi- 
gorosamente le  parti  degli  ortodossi 
contro  l'ariano  Aussenzio,  che  si  as- 
sumeva il  titolo  di  vescovo  di  quella 
città.  Quindi  passò  a  Brescia,  ove 
trovò  gente  che  quantunque  rozza, 
mostrava  tuttavia  sommo  desiderio 
di  essere  istrutta;  di  che  egli  sep- 
pe approfittare,  ed  ebbe  la  conso- 
lazione di  vedere  i  suoi  travagli 
coronali  del  più  felice  successo.  Fat- 
to vescovo  di  Brescia,  egli  superò 
sé  stesso  nell'esercizio  del  suo  mi- 
nistero, e  questa  sua  dignità  ag- 
giunse maggior  forza  ed  autorità 
agii  sforzi  del  suo  zelo.  La  sua 
profonda  umiltà  faceva  vieppiù  ri- 


■j.'jo  FIL 

splendere  Je  sue  virtù,  e  la  dol- 
cezza, era  in  lui  sì  nativa,  che  non 
rispondea  alle  ingiurie  che  coi  be- 
nefizi, né  mai  die  a  conoscere  il 
minimo  moto  di  collera.  La  sua 
carità  e  la  sua  pazienza  gli  gua- 
dagnarono tutti  i  cuori.  La  gloria 
di  Dio  era  l' unico  obbietto  a  cui 
mirava  ogni  sua  azione,  nò  ad  al- 
tri beni  agognava  che  a  quelli  del 
cielo.  Niente  accordava  egli  alle  in- 
clinazioni della  natura,  tanto  stac- 
cato era  da  sé  stesso.  Tutte  le  sue 
reudite  erano  spese  a  sollievo  dei 
poveri,  né  assisteva  soltanto  quelli 
che  trovavansi  ridotti  ad  estrema 
indigenza.,  ma  soccorreva  eziandio 
quelli  che  aveano  sofferto  ne'  loro 
affari  sconci  rovinosi.  S.  Filastrio  tro- 
vossi  al  concilio  di  Aquileia  nell'anno 
38 1 ,  e  morì,  credesi,  nel  388.  La- 
sciò un  Catalogo  delle  eresie,  che 
fu  più  volte  stampato,  e  che  tro- 
vasi in  tutte  le  biblioteche  dei  pa- 
dri, da  lui  composto  per  premunire 
il  suo  gregge  da  ogni  pericolo  in 
materia  di  lede,  ed  alcuni  hanno 
preteso  che  egli  avesse  composto  il 
simbolo  che  dicesi  di  s.  Atanasio. 
S.  Gaudenzio  che  fu  suo  discepolo 
gli  successe  nella  sede  di  Brescia, 
e  celebrò  ogni  anno  la  festa  del  suo 
santo  maestro,  assegnata  ai  18  di 
luglio,  recitandone  il  panegirico. 

FILATTERIE,  o  FILATELIE. 
Termine  derivante  dal  greco ,  che 
significa  guardie  o  preservativi,  cu- 
stodire o  preservare.  Queste  sono 
fascie  di  pergamena  su  cui  gli  e- 
brei  scrivevano  certi  versetti  della 
Scrittura  sagra,  principalmente  ca- 
vati dal  decalogo,  eh'  essi  portava- 
no sulla  fronte,  sul  petto,  e  sulle 
braccia,  alfine  di  eccitarsi  a  custo- 
dire attentamente  la  legge  di  Dio, 
e  guardarsi  dal  trasgredirla  :  ciò 
facevano  i   più    devoti    e    fervorosi 


FIL 

ebrei  per  meglio  osservarla,   e  per 
evitare    il    pericolo     d'  infrangerla. 
La   maggior  parte  degli  ebrei   mo- 
derni portano  ancora  di  queste  fi- 
latterie,  ch'essi  chiamano  Zizis,   ed 
abusando  malamente  del  significa- 
to del  vocabolo,  si  persuadono  che 
sieno    amuleti ,  o  preservativi  con- 
tro qualunque  pericolo ,  particolar- 
mente   contro    il    maligno    spirito. 
Questa  superstizione  degli  ebrei  non 
di  rado  fu  rinnovata  da  alcuni  cri- 
stiani, i  quali  hanno  immaginato, che 
certe  parole  scritte  sulla  pergamena, 
incise  sulle  medaglie,  ovvero  sopra  un 
pezzo    di  metallo    qualunque,  pos- 
sano essere  un  preservativo  od  un 
rimedio  contro  le  malattie,  o  l'al- 
trui  malignità.  I  padri  della  Chiesa 
ed  i  vescovi  nei  concili,  hanno  più 
volte  condannato  questo  abuso.  Tal- 
volta   la   parola    iilatteria    significò 
un  reliquiario,  come  trovasi  in  Gio- 
vanni   diacono:    Phylacteria    tenui 
argento  fabricala,  vilique  panno  de 
collo  suspensa.  Dei  {datteri   ne  par- 
lammo   pure    nel    volume    XVIII, 
pag.   249  del  Dizionario,   ove  pur 
dicemmo,  che  fìlatterio    si  chiamò 
anche  la  croce  pettorale  de'  vescovi, 
che  con  reliquie   portano  appesa  al 
collo.   San  Girolamo  chiama   Pietà- 
ciola  certe  tavolette,  sulle  quali  ve- 
nivano   registrate  le  cose  notabili, 
forse  a  somiglianza   delle  tavolette 
orientali,  che  solevano   impiastrare 
di  gesso ,  e  poscia  scrivervi  sopra  , 
e  cancellarne  anche^  quando  voglio- 
no, le  lettere  rimastevi,  costuman- 
do pure  d' insegnare   sulle  medesi- 
me l'alfabeto  ai   fanciulli. 

FILE  o  FILA.  Sede  vescovile 
della  seconda  Tebaide,  nel  patriar- 
cato alessandrino ,  sotto  la  metro- 
poli di  Tolemaide,  la  cui  erezione 
risale  al  quarto  secolo.  Uno  de' suoi 
Acscovi    chiamato    Marco    assistette 


FIL 

al  concilio  che  s.  Atanasio  tenne  in 
Alessandria,  dopo  la  morte  dell' im- 
peratore Costanzo  nell'anno  362, 
come  si  legge  nell'  Oriens  Christ. 
toni.  Il,  pag.  6i4> 

FILE  A  e  FILOROMO  (ss.).  Fi- 
lea  nacque  a  Thmuis  in  Egitto,  di 
nobile  e  ricca  famiglia  ,  e  divenne 
ragguardevole  pel  suo  sapere  e  per 
la  sua  eloquenza.  Entrato  nella  re- 
ligione di  Cristo,  fu  eletto  vescovo 
di  Thmuis;  ma  la  persecuzione  dei 
successori  di  Diocleziano ,  strappò 
questo  buon  pastore  dal  suo  greg- 
ge, e  fu  condotto  nelle  prigioni  di 
Alessandria.  Da  colà  indirizzò  una 
lettera  a  quei  del  suo  vescovato,  con 
la  quale  li  confortava  e  li  esortava 
alla  perseveranza,  narrando  gli  spie- 
tati tormenti  che  ivi  facevansi  soffrire 
a  quegli  invitti  confessori  della  fede 
di  Gesù  Cristo,  alcuui  de'  quali  spi- 
ravano fra  le  mani  di  que'  crudeli 
carnefici.  Il  governatore  Culciano , 
preso  d'ammirazione  pel  santo  ve- 
scovo, cercava  in  ogni  maniera  di 
salvarlo,  e  per  intenerirlo  gli  mo- 
strava lo  stato  compassionevole  di 
sua  moglie  e  de'  suoi  parenti,  che 
erano  spettatori  di  quella  scena  ; 
ma  né  il  dolore  de'  suoi,  né  le  sol- 
lecitazioni del  governatore,  dei  giu- 
dici, degli  altri  ministri  della  giu- 
stizia ,  e  dello  stesso  luogotenente 
dell'  imperatore,  i  quali  assieme  coi 
parenti  di  Filea  si  prostrarono  per- 
fino a' suoi  piedi,  scongiurandolo 
aver  pietà  della  sua  desolata  fami- 
glia ,  valsero  a  smuovere  l' eroica 
fermezza  di  lui.  Eravi  tra  i  circo- 
stanti un  certo  Filoromo,  tesoriere 
dell'  imperatore  in  Alessandria  ,  e 
che  giudicava  in  quella  città  i  pio- 
cessi  de'  più  ragguardevoli  per- 
sonaggi. Questi  maravigliato  del- 
la costanza  di  Filea,  e  pieno  d'in- 
dignazione contro  i  di  lui   persecu- 


FIL  2-1 

tori,  li  rimproverò  aspramente  che 
tentassero  renderlo  infedele  al  suo 
Dio  per  una  compiacenza  vigliacca. 
Le  parole  di  Filoromo  provocaro- 
no l' ira  del  consesso ,  per  cui  fu 
condannato  anch'egli  a  perdere  la 
testa  insieme  con  Filea;  e  condot- 
ti entrambi  al  luogo  del  supplizio, 
furono  decapitati.  Ciò  avvenne  tra 
gli  anni  3o6  e  3 12.  11  nome  di 
questi  due  santi  trovasi  negli  anti- 
chi martirologi ,  e  la  loro  memo- 
ria è  celebrata  a'  4  febbraio. 

FILEMONE  (s.).  Ricco  borghe- 
se di  Colossi  in  Frigia,  che  fu  con- 
vertito da  s.  Paolo  o  da  Epafra  di 
lui  discepolo.  Egli  si  avanzò  pre- 
stamente nelle  cristiane  virtù,  e  la 
sua  casa,  in  cui  sembra  si  tenesse 
l'assemblea  dei  fedeli ,  divenne  co- 
me una  chiesa  perla  pietà  di  quelli 
che  la  componevano,  e  per  gli  eser- 
cizi di  religione  che  vi  si  pratica- 
vano. Onesimo,  schiavo  di  Filemo- 
ne, non  si  valse  dei  buoni  esempi 
che  avea  sotto  gli  occhi,  e  giunse 
persino  a  derubare  il  suo  padro- 
ne, e  fuggirsene  a  Roma.  Quivi  tro- 
vò s.  Paolo,  che  vi  era  prigionie- 
ro la  prima  volta,  il  quale  lo  ac- 
colse amorevolmente,  lo  convertì  e 
lo  battezzò.  Egli  avrebbe  deside- 
rato di  ritenerlo  presso  di  sé,  che 
molto  lo  avrebbe  giovato  nella  cir- 
costanza in  cui  si  trovava;  ma  pen- 
sò di  non  doverlo  fare  senza  il 
consenso  di  quello  cui  apparteneva. 
Perciò  rimandò  Onesimo  a  File- 
mone con  una  lettera  ad  esso  di- 
retta. L'apostolo  in  questa  lettera 
loda  la  fede,  la  carità,  la  liberali- 
tà di  Filemone  verso  tutti  i  fede- 
li ;  gli  protesta  il  suo  affetto,  gli 
dà  il  titolo  di  fratello,  e  gli  dice 
die  è  stato  il  consolatore  e  bene- 
fattore di  tutti  i  santi  che  si  son 
trovati  nell'afflizione;  chiama  pure 


273  FIL 

Appia,  moglie  di  Filemone,  sua 
cara  sorella,  a  cagione  della  sua 
fede  e  della  sua  virtù.  Finalmen- 
te lo  prega  con  tenere  ed  eloquen- 
ti parole  di  perdonare  ad  Onest- 
ino, raddolcisce  colle  sue  espressio- 
ni il  delitto  di  lui,  e  fa  valere  i 
servigi  che  questi  gli  aveva  ren- 
duto.  Filemone  accordò  la  libertà 
ad  Onesimo,  perdonogli  il  suo  fal- 
lo, e  lo  rimandò  a  Roma  a  servi- 
re s.  Paolo,  che  fece  di  lui  un  de- 
gno cooperatore  del  vangelo.  Le 
costituzioni  apostoliche  fanno  s.  Fi- 
lemone vescovo  di  Colossi  ;  ma  i 
calendari  greci  dicono  ch'egli  fu 
apostolo  e  primo  vescovo  di  Gaza 
in  Palestina.  Di  là  ritornò  a  Co- 
lossi dove  soffri  il  martirio.  Il  suo 
nome  è  marcato  ne'  martirologi,  in 
un  a  quello  di  s.  Appia,  a'  22  di 
novembre. 

FILEMONE    (s.),   martire.    V. 
Apollonio  (s.). 

FILIBERTO  (•.).  Nacque  nel  ter- 
ritorio di  Eause  in  Guascogna ,  è 
fu  allevato  sotto  la  sorveglianza  di 
Filibaldo  suo  padre,  il  quale  rice- 
vuti gli  ordini  sacri,  era  divenu- 
to vescovo  di  Aire.  Di  vent'  anni 
abbandonò  la  corte  di  Clotario  II, 
dove  era  stato  mandato,  e  fecesi 
monaco  nell'abbazia  di  Rebais,  fon- 
data da  s.  Audoeno,  per  gli  esem- 
pi ed  i  consigli  del  quale  s'  era 
staccato  dal  mondo.  Successo  poi 
a  s.  Agilo  nel  governo  di  quel  mo- 
nistero,  lo  lasciò  per  l'indocilità  di 
alcuni  monaci.  Ritiratosi  in  Nor- 
mandia, nel  654,  fondò  un  moni- 
stero  in  un  luogo  donatogli  dal  re 
Clodoveo  li  e  dalla  regina  Batilde 
nella  foresta  di  Jumiège;  vi  stabi- 
le la  più  esatta  regolarità  ,  ed  eb- 
be la  consolazione  di  vedere  rac- 
colti nella  sua  novella  comunità  fi- 
no a  novecento  religiosi,  che  gover- 


FIL 

nò  con  esito  felicissimo.  Fece  edi- 
ficare a  Pavilly  un  altro  monistero 
per  le  zitelle.  Nel  674  fu  costretto 
di  recarsi  alla  corte,  ed  ebbe  il  co- 
raggio di  rimproverare  ad  Ebroi- 
no,  prefetto  del  palazzo,  le  sue  in- 
giustizie e  i  suoi  delitti.  Costui  pei* 
vendicarsi  eccitò  contro  di  lui  al- 
cuni ecclesiastici  della  diocesi  di 
Roano ,  i  quali  Jo  dipinsero  a  s. 
Audoeno  con  sì  neri  colori ,  che 
quel  prelato  credendo  alle  loro  ac- 
cuse lo  fece  porre  in  prigione.  Po- 
co dopo,  riconosciuta  la  sua  inno- 
cenza, fu  posto  in  libertà,  ed  egli 
ritirossi  nella  diocesi  di  Poitiers , 
dove  fondò  il  monistero  di  Noir- 
moutier  e  il  priorato  di  Quincey. 
Per  le  preghiere  di  s.  Audoeno,  che 
gli  restituì  l'antica  amicizia,  ritornò 
a  Jumiège  nel  681,  ove  avrebbe 
potuto  terminare  in  pace  i  suoi  gior- 
ni; ma  amò  meglio  ritirarsi  a  Noir- 
moutier,  la  cui  solitudine  favoriva 
maggiormente  la  sua  tendenza  alla 
contemplazione,  ed  ivi  mori  ai  20 
d'agosto  del  684-  La  sua  festa  si 
celebra  il  giorno  della  sua  morte. 
FILIPPA  DI  MARERIA  (beata). 
Nata  da  nobili  ed  opulenti  genito- 
ri ,  ebbe  la  fortuna  di  conoscere 
nella  sua  giovinezza  e  di  udire  s. 
Francesco ,  il  quale  gì'  inspirò  sì 
grande  disprezzo  del  mondo  e  delle 
sue  vanità ,  che  risolse  di  separar- 
sene interamente.  Superate  le  diffi- 
coltà che  la  sua  famiglia  opponeva 
alla  di  lei  vocazione, ritirossi  sopra  il 
monte  di  Marena,  presso  alla  sua 
città  natia,  nella  diocesi  di  Rieti , 
per  vivervi  con  alcune  compagne 
nella  pratica  della  penitenza.  Edi- 
ficatagli da  suo  fratello  una  casa 
in  vicinanza  alla  chiesa  del  luogo, 
Filippa  vi  pose  la  regola  di  s.  Chia- 
ra ,  e  ne  fu  badessa.  L'infelice  sta- 
lo dei  peccatori  la   commoveva  as- 


FIL 

sai  vivamente,  e  per  ricondurli  a 
Dio  non  risparmiava  né  orazioni, 
uè  austerità,  né  esortazioni.  La  sua 
morte,  di  cui  aveva  predetto  il 
momento  ,  avvenne  a'  1 3  febbraio 
1^36,  ed  ai  16  dello  stesso  me- 
se si  celebra  la  sua  festa  nell'ordine 
di  s.  Francesco,  essendo  stato  ap- 
provato il  culto  di  questa  beata 
dal  Papa  Pio  VII. 

FILIPPI.  Città  arcivescovile  della 
seconda  Macedonia  nell'  esarcato 
del  suo  nome ,  secondo  le  notizie 
ecclesiastiche.  Filippi,  Philippi ,  o 
Filibah,  città  della  Macedonia  ,  od 
almeno  in  quella  parte  conquistata 
all'  oriente  della  Tracia,  a  poca  di- 
stanza dal  monte  Pangaeus,  in  vici- 
nanza del  mare  Egeo,  nella  parte 
orientale  della  pianura  del  suo  no- 
me, presso  al  golfo  della  Contessa. 
Il  suo  primo  nome  fu  Crenides , 
cioè  a  dire  la  ciltà  delle  fontane , 
a  cagione  delle  vene  d' acqua  che 
sortivano  alla  base  della  collina  su 
cui  era  situata.  Fu  poscia  chiama- 
to Datus,  e  secondo  altri  Thasus, 
dai  thasi  che  l'avevano  fabbrica- 
ta. Presa  dal  re  Filippo,  padre  di 
Alessandro  Magno,  l'abbellì,  la  for-: 
tifico,  e  gli  diede  il  proprio  nome, 
pei-  cui  divenne  più  grande,  e  flo- 
ridissima. In  seguito  venne  con- 
quistata dai  romani,  che  vi  de- 
dussero una  colonia;  indi  diven- 
ne celebre  per  la  battaglia  e  vitto- 
ria riportatavi  nei  dintorni  da  Ot- 
taviano Augusto  e  da  Marc'  Anto- 
nio contro  Bruto  e  Cassio  uccisori 
di  Giulio  Celare,  quarantadue  an- 
ni avanti  Gesù  Cristo  ;  avvenimen- 
to che  ebbe  per  conseguenza  il 
termine  definitivo  della  repubblica 
romana,  e  1'  istituzione  poscia  del- 
l' impero.  Di  questa  città  più  non 
rimane  che  un  miserabile  villaggio, 
vedeudovisi  però  ancora  gli  avanzi 

VOL.    XXIV. 


FIL  2-3 

di  antichi  monumenti,  e  di  un  an- 
fiteatro. In  oggi  la  città  di  Filippi 
è  dominata  dai  turchi,  che  la  chia- 
mano Filibah.  La  città  acquistò 
pure  ne'  fasti  della  Chiesa  rinoman- 
za, per  avervi  l'apostolo  delle  genti 
s.  Paolo  predicata  la  fede,  e  stabi- 
litovi il  seggio  vescovile,  al  modo 
che  racconta  il  Rodotà,  Dell' origi- 
ne del  rito  greco  in  Italia,  toni. 
Ili,  pag.  4j  trattovi  per  celeste  vi- 
sione, in  compagnia  di  Timoteo, 
di  Sila,  e  di  s.  Luca.  Insegnarono 
al  popolo  gli  articoli  principali  della 
cristiana  credenza,  e  i  punti  più 
sostanziali  della  disciplina  e  morale 
evangelica.  San  Paolo  vi  costituì 
primo  vescovo  Epafrodito ,  e  coi 
suoi  compagni  partì  per  Amfìpoli , 
per  Apollonia ,  e  per  Tessalonica. 
Con  qual  fermezza  e  costanza  abbia- 
no poi  perseverato  nella  fede  i  filip- 
pensi ed  i  macedoni ,  e  quale  af- 
fetto ed  amore  serbarono  verso  s. 
Paolo,  chiaramente  si  raccoglie  dal- 
le sue  lettere,  la  prima  volta  che 
fu  posto  in  prigione  verso  l'anno  62. 
L' apostolo  testifica  a  questi  fedeli 
la  più  tenera  riconoscenza,  perchè 
lo  provvidero  due  volte  del  biso- 
gnevole quando  soggiornava  in  Tes- 
saglia, ed  i  macedoni  gli  avevano 
mandato  denaro  in  Corinto;  testi- 
fica ancora  il  più  ardente  zelo  per 
la  loro  salute  ;  si  consola  del  loro 
coraggio  a  patire  per  Gesù  Cristo, 
e  delle  loro  buone  opere,  gli  eccita 
alla  confidenza  ed  al  gaudio.  Que- 
sta lettera  s.  Paolo  la  mandò  ai 
filippensi  per  Epafrodito  loro  ve- 
scovo ;  quindi  i  filippensi  scrissero 
una  lettera  a  s.  Policarpo  per  pre- 
garlo di  voler  comunicar  loro  le 
lettere  che  aveva  ricevuto  da  s.  I- 
guazio,  e  tutte  le  altre  del  mede- 
simo santo  che  potesse  egli  avere. 
Veggasi  il  Rinaldi  all'  anno  5g, 
18 


274  FIL 

mim.  8,  ove  parla  della  legazione 
di  Epafrodito,  che  s.  Paolo  chiamò 
apostolo  dei  filippensi,  ed  all'an- 
no fio,  num.  i  ,  ove  riporta  gli 
avvertimenti  di  s.  Paolo  ai  filippen- 
si acciò  si  guardino  dagli  eretici 
nemici  della  croce  di  Cristo,  che 
insegnavano  non  essere  stato  vera- 
remente  crocefisso.  All'  anno  poi 
5  r ,  num.  67,  racconta  quanto  in 
Filippi  patissero  s.  Paolo  e  Sila , 
flagellati  e  malmenati  dai  magistra- 
ti che  non  volevano  altri  riti  ed 
osservanza  di  leggi  che  le  romane, 
cui  la  città  era  tenuta  seguire  co- 
me colonia;  ed  al  num.  72  rac- 
conta la  miracolosa  liberazione  di 
s.  Paolo  e  di  Sila ,  nel  terremoto 
che  aprì  la  porta  del  carcere ,  e 
della  caduta  delle  loro  catene,  co- 
me della  conversione  del  carceriere 
e  sua  famiglia. 

Nei  primi  tempi  la  chiesa  di 
Filippi  fu  suffragarla  di  Tessaloni- 
ca,  ma  poscia  nel  IX  secolo  fu 
eretta  in  metropoli  della  seconda 
Macedonia,  coi  seguenti  vescova- 
ti per  suffraganei.  Drama,  che  nel 
secolo  XIII  divenne  arcivescovato, 
e  nel  secolo  XV  si  uni  a  Filippi  ; 
Napoli  o  Cristopoli  che  nel  XIII 
secolo  fu  unita  a  Drama  ;  Serra 
che  nel  IX  secolo  divenne  arcive- 
scovato; Zichne  che  nel  secolo  XIII 
fu  eretta  in  chiesa  arcivescovile  ; 
Lemno  che  nel  IX  secolo  fu  eleva- 
ta ad  egual  grado  ;  Metenico  che 
salì  a  simile  onore  nel  XIII  seco- 
lo ;  Alectriopoli,  Theoria,  Cesaro- 
poli,  Polistilio,  Belicea,  e  Smolena. 
Essendosi  i  latini  impadroniti  di 
Filippi  nei  primi  anni  del  secolo 
XIII,  vi  stabilirono  un  arcivescova- 
to latino  di  loro  comunione  ;  e  Gu- 
glielmo eletto  vescovo  di  Nazoresca, 
■vi  fu  trasferito  nel  1212  da  Papa 
Innocenzo  III,  che  Io  consagrò,  ed 


FIL 
egualmente  colle  proprie  mani  gli 
impose  il  pallio:  vi  sono  molte  let- 
tere di  questo  Pontefice,  indirizzate 
al  medesimo  prelato.  V.  il  p.  Le 
Quicn,  Orietta  Christ.  tom.  Ili, 
pag.  1046,  il  quale  ci  dà  la  noti- 
zia di  diciolto  vescovi  che  occupa- 
rono la  sede  di  Filippi.  Il  primo, 
come  si  disse,  fu  Epafrodito  ordi- 
nato da  s.  Paolo,  il  secondo  Erasto 
nominato  negli  atti  degli  apostoli, 
e  nella  seconda  epistola  a  Timo- 
teo :  quanto  ai  loro  successori ,  di 
cui  l'ultimo  fu  Agapio  od  Agapito 
nell'anno  1740,  veggasi  il  medesi- 
mo Oriens  Christianus  tom.  II, 
pag.  66. 

Al  presente  Filippi,  Fhilippen,  è 
un  titolo  arcivescovile  in  parlibns, 
che  conferiscono  i  sommi  Pontefi- 
ci, con  tre  titoli  vescovili  pure  in 
partibus  per  suffraganei,  cioè  Ab- 
dera,  Cesaropoli ,  e  Lorima.  Gli 
ultimi  arcivescovi  di  Filippi  sono, 
monsignor  Giovanni  Musi  che  Leo- 
ne XII  nel  i8s5  traslatò  alla  chie- 
sa residenziale  di  Città  di  Castello; 
monsignor  Costantino  Patrizi,  (atto 
dal  medesimo  Papa  nel  concistoro 
de'i5  decembre  1  828,  il  quale  dal 
regnante  Gregorio  XVI  fu  pubbli- 
cato cardinale  in  quello  degli  1  1 
luglio  i836,  ed  attualmente  vicario 
di  Roma;  e  monsignor  Francesco 
Yillardell,  dell'ordine  de' minori 
osservanti  di  s.  Francesco ,  dallo 
stesso  Gregorio  XVI  dichiarato  ar- 
civesco  di  Filippi,  e  vicario  aposto- 
lico di  Aleppo  agli  8  marzo  1839. 

FILIPPINE.  Isole  del  mare  del- 
l'India nell'Oceania  occidentale,  al 
sud-est  dell'  Asia.  Questo  ampio 
arcipelago  è  il  più  boreale  della 
Malesia,  uno  de'  più  vasti  e  più 
considerevoli  degli  arcipelaghi  che  si 
conoscano,  si  estende  dal  5"  3o  , 
sino  al   20°    io°   lat.   N.,   trovando- 


FIL 

ti   fra   il    io5°    ed    il    n5°   lat.  E. 
<lel    meridiano    di    Roma.    Confina 
al  nord  coli' isola   chinese   di   For- 
mosa, all'ovest  colla  costa  dell'im- 
pero Birmanno,  all'est  colla  Micro- 
nesia,  ed  al  sud  coll'arcipelago  delle 
Mollicene.  Si  disse  già  arcipelago  di 
s.  Lazzaro,  e  componesi  di  moltis- 
sime isole  di    grandezza    differente, 
e  poco  fra  loro  distanti  :    i .°    isola 
di   Lusson  con  Manilla  (Fedi)  sede 
arcivescovile ,   da  cui  dipendono  le 
tre  sedi  vescovili  che  nomineremo, 
due   delle    quali    sono    nella    stessa 
isola    di    Lusson,    Caceres    (Fedi), 
o  Nova-Caceres ,  e  Segovia  (Fedi), 
o  >ova -Segovia  :  2.0    gruppo    delle 
Babuyanes;   3.°  gruppo  di    Bachi; 
4-°  gruppo  di  Bissayes,  con  Zebù^ 
Cehù,  o  Nome  di  Gesù  (Fedi),  se- 
de vescovile;  5°  gruppo  delle  Ca- 
lamianes  ;  6.°    isola    di    Mindanao  : 
7.0  gruppo  di  Solù  o  Sulù  ;  8.°  iso- 
la di  Palawan.  Si   sono  sempre  di- 
stinte dieci    isole    più    rimarchevoli 
per    grandezza,   ed    altre    dieci     di 
qualche  importanza  ;  ma  ve  ne  ha 
un  numero  assai  maggiore,  che  non 
meritano  menzione,  e  molte  anche 
senza  nome.   Attualmente  sono  tut- 
te sotto    la    dominazione    spagnuo- 
la,  la  quale  però   in    molti    luoghi 
è  debole,  e    di    niuna    conseguenza 
pei  nativi:   il  loro  viceré   fa  la  sua 
ordinaria     residenza    a    Manilla.     I 
frequenti  vulcani   in  attività,  le  cal- 
de sorgenti    di    acque    termali.,    gli 
spessi  terremoti,   i   violenti  uragani 
testificano  delle  cause  degli    squar- 
ciamenti   che    queste    terre    hanno 
sofferto  e  soffrono  tuttora,  forman- 
dovisi  nuove  lagune,  cospicue  fen- 
diture, ed  ostruzione  di  canali  fra 
1' una  e  l'altra  isola.  Moltissimi  fiu- 
mi  inaffiano  ogni  contrada,  dal  che 
nasce  la  congettura  che   fossero  essi 
corsi    d'acqua    continentali,    inter- 


FIL  2-5 

rotti  dal  cataclisma.  Sebbene  gli  abi- 
tanti godi  no  tutti  i  vantaggi  del 
cerchio  tropico,  non  ne  risentono  i 
grandi  calori,  e  dopo  le  pioggie 
ordinarie  da  magsrio  a  settembre 
sviluppasi  la  stagione  più  fiorente  e 
deliziosa,  vedendosi  bella  la  campa- 
gna per  la  più  rigogliosa  vegeta- 
zione, al  pari  delle  feconde  coste 
del  Coromandel ,  e  del  Malabar 
sul  continente  vicino.  I  fiumi  nelle 
loro  sabbie  trascinano  pagliuccie  di 
oro  ;  le  Filippine  hanno  miniere  di 
questo  metallo,  e  di  ferro.  Gli  abi- 
tanti sono  maomettani,  o  pagani  ; 
ma  negli  stabilimenti  spagnuoli  si 
professa  la  religione  cattolica. 

Le  Filippine  furono  scoperte  da 
Ferdinando    Magellano    portoghese 
nel     i520,    il    quale    fu    trucidato 
nell'  isola   di  Matan,  dopo  aver  sot- 
tomessa quella  di  Zebù,    e    credesi 
dalle  stesse  sue  genti,  per  la  sover- 
chia asprezza  del  suo  carattere,  ma 
s'ignora  quale  fondamento  abbia  si 
ingiurioso  sospetto.  Un  solo  vascel- 
lo della  sua  squadra  tornò  iu  Eu- 
ropa per    il  Capo    di    Buona    Spe- 
ranza, e  fu  quella  la    prima    volta 
che    si    venne    a    compiere   il  giro 
del  globo.  Gli  spagnuoli  però  vi  si 
stabilirono    soltanto    nel     1 564»  ed 
allora  le  chiamarono  Filippine  dal 
loro  re  Filippo  II  in    quel    tempo 
regnante.  Credono  alcuni,  che  fosse- 
ro le  Barusse  indicate  da  Tolomeo. 
Nel    1639  gli  abitanti  intimoriti  dal 
numero  sempre  crescente  dei  chinesi, 
che  venivano  ad  abitare  quest'iso- 
la, approfittarono    del    primo  pre- 
testo offertosi    per    intimar  loro  la 
guerra ,    e    li    uccisero    quasi  tutti. 
L'isola    di    Manilla    fu    nel    1762 
presa  dagli  inglesi,  e  restituita  due 
anni  dopo.  Da  circa  due  secoli,  al- 
cuni pirati  di  Magindanao  e  di  Su- 
lù infestano  le  coste  delle    Filippi- 


i76  FIL 

ne,  senza  che  sia  permesso  ai  na- 
turali di  respingere  i  loro  attac- 
chi, temendo  gli  spagnuoli  di  la- 
sciar loro  le  armi  in  mano.  Que- 
ste isole  Filippine  dopo  la  scoperta 
di  altre  isole  presero  il  nome  di 
Filippine  vecchie. 

Le  altre  isole  sono  le  Filippine 
nuove,  o  isole  di  Pallos,  nel  mare 
dell'  Indie,  ove  formano  un  consi- 
derabile e  bello  arcipelago,  situato 
fra  le  Molucche,  le  Filippine  anti- 
che, e  le  Marianne,  così  dagli  spa- 
gnuoli chiamate,  in  memoria  della 
Joro  regina  Maria  Anna.  E  qui  no- 
teremo che  le  isole  Marianne  dette 
pure  dei  Ladroni,  furono  così  chia- 
mate quando  le  discoperse  il  Magel- 
lano, per  significar  l' inclinazione  di 
quelle  genti.  Nel  secolo  XVII  era 
riuscito  al  p.  Serafino  Vittores  ge- 
suita di  stabilirvi  una  missione  che 
divenne  fiorente  ;  ma  fu  poi  mar- 
tirizzato con  due  compagni ,  onde 
gli  altri  se  ne  partirono.  Le  Fi- 
lippine nuove,  o  isole  di  Pallos,  fu- 
rono scoperte  nel  principio  dello 
scorso  secolo  dagli  insulari  non  lon- 
tani, imbarcatisi  per  ripatriare,  e 
spinti  dalla  forza  del  vento  alla 
punta  dell'isola  di  Samar,  una  delle 
più  orientali  delle  Filippine.  Se  ne 
contano  secondo  alcuni  ottantaset- 
te, comprese  tra  la  linea  ed  il  tro- 
pico di  Cancro,  estremamente  po- 
polate, ma  di  un  difficilissimo  ap- 
prodo a  cagione  del  violento  flus- 
so e  riflusso  che  vi  diflìculta  la  na- 
vigazione. Altri  non  ne  contano  che 
trentadue,  fra  le  quali  tre  sole  non 
sono  popolate.  Gli  abitanti  per  l'e- 
stremo calore  che  vi  domina  van- 
no quasi  affatto  nudi.  Ogni  isola 
ubbidisce  al  suo  capo,  eh' è  sogget- 
to ad  un  sovrano  di  tu  Ite,  che  se- 
condo alcuni  abita  nell'  isola  di  Fe- 
lli o  Fayo,  che  altri  chiamano  la 


FIL 

Miu'rée.  I  gesuiti  delle  Filippine 
stabilirono  una  missione  in  questo 
arcipelago.  L'isola  di  Pauloq  odi 
s.  Giovanni  è  una  delle  più  occi- 
dentali delle  nuove  Filippine,  e  la 
più  vicina  alle  antiche  ;  fu  scoper- 
ta nel  17  io.  Il  Terzi  nella  Siria 
sagra,  puhblicata  nel  1695,  a  pag. 
3  1  i  ci  dà  notizie  civili  e  religiose 
delle  Filippine  e  de'  suoi  missio- 
nari e  sedi  vescovili,  narrando  che 
il  p.  Antonino  Ventimiglia  teatino, 
nel  secolo  XVII  vi  s'introdusse  con 
ubertoso  frutto. 

FILIPPINE,  Monache  oliate.  In 
Roma  vi  è  un  monistero  di  reli- 
giose chiamate  Filippine,  perchè  vi- 
vono sotto  il  patrocinio  di  s.  Filip- 
po Neri  fondatore  de'  preti  della 
congregazione  dell'oratorio,  chia- 
mati volgarmente  Filippini  [Fedi), 
scelto  da  esse  per  loro  protettore. 
Ebbero  origine  da  un  buon  cristia- 
no nominato  Rutilio  Brandi  guan- 
taio, il  quale  da  Siena  sua  patria 
essendosi  stabilito  in  Roma,  quivi 
ebbe  la  ventura  di  porsi  sotto  la 
direzione  di  s.  Filippo,  ed  imbe- 
verato  del  suo  spirito,  dopo  la  beala 
morte  di  lui  si  applicò  a  porre  sulla 
retta  via  la  gioventù  traviata,  ed  a 
mantenere  in  essa  que'che  la  batte- 
vano. Insieme  al  suo  amico  Antonio 
Vela  di  Vicenza,  Rutilio  incominciò 
ad  istruire  nella  pietà  i  giovanetti 
bisognosi  di  educazione,  che  radu- 
navano in  ogni  giorno  ad  ore  de- 
terminate. Vedendo  il  buon  Ruti- 
lio, che  poco  era  il  frutto  che  rac- 
coglieva, se  ne  afflisse,  e  caldamen- 
te raccomandossi  a  s.  Filippo,  che 
in  una  visione  gli  fece  conoscere, 
che  dovea  lasciar  la  cura  dei  gio- 
vanetti, e  in  vece  intraprender 
quella  delle  fanciulle.  Manifestò  Ru- 
tilio la  visione  al  Vela,  e  nel  1620 
avendo  scelto  alcune   donzelle    pò- 


FIL 
vere  di  buoni  costumi,    e    figlie  di 
genitori   onorati,   le  collocarono    in 
mia  casa  contigua  all'  oratorio  del- 
la confraternita    delle    cinque    pia- 
ghe, posto  a  strada  Giulia,  nel  rio- 
ne Regola,  sotto    la    presidenza    di 
matura  e  pia  donna,   per  ammae- 
strarle nella   pietà  e   nei  lavori  ma- 
nuali  propri  del    sesso.    Ottennero 
di  aprire  una  finestra  corrisponden- 
te all'interno  della  chiesa  dell'ora- 
torio, per  ascoltare  la    santa    mes- 
sa senza   uscire  di  casa.    Qui   però 
noteremo  che    questa    chiesa    sotto 
il    pontificato    di    Paolo    V    venne 
edificata  dallo  stesso  Rutilio  Bran- 
di, come  oratorio  per  la  confrater- 
nita   delle    cinque  piaghe    del    Re- 
dentore, delle  quali  era    molto  di- 
voto,   e    fu   dedicata  a  s.   Trofìmo 
avvocato  contro  la  gotta;   poscia  fu 
dedicata  a  s.   Filippo  Neri,  per  cui 
ora  è  sotto  il  suo  nome,  ed  è  l'u- 
nica che  in  Roma  è  a  lui  solo  sa- 
gra.  11  quadro  del  santo  titolare  è 
una  copia  di  quello  di  Guido   Re- 
ni ;  il  s.  Trofìmo  lo  dipinse  Filip- 
po   Zucchetti    in    atto  di   sanare  i 
podagrosi  :  ed  il    ss.    Crocefisso  in 
rilievo   è    lavoro    de'  bassi    tempi , 
trasportato  in  questa    chiesa    dalle 
sagre  grotte  vaticane.    Nell'oratorio 
il    Salvatore    impiagato,    sostenuto 
da  un  angelo  si  attribuisce    a  Fe- 
derico Zuccari.    Ai   26    maggio    vi 
si  celebra   la   festa  del  santo  titola- 
re Filippo  Neri,  ed  ai  27  gennaio 
quella  di  s.    Severo  fanciullo  mar- 
tire, il  di  cui  corpo  ivi    si   venera. 
AI  presente  questa  chiesa  è  in  cura 
dei  medesimi  con  fra  ti  del  nominato 
sodalizio,  di  cui   tratta    Cario    Bar- 
tolomeo Piazza,  nelle  Opere  pie  di 
Róma  a  pag.  739  e  seg.,  laonde  non 
riuscirà  discaro  qui  un  breve  cenno. 
Volendo  alcuni  pii  fiorentini  eser- 
citarsi   in   opere  virtuose ,    ed    ono- 


FIL  277 

rare  Dio,  si  radunavano  in  una 
chiesa  fuori  di  porta  Angelica,  det- 
ta di  s.  Giovanni  de'Spinelli.  Quin- 
di si  eressero  in  compagnia,  e  si 
posero  sotto  la  protezione  di  s. 
Gio.  Battista,  in  ossequio  della  sua 
dimora  nel  deserto.  Nominarono 
governatore  perpetuo  Rutilio  Bran- 
di, indi  si  riunirono  prima  nella 
chiesa  dei  ss.  Simone  e  Giuda,  poi 
in  quella  di  s.  Biagio  della  Fossa, 
finché  Rutilio  a  proprie  spese  fab- 
bricò la  detta  chiesa  ed  oratorio,  e 
vi  stabili  la  congregazione  verso  l'an- 
no 1617;  indi  Paolo  V  l'eresse 
canonicamente  in  confraternita,  ed 
approvò  le  sue  costituzioni  e  sta- 
tuti. Non  usano  sacco  i  conflati, 
perchè  è  loro  vietato,  e  senza  di 
esso  possono  associare  i  cadaveri  di 
quelli  che  appartengono  al  soda- 
lizio. 

Nella  detta  casa  le  fanciulle  es- 
sendo cresciute  di  numero,  furono 
trasferite  colla  direttrice  in  altra 
abitazione  chiamata  de'  Massaini , 
posta  sopra  la  chiavica  presso  la 
chiesa  di  santa  Lucia  della  chia- 
vica, nello  stesso  rione  della  Re- 
gola. Da  qui  passarono  ad  abi- 
tare in  una  casa  contigua  al  pa- 
lazzo Incoronati,  pure  nel  medesi- 
mo rione,  lascialo  loro  per  testa- 
mento da  Francesco  Radice,  ed  a 
cui  fu  poi  dato  il  nome  di  con- 
servatorio, destinandosi  alcune  zi- 
telle più  anziane  in  aiuto  della  di- 
rettrice per  la  direzione  della  casa. 
Volendosi  assegnare  alle  regolatri- 
ci un  abito  che  le  distinguesse,  ri- 
corse Rutilio  con  orazioni  a  s.  Fi- 
lippo, che  gli  apparve  di  nuovo 
con  una  monaca  vestita  di  nero, 
con  un  rocchetto  o  cotta  bianca 
sopra  la  veste  nera  cinta  da  un 
cordone  bianco ,  ed  una  croce  ne- 
ra in  petto,  luuga  uu  palmo  circa, 


278  FIL 

con  soggolo  quadrato,  col  capo  co- 
perto   da    velo    bianco,    e  da    velo 
nero,  al  modo  con  cui  ce  ne  dà  la 
figura  il  p.  Bonanni  nel    Catalogo 
degli  ordini  religiosi,    parte   secon- 
da, pag.  LXXXII,  Delle    monache 
dette  Filippine.   Allora  con    licenza 
di     monsignor     vicegerente    furono 
così  vestite  ventiquattro  zitelle  scel- 
te fra  quelle    del  conservatorio ,    e 
fecero  nelle  mani  del  confessore  le 
semplici    promesse    di     perseverare 
nella  castiià  e  nella  ubbidienza,   le 
quali  poi  hanno  proseguito    a   fare 
tutte  quelle  che  entrano  in  questo 
istituto.   Una  delle    ventiquattro  fu 
eletta   priora,  e  cominciarono  quin- 
di a  chiamarsi   monache  di  s.  Fi- 
lippo,  e    Filippine.    Ma    a  cagione 
della  partenza  da  Roma  di    Anto- 
nio Vela,  e  della  morte  di  Rutilio, 
avvenuta  nel  febbraio    1 634,   Pie" 
sero  la  soprai n tendenza  del  conser- 
vatorio cinque  oneste  persone,  pre- 
gate all'effetto  da  Rutilio  prima  di 
morire,  e  confermate    quindi    nel- 
l'uffizio dal  vicegerente    monsignor 
Giambattista  Altieri,  con  l'autorità 
apostolica  di  Urbano  Vili,  che  as- 
segnò loro  la  regola  di  s.    Agosti- 
no. Il  fratello    di  tal    Pontefice,  il 
cardinal  Barberini    del  titolo    di  s. 
Onofrio,  assegnò  alle    monache  un 
legato  mensile  di  scudi  venticinque 
per  l'acquisto  di    lana,    stoppa,    fi- 
lo, ec,  acciò  sempre  fossero  appli- 
cate ne'  lavori  femminili. 

Ai  delti  cinque  deputati  furono 
poi  aggiunti  altri  quattro,  de' quali 
uno  fu  l'avvocato  Onorati,  che  a- 
vendo  nel  1647  assunta  la  prela- 
tura, fu  dai  colleghi  dichiarato  lo- 
ro capo,  il  perchè  d'allora  in  poi 
sempre  vi  è  stato  il  deputato  pre- 
lato. Indi  nel  i0/j9  Innocenzo  X 
assegnò  al  conservatorio  per  primo 
protettore     il     cardinal     Cristofaro 


FIL 

Vidinan   oriundo   tedesco,  ina  nato 
in   Venezia,  a  cui    per    sua  morte 
nel    1660   fu  sostituito    il   cardinal 
Giulio  Rospigliosi    di  Pistoia ,    che 
elevato  nel    1667   al  pontificato  col 
nome  di  Clemente  IX,   cedette    la 
protettoria  al  suo    nipote    cardinal 
Giacomo  Rospigliosi,  il  quale  trasfe- 
rì  le  monache   filippine  dal  palaz- 
zo Incoronati  a  s.  Lucia  della  chia- 
vica, alla  chiesa  e  convento  de' ss. 
Gio.   e  Paolo    a    Monte    Celio    nel 
rione  Campitelli.   Qui    le    religiose 
dimorarono  sino  al  1672,  epoca  in 
cui    le    monache    del    terzo  ordine 
di  s.  Francesco,  dimoranti   nel  mo- 
nistero    di    s.    Croce ,    situato    sul 
monte  Citorio  nel  rione    Colonna, 
essendo  stale  trasferite  a  quello  di 
s.  Bernardino  da  Siena  alla  Subur- 
ra, il  medesimo  cardinal   Giacomo 
Rospigliosi  comprò  per  le  filippine 
il   monistero  di  Monte    Citorio,    in 
cui    abitarono    sino    al    1695,    nel 
quale  anno  fu    questo    incorporato 
nella  fabbrica  della  curia  Innocen- 
ziana.  Parlando  il  Piazza  nel    suo 
Eusevologio   romano,    trattato    IV, 
capo  XII,  Delle  povere  zitelle  di  s. 
Filippo  Neri  ec,  dice  che  la  chie- 
sa delle  francescane    di   Monte  Ci- 
torio era    stata    eretta    nel    i3oo, 
che  desse  avendo  formato  due  ca- 
se, una  intitolata  alla  Croce,  l'altra 
alla   Concezione,  furono    da  s.   Pio 
V    unite,    obbligando    le    monache 
alla  professione  solenne;  ma    dive- 
nute   le  filippine    proprietarie    del 
luogo,  dedicarono  la  chiesa  a  s.  Fi- 
lippo Neri.   Indi  racconta  lo  scopo 
del   pio    istituto,    allora    numeroso 
di  cento  zitelle,  e  di    venli    mona- 
che, le  quali  vi  restarono  sino  alla 
detta  incorporazione.   Ed    è  perciò 
che  furono  costrette    le  filippine  a 
restituirsi  all'antica  abitazione   3cl 
palazzo   Incoronati  ;  ma  finalmente 


F1L 
essendo  loro  protettore  il  cardinal 
Camillo  Cibo,  fu  dato  principio  ad 
un  nuovo  inonistero,  situato  vicino 
alla  basilica  Liberiana  di  s.  Maria 
Maggiore,  nella  via  Paolina ,  nel 
rione  Monti,  ov'era  un  casino  della 
famiglia  Sforza.  L'edilìzio  fu  inco- 
minciato con  molta  magnificenza, 
poi  rimasto  imperfetto  per  avere 
il  cardinal  Cibo  rinunziato  alla 
protettoria.  Tuttavolta  nel  1739  le 
religiose  si  trasferirono  alla  nuova 
fabbrica  da  esse  ridotta  ed  acco- 
modata nel  miglior  modo,  essen- 
done allora  protettore  il  cardinale 
Marcello  Passeri,  nel  pontificato  di 
Clemente  XII,  cbe  mentre  era  car- 
dinale Lorenzo  Corsini  aveva  te- 
nuto la  protettoria  delle  oblate  fi- 
lippine, e  n'era  stato  benefattore. 

Moltissimi  sono  stati  i  sussidi 
somministrati  dalla  pietà  de'fedeli  a 
queste  oblate,  le  quali  gravate  dalle 
spese  per  la  fabbrica  del  monaste- 
ro, non  furono  in  grado  di  tenere 
fanciulle  secondo  la  primitiva  isti- 
tuzione, se  non  in  iscarso  numero. 
Non  avendo  ancor  cbiesa  pubblica 
(  bencliè  al  dire  di  Ridolfìno  Ve- 
nuti, Roma  moderna  toni.  I,  pag. 
99,  ne  furono  gettate  le  fondamen- 
ta), in  quella  interna  dedicata  a  s. 
Filippo  Neri  recitano  ogni  giorno 
1'  uffizio  divino,  vi  ascoltano  la  s. 
messa,  e  fauno  altri  divoti  esercizi. 
Da  ultimo,  e  nella  domenica  a'  4 
settembre  1842,  l'odierno  protetto- 
re di  queste  oblate,  cardinal  Giaco- 
mo Briguole,  assistito  da  numero- 
so clero,  consagrò  solennemente  la 
cbiesa  con  gran  consolazione  di  tut- 
te le  religiose.  Questa  chiesa  che 
rimane  sotto  il  monastero  non  è 
grande,  ha  però  tre  altari  compre- 
so il  maggiore,  è  decente,  e  tutta 
di  muro  dipinto  a  stiano.  Al  pre- 
sciite     le    monache     hanno     alcune 


F1L  2-9 

giovinette  per  educande  ;  sono  di- 
rette dal  proprio  confessore  ,  prete 
secolare ,  e  dal  cardinal  protet- 
tore. 

Le  loro  regole  e  costituzioni  non 
obbligano  a  colpa  alcuna,  né  mor- 
tale né  veniale,  sebbene  sono  esor- 
tate   ad    osservarle:    fu    Benedetto 
XIV  che  approvò  la  loro  regola.  Si 
adunano  in  coro  per  la  recita  del- 
l' uffizio  delle  piaghe  del  Redentore, 
e  poi  delle  quattro  ore  canoniche; 
dopo  le  quali  sono  tenute  alla  re- 
cita di  cinque  Pater  ed  Ave  alla  di- 
vina Provvidenza,  all'orazione  men- 
tale, prendendone  i  punti  dalla  vi- 
ta  di  Gesù  Cristo  ne'  giorni  comu- 
ni, nelle  domeuiche  dal  vangelo  cor- 
rente, e  nelle  feste  de'  santi  princi- 
pali dalle  loro  vite.   Ad  ora  debita 
debbono    dire    in    coro    vespero    e 
compieta,  poscia    cinque    Pater  ed 
Ave  a  s.  Filippo  Neri  colla  sua  ora- 
zione, e  ad  ora  competente   recitar 
prima  di  cena  in  coro  il  mattutino 
e  le   laudi,  ed  in   fine    sette  Pater 
ed  Ave  in  onore  di  s.  Giuseppe,  le 
litanie  della  Madouna,  e    la    Salve 
Regina.  Di  altre  orazioni   e  pie  ope- 
re sembra  superfluo  qui  farne  men- 
zione. 11  citato  Piazza    tratta  delle 
filippine,  anche  nelle   Opere  pie  di 
Roma  a  pag.    1 83.  Il  p.  Heliot  nel 
tom.  IV,  cap.  46,  Storia  degli  or- 
dini religiosi,  parla  delle  Filippine, 
monache  o    zitelle    de'  sette    dolori 
della  Beata  Vergine,  e  così  chiama- 
te perchè  fondate  da  s.  Filippo  Be- 
nizzi,   uno  dei   sette    fondatori  del- 
l' ordine    de'  serviti.  Ma    delle  mo- 
nache    oblate    filippine    di    cui    è 
argomento  questo  articolo,  fuori  di 
Roma  non  esistono  altri    monasteri 
uniti  ad  esso,  ma    oblate    filippine 
ne  sono  in  vari  luoghi,  come  a  Fi- 
renze, a   Foligno  ed  altrove. 

FILIPPINI,  O  Co.VGREG  AZIONE  DEL- 


280  FIL 

ì!  Obatorto  ni  s.  Filippo  Neri.  Que- 
sto gran  santo,  nato  in  Firenze  da 
Francesco  Neri,  e  da  Lucrezia  Sol- 
di, adolescente  venne  in  Roma,  do- 
po di  essere  stato  due  anni  in  s. 
Germano  presso  il  proprio  zio,  alla 
cui  pingue  eredità  rinunziò.  In  Ro- 
ma terminò  i  suoi  studi  abitando 
la  casa  di  certo  Galeotto  Caccia 
gentiluomo  fiorentino,  la  quale  tut- 
tora esiste  contigua  alla  chiesa  di 
s.  Eustachio,  e  nella  via  della  Do- 
gana vecchia,  come  eruditamente 
ne  scrive  il  eh.  cav.  Andrea  Belli, 
nel  numero  43  del  Diario  di  Ro- 
ma del  i843.  Avendo  s.  Filippo 
sortito  un'anima  tutta  dolcezza  e 
mansuetudine,  divulgatasi  la  fama 
di  sua  rara  virtù,  presto  divenne 
l'oggetto  della  venerazione  ed  am- 
mirazione universale  della  città.  Tut- 
to dedito  alla  visita  degli  ospedali, 
e  delle  sette  chiese,  a  cui  si  por- 
tava ogni  giorno,  passava  anche 
parte  della  notte  in  orare  sopra  i 
sepolcri  dei  santi  martiri,  che  so- 
no nel  celebre  cimiterio  o  cata- 
combe di  Calisto,  contiguo  alla 
chiesa  di  s.  Sebastiano  fuori  le 
mura  .  Neil'  anno  i548  insieme 
con  Persiano  Rosa  suo  confessore, 
istituì  nella  chiesa  di  s.  Salvatore 
in  Campo  una  compagnia  di  perso- 
ne pie,  la  quale  nel  i55o  fu  dal 
santo  impiegata  nel  raccogliere  i 
pellegrini  privi  di  alloggio,  eh'  e- 
ransi  recati  in  Roma  a  lucrare 
l'indulgenza  dell'universale  giubi- 
leo. Indi  nel  i558  Paolo  IV  gli 
diede  la  chiesa  di  s.  Benedetto  in 
;4  renula,  che  poi  rifabbricata  fu  de- 
dicata alla  ss.  Trinità  de'PelIegrini. 
Di  questa  celebralissima  e  beneme- 
rita arciconfraternita ,  del  suo  isti- 
tuto di  alloggiare  i  pellegrini,  e  nel 
contiguo  ospizio  ed  ospedale  trat- 
tarvi i  convalescenti,  se  ne  parla  in 


FIL 

alcuni  luoghi  del  Dizionario,  come 
nel  voi.  II,  a  pag.  3o6  e  307,  e 
nel  voi.  XXI,  a  pag.  24  e  7.5.  V. 
s.  Filippo  Neri. 

Lungamente  si  esercitò  s.  Filip- 
po da  secolare  in  questi  atti  di  ca- 
rità, ma  nel  i55i,  essendo  nell'e- 
tà di  trentasei  anni,  prese  i  primi 
ordini  sagri  nella  Chiesa  di  s.  Tom- 
maso in  Parìone  {Vedi),  tranne 
il  diaconato,  il  quale  lo  ricevè  nel- 
la basilica  lateranense.  Fu  il  ve- 
scovo di  Sebaste  Giovanni  Lunelli, 
che  l'ordinò  sacerdote,  coll'autori- 
tà  del  vicario  di  Giulio  III,  Filip- 
po Archinto.  Poco  tempo  dopo,  es- 
sendo stato  ammesso  fra  i  sacerdo- 
ti che  ufficiavano  la  chiesa  della 
arciconfraternita  della  Carità,  che 
da  s.  Girolamo  prende  il  nome, 
andò  ad  abitare  nella  casa  conti- 
gua alla  medesima,  nella  quale  es- 
si dimoravano,  ma  vivendo  ognu- 
no da  sé.  Eranvi  allora  oltre  Per- 
siano Rosa  suo  confessore,  altri  de- 
gnissimi soggetti  per  santità  e  dot- 
trina, i  quali  si  occupavano  inde- 
fessamente al  giovamento  spiritua- 
le dei  prossimi.  Contento  s.  Fi- 
lippo della  sola  camera  ,  ricusò  al- 
cun emolumento,  che  solevano  gli 
altri  ricevere  dai  deputati  della  sud- 
detta arciconfraternita  ,  e  consa- 
grandosi tutto  anch'egli  al  servigio 
di  questa  chiesa,  si  applicò  ad  a- 
scoltare  le  confessioni,  e  poscia  a- 
vendo  introdotto  l'uso  delle  con- 
ferenze spirituali  nella  sua  camera, 
che  apriva  indifferentemente  a  tut- 
ti, e  divenuta  essa  in  poco  tempo 
angusta  pel  gran  numero  delle 
persone  che  v'intervenivano,  nel 
i558  trasferì  le  conferenze  in  un 
luogo  spazioso  che  ottenne  dai  me- 
desimi deputati  dell' Arciconfrater- 
nita di  s.  Girolamo  della  Carità 
(Vedi),    sopra  lu    siesta    chiesa  si- 


F1L 

tuato.     Molti    uomini  per  nascita, 
per    dottrina  e  per    pietà    insigni , 
tra'quali  il  Baronio,  frequentavano 
questo    oratorio,    il  quale  volle    il 
santo    che  stasse  aperto    ogni    sera 
tanto  nell'estate  che  nell'inverno,  e 
che    oltre    le    conferenze     ed    altri 
esercizi ,     vi     si     facesse    mezz'  ora 
di    orazione    colla    recita    in    fine 
delle    litanie   della    Madonna  nelle 
domeniche,  martedì,  giovedì   e  sab- 
bati ,    e    negli    altri     giorni    avesse 
luogo  la  disciplina.   Aveva  il  santo 
scelto    per    suoi     compagni  ,    acciò 
l'aiutassero,    Francesco    Maria   Ta- 
rugi    allora    secolare ,    che  poi  co- 
me il  Baronio  fu  creato  cardinale, 
e  Gio.   Battista  Modio  medico  rino- 
mato, e  loro  unì  dipoi  Antonio  Succi 
ed  il  Baronio,  che  si  affaticavano  con 
più  calore  degli  altri  insieme  con  esso 
per  la  salute  delle  anime  nell'ora- 
torio,   del  quale    variò  dopo  qual- 
che tempo  l'ordine  sino  allora    te- 
nuto.   Intanto    che    i  compagni    si 
radunavano,  s.    Filippo  faceva  leg- 
gere un  lihro  spirituale;  indi  quel- 
lo che    presiedeva    interrogava  due 
o  tre  degli    astanti  sopra  la  lezio- 
ne ascoltata,  ed  in  fine  ricapitolan- 
do il    santo  le    loro  risposte,    con- 
cludeva con  analoga  riflessione,  che 
inducesse    gli    uditori    al    disprezzo 
delle  cose    del  mondo,  all'  esercizio 
delle    virtù,  ed    all'amore  di    Dio, 
di    cui   ardeva    il    suo    bel    cuore. 
Si    discorreva    ancora    della    storia 
ecclesiastica ,    e     si     terminava    col 
cauto  di    alcune  preci  a    gloria  di 
Dio,  ed  inni  sagri  e  divoti.   A  que- 
sti esercizi  altri  ne  aggiunse,  come 
la    visita    degli    spedali,     dividendo 
per    questo    i  suoi    in    tre  schiere, 
che  nel   principio    furono  in   picco- 
lo numero  di    venticinque    a   tren- 
ta,   mandandole     ai    tre    principali 
spedali  di  Roma,  ov'  essi  assiste  vu- 


FIL  28  e 

no  gì'  infermi  con  tanta  pietà  e 
carità,  che  servivano  di  generale 
edificazione. 

In  certi  giorni    dell'  anno,  mas- 
sime nel  carnovale,  radunava  quan- 
ta gente  poteva  per    condurla  alla 
visita    delle    Sette    Chiese    (Vedi), 
allontanandola  così  dai  pericoli  del 
mondo;  tale  divozione,  coll'ordine 
stabilito    dal    santo,  tuttora  si    os- 
serva nel  giovedì  del  carnovale  dai 
filippini  :  sehbene  stante  le  passate 
vicende,  e  la  perdita  del   locale  ove 
si    faceva    la    refezione  alle    turbe, 
con  minor    celebrità,  e  con    minor 
numero  di  concorrenti.  Non   man- 
carono   maligni    che    incolparono  il 
santo  come  autore    di    combriccole 
pericolose,  come    novatore   ec,    le 
mormorazioni     provocarono    il    vi- 
cario  del    Papa    di    chiamarlo,    di 
rimproverarlo,  proibendogli  di  con- 
fessare,   come  di     predicare    senza 
licenza,    minacciandogli     il    carcere 
se  avesse  continuato    a  condii r  se- 
co compagni,  e  tenere  con  essi  a- 
dunanze.   Con  molta  umiltà  e  som- 
missione   rispose  il  santo  per    giu- 
stificarsi, ma  inutilmente  perchè  fu 
dal  vicario  licenziato,  e  ne  fu  con- 
seguenza che   molte  persone  anche 
ecclesiastiche,    ritennero  s.    Filippo 
per    un  ambizioso.    Umiliando  Dio 
i  suoi  servi  per    maggiormente    e- 
saltarli,  in  breve  fece  conoscere  la 
di  lui  santità,  e  gli  fu  permesso  di 
proseguire  i  suoi  esercizi  con  mag- 
gior   gloria    e    riputazione   di  pri- 
ma.  I  fiorentini    che    nel    1488  a- 
vevano    fatto    erigere    in  Boma   u- 
na  chiesa  per  la  loro  nazione,  sot- 
to il  titolo  di  s.  Giovanni   Battista, 
e  della  Pietà  de'fìorentini,  che  poi 
divenne    arciconfraternita,    lo  pre- 
garono   di    assumere  nel    i5(>4    il 
governo    della  medesima,  e  di   vo- 
ltila ulliziare  :  e  ripugnando  a  ciò 


282  FIL  FIL 

il  santo,  fu  obbligalo  d'  obbedire  to  colla  licenza  di  Papa  Gregorio 
dal  comando  di  Pio  IV,  cbe  poi  XIII,  passò  nel  i5j^.  a  fare  i  suoi 
assistette  in  morte,  col  di  lui  ni-  consueti  esercizi,  e  ad  abitare  insie- 
pote  cardinale  s.  Carlo  Borromeo,  me  con  essi  presso  alla  chiesa  dei 
Andarono  pertanto  a  dimorare  nel-  fiorentini,  dove  appositamente  fu 
la  cbiesa  dei  fiorentini  tre  disce-  eretto  uno  spazioso  oratorio.  Cre- 
poli di  s.  Filippo,  cioè  Baronio,  scendo  ogni  giorno  il  numero  de- 
Fedeli  ,  e  Bordino,  da  lui  fatti  gli  individui  della  congregazione,  il 
promovere  agli  ordini  sagri,  ai  santo  fondatore  e  i  compagni  risol- 
quali  si  unirono  Tarugi,  e  Velli  vettero  di  formarsi  una  casa  di  loro 
die  fu  il  primo  superiore  della  assoluta  proprietà,  per  potersi  eser- 
congregazione  dell'oratorio  dopo  s.  citare  più  liberamente  nei  loro  mi- 
Filippo.  Il  Piazza  nel  suo  Meno-  nisteri.  Furono  loro  offerte  due 
logio  romano  ,  a  pag.  254,  raccon-  chiese,  quella  di  s.  Maria  in  Mon- 
ta che  in  questo  luogo  il  doltis-  ticelli,  e  quella  di  s.  Maria  in  Val- 
simo  Baronio  si  esercitò  ne' mini-  licella  che  per  ultimo  descriveremo, 
steri  bassi  della  cucina,  ed  altri  e  questa  fu  prescelta  con  consiglio 
più  vili  per  segno  di  umiltà,  on-  del  Papa,  perchè  quantunque  più 
de  lasciò  scritto  sopra  il  camino  piccola  dell'altra,  era  più  comoda 
di  tale  luogo,  per  disprezzo  di  sé  per  la  situazione.  Essendo  parroc- 
stesso,  queste  parole:  Caesar  Ba-  chia,  dessa  gli  fu  ceduta  dal  parro- 
ronius  coquus  perpeMius.  In  questo  co  mediante  vitalizia  pensione ,  ed 
tempo  fu  da  s.  Filippo  dato  prin-  il  santo  vi  mandò  ad  ufficiarla  Ger- 
cipio  al  convitto,  e  s'introdussero  mano  Fedeli,  e  Gio.  Antonio  Lucci, 
alcune  costituzioni  di  comun  con-  Qualche  tempo  dopo  vi  gettarono 
senso  per  cura  del  santo,  alle  qua-  i  fondamenti  della  chiesa  magnig- 
li tutti  di  buongrado  si  assogget-  ca  che  ammiriamo,  ed  in  cui  s'in- 
tarono;  e  poiché  s.  Filippo  segui-  cominciarono  a  celebrare  i  divini 
lo  a  dimorare  in  s.  Girolamo  del-  uffizi  nel  i577,  ea*  allora  fu  vera- 
la  Carità,  dopo  avere  accettata  la  mente  eretta  la  congregazione  dei- 
cura  della  chiesa  de' fiorentini,  da  l'oratorio  con  apostolica  autorità,  e 
questa  i  suoi  discepoli  si  portava-  si  principiarono  a  porre  in  pratica 
no  a  trovarlo  tre  volte  al  giorno  le  costituzioni  approvate  due  anni 
per  essere  da  lui  regolati  e  diret-  prima  dal  santo  per  la  sua  con- 
ti in  tutto.  Dell' arciconfraternita  gregazione,  le  quali  costituzioni,  co- 
e  pio  istituto  di  s.  Girolamo  della  me  si  disse,  sino  dal  principio  del 
Carità,  è  a  vedersi  il  volume  II,  convitto  di  s.  Giovanni  de'  fìorenti- 
pag.  3oi  ,  e  il  volume  IX,  pag.  ni  erano  state  introdotte,  e  per 
267,  268  e  269  del  Dizionario,  consuetudine  dai  padri  ricevute  e 
Della  chiesa  ed  arciconfraternita  praticate  fin  qui.  La  congregazione 
poi  di  s.  Giovanni  de'  Fiorentini  nell'anno  medesimo  fu  approvata 
oltie  al  detto  volume  II,  pag.  da  Gregorio  XIII,  che  prestò  an- 
297  del  Dizionario,  se  ne  tratta  torà  il  suo  consenso  di  trasferire 
eli  articolo  Firenze  [Vedi).  1'  oratorio  di  s.  Giovanni  de'  fio» 
Biusccndo  incomodo  a  questi  di-  reatini  a  s.  Maria  dilla  Valliceli*, 
sccpoli  1'  andare  sì  frequentemente  delta  volgarmente  la  chiesa  Nuova* 
all'  oratorio  di  s.   Girolamo,  il  san-  In  questa  s.   Filippo   variò  l'ordine 


F I L 

de' suoi  primi  esercizi,  poiché  in 
vece  delie  conferenze,  volle  che  vi 
si  làce^se  ogni  giorno,  meno  i  sab- 
bati,  una  lezione  spirituale,  e  poi 
quattro  sermoni,  e  che  in  fine  si 
cantassero  alcuni  inni  e  preci  pel- 
le necessità  della  Chiesa  cattolica. 
Nell'istesso  anno  ^77  s.  Filippo, 
che  ancora  dimorava  in  s.  Girola- 
mo ove  si  era  conservato  la  came- 
ra, e  dove  fece  ritorno  allorché  da 
s.  Giovanni  de'  fiorentini  passarono 
i  padri  in  s.  Maria  in  ^  alliccila, 
per  non  essere  reputato  fondatore, 
fu  dai  suoi  eletto  superiore  della 
nuova  casa,  a  cui  per  obbedire  al 
Papa  che  glielo  comandò,  si  trasfe- 
rì nel  i583,  essendo  il  dì  sagro  a 
s.  Cecilia,  e  poi  nel  i588  si  uniro- 
no ivi  con  lui  tutti  i  preti  che  for- 
mavano la  congregazione  dell'  ora- 
torio di  Roma.  11  Piazza  nell'  Fu- 
sevologio  romano,  trattato  III,  cap. 
X,  Dell'  oratorio  Gregoriano  ovvero 
di  s.  Filippo  Neri  a  s.  Maria  in 
Vallicella  detta  la  chiesa  Nuova, 
narra  come  seguì  il  trasferimento  dei 
filippini  da  s.  Girolamo  alla  Val- 
licella ,  dicendo  che  il  sauto  per 
mortificazione  di  se  slesso  e  de'suoi, 
fece  dai  discepoli  trasportare  come 
in  processione  le  masserizie  più  co- 
muni, cioè  padelle,  palette,  pentole 
ec.  Stabilito  così  bene  l' istituto,  si 
estese  subito  in  varie  città  d'  Italia, 
nelle  quali  furono  fondale  diverse 
case,  laonde  nel  1587  il  fondatole 
fu  eletto  preposito  generale  perpe- 
tuo di  tutta  la  congregazione.  Que- 
sta perpetuità  però  nel  governo  fu 
accordata  solamente  a  s.  Filippo 
a  riguardo  de'  suoi  grandi  meriti  e 
delle  sue  virtù,  poiché  era  stato 
decretato  che  tali  superiori  non  du- 
rassero nell'  uffizio  che  per  tre  an- 
ni, né  potessero  essere  confermati 
che  per  tre  altri,  sebbene  nel  1  ujò 


F!L  283 

essendo  morto  già  il  santo,  la  con- 
gregazione ordinò  che  il  preposito 
si  potesse  confermare  nella  carica 
per  tutto  quel  tempo  che  fos<e  sta- 
to giudicato  spediente,  cioè  tornan- 
do ad  eleggerlo  triennio  per  trien- 
nio. Sebbene  sul  principio  furono 
unite  alla  casa  di  Roma  quelle  di 
Napoli,  di  s.  Severino,  e  di  Lancia- 
no, ed  allora  il  preposito  di  ciascu- 
na di  esse  dicevasi  rettore  per  di- 
stinguerlo dal  preposito  generale; 
in  seguito  si  sciolse  questa  dipen- 
denza, e  si  stette  strettamente  al 
decreto  accennato.  Inoltre  prescris- 
se s.  Filippo  a'  suoi  discepoli  e  fi- 
gli spirituali  un  tenore  di  vita  per- 
fettamente conforme  a  quello  che 
l' apostolo  s.  Paolo  diede  ai  primi 
cristiani;  prescrisse  poi  nelle  costi- 
tuzioni, che  nella  congregazione  non 
si  facessero  voti  di  sorte  alcuna, 
volendo  che  quelli  che  vi  entrava- 
no, fossero  legati  dai  soli  vincoli  di 
carità,  in  maniera  che  se  alcuno 
avesse  bramato  di  uscirne  per  ab- 
bracciare anche  lo  stato  religioso, 
ne  avesse  di  ciò  piena  libertà.  Laon- 
de i  preti  dell'oratorio,  che  in 
venerazione  del  loro  istitutore  fu- 
rono chiamati  Filippini,  sono  pre- 
ti e  chierici  secolari,  che  vivono  iu 
comuue,  con  1' esercizio  dell' orazio- 
ne, della  parola  di  Dio,  e  di  altri 
pii  esercizi,  e  quindi  prese  nome  di 
Congregazione  dell'  Oratorio  :  il  ci- 
tato Piazza  enumera  e  descrive  le 
belle  opere  in  cui  si  esercitano  i 
filippini  ,  massime  negli  oratoria 
ov'  è  escluso  1'  accesso  alle  donne, 
a  cui  Sisto  V,  al  dire  del  Panciroli, 
ed  altri  Pontefici,  concessero  molte 
indulgenze.  Prescrisse  pure  il  santo 
regolamenti  intorno  all'  ordine  dei 
capitoli  da  tenersi  dalla  con. 
/ione,  da  cui  ordinò  che  fossero 
espulsi   i   diaub'>edieuti,   e   quei    che 


a84  FU- 

CO* loro  cattivi  esempi  fossero  occa- 
sione agli  altri  di  cadere  ;  e  che  la 
casa  di  Roma  non  dovesse  assume- 
re il  governo  di  alcun' altra  casa; 
e  perciò  formandoti  nelle  altre  città 
simili  congregazioni,  ognuna  si  re- 
golerà da  sé,  e  separatamente,  in 
guisa  di  tanti  corpi  uno  separato 
dall'altro.  Circa  l'elezione  del  su- 
periore, che  si  fa  a  pluralità  di  vo- 
ti de' deputali,  assistenti,  ed  altri 
ministri  delle  case,  si  può  vedere 
quanto  si  riporta  dal  Dizionario  de- 
gli ordini  regolari ,  all'  articolo  O- 
r atomo.  Quivi  noteremo  che  della 
congregazione  de'  sacerdoti  di  s.  Gi- 
rolamo, se  ne  parla  all'articolo  s. 
Girolamo  [Vedi). 

Le  frequenti  infermità  impeden- 
do a  s.  Filippo  di  comparire  in 
pubblico,  Gregorio  XIV  gli  permi- 
se nel  i5gi  di  celebrare  la  messa 
in  una  cappella  privata  accanto  al- 
la sua  camera,  dov'egli  vedendosi 
in  libertà  di  sfogare  la  sua  divo- 
zione, senza  essere  di  aggravio  agli 
astanti,  si  abbandonava  alla  medi- 
tazione anche  per  due  ore  di  con- 
tinuo, che  passavano  tra  il  Domi- 
ne non  suni  dignus,  e  la  comunio- 
ne,  onde  chi  serviva  la  messa  lo 
lasciava  per  tal  tratto  di  tempo,  e 
tornava  per  assisterlo  al  rimanente, 
li  medesimo  Papa  lo  dispensò  dal 
recitare  l'uilizio  divino,  permetten- 
dogli di  sostituirvi  la  lecita  della 
corona,  della  quale  dispensa  si  ser- 
vi nelle  sole  infermità.  Gregorio 
XIV  voleva  crearlo  cardinale,  ma 
il  santo  costantemente  si  rifiutò, 
benché  gli  avesse  predetto  il  pon- 
tificato. Finalmente  desideroso  il 
santo  di  menar  vita  privata  per 
prepararsi  alla  morte,  di  cui  gli  fu 
annunzialo  il  momento  in  una  ce- 
leste visione,  rinunziò  la  prepositu- 
ra  che   fu  conlaila   al  Barouio,  il 


F1L 

il  quale  ne  sostenne  il  peso  per  sei 
anni  ,  in  rapo  ai  quali  fu  creato 
cardinale  da  Clemente  Vili.  Intan- 
to s.  Filippo  sempre  più  si  die  al- 
la pratica  delle  virtù,  ìinchè  a  mez- 
zanotte venendo  il  26  maggio  i5q5, 
in  età  di  otlantatlue  anni  circa,  vo- 
lò la  sua  anima  in  paradiso.  Infi- 
nito fu  il  popolo  accorso  a  vene- 
rare il  suo  corpo,  e  pei  di  lui  me- 
riti Iddio  operò  i  più  stupendi  mi- 
racoli, sì  vivente  che  dopo  morto. 
Clemente  Vili  perciò  fece  formare 
subito  i  processi,  e  Paolo  V  a'  2 3 
aprile  del  i6i5  lo  beatificò,  per- 
mettendo che  in  suo  onore  si  reci- 
tasse V  uflizio  e  la  messa.  Gregorio 
XV  a'  )2  marzo  1622  solennemen- 
te lo  canonizzò,  pubblicandone  il 
successore  Urbano  Vili  la  corri- 
spondente bolla  Ralioni  congruit  , 
die  6  augusti  1623,  nel  giorno  stes- 
so che  fu  creato  Pontefice ,  Bull. 
Rom.  tom.  V,  par.  V,  pag.  i23. 
Tale  canonizzazione  fu  celebrata 
colla  coniazione  di  una  medaglia  , 
che  nella  serie  dei  conii  pontificii 
sta  sotto  il  numero  181.  Clemen- 
te IX  di  poi  comandò  agli  8  giu- 
gno 1669  che  in  tutta  la  Chiesa 
se  ne  celebrasse  la  memoria  con 
rito  doppio,  mentre  sino  allora  si 
faceva  semidoppio.  Benedetto  \  1 1 1 
essendo  stato  ad  intercessione  di 
s.  Filippo  liberato  in  Benevento  , 
quando  era  arcivescovo,  dalla  ro- 
vina del  terremoto  del  1688,  e  in 
due  altre  circostanze,  ordinò  che 
la  festa  di  questo  santo  fosse  in 
lioma  e  suo  distretto  osservata  di 
precetto,  e  col  digiuno  nella  sua 
vigilia,  e  che  nella  chiesa  di  s.  Ma- 
ria in  Vallicella,  ove  decorosamente 
venerasi  il  suo  corpo,  nel  medesimo 
giorno  della  festa  si  celebrasse  cap- 
pella papale  colf intervento  del  Pon- 
tefice, de'  cardinali,  e  di  tutti  quel- 


FIL 

li  che  hanno  luogo  in  cappella 
pontificia.  La  festa  e  la  cappella 
tuttora  si  celebra,  non  la  vigilia.  I 
Papi  vi  si  recavano  in  solenne  ca- 
valcata, ed  ora  vi  accedono  col  tre- 
no nobile,  al  modo  che  descrivem- 
mo nel  volume  Vili,  pag.  1 55  del 
Dizionario.  Abbiamo  la  Narrazio- 
ne de  prodigi  operati  dal  glorioso 
s.  Filippo  Neri  nella  persona  del- 
l' eminentissimo  cardinal  Orsini  ar- 
civescovo di  Benevento,  in  occasio- 
ne che  rimase  sotto  le  rovine  delle 
sue  stanze  nel  terremoto  che  distrus- 
se quella  città  aJ  5  giugno  1 668  , 
Napoli.  Icon  mentis 3  et  cordi s  Be- 
ned.  XIII  exhibens  narrationem 
suae  vilae ,  et  miraculorum  ,  eptae 
Deus  edidit  gravihus  in  pericul'S 
versanti^  depreca t ione  s.  Philippi 
Neri  opitidatus,  Francofurti  1725. 
11  benemerito  fondatole  della 
congregazione  dell'  oratorio,  s.  Fi- 
lippo, fu  amicissimo  del  cardinale 
s.  Cailo  Borromeo  arcivescovo  di 
Milano,  e  splendore  del  sagro  col- 
legio; di  s.  Ignazio  fondatore  della 
veneranda  compagnia  di  Gesù ,  e 
di  s.  Felice  da  Canta  lice  gloria  del- 
l'ordine de' cappuccini ,  e  meritò 
pel  magnanimo  suo  cuore,  tutto 
ardente  di  carila  del  prossimo,  e 
per  quanto  fece  alla  capitale  del 
cristianesimo  ,  il  glorioso  titolo  di 
apostolo  di  Roma,  la  quale  nutre 
per  lui  tenerissima  divozione.  Ben 
ciò  si  addiceva  alle  sue  soavi  at- 
trattive che  gli  guadagnarono  il 
cuore  di  tutti,  ed  alle  sue  belle  i- 
stituzioni  che  tuttora  fioriscono, 
quali  sono  i  pii  oratorii  ,  le  visite 
agli  ospedali  per  l' assistenza  degli 
infermi  ;  la  visita  delle  sette  chiese 
e  delle  sagre  catacombe,  che  a  te- 
stimonianza del  Severano  nei  ses- 
santa anni  che  il  santo  visse  in  Ro- 
ma visitava    di  giorno  e  di  notte, 


FIL  285 

come  era  divotissimo  della  basilica 
di  s  Pietro;  le  pie  adunanze  pres- 
so la  chiesa  di  s.  Onofrio  sul  mon- 
te Gianicolo  ;  1'  arciconfraternita  e 
grande  ospizio  della  ss.  Trinità 
de'  Pellegrini,  ove  poi  perchè  i  pel- 
legrini e  i  convalescenti  fossero  nel- 
lo spirituale  meglio  assistiti ,  nel 
1675  vi  fu  fondata  la  congregazio- 
ne de' sacerdoti,  secondo  l'idea  di 
s.  Filippo,  con  regole,  direzione  e 
stabilimento  del  p.  Mariano  Socci- 
no  prete  dell'  oratorio,  della  qua- 
le trattano  il  p.  Bona-nni  nel  Ca- 
talogo degli  ordini  religiosi,  parte 
111,  pag.  XIII,  ed  il  Piazza  nelle 
Opere  pie  di  Roma,  tarati.  X,  cap. 
XXV  ,  con  approvazione  d' Inno- 
cenzo XII  ;  e  per  non  dire  di  al- 
tro,  dobbiamo  a  s.  Filippo  l'utile 
e  piacevole  istituzione  dell'  oratorio 
notturno,  in  cui  si  cantano  con  mu- 
sica sagri  componimenti.  11  mede- 
simo p.  Bonanni  nella  parte  I  del 
nominato  Catalogo,  pag.  XLVI,  ci 
dà  la  figura  di  un  filippino  che  è 
vestito,  siccome  prescrisse  il  santo 
fondatore,  come  i  sacerdoti  secola- 
ri del  suo  tempo  ,  cioè  mantello  , 
sottana,  e  fascia  di  lana  nera,  men- 
tre differisce  da  quello  dei  sacerdoti 
moderni,  perchè  questi  variarono  il 
vestiario  antico.  Quindi  il  medesi- 
mo p.  Bonanni  celebra  la  congre- 
gazione de'  filippini ,  di  cui  dice 
averne  scritto  Ippolito  Maracci  , 
A  uberto  Mireo,  il  cardinal  De  Lu- 
ca, Antonio  Gallonio;  ed  aggiunge 
che  ad  esempio  di  s.  Filippo, 
Pietro  di  Berulle,  poi  cardina- 
le, fondò  un  simile  istituto  in  Fran- 
cia sotto  il  regno  di  Luigi  XIII,  e 
col  nome  di  Oratorio  di  Gesù  o 
preti  dell'  oratorio  di  Francia  {Ve- 
di), che  fu  approvato  da  Paolo  V, 
ad  istanza  di  Enrico  arcivescovo  di 
Parigi,  e  di  Maria  de'  Medici  regi- 


286  FIL 

na  di  Francia.  Noi  però  noteremo, 
che  l' istituto  del  cardinal  di  Be- 
rulle  non  solo  differisce  nel  nome 
dalla  congregazione  dell'  oratorio  , 
ina  le  sue  costituzioni  sono  total- 
mente diverse  da  quella,  onde  non 
deve  essere  annoverato  fra  le  con- 
gregazioni da  s.  Filippo  fondate. 
Nel  Ceylan  vi  è  una  numerosa  con- 
gregazione dell'oratorio  di  s.  Filip- 
po: questi  sono  filippini  portoghe- 
si ivi  fìssati.  Su  tutte  le  congrega- 
zioni filippine  il  padre  Marcia- 
ni  dell'oratorio  di  Napoli  scris- 
se un'opera  in  sei  tomi  in  foglio. 
Altre  notizie  sui  filippini  si  leg- 
gono nelle  diverse  vite  del  loro 
santo  fondatore,  stampate  con  va- 
rie edizioni  ed  idiomi  dal  1600  in 
poi  ,  come  quella  del  p.  Antonio 
Gallonio  filippino,  la  quale  è  pu- 
re riportata  colle  note  del  p.  Pa- 
pehrochio  ne'  Bollandisti,  Act.  ss. 
ftlaji,  lom.  VI,  p.  463  a  5?-4)  do- 
ve un'altra  ve  n' è  del  p.  Girola- 
mo Barnahei,  superiore  o  preposi- 
to  dell'oratorio  di  Roma.  La  scris- 
se ancora  il  p.  Pietro  Jacopo  Bac- 
ci  di  Arezzo,  prete  anch'esso  del- 
l'oratorio, di  cui  se  ne  hanno  mol- 
te edizioni,  essendo  l'ultima  quel- 
la eseguita  in  Roma  nel  18 1 8,  ar- 
ricchita di  quaranta  bei  rami  rap- 
presentanti le  gesta  del  santo.  Des- 
sa  fu  accresciuta  dal  p.  Giacomo 
Bicci  domenicano.  Ve  ne  sono  pure 
del  p.  Domenico  Pannonio  filippi- 
no, Vita  di  s.  Filippo  Neri  apo- 
stolo di  Roma,  "Venezia  1727  ,  e 
di  Gabriele  M.  Valenzuola ,  Vita 
di  s.  Filippo  Neri,  Roma  1734. 
Dopo  la  morte  di  s.  Filippo  la 
sua  congregazione  continuò  a  fare 
ulteriori  progressi,  ed  a  propagarsi 
per  opera  di  molti  grandi  uomini 
già  compagni  del  santo  ,  e  prose- 
gui  a   farne    dappoi    per    mezzo  di 


FIL 
nitri  che  in  ogni  tempo  sono  in 
essa  fioriti,  anche  nelle  missioni.  E 
sebbene  in  questa  esemplare  con- 
gregazione non  si  facciano ,  come 
notammo,  voti  di  sorte  alcuna,  ed 
i  suoi  membri  sieno  preti  secolari 
che  possono  uscirne  quando  loro 
piace,  pure  vivono  in  comune,  e 
praticano  nelle  loro  utilissime  e 
numerose  case  quanto  si  fa  dalle 
famiglie  religiose,  con  pari  esattez- 
za e  decoro,  particolarmente  nelle 
chiese.  Quella  de' ss.  Nereo  ed  Achil- 
leo, titolo  cardinalizio,  fu  data  ai 
filippini  da  Clemente  Vili  nel  1597, 
ni  modo  che  dicemmo  all'  articolo 
Chiesa  de'  ss.  Nereo  ed  Achilleo 
(Vedi);  indi  Paolo  V  confermò 
questa  congregazione  nel  i6r2  col- 
l'autorità  della  bolla,  Clini  dilcrti 
fdii  praeposilus  et  prcsbyteroi'iinr 
congregationis  Oralorii  s.  Maria  de 
Vallicella  de  Urbe,  ed  insieme  ap- 
provò e  confermò  le  sue  regole. 
Quando  Benedetto  XIV  nel  17^0 
eresse  quattro  accademie,  quella 
sulla  sacra  Scrittura  ed  erudizione 
ecclesiastica,  la  stabili  nella  casa  nella 
chiesa  Nuova.  Della  Biblioteca  Valli- 
celliana^Fedi)  esistente  in  questa  ca- 
sa, oltre  quanto  dicemmo  a  quell'ar- 
ticolo, qui  aggiungeremo,  che  il 
Piazza  nel  suo  Eusevologio  roma- 
no, tratt.  XIII,  cap.  XI,  trattando 
della  biblioteca  Vallicelliana ,  dice 
che  venne  fondata  da  s.  Filippo  a 
vantaggio  di  coloro  che  attendeva- 
no alle  discipline  ecclesiastiche ,  e 
che  ne  fu  primo  deputalo  Giove- 
nale Ancina  discepolo  del  medesi- 
mo santo,  e  poi  vescovo  di  Saluz- 
zo  per  comando  di  Clemente  Vili. 
La  biblioteca  progressivamente  si 
accrebbe  con  molti  e  preziosi  libri 
dal  portoghese  Achille  Stazio,  e  da 
quegli  altri  benemeriti  che  nomina 
il  Piazza,  oltre  di  quelli    che   furono 


FIL 

aggiunti  posteriormente,  per  cui  di- 
venne famigerata  non  solo  pel  nu- 
mero e  qualità  de' libri  a  stampa, 
ma  eziandio  per  quello  de'  mano- 
scritti. In  essa  si  tolse  a  custodire 
anche  la  privata  libreria  di  s.  Fi- 
lippo,  in  separata  scansia.  I  libri 
degni  di  special  menzione  della  bi- 
blioteca Vallicelliana ,  di  cui  ono- 
rata menzione  ne  fa  pure  il  p.  Ma- 
billon,  sono  un  antichissimo  codi- 
ce mss.  che  contiene  gli  atti  de- 
gli apostoli;  l'epistole  canoniche 
coli'  Apocalisse  in  caratteri  quadra- 
ti ;  un  codice  della  Bibbia ,  dono 
del  portoghese  Stazio,  e  dedicato 
da  Alcuino  a  Carlo  Magno;  un 
codice  di  Beda  del  circolo  lunare, 
e  delle  sei  età  del  mondo  ;  un  bre- 
ve martirologio  sottratto  all'incen- 
dio della  biblioteca  di  Lione;  Y Or- 
da Romanus  del  IX  secolo,  ed  al- 
tri non  pochi  codici  di  somma  im- 
portanza. Va  notato  che  tutti  gli 
armadi  vennero  elegantemente  ese- 
guiti dal  rinomato  Taddeo  Lnndi- 
ni  fiorentino,  fratello  laico  de'  me- 
desimi  filippini. 

Questa  congregazione  diede  sem- 
pre uomini  commendevoli  per  il 
loro  sapere  e  per  le  loro  virtù. 
Quelli  che  la  compongono  si  dedi- 
cano conforme  al  loro  istituto  alla 
spirituale  educazione  della  gioven- 
tù ,  e  alle  laboriose  funzioni  del 
santo  ministero,  in  cui  sono  utilis- 
simi alla  Chiesa.  Non  solo  la  con- 
gregazione diede  celebri  scrittori,  e 
soggetti  chiari  per  santità  di  vita, 
ma  anche  diversi  amplissimi  cardi- 
nali e  zelanti  vescovi.  Clemente 
Vili  nel  i5q6  creò  cardinal  Fran- 
cesco Maria  Tarugi  di  Montepul- 
ciano, nipote  di  Giulio  III,  e  pa- 
rente di  Marcello  II,  compagno  di 
s.  Filippo  nella  fondazione  della 
congregazione    dell'oratorio;    negli 


FIL  287 

ultimi  anni  di  sua  vita  si  ritirò  di 
nuovo  nella  congregazione.  Inoltre 
Clemente  Vili  nell'anzidetto  anno, 
e  nello  stesso  concistoro  esaltò  al 
cardinalato  Cesare  Baronio  di  So- 
ra,  che  passato  in  Roma  erasi  po- 
sto sotto  la  protezione  di  s.  Filippo 
nella  sua  congregazione,  in  cui  per 
comando  del  santo  intraprese  l'im- 
mortale opera  degli  Alinoli  ecclesia- 
stici, per  la  quale  si  acquistò  il  titolo 
di  padre  della  storia  Ecclesiastica. 
11  Baronio,  dopo  aver  per  trenta 
anni  predicato  indefessamente  nella 
chiesa  di  s.  Giovanni  de'  Fiorenti- 
ni, di  s.  Girolamo  della  Carità,  e 
della  Vallicella,  fu  creato  cardinale 
de'  ss.  Nereo  ed  Achilleo  ad  onta 
della  sua  ripugnanza,  colla  quale  ri- 
cusò poi  il  pontificato,  a  cui  trenta- 
due cardinali  lo  volevano  esaltare. 
Innocenzo  X  nel  1646  fece  cardi- 
nale col  titolo  di  s.  Onofrio,  Ora- 
zio Giustiniani  genovese,  prete  del- 
l'oratorio, fatto  nel  i632  custode 
della  libreria  Vaticana,  dove  com- 
pilò la  storia  del  concilio  Fioren- 
tino, il  quale  in  Carbognano  eres- 
se la  prima  chiesa  in  onore  di  s. 
Filippo  Neri.  Da  Innocenzo  XI  fu 
fatto  cardinale  Leandro  Colloredo, 
delia  congregazione  dell'  oratorio 
romana,  i  cui  meriti  e  cariche  si 
possono  vedere  in  questo  Diziona- 
rio, come  quelli  degli  altri  cardi- 
nali filippini,  alle  rispettive  bio- 
grafie. Gregorio  XVI  regnante  Pon- 
tefice, nel  concistoro  de'  29  luglio 
i833  creò  cardinale  l'arcivescovo 
di  Napoli  Filippo  Giudice  Carac- 
ciolo napolitano,  già  della  congre- 
gazione dell'oratorio  di  Napoli,  e 
di  recente  passato  a  miglior  vita.  11 
cardinal  Luigi  Belluga  fondò  in 
Cordova  una  casa  ai  filippini,  io 
cui  si  fece  ricevere,  e  per  più  an- 
ni  vi  fu  superiore  prima  che  fosse 


288  FIL 

fallo  vescovo  e  cardinale  da  Cle- 
mente XI.  Oltre  ai  cardinali  la 
congregazione  dell'oratorio  ha  da- 
to alla  Chiesa  molti  pastori,  e  in 
quella  di  Roma  molti  furono  i 
soggetti  ragguardevoli  per  merito 
e  dottrina,  che  vennero  elevati  dai 
sommi  Pontefici  al  grado  vescovi- 
le, e  ciò  sino  a  questi  ultimi  tempi, 
essendo  stato  arcivescovo  di  Urbino 
Ignazio  Ranaldi,  il  quale  da  Leone 
XI 1,  da  cui  era  grandemente  stima- 
to, fu  spedilo  in  Sardegna  visitato- 
re apostolico  de'regolari  ,  ed  era 
stato,  come  si  disse,  disegnato  car- 
dinale, al  che  non  pervenne  per- 
chè la  morte  troncò  i  suoi  giorni; 
e  Felice  Tiheri  vescovo  di  Sulmo- 
na fatto  da  Pio  VII.  Fra  i  filip- 
pini poi  che  si  distinsero  colla  pub- 
blicazione di  opere  dotte,  rammen- 
teremo Tommaso  Bozio  ;  Odorico 
Rinaldi,  continuatore  e  compendia- 
tore  del  Baronio  ;  Giovanni  La- 
derchi,  altro  continuatore  del  Ba- 
ronio ;  Giovanni  Severano,  autore 
delle  Memorie  sagre  delle  sette 
chiese  di  Roma  ;  Giuseppe  Bian- 
chini veronese,  eletto  da  Benedetto 
XIV  segretario  dell'accademia  de'Iet- 
terati  da  esso  eretta  in  chiesa  Nuo- 
va ;  i  Micheli,  ed  i  Masini  ambe- 
due scrittori  commendevoli'  ;  gli 
Alberici,  e  i  Saccarelli,  i  quali 
hanno  dato  opere  alla  luce,  che 
meritano  la  cornuti  lode ,  ed  altri 
molti.  Al  presente  poi  gloria  e  de- 
coro di  questa  congregazione  è  il 
p.  Agostino  Theiner  di  Breslavia, 
celebre  per  le  sue  opere,  e  desti- 
nato dalla  congregazione  alla  con- 
tinuazione degli  Annali  ecclesiasti- 
ci del  Baronio,  in  che  si  occupa 
con  impegno. 

Notizie  della  chiesa  di  s.   Maria, 
e  s.   Gregorio  in  V alliccila,  det- 


FIL 


la  volgarmente  la  chiesa  Nuova, 
e,  della  contigua 
no  dei  filippini. 


e.  della  contigua  casa  ed  orato- 


Nel  rione  IV  Parione,  in  una 
piccola  valle  presso  il  monte  Gior- 
dano, eravi  una  piccola  chiesa  de- 
dicata alla  B.  Vergine  Maria,  ed 
a  s.  Gregorio  1  Papa,  con  parroc- 
chia. Era  chiamata  comunemente 
s.  Maria  in  P ' alliccila  dal  luogo 
basso  e  piano,  ed  anche  del  poz- 
zo bianco,  per  un  pozzo  con  gli  or- 
li di  marmo  bianco  ch'era  innanzi 
alla  chiesa,  la  cui  bocca  poscia  fu 
trasportata  nella  vigna  de' filippini 
a  s.  Onofrio  sul  monte  Ventoso, 
eh'  è  una  parte  del  Gianicolo.  Pre- 
se poi  il  nome  di  chiesa  Nuova 
da  quella  che  magnificamente  si 
fabbricò  sul  luogo  dell'antica,  cui 
si  conservò  il  titolo  di  s.  Maria  e 
s.  Gregorio  I.  Presso  la  chiesa  e- 
ravi  un  monastero  di  monache, 
chiamato  di  s.  Elisabetta,  che  fu 
demolito  per  erigervi  nell'  area  la 
casa  ed  oratorio  contiguo.  Pudolfi- 
no  Venuti,  nella  Roma  moderna, 
tom.  I,  par.  II,  pag.  4$8  e  seg., 
dice  che  l'antica  chiesa  era  stata 
eretta  dal  medesimo  s.  Gregorio  I 
il  Magno.  S.  Filippo  ottenne  la  pic- 
cola chiesa  nel  i5y5  da  Gregorio 
XIII  per  la  sua  congregazione, 
perchè  vedeva  crescerne  gl'indivi- 
dui, come  la  frequenza  de'  fedeli 
nell'oratorio;  indi  coi  denari  som- 
ministrali dal  cardinal  Pier  Dona- 
to Cesi,  e  da  monsignor  Cesi  ve- 
scovo di  Todi  suo  fratello,  fu  de- 
molita, anche  perchè  minacciava 
rovina,  ed  ai  17  settembre  i5j5  si 
die  principio  alla  nuova,  sopprimen- 
dosi l'annessa  cura  parrocchiale,  che 
si  divise  fra  le  parrocchie  limitro- 
fe, come  nota  il  Bovio  nella  Pietà 
trionfante,  o  basilica  di  s.  Lorenzo 


F1L 
in  Damaso,    di  cui    la    chiesa   era 
filiale,    a    pag.    160.    Il  medesimo, 
ed    il  Piazza    nel  suo    flltnologio  a 
pag.    3oo,  dicono    che  il    santo  ne 
stabilì  della  nuova  la  larghezza  e  la 
lunghezza,    e  che    la    prima    pietra 
solennemente  la  pose  ne'fondamen- 
ti  monsignore  Alessandro  de'Medici 
arcivescovo    di  Firenze,    poscia  car- 
dinale, e  Papa  col  nome  di  Leone 
XI,  secondo  le  predizioni  di  s.  Fi- 
lippo, fattegli  sino    da  quando  era 
ambasciatore    di    Toscana  a    s.  Pio 
V,  che  pure  aveagli   vaticinato  che 
regnerebbe  poco,    laonde  ebbe  soli 
ventisei    giorni    di    pontificato.    Va 
qui  notato,    che  cavandosi    le    fon- 
damenta,   dieci    palmi    sotto    terra 
si  rinvenne  un    muro  antico    largo 
altrettanti   palmi,  e  lungo  più  assai 
della    distrutta  chiesa,   per    cui  ac- 
corsovi il  santo  allorché  l'architet- 
to   Giovanni    Matteo    da    Città    di 
Castello  disegnava  i  fondamenti  per 
le  mura  della  nuova,    per  tre  vol- 
te l'obbligò  a  tirare  più  in    dietro 
il   filo,    senza  ebe  niuno  conoscesse 
poco  o  molto  l'estensione    di  quel 
muro,    per    lo    che    sopra    di    esso 
venne*  innalzato    tutto    il    lato    del 
novello    tempio    dalla    parte    degli 
evangeli.  Martino  Lunghi  il  vecchio 
eresse    l'interno;    ma    questo    che 
ha  forma  di  croce   latina  riuscì  o- 
scuro,    ed  anche  più  oscure  riusci- 
rono le  cappelle  sfondate.    La  fac- 
ciala  l'innalzò    l'architetto    Fausto 
Piiighesi    da    Monte    Pulciano,    se- 
guendo il  disegno  del  Lunghi,  con 
due  ordini   di  architettura  di   pila- 
stri  corinti    e  composti,   e  con  ric- 
chezza e  grandiosità,  somministran- 
do   delle   somme    pel    compimento 
della   fabbrica   Gregorio   XIII. 

11   Piazza    dice  che    s' iucominciò 
ad    uffiziarla    nel    1577,    nella  do- 
menica   di   settuagesima,    nel   qual 
vol.  xxiv. 


F1L  189 

anno  vuole  che  pure  ivi  s'incomin- 
ciassero dai  filippini  i  ragionamen- 
ti e  sermoni  al  popolo,  secondo  il 
loro  istituto;    indi    cominciarono  i 
padri    ad    abitare    nella    contigua 
casa,    ove    s.  Filippo    si  portò    nel 
i583,    terminandovi  i  suoi  giorni 
nel     i5g5.    Compito  l'edifìzio,    il 
detto  cardinal  Alessandro  de'Medi- 
ci consagrò    solennemente    la  chie- 
sa   in  onore  della  Natività  della  B. 
Vergine,  e  di  s.  Gregorio  I,   a' 2  3 
maggio  i5gg.  L'interno  ornato  con 
disegno    di     Francesco    Borromini , 
ha  tre  navate  :   le  pareti  di    quella 
di  mezzo  furono  ancor  di  più  ab- 
bellite e  nobilitate  per  l'anno  san- 
to   1700    dai    filippini,    i    quali    vi 
fecero    eseguire    diverse   storie  del- 
l'antico e  nuovo  Testamento,  entro 
ovati  sostenuti  da  figure  di  stucco, 
dipinte    da    Baldi,    Ghezzi,    Seiter, 
Passeri   e    Parodi.    La  volta   della 
nave  principale  fu  dipinta  a  fresco 
da  Pietro  Berrettini  di  Cortona,  il 
quale    vi    espresse    il    miracolo    di 
Maria  Vergine,  avvenuto  nella  edi- 
ficazione della  chiesa  al  santo  fon- 
datore, alla  cui  intercessione  la  sos- 
tenne    mentre   stava  per  rovinare  ; 
il  medesimo  artista  colorì  anche  la 
cupola ,    i    peducci   di    essa ,    e    la 
tribuna    dell'  aitar    maggiore.     Le 
pitture  della  cupola  rappresentano 
Gesù  Cristo,   il  quale  per   far  ve- 
dere a  Dio  Padre  quanto  ha  ope- 
rato  per  noi,    gli    mostra   gì' istro- 
menti  della    sua  passione.    I  lavori 
di  stucco,  come  angeli,  puttini,  ed 
ornati  sì  della  volta  che  della  na- 
vata grande.,  nella  crociera,  e  nel- 
la  tribuna    per   la    maggior   parte 
messi  a  oro ,    furono  egregiamente 
eseguili  da  Cosimo  Fancelli,   e  da 
Ercole  Ferrata.    Nella  prima    cap- 
pella   a  mano    destra  è  un   Croce- 
fisso colla  B.  Vergine,  s.   Giovanni 
*9 


290  FIL 

e  la  Maddalena  a  piedi,  bell'opera 
di  Scipione  Pulzone  di  Gaeta.  Den- 
tro la  seguente  cappella  era  la  ce- 
lebratissima  tavola  di    Michelange- 
lo   da    Caravaggio,    rappresentante 
un  Cristo  deposto  dalla   croce,  nel- 
l'atto d'esser   portato   al    sepolcro, 
che  al    presente    sta    nella  galleria 
Vaticana,   ed  in   sua   vece   evvi  la 
copia  di    Michele   Reck.    La    terza 
cappella  dedicata  all'Ascensione  del 
Salvatore  ha  un  bellissimo  quadro 
di  Girolamo  Muziano;   nella  quar- 
ta   Vincenzo    Fiammingo    dipinse 
con  grazia  la  discesa  dello    Spirito 
Santo;  nella  quinta   vi  è  l'Assunta 
d'Aurelio   Lomi.    Sull'altare   della 
crociera,  passata  la  porta  di  fianco, 
il  cav.  d'Arpino  vi  dipinse    la  co- 
ronazione della  B.  Vergine;  le  due 
statue  de' ss.    Giovanni    Battista,   e 
Giovanni    evangelista  sono  scolture 
di    Flaminio   Vacca.    La    cappella 
che  segue,  posta  sotto  l' organo,  di 
proprietà  della    famiglia  Spada,  fu 
eretta   con    architettura    di    Carlo 
Rainaldi,  e  poscia  decorata  di  belli 
marmi,  e  di  dieci  colonne  di  gial- 
lo  brecciato,    sui    disegni    del    cav. 
Fontana.    11    quadro    dell'altare   è 
pregiata  pittura  di  Carlo  Maratta, 
che  vi  effigiò  i  ss.   Carlo  Borromeo 
ed  Ignazio  Lojola,  che  invocano  la 
Beatissima  Vergine  :    i  due    quadri 
laterali  sono    dello    Scaramuccia    e 
del  Bonatti.  In  questa  cappella  nel- 
la mattina  della  festa  di  s.  Filippo 
vi    si    espone    decorosamente   il  ss. 
Sagramento ,    ed    il    Pontefice   nel 
recarsi    ad    assistere    alla    cappella 
papale,   in  cui  all'altare   maggiore 
pontifica    la    messa    un    cardinale 
prete,  accompagnato  dal  sagro  col- 
legio,  e  dal  solito  corteggio,   vi  si 
porta  in  sedia  gestatoria  co' flabelli 
a  venerarlo. 

L'altare   maggiore    è   maestosis- 


FIL 

simo,  ed  adorno  di  quattro  prege- 
voli colonne  tutte  di  un  pezzo  di 
giallo  antico,  e  non  di  porta  san- 
ta come  scrissero  alcuni,  con  capi- 
telli e  basi  dorate  sul  marmo,  non 
di  bronzo  dorato  come  altri  opinaro- 
no. Il  divoto  quadro  di  mezzo,  che 
rappresenta  molti  angeli  che  adorano 
la  miracolosa  immagine  della  Ma- 
donna ed  il  Bambino,  è  lodata  o- 
pera  di  Pietro  Paolo  Rubens  :  ta- 
le immagine  della  Beata  Vergine, 
è  la  copia  dell'antica  e  prodigiosa, 
che  si  venerava  nella  chiesa  vecchia, 
di  cui  il  Bovio  a  pag.  160,  e  il 
Panciroli  a  pag.  598,  narrano  che 
stava  nella  prima  cappella  dalla 
parte  sinistra,  e  che  percossa  in 
fronte  con  un  sasso  da  un  bestem- 
miatore, gettò  qualche  goccia  di 
sangue.  Questa  medesima  immagi- 
ne fu  veduta  da  s.  Filippo  sostene- 
re la  trave  del  tetto  della  chiesa, 
che  altrimenti  sarebbe  caduto,  co- 
me è  dipinto  da  Pietro  da  Corto- 
na nella  menzionata  volta:  il  capi- 
tolo vaticano  coronò  con  corona  d'oro 
l'immagine  della  Madonna,  e  quella 
del  divin  Figlio,  cioè  l'immagine 
antica  che  sta  sotto  a  quella  co- 
piata dal  Rubens,  la  quale  si  scuo- 
pre  alla  pubblica  venerazione  sol- 
tanto nelle  principali  solennità.  11 
crocefisso  di  legno  che  si  vede  di 
sopra,  è  intaglio  di  Guglielmo  Bar- 
tolot  francese;  il  ricco  e  nobile 
ciborio  di  metallo,  dorato  fu  fatto 
con  disegno  di  Ciro  Ferri  romano, 
il  cui  gettito  è  come  di  due  ange- 
li laterali  in  adorazione,  di  bronzo, 
del  Benincasa  da  Gubbio:  i  due 
quadri  laterali  furono  condotti  dal 
medesimo  Rubens;  quello  a  dritta 
rappresenta  i  ss.  Gregorio  I,  Mau- 
ro e  Papia  martiri;  l'altro  a  sini- 
stra esprime  i  ss.  Nereo  ed  Achil- 
leo.   In    questo    altare     Benedetto 


FIL 

XIII  nel    1724,  come   si  legge  nel 
numero    1082  del  Diario  di  Roma 
di  quell'anno,  coli' assistenza  di  due 
cardinali    vescovi,  e  del    sagro  col- 
legio in   cappa  e  rocchetto  vi    con- 
sacrò    in     arcivescovo     d'  Àmbrun 
monsignor  Pietro  Guerin  di  Tencin, 
che  il  successore  Clemente  XII  creò 
cardinale  de'  ss.  Nereo   ed   Achilleo: 
ed  il   Pontefice  Pio  VI  a    cui  pia- 
ceva molto  questo  altare,  più  vol- 
te per  la   festa  di  s.   Filippo   vi  ce- 
lebrò la  messa  Ietta.  Nel  medesimo 
altare  lo  stesso  Benedetto  XIII  ten- 
ne nel    1728  la  prima  cappella  pa- 
pale a' 26  maggio,  festa   di  s.   Fi- 
lippo Neri.    La  nobilissima  e  ricca 
cappella  di  questo  santo  resta  dalla 
parte    del  vangelo  dell'altare   mag- 
giore,   sotto   l'organo ,    venerandosi 
il  di  lui  corpo  sotto  l'altare.  11  ce- 
lebre Guido  Reni  con  mirabile  ar- 
te dipinse  il  quadro  del  sauto,  che 
ispira    divozione;    ma    siccome    fu 
trasportato    nelle    sale    della  conti- 
gua casa,  ebbe  surrogata  una  dili- 
gente copia  in  mosaico.   Le  istoriet- 
te    di    s.    Filippo    furono    condotte 
con  garbo  dal  cav.  Cristoforo  Ron- 
calli detto  il   Pomarancio:    la  cap- 
pella è  incrostala  tutta  di  finissimi 
marmi  e  di  pietre  preziose^  ed  as- 
sai frequentata  dal  popolo,  divotis- 
simo  del    santo ,    come    lo  è  della 
chiesa,  pel  decoro  ecclesiastico  con 
cui    è    uffiziata    dai    filippini ,    con 
cappella  fissa    di  musica  alla  guisa 
delle  basiliche.   Alcuni  pontefici  nel 
di  della  festa,  nella  cappella  intima 
del  medesimo  santo  vi  celebrarono 
privatamente  la  santa  messa;  altri 
ve  l'ascoltarono  dopo  di  avere  as- 
sistito a  quella  pontificata  nell'altare 
maggiore  da  un  cardinale.    Veggasi 
Corollarium  de  sacellis  s.  Phiitppi 
Ncrii,  in  appendi x  ejus  vitae  3  in 
tom.  VI  Bolland.,  pag.  852. 


FIL  291 

La  cappella  contigua  della  cro- 
ciera ha  per  quadro  un  gentil  di- 
pinto di  Federico  Barocci  di  Urbi- 
no, in  cui  rappresentò  la  Presen- 
tazione al  tempio  della  B.  Vergi- 
ne: Giovanni  Antonio  Pai  acca  di 
Valsoldo,  scolpì  in  marmo  le  due 
statue  de'  ss.  Pietro  e  Paolo.  Entro 
la  cappella  seguente,  dopo  la  por- 
ta della  sagrestia,  il  Passignani  vi 
dipinse  l'Annunziata.  11  quadro  del- 
la cappella  che  viene  appresso  fa 
dipinto  dallo  stesso  Barocci:  esso 
ci  rappresenta  la  Visitazione  di  s. 
Elisabetta ,  e  si  narra  che  desso 
ispirasse  tanta  divozione  a  s.  Filip- 
po, che  di  continuo  orava  in  que- 
sta cappella.  I  tre  compartimenti 
della  volta  sono  buone  pitture  a 
olio  di  Carlo  Saraceni  veneto.  La 
quarta  cappella  ha  per  quadro  la 
Natività  di  Gesù,  e  passa  per  la 
migliore  opera  di  Durante  Alberti  : 
le  tre  sante  dipinte  ad  olio  sullo 
stucco  nella  volta  sono  del  mento- 
vato Pioncalli.  Nella,  quinta  cappel- 
la evvi  l'adorazione  de'  Magi,  fran- 
co lavoro  di  Cesare  Nebbia.  L'ul- 
tima cappella  contiene  la  Presenta- 
zione di  Gesù  al  tempio,  opera  del 
cav.  d'  Arpino  ,  eh'  è  pure  autore 
dei  tre  santi  che  sono  effigiati  sul- 
la volta.  Tutte  le  nominate  cap- 
pelle furono  erette  da  diverse  no- 
bili famiglie ,  e  sono  ragguardevoli 
anche  pei  marmi  ed  ornamenti  che 
contengono.  La  maestosa  sagrestia 
di  questa  chiesa  fu  architettata  da 
Paolo  Marucelli;  l'Algardi  stupen- 
damente scolpì  la  statua  del  s.  Fi- 
lippo con  abiti  sacerdotali  eh' è  sul- 
l'altare, il  medesimo  scolpì  il  busto 
di  bronzo  di  Gregorio  XV ,  collo- 
cato sopra  la  porta.  Il  quadro  che 
prima  stava  in  alto  con  Maria  Ver- 
gine in  una  gloria  d'angeli,  era  pit- 
tura di  Gio.  Domenico  Cerrini  pc- 


292  FIL 

rugino;  ed  il  lodato  Berrettini  nel- 
la volta  magistralmente  dipinse 
un  angelo  colla  croce,  con  putti 
che  sorreggono  gl'istromenti  della 
passione  di  Gesù.  Cristo.  Dal  cor- 
ridoio che  sta  fra  la  sagrestia  e  la 
chiesa,  si  passa  alla  cappellina  po- 
sta dietro  l'altare  di  s.  Filippo,  fat- 
ta ornare  da  Giulio  Donati  avvo- 
cato concistoriale.  Nella  volta  della 
camera  che  s'incontra  prima  di  en- 
Jtiarvi,  in  un  quadro  di  Francesco 
Tornioli  di  Siena,  è  rappresentato  il 
santo  rapito  in  estasi.  Il  qua- 
dro poi  sull'altare  della  detta  cap- 
pella ove  il  santo  celebrava,  assai 
riputato,  ed  esprimente  s.  Filippo, 
vuoisi  che  sia  del  Guercino.  Indi 
per  una  scala  a  chiocciola  si  ascende 
alla  stanza  abitata  già  dal  santo, 
ove  sono  molte  preziose  reliquie  di 
lui,  ed  oggetti  di  suo  domestico  uso, 
mobili  ec,  nella  prima  camera  la 
volta  è  abbellita  da  un  eccellente 
affresco  del  medesimo  Berrettini. 

Sono  uniti  alla  chiesa  l'oratorio  e 
l'abitazione  de'  filippini  :  di  queste 
due  grandiose  fabbriche,  che  in 
un  alla  chiesa  formano  una  gran- 
de isola,  fu  architetto  il  cav.  Fran- 
cesco Borromini.  Il  severo  Milizia 
chiama  stravagante  la  facciata  ester- 
na dell'  oratorio  ,  ammirando  però 
il  meccanismo  delle  solidissime  sue 
volte ,  e  lodando  1'  abitazione  dei 
filippini  siccome  fabbricata  con  mol- 
to giudizio.  Nell'interno  dell'ora- 
torio nella  volta  famosa,  lunga  pal- 
mi ottantatre  e  cinquantatre  larga, 
è  dipinta  una  gloria  di  angeli;  il 
quadro  dell'altare  con  l'Assunta  e 
s.  Cecilia  lo  dipinse  il  cav.  Vanni  ; 
e  la  statua  di  stucco  rappresentan- 
te s.  Filippo,  posta  incontro  al  pul- 
pito, è  di  Michele  Maglia  borgo- 
gnone. In  questo  luogo  i  filippini 
si  radunano  ogni  sera  a  fare  i  pii 


FIL 

esercizi  sopraindicati,  co' fratelli  se- 
colari dell'oratorio,  e  chiunque  al- 
tro, essendo  pubblico;  e  nelle  sere 
di    tutte    le    feste    di    precetto    da 
quella  d'Ognissanti  sino  alla  dome- 
nica delle   l'alme  inclusive,  hanno 
luogo  i  cosi    detti    oratorii  in  mu- 
sica,  che  in  sostanza  sono  drammi 
di    sagro    soggetto  posti  in  musica 
dai  piti  rinomati  maestri,    ed  ese- 
guiti   con     orchestra     dai    migliori 
professori  di   Roma.    Mentre  ci   ri- 
serbiamo parlare  all'articolo  Musi- 
ca sacra   (Predi')    dell'origine  degli 
Oratorii  de  filippini  e  del  titolo  ed 
altro  che  riguarda  gli    Oratorii  in 
musica,  non  vuoisi   però  qui   tace- 
re, che  a  s.  Filippo    debbesi    l' in- 
venzione degli  oratorii,  cioè  di  quei 
sagri  poemi  drammatici,  che  furo- 
no poi  a  perfezione  condotti   dallo 
Stampiglio,    da    Apostolo    Zeno  e 
più  di  tutti    dall'  immortale  Mela- 
stasio.    Essi    non  furono   in  princi- 
pio che  inni  e  laudi,  le  quali  do- 
po   i    sermoni   soliti    recitarsi    nel- 
l'oratorio   de' filippini    si  facevano 
con  iscelta    musica  da    lui  cantare 
ad  una  o  più  voci,  per  allettare  la 
gioventù,  ed   allontarla    da'  passa- 
tempi   mondani.    Queste  lodi  divi- 
devansi  in  due  parti,  una  delle  qua- 
li precedeva  il  sermone,  l'altra  Io 
seguiva.  Ma  non  riuscendo  esse,  di- 
ce   il  Quadri    copiatore    del    Cre- 
scimbeni,     d'intiera     soddisfazione 
agli    ascoltanti,  per  essere    diverse 
fra  loro,  o  non  esservi    connessio- 
ne di  una  parte  coll'altra,  fu  intro- 
dotto l'uso  di  cantarvi  qualche  storia 
o  avvenimento  della  sagra  Scrittu- 
ra. Questo  sistema  essendosi  di  an- 
no  in    anno    migliorato  ed    accre- 
sciuto, diede  propriamente  l'essere 
agli    oratorii.   Tali  cantate     furono 
dette  Oratorii. di  s.  Filippo,  e  sic- 
come questo  santo  conosceva  il  ve- 


F1L 
ro    spirito    del    cristianesimo,    per- 
chè   ne    compieva    i    doveri,    mo- 
strò  col  suo   esempio,    che  la   mu- 
sica   e     la    poesia     anziché     essere 
dannevoli   riescono    utilissime,    ove 
sieno  cristianamente  adoperate.  Seb- 
bene   egli    rinunziasse    all'esercizio 
della  poesia  negli  anni  piìi  adulti, 
fu  nondimeno  così  lontano  dalcon- 
dannarne  l'uso,  che    la    ripose  in- 
sieme  alla  musica  tra  i  primi  ca- 
pi   del    suo     istituto,    praticandola 
egli,  ed    ordinando    che    fosse    dai 
suoi   seguaci    praticata.     Il    sistema 
poi  che    si    pratica    e  sempre   si   è 
praticato    negli  oratorii  in    musica 
della    chiesa  Nuova,  è  il  seguente. 
Alle  ore    24  comincia    l'orazione; 
alla   mezza  si   cantano    coli' organo 
dai  musici   le  litanie  lauretaue,  col- 
la Salve  Regina,  e  vi  si  aggiungono 
alcune  preci.   Queste    finite,  ascen- 
de sulla  cattedra  un  giovinetto  di 
tenera    età,    ed    appartenente    allo 
stesso  oratorio,  e  fa  un    sermonci- 
no  analogo  al  giorno  della  corren- 
te    festa,     imparato     a     memoria  . 
Quindi     ha    principio     la     musica 
dell'oratorio  colla  sua  sinfonia.  Fi- 
nita la  prima    parte    ascende  sulla 
medesima     cattedra    un    padre    fi- 
lippino, e  vi   fa  un  sermone  grave, 
clic  dura  circa    mezz'ora.    Poi   se- 
gue la  seconda  parte  della  musica. 
Tutto  ha  fine  colla    recita    di    tre 
Pater    ed    Ave:    la    funzione  suole 
terminare  circa  le  ore  tre  di   not- 
te,   dandosene  il  segno    col    suono 
della  campana. 

Tornando  al  luogo  dell'oratorio, 
quivi  i  cardinali  attendono  il  Papa 
nel  dì  della  festa  di  s.  Filippo;  e 
giuntovi  assume  all' altare  i  para- 
menti sagri,  e  dopo  la  funzio- 
ne li  depone,  ammettendo  allora, 
quando  non  ascolta  la  messa  letta 
all'alt. ire  della  cappella  intima   del 


FIL  293 

santo,  al    bacio  del    piede    il    pre- 
posito   con  tutti  i    padri    della  ca- 
sa,   che    come    lo    ricevono    nello 
scendere  della  carrozza,  così  lo  ac- 
compagnano quando  la  risale.  Nel- 
la gran  sala  dell'ampia  casa  si  am- 
mira una   deposizione    della  croce, 
unico    dipiuto    che    abbia    operato 
il  Borromino;  e  la  biblioteca  resta 
sulla     maravigliosa    volta.    Neil'  in- 
terno   dell'  edilìzio    vi    sono     due 
giardini,  uno  de'  quali  ben  grande 
con    doppi  portici,    e   logge    soste- 
nute da  un   solo  ordine  composto, 
ciò     che  rende    più     magnifica     la 
fabbrica    con  lode    del    Borromini. 
Dalla    parte    della    piazza    dei    ri- 
gattieri   si  osserva    l'altra    facciata 
della  casa,    sopra    la  quale    è  una 
torre  con  l' immagine  della  madre 
di  Dio,    e  1'  orologio,    egualmente 
architetture   del  Borromino,  di  cui 
parla  il  Cancellieri  a  pag.  166  del- 
le sue    Campane ,  ove  a  pag.    ifo 
cita   la  Memoria  fisica  sopra  il  ful- 
mine   caduto  su    questa  casa  a'  26 
novembre    1781,  di  Filippo    Luigi 
Gilii.     Questo     orologio  in     Roma 
è  rinomato  per  1'  esattezza  con  cui 
segna  le  ore.   Ivi  sono  pure  celebri 
le  campane  di  questa  chiesa  per  il 
loro  bel  suono  armonioso,    per    la 
divozione  che  ha  il  popolo  in  sentir- 
le suonare    nei    temporali    e    nelle 
tempeste,  e  per  dare  il  segno  del- 
l' ora  di   notte   un    quarto    prima  . 
Ciò  avviene  per  dare  il    segno  del 
termine  dell' oratorio,    che    quando 
non    vi    è    musica    termina    a    tre 
quarti  di    notte,    così    serve    invece 
di  suonare  all'  ora,  ed  anticipa  un 
quarto.   Quando  poi  vi   è  la  musica, 
allora  suona  al    finir    di    essa,   che 
per  lo  più  è  alle  ore  tre  della  not- 
te,  siccome  dicemmo  di    sopra.    Fi- 
nalmente noteremo  che   osmi   anno 
il  magistrato  romano  fa    a    questa 


20,4  FIL 

chiesa  l' offerta  di  un  calice  con 
coppa  di  argento,  per  la  festa  di  s. 
Filippo  ;  che  avanti  la  chiesa  apri- 
rono i  filippini  col  beneplacito  di 
Urbano  Vili  la  spaziosa  via  che 
conduce  a  quella  degli  orefici  ;  che 
un'altra  simile  ne  fecero  sotto  Cle- 
mente X  a  mano  sinistra  della 
chiesa  con  disegno  del  Rainaldi  ;  e 
che  nel  1750  ricuoprirono  di  mar- 
mi il  pavimento  della  chiesa,  come 
pur  fecero  nel  1 834  di  quello  del- 
la sagrestia,  la  quale  possiede  ric- 
chi parati,  suppellettili,  ed  arredi 
sagri,  Abbiamo  poi  di  Francesco 
Ijorromini,  Opus  archi  tee  tonicutn 
ex  exemplaribus  petkum  ,  orato- 
riunì  nempe  3  aedesque  romanae 
RR.  PP.  Congregationis  Oratorii  s. 
Philippi  Ncrii,  addili*  scenographia , 
geomelricis  proportionìbus ,  ichno- 
graphia,  prospeclibus  integri.?,  obli- 
quis,  interioribus,  ac  extemìs  par- 
timi lineamentis.  Acceda  totius  ae- 
dificii  descriptio,  ac  ratio  ipso  Bor- 
romino  auctore,  Romae   1725. 

FILIPPO  (s.),  apostolo.  Nacque  a 
Betsaida  in  Galilea.  Gesù  Cristo  lo 
chiamò  presso  di  sé  subito  dopo  di 
s.  Pietro  e  di  s.  Andrea,  ed  egli 
ch'era  istrutto  dalla  legge  e  dai 
profeti  a  riconosere  in  G.  C.  il 
Messia,  tuttoché  legato  in  matrimo- 
nio, non  tardò  un  istante  a  seguir- 
lo, e  divenne  uno  de'suoi  piìi  ze- 
lanti discepoli.  Poco  appresso  Filip- 
po condusse  il  suo  amico  Natanae- 
le  al  Salvatore.,  persuaso  che  lo  ri- 
conoscerebbe per  figliuolo  di  Dio, 
come  avvenne;  e  trovossi  alle  nozze 
di  Cana,  ove  Gesù  era  stato  invi- 
tato co' suoi  discepoli.  Verso  l'an- 
no 3 1  dell'era  volgare  fu  designa- 
to apostolo,  e  scorgesi  dal  vange- 
lo ch'ei  fu  molto  caro  al  suo  di- 
vino maestro.  Volendo  Gesù  nutri- 
re cinquemila  persone  che  lo  avea- 


FIL 

no  seguito  nel  deserto,  si  rivolse  a 
Filippo,  chiedendogli,  per  provar  la 
sua  fede,  come  si  sarebbe  potuto 
provvedere  ai  bisogni  di  tanta  gen- 
te. Poco  prima  della  passione  del 
Salvatore,  desiderando  alcuni  gen» 
ti  lì  di  vederlo,  si  rivolsero  a  Filip- 
po, il  quale  insieme  con  s.  Andrea 
procurò  loro  questa  soddisfazione. 
Gesù  Cristo  nell'ultima  cena  pro- 
mise agli  apostoli  di  far  ad  essi 
conoscere  il  suo  Padre  celeste  più 
chiaramente,  e  Filippo  mosso  dalla 
gioia  esclamò:  »  Signore,  mostra- 
teci vostro  Padre,  e  questo  ci  ba- 
sta ".  Ma  Gesù  per  inculcare  ai 
suoi  apostoli  la  credenza  della  sua 
divinità,  gli  rispose  che  vedendo  il 
Figlio,  vedevano  anche  il  Padre. 
Dopo  la  discesa  dello  Spirito  San- 
to, partiti  gli  apostoli  dalla  Giudea, 
si  dispersero  in  varie  parti  del  mon- 
do per  diffondere  la  luce  del  van- 
gelo, e  s.  Filippo  andò  a  predicare 
nelle  due  Frigie.  Credesi  ch'egli  sia 
giunto  ad  un'  età  molto  avanzata, 
e  che  sia  morto  a  Gerapoli,  dopo 
aver  avuto  qualche  tempo  a  disce- 
polo s.  Policarpo,  il  quale  si  convertì 
circa  l'anno  80  di  G.  C.  Gerapoli 
esperimento  gli  effetti  della  prote- 
zione del  santo  apostolo,  pei  con- 
tinui miracoli  che  operavansi  in 
virtù  delle  di  lui  reliquie.  La  vi- 
sione nella  quale  egli  con  s.  Gio- 
vanni evangelista,  promise  a  Teo- 
dosio il  Grande,  nel  30,4,  la  vitto- 
ria che  riportò  sul  tiranno  Euge- 
nio, contribuì  molto  ad  accrescere 
il  suo  culto  nell'impero  romano. 
JVel  56o  fu  in  Roma  dedicata  una 
chiesa  ai  ss.  Filippo  e  Giacomo, 
ove  dicesi  che  vi  sia  il  corpo  del 
nostro  santo,  e  nel  1204  fu  por- 
lato  a  Firenze  da  Costantinopoli  un 
braccio  di  lui.  La  sua  festa  è  ce- 
lebrata il  primo  di  maggio,  insieme 


FIL 

con  quella  di  s.  Giacomo  apostolo, 
e  gli  orientali  lo  onorano  ai  14  eli 
novembre. 

FILIPPO  (s.).  Uno  de' primi  sette 
diacoui  o  ministri  scelti  dagli  apo- 
stoli in  loro  aiuto,  essendosi  mol- 
to accresciuto  il  numero  dei  fedeli. 
S.  Filippo  fu  eccellente  nella  pre- 
dicazione del  vangelo ,  per  cui  ne- 
gli atti  degli  apostoli  viene  distin- 
to col  nome  di  T'angelista.  Portò 
la  luce  della  fede  ai  popoli  di  Sa- 
maria, ove  confermando  con  lumi- 
nosi miracoli  la  dotti  ina  che  pre- 
dicava, confuse  l' impostore  Simone 
detto  il  Mago,  e  fece  moltissime 
conversioni.  Sulla  via  che  da  Geru- 
salemme conduce  a  Gaza  trovò  l'eu- 
nuco tesoriere  della  regina  Canda- 
ce,  e  lo  convertì  alla  fede  di  G.  C, 
poscia  lo  istrusse  nella  religione  e 
lo  battezzò.  L'eunuco  se  ne  andò 
al  suo  paese,  e  propagò  la  abbrac- 
ciata credenza,  per  cui  venne  da- 
gli abissini  riguardato  come  loro 
apostolo.  V.  Etiopia.  S.  Filippo  poi 
annunciò  il  vangelo  in  Azoto,  e  in 
tutte  le  città  per  le  quali  passò,  fin- 
ché giunse  a  Cesarea.  Quivi,  nell'an- 
no 58,  alloggiò  in  sua  casa  s.  Pao- 
lo, e  probabilmente  morì.  La  sua 
festa  è  assegnata  a' 6  di  giugno. 

FILIPPO  BEMZZI  (s).  Nacque 
in  Firenze  da  nobile  famiglia,  e 
terminati  in  patria  gli  studi  d'u- 
manità si  recò  a  Parigi  per  istu- 
diarvi  medicina,  affine  di  prati- 
carla per  ispirito  di  carità,  e  fu 
istrutto  da  Galeno.  Richiamalo  a 
Firenze  da'  suoi  genitori  continuò 
gli  stessi  studi,  e  prese  il  grado 
di  dottore.  Dopo  aver  passato  qual- 
che tempo  pregando  fervorosa- 
mente il  Siguore  che  gli  facesse 
conoscere  lo  stato  di  vita  che  do- 
veva abbracciare  per  adempiere  la 
sua  divina  volontà,  entrò  qual  fra» 


FIL  20,5 

tello  converso  nell'  ordine  dei  ser- 
vili, e  prese  l'abito  nella  cappel- 
la dell'Annunziazione,  vicina  ad  u- 
na  delle  porte  di  Firenze,  ove 
Bonfilio  Monaldi,  superiore  di  quel- 
1'  ordine,  avea  fondato  un  piccolo 
convento.  Agli  8  settembre  1233 
professò  i  suoi  voti,  e  fu  mandato 
al  convento  di  Monte  Seuario , 
per  esservi  occupato  nei  lavori  del- 
la campagna.  Tutto  dedito  all'o- 
razione e  al  raccoglimento,  cerca- 
va nascondere  il  suo  sapere  ad  o- 
gnuuo,  ma  venne  riconosciuto;  e 
i  suoi  superiori  volendo  farlo  ri- 
splendere lo  obbligarono  di  rice- 
vere gli  ordini  sacri,  e  ne  otten- 
nero la  dispensa  dal  Papa.  Non 
guari  dopo  fu  fatto  definitore  e 
assistente  del  generale,  e  nel  1267 
divenne  generale  egli  stesso.  Fatto 
consapevole  che  i  cardinali  raduna- 
ti a  Viterbo,  dopo  la  morte  di 
Clemente  IV,  disegnavano  innal- 
zarlo alla  sede  pontificia  ,  fuggì 
sui  monti  con  un  religioso  del  suo 
ordine,  e  vi  rimase  nascosto  fino 
all'elezione  di  Gregorio  X.  In  quel 
ritiro  raddoppiò  le  sue  austerità, 
e  diedesi  unicamente  alla  contem- 
plazione, vivendo  di  sole  erbe  sec- 
che e  di  acqua.  Ripieno  di  santo 
zelo,  lasciò  il  suo  deserto,  e  andò 
a  predicare  in  molti  luoghi  d'I- 
talia; poi  nominato  un  vicario 
che  governasse  1'  ordine  in  suo  luo- 
go, partì  con  due  de'suoi  religiosi 
coli'  idea  di  una  estesa  missione. 
Predicò  con  incredibile  successo 
in  Avignone,  a  Tolosa,  a  Parigi 
e  in  altre  città  della  Francia,  in 
Fiandra,  in  Frisia,  in  Sassonia, 
Dell'alta  Alemagua.  Nel  1274  ten- 
ue a  Borgo  il  capitolo  generale 
del  suo  ordine,  e  recossi  al  secon- 
do concilio  generale  di  Lione,  ove 
ottenne    la   confenna   del    suo  or- 


296  FIL 

dine,  del  quale  n'ebbe  il  generala- 
to per  tutta  la  vita,  tuttoché  egli 
avesse  bramato  di  rinunziarvi.  O- 
vunque  passava  facea  sentire  la 
divina  parola.  In  Pistoia,  in  Forlì 
e  in  altri  luogbi,  non  senza  in- 
correre gravi  pericoli  ,  e  soffrire 
insulti  ed  anche  percosse,  pacificò 
le  malaugurate  fazioni  de'guelfi  e 
de'  ghibellini  che  laceravano  allora 
l'Italia.  Sempre  inteso  alla  santi- 
ficazione dei  suoi  religiosi ,  e  a 
mantenere  in  essi  la  regolar  di- 
sciplina ,  sentendosi  ornai  vicino 
al  suo  fine,  intraprese  la  visita  dei 
suoi  conventi.  Arrivato  a  Todi,  an- 
dò a  prostrarsi  dinanzi  all'altare 
della  "Vergine  santa,  vi  pregò  con 
grande  fervore j  e  disse:  Questo  sa- 
rà per  sempre  il  luogo  del  mio 
riposo.  L'indomani  fece  un  com- 
movente discorso  sopra  la  gloria 
de'beati.  Nel  giorno  dell'Assunzio- 
ne fu  preso  da  una  ardentissima 
febbre,  e  in  quello  dell'  ottava  di 
questa  festa  morì  contemplando 
affettuosamente  il  Crocifisso,  ch'egli 
chiamava  il  suo  libro.  Clemente 
X  lo  canonizzò  solennemente  nel 
J  67 1  ;  ma  la  bolla  di  sua  cano- 
nizzazione non  fu  pubblicata  che 
nel  1724  da  Benedetto  XIII,  e  la 
sua  festa  venne  assegnata  a'  2,3  di 
agosto. 

FILIPPO  NERI  (s.).  Nacque  a 
Firenze  nel  i5i5  da  Francesco 
Neri  o  dei  Neri,  avvocato,  e  da 
Lucrezia  Soldi,  ambedue  di  ricche 
famiglie  della  Toscana.  Ancor  fan- 
ciullo si  manifestò  in  lui  tutte  quel- 
le virtù  per  le  quali  eminentemen- 
te rifulse.  Finito  il  corso  d'umani- 
tà fu  mandato  a  suo  zio  in  san 
Germano,  vicino  a  Monte  Cassino, 
il  quale,  presogli  amore,  l'ave- 
va designato  suo  erede;  ma  Fi- 
lippo sentendosi  chiamato  alla  per- 


FIL 

fezione,  e  nulla  curando  le  ricchez- 
ze, lasciò  lo  zio  nell'anno  i533,  e 
recossi  a  Roma.  Ivi  attese  alla  edu- 
cazione dei  figli  di  Galeotto  Cac- 
cia, gentiluomo  fiorentino,  ed  ap- 
plicossi  in  pari  tempo  alla  filosofia 
e  alle  sagre  lettere  con  grande  pro- 
fitto. Poscia  si  dedicò  allo  studio 
della  Scrittura  e  dei  Padri,  ed  in  bre- 
ve ne  divenne  assai  erudito.  I  più 
celebri  professori  venivano  a  consul- 
tarlo, ed  il  Baronio  confessa  d'esse- 
re stato  da  lui  giovato  di  consigli  e 
d'aiuti  nella  sua  grand'  opera  degli 
annali  della  Chiesa,  la  qual  testi- 
monianza ci  può  dare  un'  idea  delle 
vaste  cognizioni  di  s.  Filippo  Ne- 
ri. Sennonché  per  l' ardente  desi- 
derio di  stringersi  perfettamente  a 
Gesù  Cristo,  rinunziò  allo  studio 
delle  lettere,  e  vendè  i  suoi  libri , 
dispensandone  il  prezzo  a'  poveri. 
Questa  carità  crebbe  tanto  in  lui, 
che  Dio  lo  fece  degno  che  un  an- 
gelo in  forma  di  povero  gli  doman- 
dasse la  limosina  ;  e  mentre  una 
notte  portava  ai  poveri  il  pane, 
cadde  in  una  fossa,  donde  egual- 
mente da  un  angelo  fu  tratto  fuo- 
ri sano  e  salvo.  Di  null'altro  oc- 
cupato che  di  Dio,  elevossi  a  Lui 
colla  più  sublime  orazione,  e  tale 
era  la  foga  delle  dolcezze  che  pro- 
vava in  questo  esercizio,  che  for- 
se sarebbe  morto  in  qualche  ac- 
cesso di  quella  gioia,  se  Iddio  non 
gli  avesse  temperate  in  tali  circo- 
stanze le  sue  consolazioni.  Egli  ce- 
lava per  umiltà  le  grazie  straor- 
dinarie che  riceveva,  mortificava- 
si  con  penitenze  e  macerazioni,  ser« 
viva  e  confortava  gl'infermi  ,  cer- 
cava ogni  mezzo  di  guadagnare  a- 
nime  a  Dio,  ed  ottenne  ancor  lai- 
co la  conversione  di  molti  pecca- 
tori. Nel  1048,  assistito  dal  suo 
confessore  Persiano  Rosa  e  da  quat- 


FIL 
lordici  altre  pie  persone,  stabilì  nel- 
la chiesa  di  s.  Salvatore  in  Cam- 
po una  confraternita  di  carità  per 
ricovrare,  servire  ed  istruire  i  ma- 
lati, i  pellegrini,  i  convalescenti 
che  non  aveauo  dove  ripare;  e  coi 
suoi  discorsi  e  cogli  esercizi  s-piri- 
luali  che  vi  facea  praticare  otten- 
ne grandissimi  frutti.  Questa  poscia 
divenne  l'arciconfraternita  della  san- 
tissima Trinità  de' pellegrini,  con 
ospedale  ed  ospizio.  Oltre  a  ciò  pro- 
digava le  sue  cure  anche  agi'  infe- 
lici cb'  erano  sparsi  per  la  città.  La 
sua  grande  umiltà  lo  avrebbe  fatto 
restar  laico  tutta  la  vita,  se  il  suo 
confessore  non  l'avesse  costretto  ad 
entrare  nel  chiericato,  per  servire 
più  utilmente  la  Chiesa.  Nel  i55i 
fu  ordinato  sacerdote,  in  età  di 
trentasei  anni ,  e  ritirassi  nella 
comunità  de'  preti  che  ufficiavano 
la  chiesa  di  s.  Girolamo  della  Cari- 
tà ,  ove  diminuì  alcun  poco  le 
sue  austerità,  ed  attese  sempre  con 
maggior  fervore  alle  sue  divozioni. 
Nella  celebrazione  del  divin  saqri- 
fieio  era  spesso  rapito  fuori  di  sé, 
e  fu  veduto  alcune  volte  il  suo  cor- 
po alzarsi  da  terra,  mentre  il  suo 
volto  parea  tutto  raggiato  di  luce. 
Incaricato  da' suoi  superiori  di  ascol- 
tare le  confessioni  de'  fedeli,  pas- 
sava sovente  le  intere  giornate  nel 
confessionale ,  ed  occupa  vasi  con 
tanto  zelo  in  questa  parte  impor- 
tante del  santo  suo  ministero,  che 
spesso  tralasciava  a  tal  uopo  qual- 
che sua  divozione ,  persuaso  che 
fosse  più.  utile  l'attendere  alla  san- 
tificazione del  prossimo.  Cercava 
tutte  le  maniere  per  convertire  a 
Dio  i  peccatori  più  induriti;  ad 
essi  rivolgeva  principalmente  le  sue 
cure,  e  col  fervore  delle  sue  ora- 
zioni, colla  forza  de'  suoi  discorsi, 
colla  dolcezza  delle    sue    esortazio- 


ni, 297 

ni,  non  solo  toglieva  le  anime  dal 
peccato,  ma  le  guidava  alla  perfe- 
zione, e  le  rassodava  nella  perse- 
veranza. La  sua  ardente  carità  lo 
avrebbe  spinto  a  passare  nelle  In- 
die; ma  quelli  che  consultò  in  tal 
proposito  lo  persuasero  di  fermarsi 
in  Roma,  ove  Dio  gli  aveva  pre- 
parata sì  abbondante  messe  da  co- 
gliere. Fu  allora  eh'  egli  cominciò 
ricevere  nella  sua  camera  tutti  quel- 
li che  voleano  consultarlo,  ed  ivi 
faceva  ogni  giorno  delle  istruzioni 
famigliari  che  producevano  gran 
frutto.  Ma  l' invidia  non  potè  sof- 
frire più  a  lungo  lo  splendore  delle 
sue  virtù  :  si  cominciò  a  schernire 
le  sue  azioni,  a  denigrare  la  sua 
fama,  fu  calunniato,  incolpato  di 
superbia,  e  spacciato  per  un  ipo- 
crita che  si  traeva  dietro  la  gente 
per  far  pompa  di  sé.  Il  vicario  di 
Roma,  tratto  in  inganno,  gli  proi- 
bì di  ascoltare  le  confessioni  per 
quindici  giorni,  e  di  predicare  sino 
a  nuovo  ordine,  minacciandolo  an- 
che della  prigione  se  non  si  cor- 
reggeva. San  Filippo  sostenne  con 
pazienza  e  senza  mover  lamento 
tutte  queste  mortificazioni,  offren- 
dole a  Dio,  e  rallegrandosi  di  po- 
ter patire  per  lui.  A'  suoi  superio- 
ri modestamente  rispose  che  era 
pronto  a  obbedire;  a'  sarcasmi  dei 
suoi  nemici  oppose  la  serenità  e  la 
dolcezza,  per  cui  uno  di  essi  ne 
restò  tanto  commosso,  che  cangia- 
to proposito  prese  a  difenderlo,  e 
menò  dappoi  vita  edificante.  Per 
la  stessa  ragione  anche  il  princi- 
pale autore  de'  suoi  dispiaceri  ven- 
ne a  chiedergli  perdono  a'  suoi  pie- 
di; e  Filippo  lo  abbracciò  con  te- 
nerezza, e  lo  accolse  nel  numero 
de'  suoi  figliuoli  spirituali.  Ricono- 
sciuta da' suoi  superiori  la  sua  in- 
nocenza,  fu   lasciato    in    libertà    di 


298  FIL 

usare  tutti  que'  mezzi  che  la  di 
lui  prudenza  gli  suggeriva  per  con- 
vertire i  peccatori  ,  e  la  sua  ca- 
mera fu  frequentata  da'  primari 
della  città.  La  carità  di  Filippo  non 
conobbe  allora  più.  limiti.  Aiutalo 
da  alcuni  preti  e  giovani  ecclesia- 
stici, zelanti  della  santiiìcazione  del- 
le anime,  fondò  la  congregazione 
dell'oratorio  in  Roma.  V.  Filip- 
pini, al  quale  articolo  si  riportano 
i  principali  e  più  interessanti  trat- 
ti della  vita  del  santo.  Nell'anno 
1 564  il  santo  presentò  alle  ordinazio- 
ni sacre  i  suoi  giovani  ecelesiastici,fra 
quali  era  il  celebre  Cesare  Baronio, 
li  riiuù  in  un  corpo,  diede  loro  de- 
gli statuti,  e  volle  che  vivessero  in 
comunità ,  senza  però  legarsi  con 
voto.  Dovevano  adoperarsi  a  pre- 
dicare, ad  istruire  gì'  ignoranti ,  e 
ad  insegnare  i  principii  della  dot- 
trina cristiana.  La  regola  ordinava, 
che  la  prepositura  dovesse  durare 
tre  anni;  ma  Filippo,  contro  sua 
voglia,  la  esercitò  fino  al  \^^,  e 
si  elesse  a  successore  il  Baronio. 
Papa  Gregorio  XIII  approvò  nel 
i5j5  la  congregazione  di  s.  Filip- 
po (  die  poscia  fu  confermata  da 
Paolo  V  iiell'  anno  1612),  e  gli 
donò  la  cliiesa  di  s.  Maria  in  Valli- 
cella,  clic  fu  rifabbricata  e  perciò 
detta  chiesa  Nuova.  Il  santo  ne 
prese  possesso  nel  i583,  e  prima 
di  morire  ebbe  la  consolazione  di 
veder  stabilita  la  sua  congregazio- 
ne a  Firenze,  a  Napoli,  a  San  Se- 
verino, a  Palermo,  a  Lucca,  a  Fer- 
rara, a  Thonon  ed  altrove.  Egli, 
che  per  amore  della  povertà  volle 
vivere  in  una  totale  privazione  dei 
beni  del  mondo,  fu  per  le  sue  esi- 
mie virtù  stimato  ed  amato  dai 
sommi  Pontefici  Pio  IV,  s.  Pio  V, 
Gregorio  XIII,  Gregorio  XIV  e 
Clemente  Vili,  da  s.  Carlo  Borro- 


Fi  L 

meo  e  da  altri  insigni  personaggi. 
Abborrì  gli  onori  e  le  ecclesiasli- 
ebe  dignità,  anche  primarie,  più 
volte  offertegli  dai  Pontefici.  Col- 
to sul  termine  di  sua  vita  da 
una  febbre  pericolosa,  risanò  mi- 
racolosamente in  un'estasi  per  la 
celeste  visione  di  Maria  Vergine: 
cosa  attestata  con  giuramento  dal 
Galloni  e  dai  quattro  medici  ivi 
presenti.  S.  Filippo  oltre  il  dono 
dei  miracoli ,  ebbe  anche  quello 
della  profezia  ,  e  le  sue  predizioni 
furono  avverate,  come  viene  testi- 
ficato dal  Baronio,  e  da  altre  per- 
sone degne  di  fede.  Più  malati  pros- 
simi a  morte  restituì  alla  sanità, 
e  da  morte  a  vita  come  fu  in  Pao- 
lo Massimi  nel  i583.  Predisse  anche 
l'ora  della  sua  morte,  la  attese  con 
anzietà,  e  placidamente  rese  a  Dio 
il  suo  spirito,  dopo  aver  ricevuto 
col  più  vivo  fervore  i  ss.  sagramenti, 
la  notte  venendo  il  26  di  maggio  del 
1595,  in  età  d'oltre  ottant'anni.  Se- 
zionato il  di  lui  corpo,  se  gli  scoprì  la 
rottura  di  due  coste ,  cagionatagli 
dalla  dilatazione  del  cuore  per  le 
violenti  palpitazioni  ch'ebbe  a  pro- 
vare nelle  sue  estasi.  Il  cuore  e  le 
viscere  furono  sepolte  nel  luogo 
che  serviva  alla  sepoltura  degli  ora- 
toriani,  e  il  suo  corpo  fu  posto  in 
una  cassa,  e  sett'anni  dopo  ritro- 
vato ancora  incorrotto.  Molti  mi- 
racoli furono  operati  sulla  sua  tom- 
ba, e  fu  canonizzato  nel  1622  da 
Gregorio  XV.  La  sua  congregazio- 
ne coli'  opera  dello  scultore  Gio. 
Battista  Maini,  nella  nave  maggio- 
re della  basilica  gli  eresse  una  sta- 
tua di  marmo,  tra  i  fondatori  de- 
gli ordini  e  congregazioni  religiose. 
FILIPPO  (s.).  Vescovo  di  E- 
raclea ,  insigne  per  le  sue  virtù, 
e  per  la  prudenza  colla  quale  go- 
vernò la  sua  chiesa  nei  tempi  bui- 


FIL 

rascosi  della  persecuzione  di  Dio- 
cleziano. Fra  i  molti  discepoli  che 
egli  formò  per  propagare  la  reli- 
gione, si  distinsero  il  prete  Seve- 
ro ed  il  diacono  Ermete ,  i  quali 
furono  compagni  nel  suo  marti- 
rio. Filippo  ed  Ermete,  dopo  a- 
\er  con  coraggiosa  fermezza  sofferto 
replicati  tormenti,  furono  trascinati 
per  la  città  legati  pei  piedi,  poscia 
tutti  laceri  e  insanguinati  chiusi  in 
una  oscura  e  malsana  prigione.  Si 
imprigionò  pure  il  prete  Severo,  il 
quale  si  era  da  principio  nascosto, 
ma  per  una  celeste  ispirazione  era- 
si poi  presentato  agl'idolatri  da  sé 
stesso.  I  tre  martiri  soffrirono  gli 
orrori  di  quel  carcere  per  sette 
mesi ,  quindi  ne  furono  tratti  per 
essere  condotti  ad  Adrianopoli ,  do- 
ve li  chiusero  in  una  casa,  infino 
alla  venuta  del  governatore  Giusti- 
no. Costui  tentando  indurre  Filip- 
po a  sagrificare  agli  idoli  ,  lo  fece 
battere  con  verghe  si  crudelmente, 
che  tutto  il  suo  corpo  ne  fu  lace- 
rato ,  e  gli  si  vedeano  perfino  le 
viscere.  Poiché  fu  rimesso  in  pri- 
gione comparve  Ermete,  il  quale 
attestò  di  esser  cristiano  fin  dall'in- 
fanzia. Gli  officiali  della  corte  do- 
mandarono grazia  per  lui  ,  per- 
chè essi  lo  conoscevano  ,  e  perchè 
essendo  stato  decurione  di  Eraclea, 
avea  loro  fatto  del  bene  in  diver- 
se occasioni  :  ma  fu  egli  pure  ri- 
condotto in  prigione.  Dopo  tre  gior- 
ni Giustino  li  fece  comparire  di 
nuovo  al  suo  tribunale  ,  e  non  a- 
vendo  potuto  vincere  la  loro  co- 
stanza, li  condannò  ad  essere  abbru- 
ciati ,  e  così  consumarono  il  loro 
sagrilìzio,  lodando  Iddio  e  ringra- 
ziandolo che  aveali  fatti  degni  di 
patire  per  la  sua  gloria.  Tre  gior- 
ni appresso  anche  il  prete  Severo 
fu    condotto    al   supplizio.    Il    loro 


FIL  299 

martirio  accadde  nell'anno  3o4,  e 
sono  nominati  nei  martirologi  sot- 
to il  giorno  22   ottobre. 

FILIPPO  (s.).  Vescovo  di  Gor- 
tina  in  Candia  nel  secondo  secolo, 
il  quale  si  distinse  pel  zelo  nel  gua- 
rentire la  sua  chiesa  dal  furore  dei 
gentili  e  dalle  insidie  degli  eretici. 
Egli  scrisse  un'opera  contra  l' ere- 
siarca Marcione,  la  quale,  al  dir 
degli  antichi,  era  eccellente,  ma 
che  non  giunse  fino  a  noi.  II  mar- 
tirologio romano  moderno  fa  men- 
zione di  questo  santo  vescovo  il 
giorno    1 1    d'aprile. 

FILIPPO,  Antipapa.  V.  Anti- 
papa XI,  ed  il  voi.  XIII,  pag.  73 
del   Dizionario. 

FILIPPO,  Cardinale.  Filippo  è 
riportato  dal  Cardella  tra  i  cardinali 
della  S.  R.  C,  col  titolo  presbiterale 
di  s.  Marco.  Il  di  lui  nome  si  trova 
fra  quelli  che  assisterono  al  conci- 
lio celebrato  da  s.  Paolo  I  Papa , 
1'  anno  761. 

FILIPPO,  Cardinale.  V.  Fi- 
lippo Antipapa. 

FILIPPOPOLI.  Città  arcivesco- 
vile, già  capitale  della  Tracia,  della 
Turchia  europea,  nella  Romelia, 
eretta  sopra  due  alture,  che  secon- 
do ogni  apparenza  servivano  un 
tempo  di  fortificazioni ,  cioè  sulla 
sponda  meridionale  dell'  Ebro.  Sen- 
za mura  è  situata  sul  Maritza  che 
vi  forma  un'  isola  ;  ed  è  mal  fab- 
bricata ,  sebbene  antica  città  ed  un 
tempo  considerabile,  dappoiché  di- 
cesi fondata  dal  re  di  Macedonia  Fi- 
lippo, padre  di  Alessandro  il  Grande; 
ma  il  Rinaldi  coll'autorità  di  Euse- 
bio, dice  che  1'  imperatore  romano 
Filippo,  nell'anno  249  dell'  era  cri- 
stiana ,  e  quarto  del  suo  impero , 
edificò  nella  Tracia  una  città,  che 
dal  suo  nome  fece  chiamare  Filip- 
popoli.  1  turchi  se  ne  impadronirono 


3oo  FIL 

nel  1 36o.  Avanti  il  terremoto  del 
18  1 8,  che  quasi  interamente  la  di- 
strusse ,  era  la  sede  di  un  arcive- 
scovo greco  suffragarlo  di  Costan- 
tinopoli,  e  di  un  sangiaccato ,  con- 
tando trentamila  abitanti ,  moschee, 
bagni  e  fabbriche  ragguardevoli. 

Filippopoli,  Filiba,  divenne  sede 
vescovile  nel  primo  secolo,  metro- 
poli nel  quinto  secolo  di  tutta  la 
diocesi  di  Tracia,  prima  che  que- 
sta dignità  fosse  trasferita  ad  Era- 
clea, divenendo  nel  secolo  decimo- 
quinto  esarcato  di  tutta  la  Tracia, 
con  quindici  sedi  vescovili  per  suf- 
fraganee.  Nicopoli,  che  nel  nono  se- 
colo divenne  arcivescovato,  Beroe, 
Lititza,  Diocleziauopoli,  Sebastopo- 
li ,  Diospoli ,  Agatonice  ,  Solitari  , 
Dramitza,  Blepti,  Costanza ,  Gioan- 
niza  ,  Leuca  ,  Belicea  ,  e  Bucuba. 
Gli  ariani  e  gli  eusebiani,  essendo- 
si separali  nel  concilio  di  Sardica, 
riunironsi  in  Filippopoli,  e  scrisse- 
ro ai  vescovi  d'Africa  contro  s.  A- 
tanasio,  e  gli  altri  vescovi  cattoli- 
ci, ch'essi  avevano  già  condannati 
prima,  e  che  erano  stati  assoluti 
dal  concilio  di  Sardica.  Questo  fu 
un  conciliabolo ,  di  cui  eccone  un 
sunto. 

Nell'anno  347  Su  eusebiani  che 
occupavano  la  maggior  parte  delle 
sedi  vescovili  d'oriente,  si  unirono 
in  questa  città  in  conciliabolo  per 
opporsi  al  concilio  di  Sardica,  te- 
nulo  nel  medesimo  anno  dai  cat- 
tolici. Pretesero  di  dare  ad  inten- 
dere, che  la  loro  assemblea  era  il 
vero  concilio  di  Sardica.  In  questo 
conciliabolo  procurarono  di  spar- 
gere il  loro  veleno  con  una  lettera 
circolare  a  tutti  i  vescovi,  per  dar 
così  qualche  colore  al  rifiuto  di 
unirsi  agli  occidentali,  ed  infamare 
i  loro  nemici  colle  più  nere  calun- 
nie.  Nella  lettera  non  si  parla  che 


FIL 

di  pace,  e  di  osservanza  delle  ec- 
clesiastiche leggi,  mentre  eglino  de- 
testavano e  violavano  tutti  i  cano- 
ni. Vi  rinnovarono  le  calunnie  con- 
tro s.  Atanasio  tante  volte  confu- 
tate ,  e  quelle  contro  Marcello  di 
Ancira,  Asclepas  di  Gaza,  e  s.  Pao- 
lo di  Costantinopoli  ;  e  vi  pronun- 
ziarono anatema  contro  s.  Giulio  I 
Papa,  Osio,  e  s.  Massimiano  di  Tre- 
veri.  La  lettera  termina  con  un 
simbolo  di  fede  che  sembra  vizia- 
to per  l'omissione  della  parola  con- 
sostanziale, ciò  che  bastava  per  ri- 
gettarla, essendovi  il  simbolo  di  Nicea. 
Diz.  de'  concili,  e  Fabricius.  L'O- 
rieri*  Christ,  tom.  I ,  pag.  1 1 56  re- 
gistra ventisette  vescovi  di  Filippo- 
poli ,  de' quali  Erma  fu  il  primo, 
ed  è  quello  cui  parla  l' apostolo 
s.  Paolo  nella  sua  epistola  ai  ro- 
mani; gli  atti  de' santi  ne  fanno 
menzione  a'  g  maggio.  Fra  i  suc- 
cessori di  Erma,  si  distinsero  Mi- 
chele, il  quale  ricevette  a  Filippo- 
poli  Corrado  V  imperatore  di  Ger- 
mania, quando  nel  i  1 47  andava  in 
oriente  alla  testa  di  un'  armata  di 
crociati  per  la  santa  guerra;  Dio- 
nigi che  fu  il  primo  vescovo  di 
questa  città  dopo  la  presa  di  Co- 
stantinopoli fatta  da  Maometto  11; 
e  Neofito  che  fu  a  Parigi  nel  r  fa  i 
per  conoscere  personalmente  Luigi 
XIV  re  di  Francia. 

FILIPPOPOLI.  Sede  vescovile 
della  prima  provincia  della  Frigia 
Pacaziana,  sotto  la  metropoli  di  Lao- 
dicea ,  nella  diocesi  ed  esarcato  di 
Asia,  la  cui  erezione  risale  al  quin- 
to secolo,  al  dire  di  Coni  man  ville. 
Non  si  conoscono  che  i  due  vesco- 
vi Taziano  ed  Adrea  che  la  go- 
vernassero, secondochè  registra  V  O- 
ricns   Christ.  tom  I,  pag.  821. 

FILIPPOPOLI.  Città  episcopale 
della    seconda  provincia  d'  Arabia  , 


FIL 
prima  nella  diocesi  d'Antiochia,  poi 
solto  il  patriarcato  di  Gerusalem- 
me, eretta  nel  quinto  secolo  sotto 
la  metropoli  di  Bostra.  Il  Tei  zi 
nella  Siria  sagra,  pag.  i  \i,  dice 
che  fu  edificata  sui  confini  di  Pe- 
tra ,  o  sia  Chrac  metropoli  della 
provincia,  e  che  negli  atti  del  con- 
cilio di  Calcedonia  vedesi  sottoscrit- 
to Ormisda  vescovo  di  Filippopo- 
li.  Si  vuole  che  avendo  dato  i  na- 
tali all'imperatore  Filippo ,  questi 
la  elevò  al  grado  di  città,  se  pure 
non  sia  piuttosto  Filippopoli  di  Tra- 
cia,   Oriens   Christ.   t.  II,  p.   862. 

FILIPPUCCI  Gabeiello,  Cardi- 
nale. Gabriello  Fiiippucci  di  Ma- 
cerata, nacque  nel  1 63  r .  La  di  lui 
gioventù  riuscì  modello  di  saggez- 
za e  di  cristiana  pietà,  cosicché  fi- 
no d'allora  si  dovettero  formare 
giudizi  di  quella  virtù,  così  bella 
clie  poi  coronò  la  sua  vita.  Recos- 
si a  Roma  colla  protezione  de'car- 
dinalt  Pallotta  e  Odescalchi  per 
Studiare  la  pratica  del  foro ,  ma 
dovette  da  dì  là  volgersi  nuova- 
mente a  Macerata  pel  contagio  che 
sterminava  le  contrade  di  Roma. 
\  ioino  alla  patria  si  trattenne  più 
di  quaranta  giorni  in  una  villa  sub- 
urbana,  ed  ivi  scelta  di  propria 
volontà  una  vecchia  stanza,  fu  in 
pericolo  di  rimanerne  ucciso  dalle 
rovine  che  all'improvviso  di  notte 
caddero  in  un  colla  stanza.  Cessa- 
to però  il  contagio,  si  ricondusse 
a  Roma,  e  guidato  dal  celebre  car- 
dinale De  Luca  ,  allora  avvocato,  si 
occupò  nel  trattare  le  cause  della 
curia  romana.  Essendo  mancato  il 
di  lui  fratello  maggiore,  riuscì  va- 
no, ogni  mezzo  impiegato  dagli  a- 
mici  e  dalla  famiglia  per  indurlo, 
ad  ammogliarsi  ,  che  avea  già  da 
qualche  tempo  consegrato  al  Si- 
guore    il    virginale    suo    giglio.    E 


FIL  3o i 

quando  venne  eletto  Pontefice  l'O- 
descalchi  col  nome  d'  Innocen- 
zo XI  ,  ricusò  costantemente  di 
presentarsi  a  lui  per  ottenerne  un 
qualche  impiego  onorifico,  siccome 
rifiutò  anche  sotto  Innocenzo  XII 
un  canonicato  della  vaticana,  e  il 
posto  di  votante  della  segnatura. 
Innocenzo  XII  però  volle  con  e- 
spresso  comando  che  accettasse  la 
carica  di  sotto-datario,  nel  quale  mi- 
nistero rifiutò  per  sé  e  pei  suoi 
qualunque  beneficio  ;  e  l'obbligò  a 
ricevere  un  canonicato  nella  basi- 
lica lateranense,  e  l'ufficio  di  suo 
uditore,  ed  anche  di  consultore  del- 
la penitenzieria.  Fu  surrogato  an- 
cora al  posto  di  segretario  de'  me- 
moriali ,  quando  temporaneamente  si 
trasferì  in  Firenze  il  cardinal  Goz- 
zadini ,  ed  ebbe  amplissima  facol- 
tà di  risolvere  e  decretare  ne'  ca- 
si a  suo  arbitrio  senza  partecipa- 
zione del  Papa,  il  quale  avea  in 
lui  riposta  la  sua  confidenza  ,  ed 
anzi  avea  stabilito  di  crearlo  car- 
dinale ;  cosa  che  poi  non  ebbe  luo- 
go a  cagione  della  morte  del  Pon- 
tefice. Ma  Clemente  XI ,  appena 
cominciò  a  reggere  la  Chiesa ,  lo 
elesse  votante  di  segnatura  con  or- 
dine preciso  di  accettare  l' inca- 
rico, e  quindi  nel  1706  lo  elevò 
alla  dignità  cardinalizia  nel  conci- 
storo de'  17  maggio.  Il  Fiiippucci 
però  avea  avuta  novella  della  sua 
promozione  prima  del  concistoro, 
e  fermo  ne'  suoi  principi!  di  umil- 
tà, consegnò  nelle  mani  del  cardi- 
nal Ma  rescotti  suo  amico,  un  me- 
moriale di  rinunzia ,  affinchè  lo 
presentasse  al  Papa  neh'  atto  che 
fosse  per  nominarlo.  Lettosi  infat- 
ti nel  concistoro  quel  memoriale , 
non  vi  fu  chi  non  rimanesse  pro- 
fondamente penetrato  dai  toccan- 
ti sentimenti,  ch'egli  vi  esponea   sul- 


3o2  FIL 

la  propria  indegnità  e  sulla  man- 
canza delle  richieste  virtù.  11  Pa- 
pa nondimeno  volle  consumare  la 
elezione ,  ed  assegnatogli  un  tem- 
po determinato  a  deliberare,  im- 
piegò il  p.  Casini,  predicatore  apo- 
stolico, e  poi  cardinale,  perchè  ri- 
movesse la  di  lui  costanza.  Ma  nul- 
la valsero  le  persuasioni  e  i  con- 
sigli ;  che  anzi  temendo  egli  viep- 
più di  doverne  accettare  la  dignità 
per  espresso  comando  del  Papa , 
fu  sorpreso  cosi  di  dolore,  che  in 
breve  ammalò  e  fu  quasi  agli  e- 
slremi  di  vita.  Allora  Clemente  XI 
dopo  aver  fatto  esaminar  le  ragio- 
ni addotte  dal  virtuoso  Filippucci 
da  tredici  cardinali  deputati,  cre- 
dette di  non  tentar  più.  un'  umil- 
tà per  siffatta  maniera  eroica ,  e 
nel  concistoro  de'  7  giugno  dichiarò 
vacante  il  cappello  cardinalizio:  in- 
di gli  assegnò  mille  scudi  d' oro 
per  aver  più  comodo  a  far  limo- 
sine.  E  quando  si  presentarono  a 
lui  gli  oratori  di  Macerata  per  tri- 
butargli gli  omaggi  di  ringrazia- 
mento per  la  promozione  del  lo- 
ro concittadino,  rispose  che  pun- 
to non  si  dolessero  di  non  vederlo 
cardinale,  perchè  forse  un  giorno  lo 
avrebbero  venerato  come  santo  so- 
pra gli  altari,  e  allora  fece  un  ma- 
gnifico elogio  delle  di  lui  eminenti 
■virtù.  Ma  poco  sopravvisse  il  Filip- 
pucci a  quest'alto  magnanimo,  che 
nell'anno  stesso  1 706  a'  2  1  luglio  spi- 
rò santamente  nel  Signore,  ed  ebbe 
sepolcro  nella  tomba  de'  canonici  del- 
la sua  basilica,  siccome  aveva  ordi- 
nato. Le  di  lui  esequie  furono  quel- 
le di  un  santo.  Veramente  egli  a- 
vea  prescritto  a' suoi  eredi  3  sotto 
pena  di  decadere  dalla  eredità,  di 
tumularlo  privatamente;  ma  il  Pa- 
pa volle  che  si  derogasse  a  que- 
st'ordine;   e  quindi  vestite  le  spo- 


F1L 

glie  mortali  degli  abiti  suddiacona- 
li  ,  secondo  il  suo  ordine,  furono 
esposte  nella  chiesa  di  s.  Ignazio , 
dove  concorse  un  popolo  innume- 
rabile, che  non  pago  di  venerare 
quel  corpo,  se  ne  portò  con  sé  ben 
anco  parte  delle  vesti.  Si  costruì  poi 
da  suo  nipote  un  elegante  mauso- 
leo nella  tribuna  della  basilica  la- 
teranese,  ed  ivi  dopo  nove  anni  fu 
collocato,  rimanendo  ancora  le  car- 
ni flessibili  e  affatto  incorrotte.  La 
vita  di  questo  pio  prelato,  scritta 
dal  Crescimbeni,  fu  pubblicata  in 
Ptoma  nel  1724-  Abbiamo  pure 
l' Oralìo  in  funere  ec,  a  Josepho 
Stanislao  Monti,  Romae   1706. 

FILOGONIO  (s.)  Fu  prima 
ammirato  nel  foro  per  la  sua  elo- 
quenza ,  e  più  ancora  per  la  sua 
integrità  e  santità  di  vita.  Dopo  la 
morte  di  s.  Vitale,  avvenuta  nel  3  1 8, 
fu  eletto  vescovo  di  Antiochia,  seb- 
bene non  avesse  passato  nel  clero 
il  tempo  stabilito  dai  canoni.  Al- 
lorché s.  Alessandro  di  Alessandria 
condannò  l'empietà  di  Ario,  man- 
dò la  sentenza  a  s.  Filogonio,  il 
quale  prese  con  calore  la  difesa 
della  cattolica  fede.  Questo  santo 
vescovo  meritò  il  glorioso  titolo  di 
confessore  duranti  le  persecuzioni 
fatte  da  Massimino  e  da  Licinio  , 
e  morì  nel  323,  l'anno  quinto  del 
suo  episcopato.  Si  celebrava  la  sua 
festa  ad  Antiochia  li  20  dicembre 
dell'anno  386,  giorno  in  cui  s.  Gio- 
vanni Crisostomo  pronunziò  il  suo 
panegirico,  lodando  il  suo  zelo  e 
la  saggezza  del  suo  governo  per 
cui  fiorì  la  chiesa  di  Antiochia  nel 
tempo  del  suo  episcopato. 

FILOLOGIA.  Scienza  che  com- 
prende la  cognizione  delle  lingue, 
della  storia,  della  poesia,  della  elo- 
quenza, e  di  tutta  quanta  l'archeo- 
logia. Filologia  sagra  è  quella  par- 


FIL 

te  della  critica,  che  si  occupa  prin- 
cipalmente Dell'esaminare  le  paro- 
le e  l'espressioni  del  testo  sagro  e 
delle  versioni,  a  giudicarne  secon- 
do le  regole  della  grammatica,  del- 
la rettorica  ,  della  poesia  e  della 
logica.  I  protestanti  si  affaticarono 
molto  su  tal  genere  ;  essi  se  ne 
gloriano,  ed  il  Bergier  se  ne  com- 
piace. La  filologia  sacra  del  Glas- 
sio,  dotto  luterano,  passa  per  una 
delle  migliori  opere  di  questo  ge- 
nere. Senza  dubbio ,  soggiunge  il 
medesimo  Bergier,  questo  modo  di 
studiare  la  Scrittura  è  utile  per 
molti  riguardi ,  ma  è  soggetto  a 
grandi  inconvenienti.  Il  Rolliti  pub- 
blicò la  storia  della  filologia  degli 
antichi  ;  il  Vorstio  nella  sua  filolo- 
gia sagra  spiega  tutte  le  frasi  ebrai- 
che, che  trovansi  nel  nuovo  Testa- 
mento; e  il  Tilladet  in  una  dis- 
sertazione trattò  diverse  materie  di 
religione  e  di  filologia.  Filologo 
poi  in  greco  significa  amatore  del- 
la storia  e  d  ogni  maniera  di  Eni' 
rudizione  (Vedi),  dal  vocabolo 
philos,  amatore ,  e  logos  ,  parola  , 
trattato. 

FILOMARIXI  Aldino,  Cardina- 
le. Ascanio  Filomarini  sortì  alla  luce 
in  Napoli,  ovvero  nel  suo  feudo  di 
Clama,  presso  Benevento,  come  vo- 
gliono alcuni,  l'anno  i583.  Studiò 
Dell'università  di  quella  capitale, 
ed  avutane  la  laurea  in  giurispru- 
denza recossi  a  Roma  in  compa- 
gnia di  Ladislao  d'  Aquino,  che  fu 
poi  cardinale,  e  visse  con  lui  fin- 
ché la  morte  lo  rapì  da'  viventi. 
In  seguito  divenne  familiare  del 
card.  Barberini,  il  quale  sendo  sta- 
to eletto  Pontefice  col  nome  di  Ur- 
bano Vili,  lo  fece  suo  cameriere 
d' onore,  e  poi  lo  destinò  maestro 
di  camera  del  card.  Francesco  Bar- 
berini di  lui  nipote,  e  gli  assegnò  un 


FIL  3o3 

canonicato  nella  basilica  Liberiana. 
Seguì  quel  cardinale  in  tutte  le  sue 
legazioni,  e  quindi  venne  ascritto  fra 
i  canonici  della  ^  aticana,  e  spedito 
colla  qualifica  di  ablegato  apostolico 
alla  corte  di  Madrid,  per  recare  le 
fasce  benedette  all'infante  che  allora 
aveva  sortito  i  natali.  Il  re  di  Spa- 
gna in  quell'  incontro  lo  nominò 
all'arcivescovado  di  Salerno;  ma 
egli  volle  dispensarsene  con  bel- 
lo esempio  di  vera  umiltà.  Nar- 
rasi di  lui,  che  interrogato  da  Ur- 
bano Vili  se  pensava  di  poter 
giugnere  alla  diguità  cardinalizia, 
rispondesse  che  se  avesse  avuto  ri- 
guardo alla  grandezza  di  Sua  San- 
tità avrebbe  potuto  ancora  sperar- 
lo, ma  se  mirava  la  mancanza  dei 
meriti  suoi  non  se  lo  avrebbe  nep- 
pure immaginato.  Ma  il  fatto  riu- 
scì ben  diversamente  dalla  di  lui 
aspettazione,  poiché  il  Papa  ammi- 
rando assai  tanta  virtù,  nel  1641 
lo  destinò  alla  chiesa  arcivescovile 
di  Napoli,  e  insieme  nel  concistoro 
de'  io  luglio,  altri  dicono  16  di- 
cembre,  lo  creò  cardinale  dell'or- 
dine de'  preti ,  conferendogli  po- 
scia in  titolo  la  chiesa  di  s.  Ma- 
ria in  Araceli.  Tale  promozione, 
quanto  fu  gradita  al  sacro  collegio, 
altrettanto  dispiacque  all'umile  can- 
didato, il  quale  sulle  prime  credeva 
che  si  volesse  piuttosto  fur  giuoco 
di  lui.  Ma  dovendo  poi  soggettarsi 
alla  pontificia  volontà,  si  recò  na- 
scostamente in  Napoli  per  evitare 
gli  onori  che  venivano  apparecchiati 
pel  suo  ricevimento  ,  e  ne  assunse 
immediatamente  lo  spirituale  gover- 
no. Consecrò  la  cattedrale  nel  1644. 
e  1'  arricchì  di  sagre  suppellettili  , 
l'istaurò  la  chiesa  del  Carmine  e  la 
fornì  di  arredi  pel  prezzo  di  set- 
temila scudi  ,  consecrò  e  abbellì 
quella  de' teatini   a  cui   v'aggiunse 


?o4  FJL 

uuu  cappella  in    onore    di    M.    V. 
Annunziata,  e  rifabbricò  quasi  dal- 
le fondamenta    il      palazzo    episco- 
pale. Sotto    il    di    lui    regime   ac- 
caddero alcune  sollevazioni  in  Na- 
poli, e  in  tali  occasioni  ben  si  vide 
lo  zelo  del  buon  arcivescovo  sempre 
vigilante  e  premuroso  pel  bene  dei 
suoi,    anebe     a    risebio     de*  propri 
giorni  ;  anzi  ben  due  volte    vi  sti- 
pulò delle  capitolazioni  tra  il  vice- 
rè  ed  il  popolo,  onde  le    quistioni 
furono  totalmente  sedate.  Nel  i656 
insorse  un   fiero  contagio  ebe  spar- 
se la  desolazione  per  quelle  contra- 
de,  e    allora    il    cardinale ,    saggio 
emulatore  dei  Borromei,  fu  veduto 
accorrere  tra  gli  appestati,  e  por- 
gere a  questi  conforto,  a  quelli  sus- 
sidio,   e  tergere   le    lagrime    de' fi- 
gliuoli, e  provvedere  le   sconsolate 
spose,  e  farsi   tutto  di  tutti  ;  cosic- 
ché  Innocenzo    X,    consapevole    di 
tanta  virtù,  non  dubitò  di  propor- 
lo   agli    altri    vescovi ,     qual    vero 
esemplare  e  modello.  Cessò  di  vive- 
re nel    1666,  e  fu  sepolto  nella  sua 
cattedrale.   Era  il  Filomarini  di  un 
talento  distinto  per    governare,  as- 
sai accorto  nel    maneggiare    i    più. 
difficili   affari,   non  che    sollecito  nel 
rimetterne  la  spedizione  per  tempo, 
e   zelante  dell'immunità  ecclesiastica 
e  della  causa   di  Dio.  Affabile  cogli 
inferiori,  pietoso    dei  poveri ,  com- 
passionevole degli  afflitti,  si  era  gua- 
dagnato T  animo  di  ciascheduno. 

FILOIYIELIA.  Città  vescovile  del- 
la diocesi  d'Asia,  nella  provincia  di 
Pisidia,  sotto  1'  arcivescovato  d'An- 
tiochia, Antokia.  La  sua  erezione 
risale  al  quinto  secolo.  Al  presente 
i  turchi  la  chiamano  Jggial-Fela- 
nos.  V  Oriens  Christ.  nel  tom.  I, 
pag.  10G0,  registra  i  seguenti  set- 
te vescovi  di  Filomelia  nella  Pisi- 
dia :  Teosebio,  Paolo,  Marciano,  A- 


F1L 

ristodemo,    Marino,     Sisinnio ,    ed 
Enti  mio. 

FILOMELIA.  Sede  vescovile  del- 
la seconda  Frigia  Salutare,  nel- 
l' esercato  d'  Asia,  sotto  la  metro- 
poli di  Amorium,  la  cui  erezione 
risale  al  nono  secolo,  come  abbia- 
mo da  Commanville.  Filomelia , 
Philornelicn,  al  presente  è  un  tito- 
lo vescovile  in  partibus  nella  Ma- 
gna Frigia,  che  conferiscono  i  som- 
mi Pontefici,  ed  è  suffraganeo  della 
metropolitana  di  Sinna  egualmente 
in  partibus  iufideliuni. 

FILOMENA  (s.).  Mancano  do- 
cumenti per  descrivere  la  vita  di 
questa  santa,  il  nome  della  quale 
rimase  ignorato  fino  all'anno  1802, 
in  cui  a'  25  di  maggio,  nella  cata- 
comba romana  in  via  Salaria,  chia- 
mata il  cimiterio  di  Priscilla,  si  sco- 
perse una  lapide  di  terra  cotta,  col- 
l' iscrizione  impressa  a  cinabro  :  lv- 
mena  pax  tecvm  fi.  Questa  lapide  cre- 
duta a  prima  vista  di  un  sol  pezzo,  la 
si  riconobbe  in  fatto  di  tre,  e  l'artista 
che  posela  in  opera,  o  per  l'oscurità 
del  luogo,  o  per  la  sua  imperizia 
nel  leggere,  pose  per  ultimo  il  pez- 
zo che  dovea  essere  il  primo,  per 
cui  ne  risultò  un'  iscrizione  scon- 
nessa ed  informe.  Ricomposti  però 
i  pezzi  com'  esser  dovevano  si  lesse  : 
pax  tecvm  filvmena.  Sopra  la  stessa 
lapide  vedeansi  disegnati  gì'  istro- 
menti  indicanti  il  martirio  della 
santa ,  cioè  tre  frecce ,  una  specie 
di  staffile,  una  palma,  ec,  non  che 
una  specie  di  giglio  ed  un'  ancora, 
emblemi  della  sua  virginità  ed  in- 
nocenza ,  e  della  sua  fortezza  nel 
sollrire  il  martirio.  Dalla  semplicità 
dell'  iscrizione  e  dalla  forma  anti- 
gotica delle  sue  lettere  si  deduce 
che  la  santa  spargesse  il  suo  san- 
gue per  la  fede  di  Gesù  Cristo  fra 
il  terzo  e  il  quarto  secolo,  e  prò- 


FIL 

Inabilmente  sotto  Diocleziano  e  Mas- 
simiano; e  dagl'istromenti  del  suo 
martirio  rilevasi  che  fu  flagellata 
colle  verghe  di  ferro  chiamate  scor- 
pioni, pesta  dagli  staffili  piombati, 
straziata  sui  triboli ,  uccisa  a  colpi 
di  frecce.  Sollevata  la  lapide  appar- 
vero le  ossa  della  gloriosa  martire, 
col  di  lei  cranio,  nella  mascella  su- 
periore del  quale  esistevano  anco- 
ra i  suoi  bellissimi  denti,  e  vicino  a 
questo  trovossi  un'ampolla  ovale  di 
vetro  tinta  del  suo  sangue  annerito 
dal  tempo.  I  medici  chiamati  al- 
l'esame di  quello  scheletro  conven- 
nero che  la  santa  vergine  non  po- 
teva avere  più  di  quattordici  anni 
quando  sostenne  il  martirio.  Questi 
preziosi  avanzi  furono  devotamen- 
te raccolti,  e  colle  debite  cerimo- 
nie portati  nella  sala  del  tesoro 
delle  reliquie.  Nel  i8o5  furono  essi 
donati  a  monsignor  Bartolomeo  de 
Cesare  eletto  vescovo  di  Potenza, 
recatosi  in  Roma  per  farsi  consa- 
grare, il  quale  li  cede  al  sacerdo- 
te don  Francesco  di  Lucia ,  che 
avealo  accompagnato  per  procurar- 
si in  tale  incontro  il  corpo  di  un 
qualche  santo  martire  perla  sua  chie- 
sa di  Nostra  Signora  delle  Grazie  di 
Mugnano  del  Cardinale.  Quivi  tras- 
portato il  sacro  deposito  a'  io  agosto 
dello  stesso  anno ,  fu  con  grande 
solennità  ricevuto,  e  ben  presto 
quella  città  divenne  illustre  per  la 
immensa  copia  di  prodigi  che  Id- 
dio operava  ad  intercessione  di  que- 
sta santa,  alla  quale  dalla  pietà  dei 
fedeli  fu  eretta  una  maestosa  e  ric- 
chissima cappella.  Leone  XII  a'  4 
agosto  1827  donò  a  questa  cappella 
la  sopraddetta  lapide,  che  sotto  Pio 
"VII  era  stata  collocata  fra  le  la- 
pidi cristiane  del   Vaticano. 

Il   miracolo  senza  dubbio  il    più 
grande  di  tutti    quelli    che    il  Si- 

VOL.    XXIV. 


FIL  3o5 

gnore  ha  operato  in  favore  della 
santa  martire  Filomena,  è  la  me- 
ravigliosa rapidità  colla  quale  si  è 
propagato  il  suo  culto.  Simile  alla 
luce  che  in  pochi  istanti  percorre 
lo  spazio  immenso  dal  cielo  alla 
terra,  il  nome  di  s.  Filomena,  spe- 
cialmente dopo  il  sudore  miracoloso 
(e  ben  comprovato  )  che  si  vide, 
nel  1823,  sopra  una  delle  sue  sta- 
tue eretta  nella  chiesa  di  Mugna- 
no, in  pochi  anni  si  è  esteso  fino 
agli  ultimi  confini  della  terra.  I  li- 
bri che  parlano  de'  suoi  miracoli , 
le  immagini  che  la  rappresentano, 
sono  state  portate  da  zelanti  mis- 
sionari nella  Cina,  nel  Giappone, 
ed  in  altri  stabilimenti  cattolici  del- 
l' Asia  e  dell'  America.  Neil'  Euro- 
pa il  suo  culto  va  estendendosi  o- 
gni  giorno  maggiormente,  non  solo 
nelle  campagne  e  nelle  borgate,  ma 
ancora  nelle  città  le  più  illustri  e 
le  più  popolate,  incominciando  da 
Roma  capitale  del  cristianesimo.  I 
vecchi  ed  i  giovani,  i  pastori  insie- 
me alle  pecorelle  loro,  si  uniscono 
per  onorarla.  Alla  loro  testa  si  ve- 
dono cardinali,  arcivescovi,  vesco- 
vi, capi  d'ordini  religiosi,  ed  eccle- 
siastici commendevoli  per  la  loro 
dignità,  pel  loro  sapere,  e  per  le 
loro  virtù.  Dall'alto  del  pulpito 
gli  oratori  i  più  eloquenti  pubbli- 
cano la  sua  gloria,  e  tutti  i  fedeli, 
che  la  conoscono,  soprattutto  nel 
regno  di  Napoli  e  nei  paesi  cir- 
convicini, le  danno  ad  una  voce  il 
nome  di  Taumaturga.  Un  gran 
numero  di  vescovi  hanno  ordinato 
che  si  rendesse  alla  santa ,  nelle 
loro  diocesi,  un  culto  pubblico  ;  e 
il  loro  clero  con  indulto  apostolico 
del  regnante  Gregorio  XVI,  ne  di- 
ce la  messa ,  e  ne  recita  1'  uffizio. 
Molti  sono  i  libri  storici  e  divoti 
pubblicati  in  onore  di  s.  Filome- 
20 


3o6  FIL 

na,  perciò  mi  limiterò  solo  a  citare 
quelli  che  posseggo.  Relazione,  iste- 
rica   della     traslazione    del  sagro 
corpo    di    s.    Filomena    vergine    e 
martire,  da  Roma  a  Mugnano  del 
Cardinale,  scritta  dal  sacerdote  d. 
Francesco  di  Lucia  gran   divoto  e 
custode  del  corpo  della  santa,  quar- 
ta edizione  del  i83i,  compendiata 
da  un  divoto  della  medesima,  vo- 
lumi   tre    in    sedicesimo ,    Pesaro 
presso  Annesio  Nobili    i83ì-i833- 
i834;  Elogio  sagro  in  onore  di  s. 
Filomena  V.  M.  del  sacerdote  Bar- 
tolomeo   Fortunati,    Spoleto   1 834 
presso  Bossi  e  Bassoni  ;    La    Tati- 
matnrga  del  XIX  secolo,  o  s.  Fi- 
lomena V.  M.,  traduzione  dal  fran- 
cese del    dottore   Gaetano  Panini , 
Modena    i836    per    G.    Vincenzi; 
Relazione  islorica,  ec.  di  d.  Fran- 
cesco  di    Lucia   coli' aggiunta  ec. , 
sesta  edizione,    tre  volumi  in  dodi- 
cesimo ,    notabilmente   corretta   ed 
accresciuta  dallo  stesso  autore,  Na- 
poli    i836    dai    torchi    di  Saverio 
Giordano;  Dissertazione   sulla    la- 
pide sepolcrale  di  s.  Filomena  ver- 
gine e  martire  con    le  animadver- 
sioni  critiche  sulle  di   lei  memorie 
riferite  dal  sacerdote  d.  Francesco 
de  Lucia,    e   compilate    da  monsi- 
gnor d.    Giuseppe  de  Poveda,    del 
sacerdote  d.  Sebastiano  Santucci  ro- 
mano, Roma    1837  dalla    tipogra- 
fìa delle  belle  arti;    La   guerriera 
di  Dio  contro  il  secolo    decimono- 
no, ossia   Orazione  panegirica  con 
divote  preghiere  a  s.  Filomena,  del 
sacerdote    d.    Ferdinando    Angelici 
rettore    abbaziale    della  parrocchia 
di  s.   Antonio  di  Matelica,    Pesaro 
i834  per    Annesio   Nobili;    Cenni 
sul  martirio  e  sid  culto  della  ver- 
gine s.  Filomena  con    alcune  pre- 
ghiere, pubblicati  in  occasione  che 
veli' abbaziale    dì  s.    Maria  della 


FIL 
Misericordia  dì  Venezia  sì  è  sta- 
bilita tal  divozione,  dal  zelante  e 
benemerito  abbate  mitrato  monsi- 
gnor Pietro  Pianton  prelato  do- 
mestico e  protonolario  apostolico , 
autore  del  libro,  che  fu  stampato 
dal  Cordella  in  Venezia  nel  i835, 
dopo  essere  stato  il  prelato  di  per- 
sona a  venerare  in  Mugnano  la 
santa,  ed  essersi  di  tuttociò  che  la 
riguarda  pienamente  istruito.  Inol- 
tre il  p.  Stanislao  Gatteschi  delle 
scuole  pie  ci  ha  dato  le  Memorie 
intorno  al  martirio  e  culto  del- 
la vergine  santa  Filomena  ,  Firen- 
ze 1834. 

FILONARDI  Ennio,  Cardinale. 
Ennio  Filonardi ,  nato  in  Bauco, 
piccolo  castello  degli  Ernici,  nella 
diocesi  di  Veroli  nel  regno  di  Napoli, 
die  principio  alla  sua  carriera  col- 
l'essere  ammesso  tra  i  famigliari  di 
Innocenzo  Vili  ;  cosa  ch'egli  si  a- 
vea  ben  meritata  co'suoi  progressi 
nelle  scienze  e  nelle  virtù.  Alessan- 
dro VI  gli  conferì,  nel  1503,  il 
vescovato  di  Veroli,  e  Giulio  II 
l'abbazia  di  Casamari,  indi  la  vice- 
legazione di  Bologna  e  il  governo  di 
Imola ,  dove  si  distinse  per  somma 
destrezza  e  prudenza.  Leone  X  lo 
inviò  nunzio  presso  gli  svizzeri  , 
da  lui  stretti  in  lega  col  Pontefi- 
ce per  la  sicurezza  della  libertà 
della  Chiesa,  e  quindi  fu  molto 
encomiato  dal  Papa  in  pubblico 
concistoro,  ed  esaltato  qual  intre- 
pido difensore  dell'  ecclesiastica  li- 
bertà. Adriano  VI,  e  Clemente 
VII  lo  confermarono  in  quella  le- 
gazione, riconoscendo  quanto  utile 
ciò  tornava  alla  Chiesa.  Ivi  si  a- 
d operò  a  tutto  potere  per  salvare 
la  maggior  parte  del  corpo  elveti- 
co dall'infezione  dell'  eresia,  e  su- 
però con  intrepida  fermezza  tutti 
quegli    ostacoli    che  sa  in    tali  in- 


FIL 

conili  suggerire  il  genio  dell'erro- 
re. Paolo  IH  volle  ricompensare 
tanti  meriti  di  lui,  e  lo  promosse 
alla  prefettura  di  Castel  sani'  An- 
gelo, e  poscia  a'  22  dicembre  del 
i536  lo  creò  prete  cardinale  di 
s.  Angelo,  e  nel  i538  gli  conferì 
la  chiesa  di  Montefeltro  nella  Pio- 
magna.  In  quel  torno  di  tempo  eb- 
be anche  la  legazione  delle  truppe 
pontificie  contro  il  duca  di  Urbino, 
nella  guerra  del  ducato  di  Cumu- 
lino, e  quindi  di  quella  di  Parma 
e  Piacenza.  Nel  i546  cangiò  il 
suo  titolo  col  vescovato  di  Albano, 
e  morì  circa  tre  anni  dopo  in  Ro- 
ma, nel  tempo  di  sede  vacante. 
Trasferito  a  "Veroli,  fu  sepolto  nel- 
la chiesa  di  s.  Sebastiano  con  una 
iscrizione  assai  lunga ,  postavi  dai 
suoi  nipoti  Antonio  vescovo  di  Ve- 
roli, e  Saturno.  La  chiesa  catte- 
drale di  Veroli  venne  ristorata  dal 
nostro  cardinale;  vi  rinnovò  l'ai- 
tar maggiore  ornandolo  di  ric- 
che colonne;  vi  eresse  ancora  dap- 
presso un  bel  portico  dal  quale  si 
potessero  mostrare  le  sante  reli- 
quie in  certi  giorni  dell'  anno,  e 
ridusse  ancora  a  miglior  forma  il 
palazzo  episcopale. 

F1LONARDI  Filippo,  Cardinale. 
Filippo  Filonardi,  nacque  in  Bau- 
co  nella  diocesi  di  Veroli,  l'anno 
i582.  Ricevuta  la  laurea  di  dot- 
tore nell'università  di  Pisa,  si  re- 
cò in  Roma,  dove  Paolo  V,  nel 
1608,  gli  conferì  il  vescovato  di 
Aquino,  vacato  per  morte  di  suo 
2Ì0  Flaminio,  e  poco  dopo  il  go- 
verno della  città  di  Fermo.  Nel  16 io 
lo  stesso  Pontefice  lo  trasferì  in  Avi- 
gnone, essendone  arcivescovo  lo  zio 
Paolo  Emilio,  colla  carica  di  vice- 
legato, e  l'anno  dipoi,  nel  conci- 
storo de' 17  agosto,  lo  creò  cardinale 
di  s.  Maria  del  Popolo,  e  fu  indi  da 


FIL  3o7 

lui  ascritto  alle  congregazioni  de'  ve- 
scovi e  regolari,  del  buon  governo  e 
della  consulta,  ritenendo  il  gover- 
no di  Avignone.  Egli  è  il  solo 
cardinale,  che  col  titolo  di  vice- 
legato abbia  presieduto  alla  lega- 
zione di  Avignone.  Scrivono  alcu- 
ni che  monsignor  Ennio  suo  zio, 
assessore  del  santo  offizio,  stret- 
to amico  del  Papa ,  come  prelato 
di  gran  dottrina  e  probità  di  vita, 
il  quale  per  1'  avanzata  sua  età 
desiderava  di  ritirarsi,  ottenesse  la 
porpora  cardinalizia  pel  degno  ni- 
pote. Era  amantissimo  della  cac- 
cia, e  volendo  pure  continuarla  an- 
che ne  più  cocenti  soli  della  sta- 
te, fu  preso  da  febbre  così  vio- 
lenta, che  in  breve  spirò  lasciando 
di  se  la  riputazione  di  rara  pruden- 
za ed  integrità.  La  sua  morte  accad- 
de in  Roma  nel  1622,  e  trasferito 
nella  patria,  ebbe  sepolcro  nella 
tomba  della  sua   famiglia. 

FILONE  d'Alessandria.  Ebreo 
di  nazione,  fiorì  nel  primo  secolo 
della  Chiesa,  sotto  l'impero  di  Clau- 
dio Nerone.  Era  di  stirpe  sacer- 
dotale, e  fratello  a  Lisimaco  prin- 
cipe della  sinagoga  d  Alessandria. 
Compose  varie  opere,  delle  quali 
solo  ci  rimane  la  sua  Cosmopoe- 
tica, ossia  trattato  della  creazione 
del  mondo;  la  Storia,  oasieno  i 
fatti  dell'  antico  Testamento  ;  il 
Corpo  legale,  cioè  i  suoi  trattati 
concernenti  la  legge.  Neil'  ultima 
edizione  poi  di  queste  opere,  stam- 
pata in  Inghilterra  nel  I742>  ri- 
trovami due  trattati  dello  stesso 
Filone  fino  allora  inediti  :  uno  sul- 
la discendenza  di  Caino,  tratto  dal- 
la biblioteca  vaticana,  il  secondo 
sopra  i  tre  ultimi  comandamenti 
del  decalogo,  estratto  da  un  ma- 
noscritto della  biblioteca  Bodle- 
jana.  Sono  in  generale  quest'  ope- 


3o8  FIL 

re  ripiene  di  pensieri  morali  e  dì 
continue  allegorie  sopra  le  storie 
della  Bibbia. 

FJLOROMO  (s.).   V.  Fiiea  (s.). 

FILOSOFI,  FILOSOFIA.  I  no- 
mi di  filosofi  e  di  filosofia  derivano 
dal  greco  philos,  amico,  e  sophia, 
sapienza.  Giusta  tale  origine  di 
questo  termine,  oltre  l'amore  e 
l'amicizia  della  sapienza,  significa 
pure  il  nome  filosofìa  la  scienza 
delle  cose  divine  ed  umane,  e  le 
cagioni  ond'esse  derivano.  Ebbe  la 
filosofia  da  Pitagora  un  tal  nome. 
In  quattro  parti  gli  an fichi  filo- 
sofi solevano  dividerla ,  tre  delle 
quali  sono  la  logica,  la  metafisica 
e  l' etica ,  che  abbraccia  pure  la 
politica,  le  quali  propriamente  ap- 
partengono all'animo;  e  la  quarta 
ossia  la  fisica  unitamente  alle  ma- 
tematiche comprende  tutte  le  scien- 
ze, che  si  aggirano  intorno  la  co- 
gnizione de'corpi.  La  coltura  e  l'a- 
more delle  scienze  in  Grecia  co- 
minciò a  fiorire  600  anni  avanti 
l'era  nostra  cristiana.  Alcuni  gran- 
di scrittori  dividono  tutta  la  sto- 
ria della  filosofìa  in  cinque  periodi, 
i  quali  corrispondono  alle  sue  prin- 
cipali rivoluzioni.  Il  primo  comincia 
dall'  origine  della  filosofia  sino  a 
Socrate  ;  il  secondo  da  Socrate 
sino  al  trasferimento  della  filoso- 
fìa greca  in  Egitto  e  in  Roma; 
il  terzo  dalla  scuola  d'Alessandria 
si  stende  sino  alla  caduta  dell'im- 
pero d'  occidente  ;  il  quarto  passa 
da  tal  caduta  sino  al  rinascimento 
delle  lettere;  ed  il  quinto  periodo 
finalmente  è  compreso  dal  risor- 
gimento delle  lettere  sino  alla  fine 
del  secolo  XVI II.  Uno  spettacolo 
curioso  agli  occhi  dei  dotti  forma 
la  tradizione  di  tutte  quelle  an- 
tiche dottrine  trasmesse  dall'alta 
Asia   alla  Persia  e  all'  Egitto,  don- 


FIL 
de  esse  vennero  a  rischiarare  la 
Grecia  e  l' Occidente,  a  collegarsi 
col  cristianesimo,  a  fiorire  con  es- 
so, poi  a  perdersi  nel  medio  evo 
nei  campi  aridi  della  filosofia  sco- 
lastica ,  finché  lo  spirito  umano 
svegliato  per  così  dire  da  un  lungo 
sonno,  scosse  finalmente  il  giogo  del- 
l'autorità ,  e  riaccesse  la  fiaccola 
delle  scienze ,  che  probabilmente 
più  non  cesseranno  d' illuminare 
il  mondo;  ed  ogni  nuova  scoperta 
e  perfezionamento  delle  precedenti, 
che  si  fanno  nel  secolo  corrente, 
gli  fanno  confermare  l'epiteto  di 
secolo  meraviglioso.  Gli  studi  e  le 
fatiche  degli  antichi  vennero  mano 
mano  preparando  la  età  in  cui 
siamo  a  tante  belle  scoperte,  come 
al  perfezionamento  di  tanti  filoso- 
fici sistemi.  Fanno  torto  a  sé  stessi 
coloro  che  spregiano  il  moderno 
per  apprezzare  l'antico,  o  sprezza- 
no l'antico  per  apprezzare  il  mo- 
derno. Certo  è  che  in  tutte  l'età 
fu  sempre  manifesta  1'  ineffabile 
sapienza  e  potenza  divina,  nell'  in- 
gegno e  nelle  opere  dell'  uomo. 

Il  Bergier  all'articolo  Filosofo  e 
Filosofia,  dice  che  gli  antichi  sos- 
tenevano che  la  filosofia  è  la  scien- 
za delle  cose  divine  ed  umane,  ed 
aggiunge  che  con  ciò  gli  si  faceva 
troppo  onore,  dappoiché  giammai  i 
filosofi  privi  dell'aiuto  della  rivela- 
zione conobbero  né  la  natura  di- 
vina, né  la  natura  umana  ;  nessu- 
no dei  loro  sistemi  fu  senza  erro- 
re; tutta  la  loro  scienza  si  è  l'i- 
dotta  a  disputare,  ed  a  dubitare. 
Miglior  filosofia  non  trovasi  di  quel- 
la che  ammirasi  nei  libri  sagri  di 
Giobbe  e  della  Sapienza  ;  giacché 
non  si  trovano,  sia  nelle  opere  de- 
gli antichi  che  in  quelle  dei  mo- 
derni, lezioni  più  atte  ad  insegna- 
re la   vera  sapienza   a    coloro   che 


FIL 
desiderano   di  metterla    in  pratica. 
11    dottore  ed    apostolo  delle  genti 
s.  Paolo  si  scaglia  in  molti   luoghi 
della  sagra  Scrittura    contro  la  fi- 
losofìa   pagana,  sempre    in    opposi- 
zione colla  sapienza  di  Gesù  Cristo, 
e  contro  la  vera  religione.  Fu  più 
volte  disputato  se  i   filosofi  pagani 
abbiano    attinto     alle     sagre    carte 
ciò  che   trovasi  di    giusto  nei  loro 
sentimenti  ;    le    autorità   dei    padri 
sono    le    une  per  l'affermativa,    le 
altre  per  la  negativa.   Sembra  però 
che  alcuni  di  quei  filosofi  non  ab- 
biano copiato  nulla  dai  libri  sacri, 
e    che   quanto    si    trova    di    sassrio 
nei    loro   scritti,    potendo   venir  in 
mente  a  qualunque  persona  di  buon 
senso,  senza  aver  bisogno  di  copia- 
re   le    cose   medesime   dalle   opere 
altrui,  non  si  può  concludere  nulla 
a  favore  di  coloro,    i  quali  sosten- 
gono  che    gli    autori    greci    hanno 
letto  ed  imitato  gli  ebrei.    Un'  al- 
tra   questione    insorge    pure    sulla 
salute  o  la  dannazione   di  quei  fi- 
losofi.   Essendo     però    indubitabile 
che  senza  una    fede  almeno  impli- 
cita al   Salvatore,  non  si   può  in  al- 
cun  tempo  acquistare  l'eterna  bea- 
titudine, come  non  si  può  ottenere 
coi   cattivi    costumi  ;    cosi    sembra, 
che  non  trovandosi    nei  detti  filo- 
sofi,   né  la  fede   al  Redentore,    ne 
costumi    irreprensibili,    la   loro    re- 
probazione   non  possa  essere  dubbia. 
Finalmente  è  da  notarsi,  che  i  sa- 
gri scrittori    greci    chiamarono  tal- 
volta col  nome    di  filosofìa    l' isti- 
tuto   monastico,    e   che   in    alcune 
chiese  quell'  individuo  che   appella- 
tasi   filosofo,    era    investito    d'una 
dignità  canonicale,    e  forse    fu  an- 
cora   sinonimo  di  Scoliaste  o  mae- 
stro  delle  scuole.    Negli    indici  ra- 
gionati degli  annali  ecclesiastici  del 
Rinaldi,  sono  riunite  molte  erudite 


FIM  3o9 

notizie  sui    filosofi,   massime  paga- 
ni e  cristiani. 

F1LOTEO  (s.).   V.  Ipparco  (s.). 
FIMBRI  Felice,    Cardinale.  V. 
Felice  III  detto  IV,  Papa. 

FlMES  (Fimae).  Città  di  Fran- 
cia  in  Sciampagna,  del  dipartimen- 
to della  Marna,  nella  diocesi  di 
Reims  :  fu  anche  chiamata  Fismes, 
e  Fines  Remo  rum,  ed  è  capo-luo- 
go di  cantone,  al  ^  confluente  della 
Vela  e  dell' Ardre.  E  patria  di  Fran- 
cesco Vely,  e  di  A.  Lecouvreur  ce- 
lebre attrice.  In  questa  città  furono 
celebrati  due  concili  nella  chiesa 
di  s.  Mauro  martire.  Questi  conci- 
li sono  conosciuti  colla  denomina- 
zione Fismes  o  Finibus  o  ad  Fi- 
nes a  pud  sanctam  Ma  crani. 

Il  primo  vi  fu  tenuto  nell'anno 
887,  a' 2  aprile,  presiedendo  Incma- 
ro  arcivescovo  di  Reims.  Furono 
in  esso  stabiliti  otto  articoli  che 
sono  riguardati  piuttosto  esortazioni 
che  canoni.  Nel  primo  viene  riferi- 
to il  bel  passo  del  Papa  s.  Gelasio 
I,  sulla  distinzione  del  potere  ec- 
clesiastico, e  del  potere  secolare.  Il 
terzo  contiene  un  avvertimento  da- 
to al  re  Luigi  III,  perchè  conservi 
l'onore  ed  i  beni  delle  chiese  e 
mantenga  l'autorità  de' vescovi.  E 
a  sapersi  che  in  questo  concilio  si 
presentò  un  decreto  di  elezione  del 
clero  e  del  popolo,  a  favore  del 
chierico  Odoacre,  al  vescovato  di 
Beauvais,  e  che  era  protetto  dalla 
corte.  Ma  quello  fu  giudicato  in- 
degno dal  concilio,  e  furono  depu- 
tati vescovi  a  detto  re  con  lettera 
contenente  la  causa  del  rifiuto,  e 
che  dimandava  la  libertà  dell'ele- 
zioni. La  corte  se  ne  offese,  ma 
Incmaro  ricevette  una  lettera  dal 
re,  colla  quale  si  mostrò  disposto  a 
seguire  i  suoi  consigli  ;  ma  lo  pre- 
gava che   di    suo   consenso   potesse 


3.o  FIN 

conferire  quel  vescovato  a  Odoncre 
suo  servo.  Si  deve  inoltre  osserva- 
re che  la  libertà  delle  elezioni  era 
stata  ristabilita  sotto  Luigi  il  Man- 
sueto. Il  quarto  ordina  che  i  mo- 
nasteri di  uomini  e  di  donne  sieno 
visitati  dai  vescovi  e  dai  commis- 
sari del  re,  i  quali  dovranno  sten- 
dere una  memoria  sullo  stato  dei 
luoghi. 

Il  secondo  concilio  vi  fu  riunito 
l'anno  g35  contro  gli  usurpatori 
dei  beni  della  Chiesa,  e  contro 
quelli  che  devastavano  i  luoghi 
santi.  Esso  fu  riunito  dall'arcive- 
scovo di  Reims  Artaldo,  e  vi  assi- 
stettero altri  sei  vescovi.  Diziona- 
rio de  concili  j  Regia  tom.  XXV; 
Labbé  tom.  IX;  ed  Arduino  to- 
mo VI. 

FINBARO  (s.),  detto  da  alcuni  s. 
Arro  o  s.  Barroco.  Nacque  nella 
Gonnacia  in  Irlanda  nel  sesto  seco- 
lo, e  fu  allevato  nel  monistero  di 
Lough-Eirc,  ove  si  recavano  tutti 
quelli  che  amavano  istruirsi  nelle 
scienze  e  nella  virtù.  Il  concorsovi 
era  tanto  grande,  che  se  ne  popo- 
lò in  poco  tempo  il  deserto  in  cui 
era  situato;  e  di  là  ebbe  origine 
la  città  di  Cork.  Alcuni  autori,  fi- 
dati a  un  manoscritto  della  biblio- 
teca del  re  della  gran  Bretagna  a 
Londra,  attribuiscono  a  s.  Finbaro, 
detto  anche  Lochano,  una  lettera 
che  tratta  delle  cerimonie  del  bat- 
tesimo, che  fu  stampata  tra  le  o- 
pere  di  Alcuino.  Egli  fu  il  pri- 
mo vescovo  di  Cork,  ne  tenne  la 
sede  diecisett'anni,  e  mori  a  Cloy- 
ne,  quindici  miglia  lungi  da  quel- 
la città.  Il  suo  corpo  fu  posto  nella 
cattedrale;  poi  fu  trasferito,  e  lun- 
go tempo  custodito  nella  chiesa  che 
porta  ancora  il  nome  di  lui.  Ve- 
deasi  il  suo  romitaggio  in  un  mo- 
nistero del    quale   si  credea    esser 


F 1  N 
egli  stato  fondatore,    e  che    era    a 
ponente  di  Cork.   S.  Finbaro  è  ri- 
cordato dalla  Chiesa  il  25  settem- 
bre. 

FINCHAL  o  FINCREY.  Città  di 
Inghilterra  nella  diocesi  di  Durham, 
lungi  centosessanta  miglia  daCan- 
torbery  ;  Finchala  o  Fìncenhala. 
In  questa  città  si  tennero  due  con- 
cili: il  primo  nell'  anno  788  da 
Eambaldo  od  Echembaldo,  arcive- 
scovo di  Yorck,  contro  le  irruzio- 
ni dei  danesi.  Il  secondo  concilio 
celebrassi  nel  799,  anch'  esso  pre- 
sieduto da  Echembaldo  di  Yorck, 
e  vi  si  ordinò  lo  stabilimento  del- 
l' anno  di  disciplina,  dell'  osservan- 
za dei  canoni,  della  celebrazione 
della  Pasqua.  Furono  altresì  ac- 
cettati i  cinque  concili  generali. 
Diz.  dei  concili  j  Regia  tom.  XX; 
Labbé  tomo  VIII;  ed  Arduino 
tom.  IV. 

FINGARO  (s.),  chiamato  in 
Bretagna  s.  Guignero.  Figlio  di  un 
re  di  Irlanda,  essendo  stato  scac- 
ciato da  suo  padre  per  essersi  fat- 
to cristiano,  s' imbarcò  alla  volta 
dell'  Armorica,  ove  ebbe  buona  ac- 
coglienza. Morto  suo  padre,  pochi 
anni  appresso,  ritornò  in  patria  ; 
ma  poco  vi  stette.  Imbarcatosi  con 
alcuni  altri  cristiani,  approdarono 
nella  Cornovaglia  armoricana,  e  si 
fermarono  in  luoghi  solitari,  prati- 
candovi gli  esercizi  della  vita  asce- 
tica, conformemente  a  ciò  che  ave- 
vano udito  da  s.  Patrizio.  Secondo 
gli  atti  de' nostri  santi,  essi  furono 
trucidati  da  un  principe  bretone, 
chiamato  Teodorico,  circa  l'anno 
455.  La  festa  di  s.  Fingaro  si  so- 
lennizza a'  14  dicembre  nella  dio- 
cesi di  Vannes,  ed  è  onorato  ezian- 
dia  nella  diocesi  di  Leone. 

FINI  Francesco  Antonio,  Car- 
dinale.  Francesco  Antonio  Fini,  di 


FIN 
oscura  famiglia,  nacque   in    Miner- 
vino,   nel  regno  di  Napoli,  nell'an- 
no    1669.     In   età     di    dieci    anni 
cominciò  a  servire  il  cardinale  Orsi- 
ni arcivescovo  di  Benevento,  il  quale 
vedute  in  lui  delle  doti    eccellenti,, 
lo  fece  suo    aiutante    di    studio,    e 
poi    gli    conferì    una    mansioneria, 
quindi  un  canonicato  in    Beneven- 
to. Lo  fece  anche  primicerio,  arci- 
prete, visitatore  della  diocesi,  vicario 
delle  monache   e    suo    maestro    di 
camera.;    e  nel     1722   gli    ottenne 
dal    Portefice     Innocenzo    XIII     il 
vescovato   di   Avellino.  Divenuto  il 
cardinal  Orsini  Papa    col  nome  di 
Benedetto  XIII,  lo  volle  a  suo  mae- 
stro   di   camera,  quindi    lo    creò    e 
riservò    in  petto    cardinale,     e    nel 
1728  lo    pubblicò    prete   cardinale 
nel  concistoro  de' 2  6  gennaio,  con- 
ferendogli  in  titolo    la  chiesa  di  s. 
Maria  in  Via,  dal  quale  titolo    pas- 
sò  a    s.    Maria    in  Trastevere.  Fu 
anche  uditore   santissimo  ,    ed  anzi 
coperse  questo  posto  sino  alla  morte 
di  BenedettoXIlI.  Allora  vennecalun- 
niato  come  reo  d'alcuni  delitti,  e  di 
avere  abusato  di  quel  Pontefice;  ma 
istituita  un'apposita  commissione  da 
Clemente  XII  per  esaminare  tal  cau- 
sa, il  Fini  fu  dichiarato  innocente. 
Però  volle  egli  rassegnare  nelle  ma- 
ni di  Benedetto  XIV  tutti    i    bene- 
fizi che  gli  erano  stati  accordati,  e 
ritirossi  in   Napoli,    dove    menando 
una     vita    esemplare  mori    l' anno 
1743,    compianto  specialmente  dai 
poverelli. 

FINIANO  (s).  Nacque  nella  pro- 
vincia di  Leinster,  e  fu  uno  dei  più 
illustri  vescovi  d' Irlanda  dopo  s. 
Patrizio,  ai  discepoli  del  quale  do- 
vette la  conoscenza  della  cristiana 
religione.  Desideroso  di  perfezionar- 
si nella  virtù  ,  passò  nel  paese  di 
Galles,  dove  ebbe  la  fortuna  di  vi- 


F  i  X  3 1  1 

vere  con  s.  Davidde,  s.  Gilda  e  s. 
Catmaele.  Ritornato  trent'  anni  do- 
po nella  sua  patria,  vi  ravvivò  colla 
sua  scienza  e  le  sue  virtù  lo  spi- 
rito di  pietà  che  andava  declinando. 
Egli  si  servi  dei  mezzi  più  efficaci 
per  mantenere  il  frutto  delle  sue 
fatiche  apostoliche,  e  fondò  in  di- 
versi luoghi  scuole  e  monisteri  In 
appresso  fu  consagrato  vescovo  di 
Clonard,  ove  avea  stabilita  la  sua 
scuola  principale ,  da  cui  usciro- 
no molti  santi  commendabili  pel 
loro  sapere,  fra'  quali  i  due  Riera- 
ni,  Colomkillo  o  Colombo,  Colom- 
bo figlio  di  Cremtaino,  e  i  due 
Brendani.  Il  monistero  ch'egli  avea 
fatto  edificare  a  Clonard  divenne 
celebre,  e  vi  si  portava  gente  da  tut- 
te le  parti  per  educarvisi  nelle 
scienze  e  nella  pietà.  Egli  amava 
teneramente  la  sua  greggia,  fatica- 
va con  zelo  indefesso  per  la  sal- 
vezza delle  anime,  e  non  vivea  che 
di  pane,  di  erbe  e  di  acqua;  dor- 
miva sulla  nuda  terra,  e  una  pie- 
Ira  gli  serviva  di  guanciale.  Morì, 
secondo  gli  annali  d'innisfallen  cita- 
ti da  Usserio,  neli'  anno  552,  ai 
1 2  dicembre,  e  in  tal  giorno  viene 
festeggiato. 

FINIANO  (s.).  Nacque  in  Irlan- 
da sul  cominciare  del  sesto  secolo. 
Dopo  aver  fatto  diversi  viaggi  per 
cercare  i  mezzi  di  perfezionarsi  nel- 
le vie  della  salute,  ritornò  in  pa- 
tria, e  vi  fondò  il  monastero  di 
Maghbile  ;  poscia  fu  innalzato  al- 
l' episcopato.  Celebrasi  la  sua  festa 
il  io  settembre,  ed  è  onorato  co- 
me patrono  principale  dell'  Ulster 
in  Irlanda.  Di  più  non  dice  di  que- 
sto santo  il  Butler,  di  cui  ci  servia- 
mo per  ricavare  i  compendiati  e  bre- 
vi cenni  delle  biografie  dei  princi- 
pali santi ,    martiri,  beati  ec. 

FINIANO  (s.).  Era    della    fami- 


3i2  FIN 

glia  de'  re  di  Munster,  fu  discepolo 
di  s.  Brendano,  e  fiorì  verso  la 
metà  del  sesto  secolo.  Sofferse  con 
eroica  pazienza  i  dolori  di  una 
crudele  malattia,  da  cui  gli  venne 
il  soprannome  di  Leproso.  Fondò 
i  monasteri  di  Innisfallen,  di  Ard- 
finaan  e  di  Cluainmore  Madoc  ;  e 
fu  seppellito  in  quest'  ultimo.  Col- 
gan  mette  la  sua  morte  ai  2  di 
febbraio,  ma  dice  che  si  faceva  la 
sua  festa  ai  16  di  marzo  nei  mo- 
nasteri di  cui  egli  era  stato  il  fon- 
datore. 

F1NOCCHIETTI  Raniero,   Car- 
dinale. Raniero  Finocchietti  patri- 
zio pisano,  nacque  da  nobile  fami- 
glia in  Livorno  a'  20  gennaio  17  i5. 
Avendo  mostrato  amore  allo  stato 
ecclesiastico ,  corrispondenti  ne  fu- 
rono gli  studi,    terminati  i  quali  si 
offri    al    servigio  della  santa  Sede, 
ponendosi  in  prelatura.   A  cagione 
delle    sue    cognizioni    fu  posto  go- 
vernatore in  varie  città  dello  stato 
pontificio ,  e  da  Clemente  XIV  fu 
fatto  della  città  di  Macerata.  Pio  VI 
lo  dichiarò  chierico    di   camera,  e 
gli  conferì    la    prefettura  degli  ar- 
chivi di  tutto  lo  stato  ecclesiastico, 
quindi    lo    promosse    alla   cospicua 
carica  di  uditore  generale  della  re- 
verenda camera  apostolica.   A  pre- 
miarne  i   meriti   lo  creò  cardinale 
nel  concistoro  de'  1 6  dicembre  1782, 
riserbandolo    in  petto,  e  poscia  lo 
pubblicò  in  quello  de'  17   dicembre 
1787    dell'ordine  de' diaconi,  con- 
ferendogli la  chiesa  di  s.  Angelo  in 
Pescaria  per   diaconia   cardinalizia, 
la  quale   a'  3o  marzo   1789  dimi- 
se, ed  andò    a  quella    di  s.  Agata 
alla    Suburra .    Lo    annoverò    alle 
sagre  congregazioni  de' vescovi  e  re- 
golari,  della  consulta,    dell'immu- 
ta ecclesiastica,  e  del    buon  gover- 
no, dandolo   in  protettore  all' arci  - 


FIN 

confraternita  del  ss.  Sagramento,  in 
s.  Maria    ad  Martyres.    Dopo  una 
vita  tranquilla,  encomiato  per  bel- 
le qualità,  ebbe  la  disgrazia  di  rup- 
persi  la  rotella  del  ginoccbio,  men- 
tre nella  cappella  pontificia,  ascen- 
deva gli  scalini  del  trono  per  ren- 
dere la  consueta  ubbidienza  a  Pio 
VI;  cui  successe  una  cronica  infer- 
mità   ed    inappetenza    che   lo  con- 
dusse al  sepolcro,  onde  munito  di 
tutti  i  sagramenti ,   un  colpo  apo- 
pletico  troncò    la    sua    esistenza,  e 
morì    nella    notte    del    giovedì  ve- 
nendo il  venerdì    11   ottobre   1793 
d'anni  79.    Le    sue  esequie  furono 
celebrate    nella    sua    chiesa  parro- 
chiale    di    s.  Andrea    delle    Fratte, 
cantando  la  messa  il  cardinale  An- 
tici;  dipoi  fu  trasportato   alla  sua 
diaconia,  e  sepolto  in  luogo  distin- 
to avanti  la  cappella  del  ss.  Sagra- 
mento. Nel  seguente  giorno  i  mo- 
naci  di  Monte  Vergine,  che  allora 
avevano   in  cura  la  chiesa  di  san- 
t'Agata, gli  fecero  un  decoroso  fu- 
nerale.   Il    p.    Giovanni    Laurent! 
nella  Storia  della   diaconia  cardi- 
nalizia di    s.  Agata,  a  pag.  LXX, 
riporta   l' iscrizione   marmorea   che 
gli  eresse  il  nipote  Giacomo,  figlio 
di  Giovanni  cav.  di  s.  Stefano;  ed 
a    pag.  L  XXX IX    un  cenno   bio- 
grafico del  cardinale. 

FINTANO  (s.).  Viveva  in  Irlan- 
da nel  sesto  secolo,  e  fu  abbate  di 
Ednech  in  Lagenia.  Ebbe  a  disce- 
polo s.  Congallo,  fondatore  dell'ab- 
bazia di  Benchor,  e  maestro  di  san 
Colombano.  La  sua  festa  si  celebra 
il  dì    17  febbraio. 

FINTANO  (s.),  detto  Munnu. 
Discendente  della  illustre  famiglia 
di  Neil,  abbandonò  il  mondo  nella 
sua  giovinezza.  Voleva  consecrarsi 
a  Dio  nel  monistero  di  Hy,  sotto 
il  governo  di  s.  Colombo;  ma  uon 


FIO 

gli  venne  fatto  di  effettuare  il  suo 
disegno.  Morto  s.  Colombo,  ritor- 
nò in  Irlanda }  e  fondò  un  moni- 
stero  al  mezzodì  della  provincia  di 
Leinster,  che  dal  suo  nome  fu  chia- 
mato Teach-Munnu.  Le  sue  virtù, 
i  miracoli,  ed  il  numero  de' suoi 
fervorosi  discepoli  resero  celebre  il 
suo  nome.  Gli  annali  di  Tigernake 
collocano  la  sua  morte  ai  21  di 
ottobre  del  634  >'  e^  m  tal  giorno 
è  ricordato  dai  la  Chiesa.  Egli  è 
menzionato  nell'antico  breviario  de- 
gli scoti,  sotto  il  nome  di  s.  Mun- 
do  abbate. 

FIORENZA  (s.).  V.  Tiberio  (s.). 

FIORENZI  o  FLORENZI  Adria- 
no, Cardinale.  V.  Adriano  VI,  Papa. 

FIORENZO  (s.).  Nacque  nelle 
Gallie,  e  lasciò  il  suo  paese  per  an- 
dare a  vivere  con  s.  Martino  di 
Tours,  che  ordinollo  prete  circa  la 
fine  del  quarto  secolo.  Dopo  aver 
predicato  il  vangelo  nel  Poitou,  si 
ritirò  sulla  montagna  di  Glonne, 
■verso  i  confini  della  diocesi  di  Nan- 
tes e  di  Angers,  per  menarvi  vita 
solitaria.  La  sua  santità  avendo  ivi 
attirato  molti  imitatori,  ebbe  prin- 
cipio il  monistero  conosciuto  col 
nome  di  s.  Fiorenzo  il  vecchio . 
Egli  è  patrono  della  città  di  Roye, 
ove  si  venera  una  parte  delle  sue 
reliquie,  ed  è  onorato  ai  22  set- 
tembre. 

FIORI.  Sono  le  più  belle  parti 
delle  piante.  I  fiori  sono  vaghe  pro- 
duzioni della  natura,  che  riunisco- 
no il  doppio  vantaggio  di  diletta- 
re l' occhio,  e  di  lusingare  anche 
l'odorato.  I  fiori  artificiali  e  finti 
erano  in  uso  in  Atene,  e  nell'anti- 
ca Roma.  Il  Marangoni,  Delle  co- 
se gentilesche  e  profane  trasporta- 
te ad  uso  e  adornamento  delle 
chiese,  parlando  al  capo  LXX1I  di 
alcuni    simboli    delle    piante    UMti 


FIO  3i3 

prima  dai  gentili ,  e  poi  dai  cri- 
stiani, dice  che  i  fiori  erano  dedi- 
cati alle  ninfe,  e  alla  dea  Flora. 
11  fiore  fu  pure  dato  per  segno 
ad  una  delle  stagioni,  che  rappre- 
senta la  primavera;  e  qui  notere- 
mo che  colle  stagioni  rappresenta- 
te nei  sepolcri ,  i  pittori  vollero 
esprimere  la  risurrezione,  qual  sim- 
bolo di  cui  si  servirono  i  santi  pa- 
dri per  una  riprova  della  medesi- 
ma. Nel  capo  XXXI I  ove  tratta 
delle  corone  gentilesche ,  osserva 
che  i  festoni  sono  corone  sciolte, 
e  che  i  fiori  nella  sagra  Scrittura 
sono  simbolo  delle  virtù,  ed  è  per- 
ciò che  aspersi  di  essi  ne  vediamo 
que'sagri  libri,  in  cui  mirabilmen- 
te si  ravvisa  la  grandezza  e  la 
magnificenza  divina.  Pertanto  i  pri- 
mi cristiani,  senza  nota  di  super- 
stizione coronavano  i  loro  defunti 
e  sopra  de'cadaveri  spargevano  fio- 
ri. Tuttora  si  costuma  di  portare 
al  sepolcro,  e  di  seppellire  i  cor- 
pi delle  donne  vergini,  specialmen- 
te religiose,  colle  corone  di  fiori 
in  capo,  e  co'fiori  d'intorno,  e  ciò 
anche  si  pratica  con  quelle  perso- 
ne che  muoiono  in  concetto  di  san- 
tità, e  lo  stesso  ancora  co'fanciulli 
che  partono  da  questa  vita  coll'in- 
nocenza  battesimale.  Se  i  cadaveri 
che  si  sogliono  coronare  di  fiori, 
nel  portarsi  alla  chiesa  per  la  ce- 
lebrazione dell'esequie  occorre  l'ac- 
chiuderli nella  cassa  ,  la  coro- 
na di  fiori  si  pone  su  di  essa.  E 
quanto  all'  imporre  le  corone  di 
fiori  ai  sepolcri,  ne  abbiamo  chia- 
re testimonianze  in  quelli  degli 
antichi  cimiteri  di  Roma,  ivi  fre- 
quentemente le  troviamo  tanto  ai 
sepolcri  dei  martiri  quanto  di  mol- 
tissimi che  non  hanno  segno  al- 
cuno di  martirio,  ora  scolpite  nei 
marmi,  ora  delineate  nella  calcina, 


3i4  FIO 

e  spesso  in  bocca  alle  colombe,  e 
talvolta  effigiate  ne'  vetri  cimite- 
riali. La  chiesa  chiama  i  ss.  Inno- 
centi uccisi  da  Erode ,  col  titolo 
di  fiori  e  rose;  ed  essa  ci  rappre- 
senta i  martiri  sepolti  sotto  l'alta- 
re colle  palme  in  mano,  e  le  co- 
rone in  capo.  Prudenzio  ci  fa  ve- 
dere ,  che  la  fede  dopo  avere  ab- 
battuta l'idolatria,  corona  i  suoi 
martiri  co'  fiori ,  cioè  li  rimunera 
con  quella  specie  di  onore,  eh' è  il 
sommo.  V.  Sepolcri,  ove  parlasi 
ancora  de'  fiori  pei  sepolcri  dei  gen- 
tili, delle  ghirlande  poste  nel  fere- 
tro, dell'erbe  odorose,  e  de'  fiori 
mescolati  colle  ceneri,  e  di  quelli  spar- 
si per  onorare  i  defunti. 

Il  nobile  costume  di  ornar  le  chiese, 
e  decorare  i  santuari  con  corone  e 
fiori  non  può  dirsi  derivato  in  noi 
dall'uso  gentilesco,  ma  bensì  dalla 
divina  Scrittura,  perchè  Dio  coman- 
dò a  Mosè  nell'Esodo,  cap.  i5  e 
e.  3g,  che  adornasse  l'arca  con  di- 
Terse  aureole,  ch'erano  piccole  co- 
rone, e  con  queste  coronate  di  bis- 
so ne  decorasse  le  mitre  d'Aronne 
e  de'suoi  figliuoli ,  e  che  adornasse 
il  candelabro  con  gigli  frapposti  ad 
altri  ornamenti.  Salomone  nel  1.  3 
de' Re,  cap.  7,  fece  nel  tempio  la- 
vorare molte  corone  frapposte  a 
lioni,  bovi  e  cherubini,  e  nel  lib.  1 
de'  Maccabei,  e.  4>  è  detto:  Orna- 
verunt  faciem  templi  coronis  au- 
reis,  et  scululis  ;  ed  in  quello  del- 
l'Apocalisse, che  i  ventiquattro  se- 
niori portavano  corone  in  capo,  e 
poscia  le  deponevano  innanzi  al 
trono  dell'Agnello;  e  finalmente  nel 
libro  della  Cantica  lo  Spirito  San- 
to figura  la  Chiesa  e  l'anima,  de- 
scrivendo i  suoi  ornamenti,  fra  que- 
sti i  più  vaghi  sembrano  essere  i 
fiori,  volendo  che  il  suo  letto  sia 
lutto  sparso  di   fiori;  ed  egli  stesso 


FIO 

si  paragona  a'  fiori  del  campo,  ed 
al  giglio  delle  con  valli.  La  stessa 
Chiesa  si  fa  sentire:  Fulcite  me 
floribus ,  stipate  me  malis;  flores 
apparuerunt  in  terra  nostra;  dile- 
ctus  meus  pascitur  inter  Mia.  Nel 
cap.  7  descrivesi  il  diletto,  che  di- 
scende nel  giardino,  ut  pescato r  in 
hortis,  et  Mia  colligat.  Il  Buonar- 
roti nelle  Osservazioni  sopra  i 
vasi  antichi  di  vetro,  dice  che  tal- 
volta il  fiore  col  monogramma  di 
Cristo  sui  sepolcri ,  simboleggiò  il 
medesimo  Cristo.  La  divina  Sa- 
pienza istessa  vuole,  che  i  giu- 
sti sieno  come  la  rosa  piantata 
presso  le  acque,  e  che  rendano  fio- 
ri a  somiglianza  del  giglio.  Da  ciò 
è  chiaro  che  la  Chiesa  dalla  divi- 
na Scrittura  prese  l'uso  di  ornare 
i  suoi  altari,  le  sagre  immagini,  i 
sepolcri  de'  martiri  ed  altri  santi, 
e  de'  suoi  figli  defunti  con  fama 
di  giusti  e  virtuosi,  e  che  veggen- 
do  fino  dal  suo  principio  profana- 
to da'  gentili  l'uso  delle  corone  di 
fiori,  volle  contrapporre  a  sì  gran- 
de abuso,  col  trasportare  l' adorna- 
mento de' fiori,  alla  maggior  glo- 
ria di  quello  che  gli  ha  creati.  V. 
Corone  e  Ghirlande. 

Il  medesimo  Buonarroti  a  pag. 
189  parla  de' fiori  che  solevansi 
spargere  sopra  i  sepolcri  dagli  an- 
tichi cristiani,  per  cui  fu  assegna- 
to pei  medesimi  un  rosaio;  e  che 
talvolta  vi  seminavano  sopra  mas- 
sime delle  malve  e  degli  asfodilli, 
e  ponevano  radiche  di  fiori  :  spe- 
cialmente spargevano  fiori  sui  se- 
polcri de'  fanciulli ,  ed  anche  delle 
erbe  odorose.  Laonde  come  si  ve- 
de in  alcune  iscrizioni ,  con  affet- 
tuoso e  poetico  trasporto ,  gli  au- 
tori di  esse  desideravano  e  suppo- 
nevano ,  che  i  fiori  spaisi  vi  do- 
vessero rinascere ,    e  che  le  ceneri 


FIO 

istesse  si  convertissero  in  fiori  per- 
chè  abbellissero    perpetuamente   il 
sepolcro ,    e    fiorissero     ogni    anno 
nella  loro  stagione.  Anzi   talvolta  i 
sepolcri  furono    eretti    nei   giardini 
tra  i  fiori,  ed  in  altri  luoghi  deli- 
ziosi ed  ameni,  come  negli  orti  ;  e 
tale  doveva  essere  anco  l'uso  degli 
ebrei.    I  componimenti    necrologici 
che    si  fanno    da   sensibili    persone 
in  versi  ed  in  prosa  per  alcun   de- 
funto distinto,  e  meritevole  di  elo- 
gi, spesso  s'intitolano:   Fiori  spar- 
si sulla  tomba  che  accoglie  le  cene- 
ri   del  leggiadro    e   amabile  giovi- 
netto 2V.  N. ,  nel  primo  anniversa- 
rio di  sua  morte  alla  cara  sua  me- 
moria consacrati,  come  fece  il  mio 
amorevole  amico  caTalier  Luigi  Rig- 
gi,  allorché  nel  primo  anniversario 
della   morte  del  mio  dilettissimo  fi- 
glio Gregorio ,   volle    dedicarmi    la 
copiosa  raccolta  che  di  tali  compo- 
nimenti o  fiori  (freschi  per  le  mie 
lagrime  e  per  quelle  dell'amicizia) 
pubblicò  in  Roma  con  decoroso  li- 
bro uscito  dai    nitidi  tipi  del  Sal- 
viucci  ;   morte  deplorata  in  più  so- 
lenni   modi ,    e  in  altri    luoghi  di 
questo    mio  Dizionario,   come    nel 
volume  XXII,  a  pag.  289  e  290. 
Inoltre  il  Marangoni    narra  che 
in  Napoli  facevasi  una  processione 
in  onore  della  traslazione  del  cor- 
po di  s.  Gennaro,  nominata  la  pro- 
cessione de'  preti   inghirlandati,  per- 
chè in    essa    i  sacerdoti    portavano 
in  capo  una  ghirlanda  di  fiori.  L'o- 
rigine  di  questa    antica    cerimonia 
risale  a  quella  colla  quale  dai  po- 
poli si  ricevevano  i  corpi  e  le  re- 
liquie dei  martiri,  cioè  con  fiori  in 
mano  ;    e  perchè  i  sacerdoti  tene- 
vano impedita  la  destra  tenendo  la 
fiaccola  accesa,  portavano  i  fiori  in 
capo,  cui  poscia  fu  sostituito  ador- 
nare le  croci   di  fiori.    In   Salerno 


FIO  3i5 

si  fa    una  processione,  in  cui  il  cle- 
ro porta  fiori  in   mano  ;    mentre  il 
gettito  de'  fiori  nelle  processioni,  e 
nelle  feste   vuoisi  derivato  da   quel- 
li che  i  gentili  spargevano  sui  lo- 
ro defunti,  che  i  cristiani   pratica- 
rono   in    vece    coi    loro    medesimi 
martiri,  massime  nel  trasferimento 
delle  loro  reliquie.   Tanto  pratica- 
vasi  al  tempo  di  s.  Agostino ,  che 
racconta    il    miracolo    operato    da 
Dio ,  per    aversi   una  donna    cieca 
posto  sugli    occhi  i  fiori    che  ave- 
vano toccate  le    reliquie  di  s.  Ste- 
fano, per  cui  ricuperò  la  vista.  Ce- 
lebre è  l' infiorata  che  per  la  pro- 
cessione del  Corpus  Domini,  e  con 
disegni  si  fa    in    Gemano  (Vedi). 
L' annalista    Rinaldi    all'anno    55 , 
num.  1 1,  riporta,  come  i  fiori  po- 
sti sull'arca  delle  reliquie  de' santi, 
per  virtù    divina    operarono  mira- 
coli. I  fiori    che    sono   stati  avanti 
alle  reliquie,  o  sante  immagini,  an- 
che   oggidì    dai    buoni   fedeli  sono 
ricercati  con   divozione  ;   ed  all'ai> 
ticolo  Corfìi  (Vedi),  dicemmo  che 
gli  ebrei  ad  ogni  nuovo  arcivescovo 
solennemente   portavano  in  proces- 
sione la  Bibbia,  che  ricuoprivano  di 
fiori,  i  quali  venivano  raccolti  dal- 
le donne  ebree,  serbandoli  in  seno 
per  venerazione.  Dello  spargimento 
de'  fiori  e  rami  verdeggianti  di  al- 
bero che  facevasi  nei  primi   tempi 
dalla  pietà  de'  fedeli  ne'  sagri   luo- 
ghi, e  intorno  alle  venerande  me* 
morie  de'  martiri  ,  ne  parla  ezian- 
dio il  Buonarroti  citato,  a  pag.   io3, 
dicendo  che    s.  Girolamo  riferisce , 
che  il  santo  prete  Nepoziano  ador- 
nava con   fiori  e  rami    e    pampini 
le    muraglie   della    sua    basilica;  e 
s.   Gregorio  Turonese    scrive  di  s. 
Severino  prete,    che  abbelliva  pa- 
rimenti le  mura  della    sua    chiesa 
di  gigli.  E  perchè  i  fiori  sono  al- 


3.6  FIO 

tresì  considerali  come  simbolo  dei 
doni  dello  Spirito  Santo,  nella  so- 
lennità delle  Pentecoste  se  ne  span- 
dono per  le  chiese,  facendoli  get- 
tare e  cadere  dall'alto. 

Si  trovano  memorie  assai  anti- 
che del  rito  di  spargere  i  fiori  dal- 
l'alto  de' sagri  templi.  Nell'ordine 
XI  del  canonico  Benedetto,  scritto 
avanti  il  ii43,  e  pubblicato  dal 
Mabillon  j  nel  tom.  Il  del  Museo 
Ital.  pag.  i48j  leggesi,  che  Domi- 
nica  de  Rosa,  statto  ad  s.  M.  Ro- 
tundam,  ubi  Pontifex  debet  canta- 
re missarn,  et  in  predicalione  di- 
cere de  Advenlus  Spiri tus  S.,  quia 
de  altitudine  templi  mittuntur  rosae, 
in  figura  ej'usdetn  Spiritus  S.  Vuoi- 
si che  ciò  fosse  pure  in  memoria 
dei  fiori  che  in  tal  giorno  si  di- 
spensavano ai  canonici  in  coro.  Del- 
la benedizione  che  fa  il  Pontefice 
della  Rosa  d'oro  (Fedi),  che  tal- 
volta secondo  l'antico  uso  porta  in 
mano,  e  delle  analoghe  erudizioni, 
se  ne  discorre  a  quelf  articolo.  V.  Du 
Cange  ,  in  D omini ca  post  Ascen- 
sionem,  ed  in  Nebula,  ove  riporta 
che  nell'  ordinario  della  chiesa  di 
Roano  si  prescrive,  che  mentre  si 
canta  il  Veni  Creator,  si  gettino 
dall'alto  delle  foglie  di  quercia,  e  si 
facciano  cadere  delle  fiamme  di  fuo- 
co: ed  inoltre  al  Gloria  in  excel- 
sis  si  lasci  libero  il  volo  a  buon 
numero  di  uccelletti,  con  fiorellini 
legati  con  dei  nastri  leggiadramente 
alle  loro  zampette.  In  un  altro  del- 
la chiesa  di  Lisieux  del  secolo  XIII 
si  ordina  che  alla  processione  si  ac- 
cendano le  stoppie,  e  che  al  Ky- 
rie si  spargano  de'  fiori.  Così  nel- 
la basilica  lateranense ,  in  questa 
solennità,  sparge vansi  delle  rose  per 
tutta  la  chiesa.  F.  Eleuterio  AI- 
bergoni,  Discorso  sopra  la  Pasqua 
rosata  3  Panna  1604.  Andrea  Lud. 


FIO 

Koenisgrannus ,    De   antìqw'tate   et 
usti  Bethulae  Pentecostalis ,frodium- 
que    sacrarum    universae ,    Rilon. 
1  7  1 7.  Samuel   Schurzfleischius,  De 
rifu  spargateli  flores,  Vittembergae 
1691.  Joh.  Nicolai,  De  Phillobolia 
seti  florum,  et    ramorum  sparsione 
in  sacri*,  et  civilibus  rebus  usitatis- 
sima;    accessit  Jo.  Cunr.  Dieterici, 
Dissertano    de    sparsione    florum , 
Francofurti    1698.    Dei    fiori    che 
dall'  alto    si   gettano  nella    basilica 
Liberiana  a'  5  agosto,  se  ne  parla 
nel  volume  IX,   pag.  i43  del  Di- 
zionario ,  e  ciò  in    memoria  della 
neve,    che   prodigiosamente  cadde, 
nel  luogo  ove  sorge  quella  magni- 
fica basilica,  a' 5    agosto.    La   pia 
antica  notizia  che  si  ha  dello  spar- 
gimento di  tali  fiori  per  figurare  i 
fiocchi   della  neve  caduta,  è  di  No- 
vidio     Fracco ,     che    pubblicò     nel 
i547   i  suoi    Fasti  sagri,    mentre 
si   sa  che    la  festa    di  s.  Maria    ad 
ISives    con    messa   propria    si    cele- 
brava già  nel  XIV  secolo.  Il  Dona- 
ti    ne' suoi     Dittici,    a  pag.     174* 
nel    raccontar    le    feste    che    face- 
vano    gli    ateniesi    alla    nascita    di 
un  figlio,  dice  che  ponevano  sopra 
la   porta  delle  loro  case,  per  segno 
di  allegria,  ramoscelli  di  alberi  fron- 
zuti. Anche  i  romani    ed    altri  po- 
poli costumarono  nelle  solennità,  e 
in    occasione    di    prospero    avveni- 
mento, ornare  di  fiori,  di  ghirlan- 
de   e   di  verzure  le  loro  case  ed  i 
loro  templi.   Il  mirto,  il  lauro  e  la 
mortella,   siccome  piante    odorifere 
e  sempre  verdeggianti,  sono  prefe- 
rite alle  altre  nello  spargimento  che 
se  ne  fa  nelle  festività    e  processio- 
ni ne'   luoghi  ov'  esse  si  celebrano. 
Nella  domenica  delle  Palme  [Fe- 
di),   anticamente    si     benedicevano 
anche  i   fiori,  leggendosi    negli  sta- 
tuti di  Laufranco,  cap.  1,  §  4:  P°~ 


FIO 

stea  accedens  abbas,  aut  sacerdos 
benedicat  palmas,  et  flores,  elfron- 
des  j  e  nel  libro  degli  usi  Beccensi: 
Ponatur  lapetum  ante  altare,  et  de- 
super eie.  flores ,  et  frondest  et  pal- 
mae,  quas  benedicit    sacerdos.    Ed 
è  perciò  che  quando  si  discoperse, 
essendo   la  domenica    delle    l'alme 
del    i5i3,    l'immenso    paese    eh' è 
presso  del  Messico,  gli    fu    imposto 
il  nome  di  Florida.  Dei    fluii  che 
in  alcuni  luoghi  si  ponevano  intor- 
no al  cereo  pasquale,  è    a    vedersi 
il   Cancellieri   a    pag.    264    e    270 
della  Settimana  Santa.  Questi  nel- 
la Storia  de'  possessi  de'  Pontefici, 
parla  di  quelli  sparsi  in  tal  solenni- 
tà, massime    per    Gregorio    XI,    e 
per  Gregorio  XII.  Si  possono  ador- 
nare gli  altari  con  fiori  veri,  o  fìn- 
ti secondo  la  qualità  della  stagione, 
tra    i    candellieri    ec.    Nelle    chiese 
delle  monache  francescane,  non  che 
dei  cappuccini,  ed  altri  religiosi  di 
ambo  i  sessi,  si  sogliono  porre  nel- 
le chiese  i  vasi  colle  piante  de'fiori, 
e  colle    piante    di    erbe    odorifere. 
Per  segno  di  festa  è  antico    il  co- 
stume di  donare  ove  si  celebra  rami 
o  massi  di  fiori  anche  fìnti;  questi 
si  dispensano    a'cardinali    dai    con- 
frati   dell' arciconfraternita    del    ss. 
Crocefisso    per    la    cappella    che  si 
celebra  in   s.    Marcello;    mentre  a 
loro  per  la  festa  e  cappella    cardi- 
nalizia di  s.   Pietro    martire,    sono 
dispensati  fiori  o  rami  finti  di  uli- 
vo benedetto,    come    meglio    dicesi 
al  volume  IX,  pag.   1 38  e  i4-5  del 
Dizionario. 


FIO  217 

FIORIANI  o  FLORIANI,  da  al- 
cuni detti  anche  Floriniani.  Ereti- 
ci del  secondo  secolo ,  seguaci  di 
Fiorino  o  Fiorino,  sacerdote  asia- 
tico, poscia  prete  della  Chiesa  ro- 
mana, il  quale  fu  dal  Papa  s.  Eleu- 
terio  degradato  del  sacerdozio  uni- 
tamente ad  un  certo  Blasto,  per- 
chè sosteneva  l'empia  asserzione  di 
Simon  Mago  e  di  Carpocrate,  che 
Dio  fosse  la  causa  del  male.  Dal 
qual  principio  deducendo  poi  ab- 
bominevoli  conseguenze ,  traboccò 
nelle  sozzure  de'  gnostici,  onde  gno- 
stici floriani  furono  anco  denomi- 
nati i  suoi  seguaci.  S.  Ireneo,  pas- 
sando da  Roma,  confutò  a  viva  vo- 
ce l'eresia  di  Fiorino,  e  quindi  la 
combattè  in  una  lettera  che  gli  in- 
dirizzò, intitolata  :  Della  monarchia 

0  dell  unità  di  principio;  e  che 
Dìo  non  è  fautore  del  male.  Al- 
cuni accusavano  anche  Fiorino  di 
aver  sostenuto  che  Maria  madre 
di  Gesù  Cristo  non  era  stata  ver- 
gine nel  suo  parto,  e  di  aver  ne- 
gata la  risurrezione    e    il    giudizio. 

1  suoi  seguaci  poi  caddero  nel  pa- 
ganesimo, nel  giudaismo  e  nelle 
più  infami  dissolutezze.  Questi  ere- 
tici furono  condannati  in  un  con- 
cilio tenutosi  in  Roma  sotto  il  Pa- 
pa s.  Vittore  nel  198,  in  un  al- 
tro concilio  delle  Gallie  sotto  s. 
Ireneo,  allora  vescovo  di  Lione,  e 
in  uno  d'Arabia.  Filastro  parla  di 
certi  eretici  chiamati  floriani,  ch'e- 
gli dice  essere  un  ramo  dei  carpo- 
craziani. 


FINE    DEL    VOLUME    VIGES1MOQUARTO 


<P 


286024 


XX 


BX  841  .M67  1840 

SMCR 

Horoni ,  Gaetano, 

1802-1883. 
Dizionario  di  erudizione 

storico-ecclesiastica 
AFK-9455  (awsk)